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Trincee dimenticate

Ai confini dell’Europa (9): il Nagorno-Karabakh

Nagorno-Karabakh
Simone Zoppellaro

Senza sbocchi sul mare, in prevalenza montagnoso, teoricamente parte dell’Azerbaigian, di fatto occupato dall’Armenia, il Nagoo-Karabakh (o Artsakh) è uno stato non riconosciuto da alcun paese al mondo. Quasi scomparsi gli azeri musulmani (appoggiati dall’Azerbaigian), l’attuale popolazione è armeno cristiana. Ignorato da tutti, in questa enclave il conflitto non è però mai terminato. Come testimoniano gli scontri e i morti del 2016.

Alle frontiere dell’Europa, dimenticato da tutti, c’è un luogo dove migliaia di giovani bruciano le loro esistenze nel fango e nel gelo delle trincee, mese dopo mese, anno dopo anno. Un luogo dove il tempo sembra sospeso da più di vent’anni all’epoca della Grande Guerra, come in un’oscura maledizione da cui nessuno riesce più a liberarsi. Ma anche un luogo da favola, fatto di paesaggi incontaminati, gente dal cuore antico, splendidi monasteri e ottimo cibo prodotto in loco da mani sapienti. È il Nagoo-Karabakh: un luogo dal nome che evoca, ai pochi che lo conoscono, uno dei conflitti più dimenticati del nostro tempo, a cui tutti – anche la comunità internazionale – sembrano essersi oggi arresi con un odioso fatalismo, quasi fosse un evento naturale e inevitabile.

Ma questo territorio, ricco di poesia e contraddizioni, è molto di più. Il Nagoo-Karabakh – per chi lo conosce in prima persona – non è soltanto una guerra: dai suoi tanti villaggi, dove si aprono squarci di grande umanità ma anche di vera disperazione, alla sua capitale de facto, Stepanakert – sonnolenta eppure ridente città di provincia -, fino alla natura che sembra avere la meglio – a tratti – sulla follia dell’uomo e sulle sue bandiere di morte. E non mancano anche moschee e minareti, in questo fazzoletto di terra, a ricordarci che – prima del drammatico spartiacque della guerra tra Armenia e Azerbaigian, scoppiata con la dissoluzione dell’Urss nel 1991 – questa era una terra plurale da un punto di vista etnico e religioso. Il Nagoo-Karabakh porta con sé storie di fughe e abbandoni, di rancore e nostalgia, di molti che questa terra amara e dolce – dove ci sarebbe posto per tutti – l’hanno dovuta lasciare per sempre. Ci riferiamo alle centinaia di migliaia di azeri che, da un giorno all’altro – con l’esplosione del conflitto – hanno dovuto abbandonare le loro case e i loro beni a rischio della vita.

Il Nagoo-Karabakh è oggi uno stato non riconosciuto da alcun paese al mondo, ed è tuttora ufficialmente parte della repubblica dell’Azerbaigian. Ma è anche un crogiuolo di storie che si incrociano, storie di chi, vent’anni fa, è stato costretto a partire senza poter più ritornare e di chi ci è arrivato partendo da lontano. Perché in questo lembo di terra si trovano anche migliaia di profughi che sono dovuti fuggire dall’Azerbaigian in quei drammatici anni, insieme – più di recente – ad alcune decine di famiglie di cristiani armeni (in molti casi, figli e nipoti dei sopravvissuti al genocidio armeno del 1915), fuggiti dalla guerra in Siria.

Anno 1991: lo scoppio

La questione del Nagoo-Karabakh è nata col tramonto del sistema sovietico che – pur con tutti i suoi limiti e contraddizioni – era riuscito a tenere a bada antiche tensioni più volte riesplose fra cristiani armeni e musulmani azeri, due popolazioni che per lungo tempo avevano condiviso nel bene e nel male i frutti di questa terra. «Nel nero velluto della notte sovietica», come la definiva il poeta russo Osip Mandelstam, le questioni di nazionalità – come ogni altro tema politico – erano semplicemente bandite, o tuttalpiù materia da discutere di nascosto, fra le quattro mura di casa. Con la Perestrojka di Gorbaciov, quel silenzio ha avuto finalmente fine. Senonché, come una pentola a pressione tenuta coperta per troppo tempo, lo scoppio è arrivato ancora più forte e fragoroso, provocando una improvvisa e irrefrenabile violenza. Il Nagoo-Karabakh è un piccolo territorio, grande poco più della Basilicata o dell’Abruzzo, situato nel Caucaso del Sud, una regione stretta fra tre giganti: la Turchia, la Russia e l’Iran. Oggi vi si trovano poco meno di 150.000 abitanti. Il genio criminale di Stalin decise, per ragioni di opportunità politica, di assegnarlo negli anni venti alla Repubblica socialista sovietica dell’Azerbaigian, nonostante vi si trovasse già all’epoca una larga preponderanza di armeni. Una maggioranza non omogenea, allora, in una terra – il Caucaso – da sempre declinata al plurale. Cosa che si evince anche dal nome di questo stato non riconosciuto: Nagoo-Karabakh, tre lingue che si fondono in un solo toponimo. Il «giardino nero di montagna», così potremmo tradurlo in italiano, è un’espressione che coniuga russo («nagoo», che vale per montagnoso), turco («kara», ovvero di colore nero) e persiano («bakh» significa giardino). I suoi abitanti, invece, preferiscono chiamarlo con il toponimo esclusivamente armeno di Artsakh.

