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Viaggio in Ecuador: l’alunno e il professore

Buen vivir, indigeni, natura, petrolio / 2

Papa Francesco e il presidente dell'Ecuador Rafael Correa (AFP/Luis Robayo)
Ecuador
Paolo Moiola

Sempre alternativo in forza di una grande preparazione culturale, padre François Houtart, sociologo e professore, analizza quella che lui definisce la «crisi multidimensionale» (economica, ambientale, di valori) del mondo odierno. L’ambizione è quella di arrivare a una «Dichiarazione universale del bene comune dell’umanità». Lo abbiamo incontrato a Quito, dove vive in  una stanza di pochi metri quadrati. Una scelta di vita sobria all’insegna della coerenza con quanto da sempre insegna. Anche a Rafael Correa, suo ex alunno, oggi presidente dell’Ecuador, del quale dice…

Quito. François Houtart – sacerdote, sociologo, professore – è un personaggio affascinante: per quello che ha fatto, per quello che dice, per l’energia che sprigiona a dispetto dei suoi 91 anni. Oggi vive a Quito, alloggiando in una stanzetta di pochi metri quadrati con un letto e molti libri. E sulle pareti alcuni poster di personaggi latinoamericani.

Nato in Belgio, François Houtart conosce l’Ecuador dagli anni Settanta, ma vi risiede stabilmente soltanto dal 2010. Attualmente è professore (principal, come lui stesso sottolinea) all’«Instituto de Altos Estudios Nacionales» (Iaen), un’istituzione universitaria pubblica di specializzazione postlaurea.

«Libero dagli impegni all’Università di Lovanio e del Cetri (Centro Tricontinentale), ho accettato volentieri. Questo è un paese geograficamente molto ben collocato. Da qui posso andare facilmente in tutti i paesi latinoamericani. Quito inoltre è una città culturalmente straordinaria con varie università (la Flacso1, l’Università andina, e molte altre) e istituzioni come la Unasur2. Oltre che insegnare, posso scrivere e pubblicare».

E poi – osserviamo – l’Ecuador è un paese che si è dotato di una Costituzione realmente innovativa. Il professor Houtart conferma, pur con qualche distinguo: «Forse contiene troppi articoli, ma è realmente all’avanguardia. In essa si sono introdotti i concetti di paese plurinazionale e pluriculturale. E poi, unica al mondo, i diritti della natura. Certamente, una cosa è scrivere una Costituzione e altra cosa è applicarla. E in questo senso, anche qui in Ecuador, c’è un abisso tra il testo e ciò che accade nella realtà. In altre parole, l’applicazione di una carta costituzionale non è un dettaglio! Come mi commentava con ironia un amico boliviano: “In Bolivia abbiamo una Costituzione magnifica, però tutte le leggi sono anti-costituzionali”. Questa è ovviamente un’esagerazione, ma il problema esiste».

La Costituzione è stata varata durante il primo mandato del presidente Rafael Correa del quale il professor Houtart racconta: «Fu un mio alunno all’Università di Lovanio e al Cetri. Io gli diedi soltanto un corso di sociologia della religione, perché lui era un economista. Però ebbi occasione di conoscerlo abbastanza bene. Poi, divenuto politico e presidente, Correa mi invitò in varie occasioni. Oggi abbiamo una corrispondenza abbastanza frequente. Anche se non ci troviamo d’accordo su varie cose».

Questa crisi non si cura con più neoliberismo

Nel mondo sono evidenti sia il fallimento distruttivo del sistema economico neoliberalista che il rapido aggravarsi della questione ambientale. Per questo François Houtart parla di una «crisi multidimensionale», una crisi che è al tempo stesso finanziaria, economica, alimentare, energetica, climatica, una crisi di sistema, valori e civilizzazione.

«Eppure – spiega il professore – in Asia il neoliberalismo3 appare come un’opportunità di sviluppo. Identicamente in Africa, in Medio Oriente e nella stessa Europa, dove le misure contro la crisi sono, semplicemente, aumentare il neoliberismo».

«Non dico che si debba arrivare subito a un nuovo paradigma, a quello che io chiamo “il bene comune dell’umanità”. Sarebbe utopico e illusorio. Ma si potrebbero fare passi in questa direzione. Finora invece ci sono stati soltanto adattamenti del sistema alle nuove domande sociali e culturali».

Fino a poco tempo fa – osserviamo -, l’America Latina sembrava il luogo della sperimentazione e dell’alternativa, poi anche qui tutto ha iniziato a crollare. Dal Venezuela all’Argentina, passando per le sconfitte (pur diverse) di Dilma in Brasile e di Evo Morales in Bolivia. «Però – obietta Houtart -, l’America Latina è stato l’unico luogo dove un cambiamento si è tentato. Com’è avvenuto in Ecuador. Qui è stato fatto qualcosa di notevole: ricostruire lo stato e i cittadini; dare più importanza ai servizi pubblici come la salute e l’istruzione. Il modello di Correa è sì un modello post-neoliberista, ma non ancora post-capitalista. Come d’altra parte lui stesso riconosce».

