Rivista Missioni Consolata – 120 anni

DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

Buddhismo: Tra Oriente e Occidente

Da Buddhismo Theravāda a «Mindfulness immaginale»

Silvia C. Turrin

È la corrente più antica del Buddhismo. Quella della liberazione dall’eterno ciclo morte-rinascita, praticata dai monaci della foresta. Dalle sue tecniche meditative nasce in Occidente la «Mindfulness», per una maggiore consapevolezza di emozioni e pensieri. Con l’idea di aumentare la qualità della vita.

«Ho rivelato la scienza che distrugge le radici della vita e della morte. Dopo di me questa scienza non morirà con me, ma continuerà perenne nel pensiero e, esteriormente, nella pratica del giusto operare e del retto intendere».

In queste parole del Buddha (in italiano anche Budda) storico troviamo racchiusa una saggezza profonda, che mette in luce come i suoi insegnamenti siano sviluppati in modo da oltrepassare confini geografici e culturali, andando oltre l’epoca in cui vennero diffusi. Non conosciamo l’esatto anno della nascita del Buddha, si ritiene che il periodo da considerare sia quello che va dal 536 al 563 a.C.

Sappiamo con certezza che egli discendeva da una famiglia nobile, della stirpe degli Shakya, e che visse presso Kapilavastu, l’attuale area di Lumbini, in Nepal (un sito protetto dall’Unesco dal 1997 proprio per la sua importanza a livello storico-filosofico). Il padre, il re Suddhodana, e la madre Maha-Maya gli diedero il nome di Siddharta. La sua vita, almeno fino all’età di 29 anni, fu caratterizzata dalla prosperità, lontano dalle sofferenze del mondo. In questa prima fase della sua vita Siddharta si dedicò con grande impegno allo studio di testi religiosi e di poemi classici. Nonostante tutte le attenzioni del padre e la protezione di chi gli era accanto, qualcosa a un certo punto cambiò, come era stato profetizzato. Infatti, Siddharta ancora bambino, oltre a essere stato presentato al tempio del dio Abhaya – come era consuetudine per l’epoca nella regione in cui nacque l’induismo – ricevette la visita del saggio Asita, il quale annunciò al re Suddhodana che suo figlio sarebbe diventato o un grande imperatore o un asceta che avrebbe liberato il mondo dalla sofferenza. Fu per questa profezia che Siddharta venne tenuto all’oscuro dai mali che affliggono il genere umano.

Nel mondo reale

Verso i 30 anni però, il suo impulso in direzione della ricerca spirituale lo spinse a varcare la porta del palazzo reale. Povertà, malattia, morte si mostrarono a lui nel loro più freddo e inquietante aspetto. Fu così che il velo dell’ignoranza venne squarciato e Siddharta comprese la vanità dei piaceri terreni e la vacuità della vita. Abbandonò – come Francesco d’Assisi secoli dopo e ad altra latitudine – agi, vesti nobiliari, lasciò la famiglia e il palazzo reale per abbracciare una vita da asceta errante. Per anni si dedicò alla pratica meditativa e diventò così un bodhisattva, un essere sulla via dell’«Illuminazione». Si nutriva pochissimo, talvolta – narra la leggenda – con un solo chicco di riso al giorno e spesso rimaneva così assorto nella sua meditazione da non curarsi dei bisogni del corpo. Dopo anni scanditi da preghiere, ritiri meditativi, privazioni e annullamento dei sensi, Siddharta divenne un «Illuminato», scoprendo «la Via di Mezzo» e realizzando la vera natura del mondo fenomenico (ovvero così come appare per il tramite delle esperienze sensoriali). Predicando ed errando, il Buddha giunse a Sarnath e qui, nel parco delle Gazzelle, pronunciò il suo primo sermone, col quale mise in moto la ruota del Dharma. Attorno al Buddha accorsero allievi, che poi divennero suoi discepoli e coloro che formarono la prima comunità monastica buddhista (Sangha). Verso il 483 a.C. a Kushinagar, avvenne il suo Parinirvana, la morte fisica, ovvero l’estinzione completa, quindi l’assenza di ulteriori rinascite.

Il Nirvana e le correnti

L’Illuminato non lasciò alcun testo scritto. La sua più importante eredità furono i discorsi che udirono i suoi discepoli e che poi vennero sistematizzati in una serie di raccolte. Dopo la morte del Buddha vennero organizzati diversi Concili che misero in luce differenti interpretazioni dei suoi insegnamenti. Il primo grande Concilio di anziani cercò di formulare alcune norme, ma nel corso del secondo emersero contrasti al riguardo. Fu in questa fase di transizione che sorsero varie correnti all’interno del buddhismo. Le più note sono quella Mah?y?na, quella Vajray?na e quella Therav?da.

