Rivista Missioni Consolata – 121 anni

DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

Storia del giubileo 11: santi putridume

Da Sisto IV a Papa Borgia fino a Lutero

Melozzo da Forlì, papa Sisto IV
Paolo farinella

Papa Sisto IV determinò una svolta nel papato e nella Chiesa per diversi motivi. Per la cronaca fu uno dei papi più nepotisti che la storia conosca, perché si circondò della numerosa sua famiglia alla quale concesse privilegi e cariche senza ritegno e misura. La sua elezione avvenne in odore di simonia a opera principalmente del nipote, Pietro Riario, figlio della sorella, che si prodigò con ogni mezzo affinché i voti dei cardinali si convogliassero sullo zio che, riconoscente, lo gratificò con il cardinalato, già nel primo concistoro, subito dopo l’elezione, insieme a diversi altri nipoti che ne condizionarono la vita e le scelte. Il giorno dell’incoronazione, fu assistito e intronizzato dal protodiacono Rodrigo Borgia, futuro Alessandro VI, che l’avrebbe superato non solo in fatto di nepotismo, ma in ogni forma d’immoralità e indecenza.

Attese disattese

Sisto IV confermò il giubileo del 1475 con la cadenza dei 25 anni, in vista del quale intraprese grandi opere di ristrutturazione della città di Roma, trasformando in cantiere l’intero colle Vaticano. Fece costruire la Cappella più famosa del mondo, che, anni dopo, sarebbe stata affrescata da Botticelli e da Michelangelo, detta in suo onore «Cappella Sistina». Ripristinò il vecchio ponte romano, detto «ponte rotto» sul Tevere che da allora fu chiamato «Ponte Sisto»; rase al suolo e ricostruì più grande ed efficiente l’ospedale di Santo Spirito, fece costruire innumerevoli chiese e riorganizzò il sistema viario, anche per governare meglio i tumulti. Era diffidente di tutti e si narra che, non fidandosi di coloro che lo circondavano, per rendersi conto di quello che il popolo pensava realmente di lui, non poche notti si travestiva «da prete» per recarsi nelle tavee ad ascoltare dicerie e giudizi.

Il giubileo fu un completo fiasco perché, per le troppe guerre che infestavano l’Europa del Nord, non era affatto agevole muoversi e i pellegrini affollarono Roma solo in occasione della Pasqua. Tutte le derrate alimentari e i servizi approntati rimasero inutilizzati e furono una manna per il popolo romano perché i prezzi si abbassarono e la logica del «compri uno e porti (via) tre» divenne obbligatoria per potere almeno recuperare parte del denaro. Per ovviare a queste difficoltà il papa protrasse di un anno il giubileo, ma le condizioni di Roma si aggravarono a causa di piogge torrenziali che fecero straripare il Tevere. Roma fu così gravemente allagata e impraticabile da costringere il papa a trasferire alla città di Bologna le prerogative giubilari di Roma, dando un ulteriore colpo all’economia della città eterna. Concesse, inoltre, ai principi che erano in guerra la possibilità di lucrare le indulgenze del giubileo standosene a casa loro, ma a condizione che le offerte raccolte in quella occasione fossero tutte impiegate per finanziare la guerra contro i Turchi.

Alla fine, come ciliegia sulla torta, quasi a sancire una sfortuna senza fine, scoppiò ancora una volta la peste. Il papa, per paura del contagio, scappò con tutta la sua corte di nipoti e familiari da Roma che rimase con grandi opere in parte finite, in parte incompiute, ma senza giubileo di fatto, senza pellegrini e per giunta allagata e con la peste.

Ponte Sisto a Roma
Ponte Sisto a Roma

Dall’Immacolata all’Inquisizione

Sul piano religioso, Sisto IV fu il papa che con la bolla «Cum prœexcelsa» del 27 Febbraio 1477, istituì la festa dell’Immacolata Concezione, fissandola all’8 Dicembre; promosse la recita del Rosario e consacrò la Cappella Sistina a Maria Assunta. Sul piano storico, fu l’iniziatore, sebbene a malincuore, dell’Inquisizione spagnola, voluta a tutti i costi da Ferdinando II di Aragona che, avendo le casse vuote, cercava un modo indolore (per sé) per depredare il denaro degli Ebrei. La condanna, infatti, dell’Inquisizione per motivi di eresia, comportava anche la requisizione di tutti gli averi.