«Il problema è che la maggior parte dei leader politici stanno ancora nell’antica visione dello sviluppo inteso come sfruttamento della natura e all’interno di una modeità vista come non accettazione delle tradizioni e delle culture diverse. Non sono entrati in questa nuova prospettiva dove la natura e la cultura sono elementi fondamentali dello sviluppo umano. Occorre formare nuovi leader ma senza troppi indugi perché questa situazione può tramutarsi in un disastro».

La natura e i suoi diritti

Natura come risorsa da sfruttare versus natura come fondamento di sviluppo. La Costituzione dell’Ecuador ha fatto una scelta chiara dedicando quattro articoli ai «diritti della natura»4.

«La prima difficoltà – spiega Houtart – sta nel definire cosa significhi diritto della natura. Soltanto nella cosmovisione indigena la natura è un essere vivente che prova sensazioni. Alberi, fiumi, animali sono nostri fratelli e sorelle. Questa visione è magnifica ma non si adatta alla mentalità della maggioranza della gente d’oggi».

Houtart ricorda la Conferenza mondiale per i diritti della Madre Terra tenuta a Cochabamba, in Bolivia, nel 2010. «C’erano oltre 30mila indigeni a parlare di cosmovisione, cambio climatico e diritti della Madre Terra, della Pachamama (in lingua quechua). Si tentò di imporre un testo che però trovò l’opposizione, ad esempio, di Via Campesina5».

«Qual è il problema? È l’integrazione dei diritti della natura in una prospettiva giuridica. Perché la natura, come risulta evidente, non può difendere le sue prerogative. Sono soltanto gli esseri umani che possono riconoscerle e quindi difenderle. O, al contrario, violarle o distruggerle. Dunque, il diritto della natura è – com’è stato detto – un “diritto vicario” di cui cioè non si può parlare senza la intermediazione dell’uomo. E qui entra in campo la coscienza e la responsabilità umana davanti alla natura».

E su questo punto la fiducia di padre Houtart sembra vacillare: «Sto lavorano sul settore agrario e vedo un’agricoltura campesina e indigena completamente abbandonata. Sto visitando l’Amazzonia in vari paesi e sono rimasto impressionato dalla sua distruzione sistematica e dalle conseguenze che ciò comporta. Dei temi ambientali parla anche l’enciclica di Francesco, ma non so quanti l’abbiano veramente letta».

Indigeni: popoli o semplici cittadini?

La Costituzione dell’Ecuador dedica uno spazio importante ai popoli indigeni6. Com’è la loro situazione?

«C’è stato – risponde Houtart – un rinascimento dell’identità indigena. La loro cultura è uscita dalla clandestinità. Per esempio, oggi gli sciamani sono riconosciuti. Io ho partecipato assieme a loro a una cerimonia pubblica in veste di sacerdote cattolico. La loro partecipazione alle ultime elezioni è stata massiccia. In questo sono evidenti i meriti di mons. Proaño»7.

Gli ricordiamo che, stando agli ultimi dati, in Ecuador gli indigeni sarebbero non più di un milione di persone. «Ma questo non corrisponde alla realtà – obietta Houtart -. Dipende dalle domande che vengono fatte durante il censimento. C’è sempre una certa manipolazione. Io penso che in realtà gli indigeni possano arrivare al 30% del totale. In questa società essi hanno un peso importante. Anche se, negli ultimi 30 anni, c’è stato un cambio strutturale importante con la crescita di una classe media, specialmente con Correa che ha potuto usufruire di molte entrate».

I cambi strutturali nella società ecuadoriana di cui parla il professor Houtart hanno prodotto effetti anche sulle popolazioni indigene.

«C’è stata – spiega – una crescente urbanizzazione e al contempo un abbandono delle campagne e specialmente dell’agricoltura campesina. Questo significa che una gran parte della popolazione indigena adesso è urbana. E qui i giovani si interessano certamente più dei cellulari che delle loro origini. È un processo di cambio culturale. Le organizzazioni hanno quindi perso una parte della loro base sociale e della loro forza politica».

In tutto questo entra il progetto che Correa e il suo governo hanno chiamato Revolución Ciudadana.

«Che non è – precisa Houtart – un progetto socialista. Rafael Correa e Alianza País – una coalizione tra una parte della sinistra e una parte della destra – parlano di un capitalismo moderno. Vogliono avere tutti cittadini con stessi diritti e stressi doveri all’interno di un società modeizzata».