Ebbene, con l’entrata in crisi dell’Urss alla fine degli anni Ottanta, la maggioranza armena del Karabakh si attiva per rivendicare l’indipendenza dall’Azerbaigian e ricongiungersi con l’Armenia. Lo fa con un referendum, nel 1991. Una cosa inaccettabile, per gli azeri, tant’è vero che ne nascerà un conflitto destinato a durare per un quarto di secolo, arrivando fino ad oggi.

Bilancio di una guerra lontana dai riflettori

Trentamila morti, oltre un milione fra profughi e sfollati (vedi riquadro), interi villaggi rasi al suolo, una corsa agli armamenti che produce povertà e insicurezza: questo il tragico bilancio di un conflitto che in molti, per lungo tempo, si sono ostinati a considerare congelato. Questo almeno fino all’inizio di aprile, di quest’anno, quando la tensione è tornata a esplodere incontrollata. Oltre trecento morti in quattro giorni di scontri, fra carri armati ed elicotteri abbattuti, e ancora interi villaggi da cui la popolazione civile è stata costretta a sfollare. Quest’improvvisa esplosione di violenza ha riportato a galla una questione – quella del Karabakh – a lungo sepolta, sempre lontana dai riflettori. Ma non si è sparato soltanto ad aprile. Morti lungo quella lunghissima frontiera si hanno praticamente ogni mese, se non ogni settimana, da tantissimi anni. Il cessate il fuoco raggiunto nel maggio del 1994 ha prodotto uno stallo diplomatico a cui non è seguito alcun accordo di pace. Ogni iniziativa diplomatica è naufragata, e così – nonostante periodi di calma apparente – non si è mai finito di morire.

Per gli armeni, che la guerra l’hanno vinta conquistando per intero il territorio, questa terra è loro, tant’è vero che l’hanno proclamata repubblica indipendente, pur senza riuscire a giungere ad alcun riconoscimento internazionale. Il Karabakh si è provvisto di un presidente, un parlamento e istituzioni, ed elegge con votazioni democratiche i suoi rappresentanti. Per gli azeri, invece, che non si sono rassegnati alla sconfitta, questa terra non può essere che loro, e puntano a riavere indietro tutto il territorio conteso.

Benvenuti a Stepanakert

Ma come si presenta il Nagoo-Karabakh, e come ci si arriva? Si tratta di una regione quasi inaccessibile, senza alcun aeroporto attivo, che si raggiunge solo via terra attraverso un’unica, tortuosissima strada, che parte dall’Armenia. Tutte le altre vie e frontiere sono chiuse e inaccessibili. Giunti al confine di questo stato che non c’è, per entrare alla fine basta un visto – curiosamente scritto a mano – rilasciato a una piccola dogana, ma anche presso un ufficio di rappresentanza a Yerevan.

Dopo circa sei ore di viaggio dalla capitale armena, in macchina o in autobus, si arriva a Stepanakert, il centro maggiore della regione. Si tratta di una cittadina di oltre 50.000 abitanti che, a differenza di tutti gli altri centri urbani del Karabakh, si trova in un ottimo stato. Qui hanno sede il parlamento e le varie istituzioni dell’autoproclamata repubblica, ma anche molti negozi, ottimi ristoranti, e persino un pub dove si può assaggiare una birra prodotta in loco. Nonostante la tensione resti alta, si è persino riusciti a sviluppare, pur senza toccare grandi numeri, il settore turistico. Vi si trovano così diversi ottimi alberghi, e persino un piccolo ufficio turistico nel centro di Stepanakert.

Ma onnipresente è la guerra, almeno nel pensiero. Qui tutti hanno combattuto, tutti hanno parenti o amici che hanno perso la vita. Sotto l’apparenza di normalità, scorrono vene profonde di dolore, per quanto non subito percettibili. Eppure, in superficie, l’atmosfera di provincia è quella che si respira in ogni altra parte del mondo. In piazza della Repubblica, che costituisce il cuore di questa cittadina, fra una macchina e l’altra si può sentire il frinire dei grilli anche in pieno giorno. Gli sforzi per tirare a lucido la città – anch’essa distrutta dalla guerra – sono stati notevoli, e il risultato è tutt’altro che sgradevole.