Uccidere in nome di Dio
Quando oggi si accusano i Musulmani di «usare il nome di Dio» per fare le guerre o utilizzare la religione per alimentare il terrorismo, sarebbe bene che ci fermassimo un poco e facessimo un esame di coscienza «storico» perché questo uso peccaminoso e blasfemo lo abbiamo praticato anche noi cattolici. Diciassette anni dopo il giubileo di Sisto IV, nel nuovo mondo scoperto da Cristoforo Colombo si sarebbe imposto il battesimo con la spada: o l’acqua o la morte, sistema che dal 1507, anno della sua ordinazione e fino alla morte nel 1566, vide l’opposizione ferma del vescovo spagnolo Bartolomé de Las Casas, uno dei pochi che difese strenuamente, in nome del vangelo, i nativi delle colonie. I cattolicissimi regnanti di Spagna, Ferdinando e Isabella (costei si confessava ogni giorno), usarono la religione per ammazzare, trucidare e depredare gli Ebrei dichiarando guerra al popolo di Abramo solo per avidità di denaro. La Spagna per tutto il 1500 e 1600 – e successivamente anche l’Europa – sarebbe stata segnata da quella piaga purulenta che fu l’Inquisizione, la quale agì, condannò e uccise in nome di Dio, ma senza Dio e contro Dio. Non basta dire che bisogna leggere i fatti nel contesto del loro tempo perché ciò vale per le valutazioni ordinarie, ma di fronte all’uso del nome di Dio e della religione per giustificare la decisione di rubare le ricchezze altrui, c’è una scelta chiara, lucida e determinata di volere compiere un delitto immorale. Anche costoro nel 1500 leggevano il vangelo che è limpido e chiaro, come acqua di sorgente, allora come oggi.

Vittima di questa malvagità cattolica, macchia peccaminosa approvata da papi e vescovi che resterà indelebile fino alla fine della storia, furono anche san Giovanni della Croce e santa Teresa d’Avila, nipote di un ebreo, costretto a convertirsi per salvare la vita della propria famiglia. Teresa d’Avila disprezzerà l’Inquisizione, da cui per altro fu sfiorata, e difenderà il suo compagno di fede e padre spirituale, Giovanni della Croce, usando un linguaggio cifrato, come si evince dai suoi scritti, per esprimere tutto il suo disprezzo e la sua amarezza. Alcuni suoi manoscritti furono bruciati.

Sisto IV, sostenuto dal suo vice cancelliere, Rodrigo Borgia (futuro Alessandro VI), non voleva l’Inquisizione, ma cedette al ricatto del re «cattolicissimo» di Spagna, e il 1 Novembre 1478 emanò una bolla con cui istituiva un inquisitore non in tutta la Spagna, ma solo nella regione di Siviglia, cioè la regione che interessava i cattolicissimi sovrani. Una volta aperto, il vaso di Pandora non può più essere richiuso. Forti di questa licenza, Re Ferdinando e Isabella di Castiglia, ottennero l’autorizzazione di nominare inquisitori di loro fiducia. Il temibile Torquemada fu da loro nominato inquisitore generale e Sisto IV dovette pure lui riconoscerlo e approvarlo.

Papa Borgia e l’invenzione delle «Porte Sante»

sala_dei_misteri_resurrezione_con_alessandro_vi_02Frattanto, sulla scena della chiesa si affacciavano due tragiche figure che avrebbero condizionato la Chiesa in modo che l’eco arriva fino a noi. Da una parte la figura triste e nevrotica di Girolamo Savonarola (1452-1498), che, ubriaco di un modello teocratico di città, predicava solo sventure e distruzione in chiave apocalittica; dall’altra quella comica e immorale di Rodrigo Borgia, catalano trapiantato a Roma ed eletto papa nel 1492, l’anno che con l’avventura di Cristoforo Colombo avrebbe cambiato non solo il volto ma anche il modo di pensarsi del mondo intero.

Egli assunse il nome di Alessandro VI (1431-1503), passato alla storia come uno dei papi più lascivi e corrotti, a cominciare dalla sua elezione al soglio di Pietro che fu contrattata dai suoi scherani, manovrati dal figlio Cesare, con emissari di cardinali greci e francesi «apud latrinas». Il conclave che lo elesse fu il primo ad essere celebrato nella Cappella Sistina, già affrescata da Botticelli, Perugino e Ghirlandaio. Papa Alessandro VI, tra i suoi innumerevoli figli, ne riconobbe ufficialmente almeno due, Cesare e Lucrezia, avuti da Vannozza Cattanei, locandiera romana, sua amante per quasi venti anni. Stanco di lei, l’abbandonò sostituendola con Giulia Faese, sorella del futuro papa Paolo III. Poiché era disdicevole dire pubblicamente che il papa avesse dei figli, la curia romana che ne sa sempre una più del diavolo, escogitò il sistema di presentare Cesare o Lucrezia Borgia ai diplomatici e nelle udienze pubbliche come «nipoti di un fratello del papa»: il papa aveva veramente un fratello e così salvata la capra della verità, si potevano tranquillamente salvare anche i cavoli della formalità, mandando in malora ogni residua moralità.

Il Giubileo del 1500, che apriva un nuovo secolo e si apriva anche sul nuovo mondo (scoperto solo otto anni prima da Cristoforo Colombo, «raddoppiando» il mondo esistente), fu carico di grande significato simbolico e Alessandro VI, da fine diplomatico e oculato amministratore qual era, vi prestò la massima attenzione e lo curò con particolare dedizione. Intanto per la prima volta il papa approvò un rituale scritto che prevedeva l’apertura di quattro porte sante nelle quattro Basiliche papali: San Pietro (che era ancora un cantiere), San Giovanni in Laterano, Santa Maria Maggiore e San Paolo fuori le Mura. Ancora oggi, mutatis mutandis, è il rituale in uso. Il mondano Papa Borgia non poteva non pensare il giubileo come un teatro, in cui l’elemento spirituale passava in seconda linea per diventare una rappresentazione «visiva» del papato e del suo splendore. Il punto centrale dell’inaugurazione giubilare fu l’apertura della porta, accompagnata da fuochi di artificio, da giochi, da feste e da ogni forma di divertimento perfino dentro il palazzo apostolico, avendo bandito ogni forma di austerità e penitenza.