E di conseguenza – diciamo inserendoci nel discorso – anche gli indigeni sono cittadini come tutti gli altri. «Sì, ma cittadini – come afferma il presidente – “arretrati”, che si debbono modeizzare. E?che non vengono riconosciuti come popoli. Mai è stata applicata la Costituzione che, nel suo articolo 1, parla di plurinazionalità. Mai c’è stata la definizione e il riconoscimento dei territori indigeni. Gli indigeni più coscienti – quelli riuniti nella Conaie – soffrono molto questa situazione come un’aggressione culturale e politica. Per questo dopo aver appoggiato Correa, poco a poco ne hanno preso le distanze8. Le ultime leggi – quelle sull’acqua (giugno 2014, ndr) e sulla terra (gennaio 2016, ndr), per esempio – escludono i gruppi indigeni, a dispetto di un vocabolario che appare in loro favore. Si favorisce un’agricoltura per l’esportazione, fatta di monocolture, facendo sparire i piccoli produttori sia indigeni che contadini. In questo modo la frattura con il governo si è ampliata sempre più. Il rischio è che, a causa del conflitto con Correa, una parte del movimento indigeno possa cercare un accordo con la destra. Una destra che mai li difenderà, ma che vuole soltanto utilizzarli».

Una frattura che si è approfondita anche a causa del modo di esprimersi del presidente. Houtart conferma: «Sì, il linguaggio utilizzato da Correa nei confronti degli indigeni è spesso volgare. Ed è un vero peccato perché Rafael Correa è l’unico leader politico che parla quechua».

Parco Yasuní: biodiversità o petrolio?

Dalla bellissima (ma spesso inattuata) Costituzione alla bellissima promessa di Correa (era il marzo del 2007) di non toccare il Parque nacional Yasuní, vero scrigno mondiale della biodiversità, ma anche importante riserva petrolifera. A quanto pare siamo davanti a una promessa non mantenuta, professor Houtart.

«L’Ecuador – racconta lui – decise di fare una proposta alla comunità internazionale e cioè di non toccare quel petrolio se la stessa comunità avesse aiutato pagando, per un certo numero di anni, la metà di quello che il paese avrebbe potuto guadagnare con lo sfruttamento di quei giacimenti. Ci furono risposte positive in particolare della Germania. Poi tutto decadde con l’arrivo al potere della signora Merkel. A quel punto il presidente Correa disse che la comunità internazionale non aveva risposto alla proposta dell’Ecuador e che dunque avrebbero iniziato a sfruttare il petrolio. Detto questo, il piano “b” già esisteva perché c’erano interessi economici locali che spingevano a sfruttare quei giacimenti. Il governo disse: andremo a sfruttare soltanto poco più dell’1 per cento del parco, utilizzando le migliori tecnologie. Dalle mie informazioni risulta invece che la distruzione locale è assai più grande di quanto il governo asserisce».

Nel parco e nelle immediate vicinanze vivono almeno tre differenti gruppi indigeni: gli Shuar, i Quichua e soprattutto gli Huaorani. Contro la decisione di iniziare lo sfruttamento petrolifero dello Yasuní ci sono state proteste indigene, ma non con voce unisona.

«Il governo – racconta Houtart – è riuscito a ottenere l’appoggio della maggior parte dei sindaci del territorio – una quarantina, gran parte dei quali indigeni -, promettendo loro che una parte sostanziosa dei guadagni sarebbero andati alle municipalità».

A sorpresa l’opposizione è arrivata dalla società civile. «C’è stata una reazione molto forte della gioventù, specialmente di quella urbana. Si è creato il movimento Yasunidos. E ha avuto un successo straordinario, riuscendo a raccogliere più di 700 mila firme contro lo sfruttamento petrolifero. La verifica governativa ha però ridotto le firme valide a meno di 300 mila».

Si è così riusciti a impedire il referendum popolare. E Correa ha mostrato il suo lato più negativo, non perdendo occasione per apostrofare con sarcasmo gli oppositori: «Gringuitos con la panza bien llena», «indios infantiles». Adesso tutto è in mano al mercato: con i prezzi del petrolio così bassi, l’estrazione nello Yasuní non è conveniente. Per altro verso, gli immani disastri compiuti dalla Chevron in altre zone del paese (ne parleremo, ndr) rimangono come monito indelebile.

L’ex alunno: ottimo sì, pessimo pure

A conclusione della lunga conversazione, torniamo a parlare dell’ex alunno, del presidente Rafael Correa. «Felicemente – spiega il suo ex professore – egli ha rinunciato alla rielezione9. Forse per ragioni più familiari che politiche. Però, dato che è giovane, potrebbe prendersi quattro anni di riposo e poi ripresentarsi nuovamente. Non ho obiezioni al riguardo, ma spero che lui approfitti di questo periodo per leggere, incontrare gente, per viaggiare e soprattutto per trasformare la sua visione adattandola alla realtà del mondo attuale. È un uomo sincero. A volte troppo sincero. E a volte anche un po’ prepotente, perché non accetta consigli. Ma è un uomo di valore e un gran lavoratore».