Il buddhismo Mah?y?na, chiamato del «grande veicolo», costituisce lo sviluppo del buddhismo in senso filosofico e mistico. Strutturata in forme meno rigide, la scuola Mah?y?na pone al centro la compassione universale e il ruolo del bodhisattva, colui che agisce per liberare tutti gli esseri dal ciclo di morte e rinascita. È presente in Cina, Vietnam, Corea, Giappone, Nepal, in Tibet ed è ormai molto diffusa anche in vari monasteri edificati in Occidente.

Il buddhismo Vajray?na, detto anche «la via del diamante», è la corrente che più si è concentrata sulle pratiche rituali e sulla mistica. Si è affermata verso il VI sec., diffondendosi prevalentemente in Tibet, ma anche in Nepal, Cina e Giappone. Questa corrente esoterica attribuisce importanza centrale alla ripetizione di formule sacre (dette mantra) per raggiungere l’Illuminazione.

Abbiamo poi la tradizione Therav?da, che è la corrente buddhista più antica; i suoi seguaci ritengono infatti che racchiuda gli insegnamenti che ricalcano in modo originario le parole del Buddha.

Le tre correnti buddhiste hanno in comune diversi elementi, primo fra tutti l’idea della liberazione degli esseri dall’eterno ciclo di morte e rinascita, ovvero il samsara, la ruota della vita (un concetto che troviamo anche nell’induismo). Questo ciclo è causato dal karma, cioè dalle azioni compiute in vita. Solo compiendo azioni virtuose e percorrendo un cammino spirituale si può spezzare, raggiungendo la liberazione finale.

Le varie correnti buddhiste hanno inoltre in comune cinque importanti precetti a cui ogni monaco o anche buddhista laico deve conformarsi. Queste regole sono: astenersi dall’uccidere o danneggiare qualunque creatura vivente; astenersi dal prendere ciò che non ci è stato dato; astenersi da una condotta sessuale irresponsabile; astenersi da un linguaggio falso o offensivo; astenersi dall’assumere bevande alcoliche e droghe. Queste sono le norme basilari di un cammino lungo, che permette al praticante di andare oltre la sofferenza.

La corrente Therav?da

Il buddhismo Therav?da, conosciuto anche come scuola buddhista meridionale o H?nay?na (del piccolo veicolo), è presente in Sri Lanka, Laos, Cambogia, Birmania e Thailandia. Therav?da è una parola pali che significa «Dottrina dei più anziani dell’Ordine» o «Via degli Anziani», un nome derivante dalla stretta aderenza all’insegnamento originale e alle regole di vita monastica che il Buddha ha trasmesso. Nella dottrina Therav?da è fondamentale il concetto di liberazione del singolo dall’eterno ciclo di morte e rinascita: ciò significa che è l’individuo stesso, una volta comprese le cause della sofferenza come il desiderio, l’ignoranza (intesa come non conoscenza della realtà) e gli attaccamenti, a dover agire compiendo azioni virtuose per raggiungere il nirvana. La corrente Therav?da è caratterizzata al suo interno da una tradizione ancor più rigorosa, che è quella dei monaci della foresta. Si tratta di un sentirnero sviluppatosi soprattutto in Sri Lanka. Infatti, su quest’isola gli insegnamenti Therav?da sono stati conservati e protetti in modo particolare: fu qui che venne trascritto su foglie di palma il Canone Pali, sino ad allora tramandato solo in forma orale da monaco anziano a novizio, per evitare che potesse andare perduto. Il Canone Pali è anche chiamato Tipitaka, che in lingua pali significa «tre canestri» e comprende il Vinaya-pi?aka, relativo alle regole comportamentali e morali dei monaci; il Sutta-pi?aka che contiene varie raccolte di discorsi del Buddha; e l’Abhidhamma-pi?aka, più incentrato sulla filosofia buddhista. La tradizione Therav?da dei monaci della foresta è la più antica, essendo quella che più si attiene agli insegnamenti primigeni del Buddha. Questo sentirnero è detto anche dei «monaci morti in vita», poiché come pratica spirituale prevede l’abbandono dello stile di vita mondano: i monaci eliminano qualsiasi attaccamento e qualsiasi oggetto, incluso in molti casi anche il documento d’identità, a eccezione della ciotola e della veste. I jungle temples (gli eremitaggi della foresta) sono i luoghi dove i monaci vivono, studiano e praticano la meditazione dormendo in grotte naturali.