Il Giubileo del sollazzo

Papa Borgia inventò anche il recupero del Colosseo che da allora divenne letteralmente teatro di manifestazioni spettacolari. Per il 1500 egli incaricò l’arciconfrateita del Gonfalone di rappresentarvi la passione del Signore e le passioni dei martiri, permettendo contemporaneamente al figlio Cesare di organizzare una spettacolare festa di carnevale, in pieno anno santo, arricchita da una grandiosa parata militare. Nella quaresima del 1500, papa Alessandro VI dovette recarsi a Piombino e per l’occasione radunò tutte le donne e le ragazze più belle della cittadina toscana per fare baldoria e mangiare carne, con disprezzo delle regole liturgiche che regolavano in modo rigoroso il digiuno quaresimale, verso il quale il popolo era molto sensibile. Lo scandalo fu grande.

Probabilmente nello stesso anno santo del 1500, presente il papa e quindi questi consenziente, Cesare Borgia diede uno spettacolo che sarebbe rimasto come un marchio indelebile sull’abisso di abiezione che distinse non solo il papa catalano, ma anche tutta la sua disonorevole famiglia, anche per la data scelta.

«… A saggio della profonda sua immoralità e del suo cinismo, basti dire che una volta (era il dì di Ognissanti) Cesare Borgia convittò nel palazzo pontificio cinquanta meretrices honestae, cortigianae nuncupatae [prostittute oneste (in possesso di permesso di esercizio), dette cortigiane], come dice monsignor Burcardo; poi le fece danzare ignude co’ servitori e con altre persone; poi altri osceni spettacoli, che furono rappresentati alla presenza del papa e della Lucrezia sua figlia … E si può conchiudere che la corte del vicario di Dio non era meno laida di quella di Nerone» (Bianchi-Giovini, 1860, 32-33.42).

Le innovazioni giubilari introdotte da Alessandro VI non ebbero nulla di spirituale, ma furono tutte esteriori, superficiali e immorali come i suoi comportamenti e in quelli della sua corte. Forse queste mondanità avevano lo scopo di distrarre le popolazioni dalla guerra con i Turchi che, in lotta con Venezia, scorrazzavano in Friuli, giungendo a lambire Vicenza, anticamera della Repubblica veneta. Tra il 1415 e il 1500 vi furono non meno di nove incursioni che diffusero il panico non solo in quelle regioni, ma in tutta l’Italia del Nord. Nel 1503 Papa Borgia morì. Il suo cerimoniere annota che «morì con i sacramenti». La sua salma gonfiò così tanto che la bara non riusciva a contenerlo: i necrofori furono costretti a chiuderlo dentro a forza.

Lutero alle porte

Se, da una parte, il sec. XVI è il secolo del Rinascimento che nella letteratura, nelle arti, nella scoperta degli autori greci e nella scienza appena agli esordi (medicina, astronomia, architettura, navigazione, ecc.) trova il massimo del suo splendore, dando inizio veramente «a un nuovo mondo» anche in Europa, dall’altra parte per la Chiesa fu una catastrofe perché fu il secolo delle maggiori nefandezze, con Papi che avevano sostituito il senso del vangelo con lo spirito del mondo, incarnando «quel mondo» per cui Cristo stesso non aveva voluto pregare (cf Gv 17,9).

Cosa era successo? La Chiesa di Cristo, la sposa senza macchia, fu oscenamente mostrata agli occhi lubrichi del mondo immersa nella corruzione di ogni livello, nelle trame più oscure finalizzate al mantenimento del potere. I papi furono solo mecenati per la loro vanagloria e l’interesse delle loro famiglie, crocifiggendo  il Cristo non una, ma dieci, cento, mille volte. I rappresentanti di colui che, scalzo, portò la croce per essere scannato come agnello per i peccati del mondo, scelsero la mondanità, incuranti del popolo e della fede. Essi furono papi miscredenti perché di tutto si curavano tranne che di essere fedeli al loro mandato.

I giubilei persero il loro senso spirituale e divennero occasione per «grandi affari», funzionali al papa di tuo che li usò come arma di potere e sollazzo della corte. Non a caso la Chiesa e il mondo si trovavano alla vigilia della reazione di Martìn Lutero, che, fattosi voce della necessità di una «rifondazione» della Chiesa, avrebbe acceso la miccia di una deflagrazione senza pari: nel 2017 ricorrono i 500 anni dell’affissione delle «95 tesi sulle indulgenze» di Lutero, avvenuta il 31 Ottobre 1517 alla porta della Chiesa del castello di Wittemberg. Fu l’inizio della Riforma Luterana (Protestantesimo) e il principio del fallimento del papato.

Paolo Farinella, prete
(11, continua)

 

Paolo farinella