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DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

Fuga dalle campagne città al colasso

Urbanizzazione in Asia: Cina, India e Corea del Nord

Cina, mercato (Paolo Moiola)
Cina , India, Corea del Nord
Gabriele Battaglia, Alessandra Colarzi, Matteo Miavali, Andrea Pira e Paolo Moiola

Migrazioni e megalopoli

«Casa-macchina», un sogno che si paga

Con una valigia di sogni (e di illusioni), milioni di persone si spostano verso le città, che crescono a dismisura. Così come aumentano i problemi, in primis quello dell’inquinamento.

Nella Hong Kong degli anni immediatamente precedenti all’handover (restituzione) del 1997, i prezzi degli immobili schizzarono in alto. Favorite dall’ultimo governo coloniale britannico, le immobiliari avevano costituito un vero e proprio cartello del mattone e del cemento che diminuì il parco case disponibile e intascò un boom dei prezzi del 400 per cento tra il 1992 e il 1996.

In quegli anni, alcune comunità urbane autonome riuscivano ancora a ritagliarsi uno spazio tra i grattacieli. Il caso forse più leggendario fu la «Walled City», la Città Murata di Kowloon, il posto più densamente popolato al mondo. Nel 1987 ci vivevano 33mila persone compresse in 2,6 ettari, con appartamenti grandi una sola stanza. La sua unicità nasceva dal fatto che era la sola parte di Hong Kong che non fosse stata ceduta dalla dinastia mancese Qing alla Corona britannica, dopo le sconfitte militari dell’Ottocento. Era però irraggiungibile dall’amministrazione di Pechino e, al contempo, era un’enclave sottratta alla legge coloniale britannica. Nel Novecento, si riempì di cinesi che a ondate fuggivano dal loro paese.

Nel 1994, la Città Murata fu demolita. I britannici, che stavano per restituire Hong Kong alla Cina, non volevano lasciarsi alle spalle luoghi «indecenti» che avrebbero potuto essere utilizzati strumentalmente contro l’immagine della Corona.

Nel nome del decoro, sopravvisse dunque un solo «modello Hong Kong», quello ripulito dalle forme di vita alternative.

Il modello Hong Kong si estese alla Cina e a tutta l’Asia. Si basa su diversi fattori, il primo è la crescita di un nuovo ceto medio che sul binomio «casa-macchina» fonda la propria identità e la propria idea di benessere. Sono i nuovi piccoli borghesi che, in tutto il continente sempre più urbanizzato, comprano immobili per abitarli, ma anche per specularci a loro volta, perché in società dove non esiste ancora un welfare compiuto (sanità, pensioni), il mattone è il modo migliore per garantirsi un tesoretto per i tempi grami, per mandare i figli a studiare all’estero o per comprare nuove case e nuove macchine. In Cina, la leadership ha letteralmente creato il ceto medio sulla proprietà immobiliare, incentivando funzionari e dipendenti pubblici ad acquistare le case che già abitavano. Ma anche i «donju» (signori dei soldi) nord coreani indicano che la rendita immobiliare è ormai il principale mezzo di accumulazione globale a prescindere dai modelli politico-economici.

Il secondo fattore della diffusione del modello Hong Kong è la disponibilità di forza lavoro a basso costo. Si tratta quasi sempre di ex contadini fuggiti o espulsi dalle terre, che si riversano nella metropoli a cercare lavoro. Le campagne così si svuotano creando vari problemi economici, come la necessità di riorganizzare l’agricoltura affinché produca abbastanza cibo per le megalopoli in espansione, a fronte di una riduzione progressiva dei terreni disponibili. Tra i problemi sociali, il più noto è invece quello dei minori e degli anziani abbandonati. In Cina sono circa 61 milioni i «liushou ertong», cioè i «bambini lasciati indietro», che accumulano ritardo sociale e sono a rischio devianza o violenze. Se chi resta in campagna si condanna a vivere una condizione di serie B, anche il lavoro vivo di chi si inurba arricchisce soprattutto gli altri. Qualora però gli inurbati di seconda o terza generazione riescano ad accumulare il necessario, eccoli divenire nuovo ceto medio che ingrossa le megalopoli e il caos che le attraversa.

Si arriva quindi al problema dell’inquinamento, dovuto non solo alle automobili e all’alta concentrazione di attività industriali – è questo per esempio il caso della Cina «fabbrica del mondo» -, ma alla stessa densità demografica. Succede così a Delhi, in India, dove la quantità di umani che usano rifiuti come combustibile domestico rende inutile l’adozione di targhe altee. O a Ulan Bator, capitale di quella Mongolia che è sinonimo di cieli azzurri, che diventa d’inverno una delle città più inquinate del pianeta, perché con temperature sui 30 sotto zero, gli abitanti di Cingeltej, l’enorme slum di ger (yurte) sul lato Nord della città, si scaldano e cucinano usando come combustibile tutto ciò che capita loro a tiro.

È una brutta gatta da pelare: l’urbanizzazione dovrebbe creare il nuovo ceto medio competitivo su scala globale e creare consenso per i governi. Ma espone anche a nuovi, grandi problemi.

Gabriele Battaglia
direttore di China Files


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