Mindfulness immaginale

Il buddhismo Therav?da negli ultimi decenni ha conosciuto un’espansione anche in Occidente per effetto dei suoi insegnamenti centrati sulla pratica meditativa. Molti laici si sono avvicinati a queste conoscenze per migliorare la qualità della loro vita, partendo da tecniche meditative buddhiste che calmano la mente e conducono a una maggiore consapevolezza delle emozioni e dei pensieri. Alcune ricerche scientifiche hanno infatti dimostrato come la meditazione buddhista produca numerosi effetti positivi: per esempio, sviluppa una mente dinamica, aumenta la creatività e stimola una sorta di risveglio mentale. Ciò è possibile poiché la meditazione agisce sulle sinapsi cerebrali e sulla produzione di endorfine, acuendo intuizione e gioia, come dimostrato da vari studi. Tra questi ricordiamo quelli compiuti dallo psicologo statunitense Richard Davidson (vedi bibliografia), il quale ha inserito la meditazione nella lista degli esercizi che allenano il cervello a sviluppare connessioni neuronali portatrici di felicità.

Da queste ricerche si è sviluppata in particolare negli ambienti statunitensi la Mindfulness, ovvero la meditazione applicata alle neuroscienze e alla psicologia, con l’intento di sanare stati psicofisici – quali ansia e angoscia – particolarmente dilaganti nella società contemporanea. In ambito europeo è sorta la Mindfulness immaginale, la quale, rispetto alla Mindfulness che viene dagli Stati Uniti, costituisce un passo ulteriore di avvicinamento della meditazione alla psicologia e alla psicoterapia. La Mindfulness immaginale unisce la tradizione orientale Therav?da all’approccio immaginale, ed è stata sviluppata da Selene Calloni Williams, scrittrice e documentarista esperta di filosofie orientali, insieme a Gotatuwe Sumanaloka Thero, monaco eremita buddhista. Era il 1982 quando Selene incontrò per la prima volta l’allora giovane novizio buddhista, il quale abitava in una grotta nell’eremo della foresta di Abharana, in compagnia del venerabile maestro Ghata Thera. Fu con loro che Selene imparò tecniche meditative legate alla tradizione Therav?da. L’impegno di Selene Calloni Williams e di Gotatuwe Sumanaloka Thero è rendere la meditazione fruibile a tutti, senza però snaturarne il carattere profondamente spirituale (temi approfonditi nel libro Mindfulness Immaginale, Edizioni Mediterranee, 2016).

In questo contesto, la parola mindfulness si allinea in modo specifico al termine sati, che in pali significa «consapevolezza», ovvero «attenzione cosciente». La Mindfulness immaginale si ispira da un lato ai principi della tradizione Therav?da, dall’altro, come suggerisce il nome, si rifà al movimento immaginale, che prende l’avvio in Occidente con la psicologia analitica e prosegue nella psicologia archetipica. Nella visione immaginale il corpo e il mondo sono interni alla psiche. «Il movimento simbolo-immaginale attinge alle psicologie immaginali d’Occidente e d’Oriente. L’efficacia del paradigma simbolo-immaginale sta nella sua capacità di favorire una percezione attiva degli eventi. A mezzo dell’applicazione della visione immaginale è possibile riappropriarsi della realtà come di un’emanazione della propria psiche e trovare in sé le energie per agire su questa emanazione in termini costruttivi», afferma Selene Calloni Williams. L’approccio immaginale unito alla filosofia Therav?da porta l’individuo ad abbandonare la gabbia dell’Io e a raggiungere il Sé: solo così si va oltre i comuni parametri mentali di vantaggio, svantaggio, piacere e dolore. In pratica il giudizio è sospeso. La visione di sé e del mondo è di assoluta equanimità.

Tra Oriente e Occidente

Il cammino della Mindfulness immaginale prevede un protocollo specifico denominato Imaginal Mindfulness meditation approach knowing and seeing strutturato in ?sana (posture yoga), pr?n?y?ma (tecniche di respirazione), meditazioni quotidiane ed esercizi di risveglio. Se attuato in maniera regolare questo percorso produce una serie di benefici, sia a breve, sia a medio lungo termine: praticando la Mindfulness immaginale le onde dei pensieri si stabilizzano, si tranquillizzano e otteniamo la pacificazione della mente; sviluppiamo e affiniamo l’attenzione cosciente; impariamo a vivere in una condizione priva di pensieri dicotomici, come bello/brutto, buono/cattivo; viviamo nell’assenza di giudizio; riusciamo a trasvalutare, cioè ad attribuire un diverso giudizio di valore agli eventi e a ciò che ci accade. I problemi, i disagi sono amici, poiché permettono di vedere gli attaccamenti inconsci e liberarci da essi. La trasvalutazione ci aiuta ad allentare tutti i condizionamenti sociali, culturali, familiari che ci portiamo dietro.

Silvia C. Turrin

Silvia C. Turrin