Rivista Missioni Consolata

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Marocco: oltre l’Atlante

Reportage dal paese nordafricano

Berber camp in Merzouga Sahara Marocco (Antonio Cinotti)
Marocco
Paolo Bertezzolo

Da Marrakech alle montagne lussureggianti di vegetazione, alla valle delle rose, alle dune del deserto. Attraversando la catena montuosa del Grande Atlante. Un racconto di viaggio e di incontri, con una piccola lezione di tolleranza religiosa.

Hamed vive solo, su una duna del deserto dopo Touroug (villaggio berbero nella zona di Merzouga, regione di Meknès-Tafilalet, ndr), alle falde del Jebel Gougnant. I monti, intorno, del colore della sabbia, sono ricchi di fossili. Lui raccoglie le rocce e le spezza, liberando i preziosi reperti che dimostrano come queste zone un tempo fossero immerse nel mare. Oltre a lui, molti altri si dedicano alla stessa attività. Il commercio dei fossili è una delle risorse più importanti del luogo. Hamed, tuttavia, non li vende alle ditte che li portano nei redditizi mercati delle città. Attende i turisti che passano di qua e contratta con loro. Ha quindici anni. Di giorno lavora, la sera si ritira nella sua tenda che, bassa sulla sabbia, si intravede più in là, quasi al limite della duna. Anche noi, dopo aver trattato un po’, compriamo qualcosa.

Solidarietà berbera

Riprendiamo quindi il viaggio, a bordo del fuoristrada di Hassan, sul quale stiamo visitando questi luoghi, all’inizio del Sahara. Alla guida, tuttavia, oggi non c’è Hassan. Per impegni di famiglia, ha momentaneamente affidato noi e il suo prezioso mezzo al fratello più giovane, Abdullah.

Ci siamo accorti che, prima di lasciare Hamed, il ragazzo venditore di fossili, Abdullah ha confabulato un po’ con lui e si è preso una banconota. Gli chiediamo cosa si siano detti. «Hamed ha bisogno di pane – ci risponde Abdullah -, è rimasto senza. Mi ha chiesto di portargliene diverse pagnotte, e mi ha dato i soldi per pagarle. Ma sono molti di più di quelli che servono». «Quindi toerai da lui, più tardi», gli rispondiamo. Ma la guida ci fa osservare, ridendo, che è impegnata con noi e non può farlo. Senza che gli chiediamo altre spiegazioni aggiunge che ha promesso di portare l’ordine e il denaro ad alcuni suoi amici che compreranno il pane e lo porteranno ad Hamed con i soldi avanzati. «Dunque conosci bene Hamed», gli chiediamo. «No, non l’avevo mai visto prima». Nel deserto, spiega, tra i berberi, ci si comporta così. Chiunque, quando ha bisogno di qualcosa, sa di poter contare sull’aiuto degli altri. Non c’è neppure l’ombra del sospetto che uno possa approfittae, mancando di parola o abbandonando l’altro nel bisogno. «Io oggi lo aiuto perché lui ha bisogno di me, e so che, anche se non ci conoscevamo prima, quando ci incontreremo di nuovo, pure tra dieci anni, e fossi io ad avere bisogno di lui, Hamed si ricorderà di me e mi aiuterà».

«Io amo la vita»

Abdullah è un ragazzone espansivo e gioviale. Ogni volta che incrociamo un altro fuori strada che porta i turisti lungo queste piste, si scatena: strombazza, si sbraccia, lancia giorniose grida di saluto, rivolte agli autisti, che sono tutti suoi amici. Quando ne incontra qualcuno che lo è più degli altri, si ferma, incurante di noi. Lo stesso fa l’altro e i due si corrono incontro, si abbracciano, ridono e parlano rumorosamente tra loro. Del resto, non si vedono ogni giorno e i turisti possono ben pazientare.

Abdullah si lancia in spericolate manovre sul dorso delle dune. Sale, scende, compie giravolte degne di un campione. E ride tutto contento. «Io amo la vita», ci grida. Così anche noi ci lasciamo influenzare. Gli chiediamo i nomi dei radi alberi e delle splendide piante fiorite che incrociamo. Sulle prime gli diamo retta, ma poi capiamo che se li sta inventando: a ogni risposta, aggiunge squillanti risate.

Acqua nel deserto

In questo deserto sabbioso incontriamo tende davanti alle quali nonne magre, col volto asciutto e rugoso su cui sono ancora visibili i segni di una fiera bellezza, sorvegliano bimbi dagli occhi nerissimi e luminosi. Attendono le mamme, che si sono recate in un’oasi piuttosto lontana a lavare i panni.