Insistiamo perché il professore dia un voto al suo ex alunno. «Il voto a Correa – risponde dopo qualche esitazione – dipende dal punto di vista. Se è da quello della modeizzazione della società ecuadoriana, il voto è 8 o 9. Se è dal punto di vista dello sviluppo umano fondamentale, allora diventa 2 o 3». E un sorriso si apre sul suo volto gentile.

Paolo Moiola
(fine seconda puntata)

Note

1 – La Flacso è la «Facultad Latinoamericana de Ciencias Sociales» presente in una quindicina di paesi del continente.
2 – L’Unasur – «Unión de Naciones Suramericanas» – è un’organizzazione di cooperazione che include 12 paesi latinoamericani.
3 – Neoliberalismo e neoliberismo sono termini molto spesso usati come sinonimi. In realtà, il primo si riferisce più alla politica, il secondo all’economia.
4 – Si veda Derechos de la naturaleza in Titolo secondo, Capitolo settimo, art. 71-74.
5 – Via Campesina è il movimento internazionale dei piccoli produttori e lavoratori della terra.
6 – Si veda Titolo secondo, Capitolo quarto, articoli 56-60.
7 – Di mons. Proaño abbiamo parlato nella prima puntata di questa serie, in MC di maggio.
8 – Ricordiamo la marcia indigena di protesta dal Sud fino a Quito dell’agosto 2015 e le proteste del marzo 2016.
9 – Della questione abbiamo scritto nella prima puntata, MC maggio.


Passato e presente della chiesa cattolica

«Quando l’amico Wojtyla uccise la teologia della liberazione»

Le visioni differenti di papa Giovanni Paolo II?e papa Francesco; le differenze ontologiche tra dottrina sociale della chiesa e teologia della liberazione; la situazione in Ecuador: le risposte di François Houtart.

Padre Houtart, quando ha incontrato per la prima volta la chiesa dell’Ecuador?

«Negli anni Settanta, ai tempi di mons. Proaño, il vescovo di Riobamba, ma soprattutto il vescovo degli indios. Varie volte egli mi invitò qui per tenere corsi di sociologia della religione nell’istituto di pastorale del Celam».

A luglio 2015, durante la visita di papa Francesco all’Ecuador, il presidente appariva più entusiasta degli esponenti della gerarchia cattolica locale.

«La dimensione religiosa è molto forte in America Latina. Rafael Correa, per esempio, è un uomo profondamente credente. È un uomo della dottrina sociale della chiesa, ma non della teologia della liberazione. Per questo s’intende molto bene con Francesco, che appunto è un papa della dottrina sociale della chiesa».

Che differenza passa tra l’analisi della realtà fatta dalla dottrina sociale e quella fatta dalla teologia della liberazione?

«Con la prima si condanna il capitalismo per i suoi effetti, ma non per la sua logica. Al contrario, la teologia della liberazione analizza la realtà in termini di struttura sociale, ovvero di classi sociali. Insomma, si tratta di due letture diverse».

 

Lei ha vissuto la teologia della liberazione fin dagli inizi. Ha conosciuto tutti i suoi principali esponenti. Com’è morta?

«È stata fermata, specialmente da Giovanni Paolo II, con il quale peraltro fui amico durante 30 anni. Ma è stato il papa che ha ucciso la teologia della liberazione e le comunità di base. E che ha spinto verso l’emarginazione tutti i vescovi progressisti all’episcopato latinoamericano».

Professore, è giusto dire che la teologia della liberazione sia stata ripudiata e poi affossata perché utilizzava strumenti di analisi propri della sinistra?

«È così. La Tdl ha incontrato nel marxismo un metodo di analisi della società più adeguato alla situazione reale, alla oppressione dei popoli e alla distruzione della natura».

Anche sotto questo aspetto lo stile improntato da papa Francesco pare però molto diverso.

«Il modo di comportarsi del papa attuale ha creato una nuova speranza e un nuovo clima. Per esempio, recentemente l’arcivescovo di Cali, mons. Darío de Jesús Monsalve, ha parlato (il 15 novembre 2015, ndr) della necessità di una riabilitazione di Camilo Torres come cristiano e come sacerdote. Questo non sarebbe stato possibile senza papa Francesco».

Ci rimane da fare un commento sulla chiesa cattolica dell’Ecuador.

«In Ecuador, purtroppo, abbiamo una chiesa gerarchica completamente conservatrice e sotto l’influenza dell’Opus Dei. Mentre la tradizione di mons. Proaño è stata completamente cancellata».

Paolo Moiola

 

 

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Paolo Moiola