Benvenuti a Shushi

Ben diverso il caso di Shushi (chiamata ?u?a in lingua azera). Nonostante gli sforzi del governo, la cittadina non si è più ripresa dal conflitto. Benché sia solo a pochi chilometri da Stepanakert, i prezzi delle case sono molto più bassi. Facile capire il perché: molti gli edifici abbandonati, e ancor più numerosi quelli che portano segni di proiettili o esplosioni. Tutto qui odora di macerie. Le nuove costruzioni, molto curate – un ufficio del turismo, il mercato coperto e un albergo di proprietà di un armeno libanese – non fanno che mettere in risalto ancor più la desolazione circostante, in contrasto stridente. Qui i bambini giocano alla guerra fra gli edifici sventrati dalle bombe, mentre gli adulti – in molti casi profughi che hanno lasciato l’Azerbaigian negli anni Novanta – trasudano disperazione.

Tanti anche i monumenti che raccontano il passato multietnico della città, ormai perduto, e la storia di questo conflitto: due moschee e una scuola coranica, alcune case di chiara impronta islamica. La cittadina di Shushi – situata su un’altura da cui le truppe azere bombardavano notte e giorno Stepanakert – fu al centro della battaglia più importante della guerra del Nagoo-Karabakh. La sua presa nel 1992 da parte degli armeni rappresentò una svolta del conflitto, e tutti qui ancora la ricordano con emozione. Prima dell’entrata nella città, provenendo dalla capitale, un carro armato T-72 – usato dagli armeni e divenuto simbolo della vittoria – è lì a ricordarlo.

Freddo, fango e filo spinato

La strada che congiunge la capitale de facto, Stepanakert, alla cittadina di Martakert è un vero pugno allo stomaco. Uno dopo l’altro scorrono, accanto a chi la percorre, villaggi distrutti e in rovina. Il caso più celebre è quello di Aghdam, chiamata l’Hiroshima del Caucaso, dato che è completamente rasa al suolo. Terribile anche la situazione in cui versa il villaggio di Talish, dove si è combattuto casa per casa ad aprile, e la popolazione è oggi interamente sfollata.

A pochissimi chilometri dalla strada e da questo villaggio, scorre l’infinita frontiera con l’Azerbaigian dove, da una parte e dall’altra, i giovani del Caucaso trascorrono il loro tempo chiusi in trincea. Uno spettacolo agghiacciante: ragazzi con un kalashnikov in mano che, nel freddo e nel fango, prigionieri di una noia e di una solitudine impossibili da combattere, passano le loro giornate in condizioni di estrema povertà e privazioni. Lungo il filo spinato, pendono barattoli di latta, usati – insieme ai cani lupo alla catena – per prevenire possibili incursioni. La tecnologia pare completamente assente, in un paesaggio in tutto e per tutto simile a quello della prima guerra mondiale.

Una waste land che è un fallimento di tutti, e non solo dei governi locali. Tutti i tentativi – invero neanche troppo convinti – dell’Ue, della Russia e degli Stati Uniti per arrivare a una soluzione diplomatica sono naufragati. Il risultato è paradossale, assurdo. Una terra a bassissima densità abitativa, verde, boschiva e dall’enorme potenziale per allevamento e agricoltura, resta così imprigionata in un limbo che ha l’amaro sapore dell’inferno. Entrambi membri del Consiglio d’Europa, Azerbaigian e Armenia mandano a morire i loro figli, compromettendo il loro stesso futuro, ormai da un quarto di secolo per contendersi questo fazzoletto di terra privo di risorse quali petrolio o gas. Un grido, il loro, troppo a lungo dimenticato, qui ed altrove.

Simone Zoppellaro*

 

* Simone Zoppellaro, giornalista freelance, per 7 anni ha lavorato fra l’Iran, l’Armenia e la Germania. È corrispondente per l’Osservatorio Balcani e Caucaso. Scrive tra gli altri per il Manifesto e La Stampa. Autore del libro «Armenia oggi» (Guerini e Associati). Roberto Travan, giornalista professionista. Come fotografo indipendente ha seguito le missioni militari italiane in Afghanistan, Repubblica Centrafricana, Kosovo. Ha documentato la guerra in Ucraina e le recenti tensioni in Tunisia. Per i servizi realizzati in Nagoo-Karabakh, non potrà entrare in?Azerbaigian per i prossimi 5 anni. I suoi servizi sono stati pubblicati da La Stampa – giornale in cui lavora dal 1989 – e tradotti in diverse lingue.

 

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