Ogni tanto sono visibili le tracce di altri nomadi. Hanno lasciato qua e là, sotto piccole tettoie molto rustiche, dei vestiti, del cibo per gli animali, della legna accanto a bassi foi di mattoni essiccati al sole, sicuri che quando toeranno, troveranno tutto in ordine, conservato per la sosta. Non lontano da questi segni antichi si scorgono le condutture di un moderno acquedotto. Il Marocco sta cercando di portare l’acqua anche nel deserto. Con incentivi allettanti incoraggia i giovani a coltivare i terreni resi fertili. Nelle tappe precedenti del nostro viaggio abbiamo infatti visto ampie macchie verdi, in cui crescono cereali, viti, olivi, interrompere le zone aride.

«Il vero Marocco»

La giornata in giro con Abdullah è la quinta dal nostro arrivo in Marocco. Il viaggio è iniziato a Marrakech, dove siamo stati accolti da Hassan, l’esatto contrario dell’estroverso fratello. È serio, preciso, di poche parole. Da molti anni ha la responsabilità della famiglia, perché è il primogenito, e il padre, un beduino arabo, è morto che lui era ancora piccolo. Per mantenere la madre, che è berbera, e due fratelli, ha organizzato una propria agenzia di guide, che accompagnano i turisti desiderosi di conoscere il Marocco al di là della catena montuosa del Grande Atlante, abitato dai berberi: «Il vero Marocco», continua a ripeterci.

Questa è davvero una terra affascinante, dove si può conoscere un popolo antichissimo. I berberi sono considerati «autoctoni». Si sono adattati agli arabi, dopo che questi avevano conquistato le loro terre attorno al 683 d.C., e ne hanno assunto la religione, ma non la lingua e la scrittura, che ancora oggi difendono con orgoglio. Da alcuni anni hanno vinto la loro battaglia perché il berbero fosse riconosciuto come lingua ufficiale dello stato, accanto all’arabo, e insegnato nelle scuole. Di queste ne vedi in ogni centro urbano. Sono quasi sempre di recente costruzione, prova di un investimento notevole del governo che, negli ultimi anni, ha puntato sulla cultura e sui giovani per conquistarsi un futuro. L’istruzione in Marocco è obbligatoria per tutti. Le scuole sono aperte a maschi e femmine e le classi sono miste. Ma quando escono, al termine delle lezioni, i giovani si dividono secondo la tradizione, sui due marciapiedi opposti della strada.

Nella Medina di Marrakech

A Marrakech abbiamo alloggiato nella Medina (il quartiere antico, ndr), in un riad, abitazioni tradizionali urbane che un tempo ospitavano grandi famiglie. Parecchi riad, come il nostro, sono stati trasformati in piccoli alberghi molto suggestivi, curati, con un’ottima cucina. La Medina di Marrakech è bellissima, come tutti i centri storici delle grandi città marocchine. Vi spicca la moschea Koutoubia, il cui minareto segna la massima altezza cui possono giungere gli edifici modei.

La città è sorta nell’XI secolo in un’oasi in mezzo al deserto. Sullo sfondo spicca la catena montuosa del Grande Atlante e, intorno, il verde lussureggiante dei palmeti. La parte modea ha un aspetto molto ordinato, con grandi viali divisi da aiuole fiorite e contoati da case tutte della medesima altezza e dello stesso colore marrone: colore della terra, come abbiamo imparato nei giorni successivi. Tutte le costruzioni della regione berbera, realizzate con mattoni di terra cotti al sole.

Marrakech è la città residenziale e dei grandi alberghi dove si trovano le abitazioni dei molti europei che qui fanno affari o semplicemente vogliono godere di un ottimo clima. Yves Saint-Laurent (famoso stilista francese morto nel 2008, ndr) era uno di loro. Abitava in un palazzo che porta ancora il suo nome, il cui giardino, il Majorelle Garden, aperto al pubblico, è uno splendido «orto botanico» ricco d’acque, con piante rare provenienti da tutto il mondo.

La Medina, invece, racchiusa da possenti mura color ocra, si sviluppa attorno alla piazza Jamaa el Fna, centro vitale della città. Qualcuno, poco benevolmente, l’ha definita una scenografia cinematografica. In realtà, a parte i venditori di acqua, gli incantatori di serpenti, i giocolieri – improbabili figure tradizionali a beneficio dei turisti -, non c’è nulla di artificioso in questa spettacolare, enorme piazza contornata di caratteristici palazzi e animata da un’attività frenetica.

Lavoratrici di argan

Il giorno dopo, con Hassan, abbiamo attraversato il Grande Atlante. Il paesaggio ricordava quello delle nostre montagne: foreste di pini e lecci, prati fioriti, mucche e greggi al pascolo, centri abitati addossati alla costa. Non pareva di essere in Africa. Dopo il passo di Tizi-n-Tichka, che raggiunge i 2260 metri, abbiamo attraversato diversi paesi dove abbiamo incontrato cornoperative di donne che si dedicano alla lavorazione artigianale dell’argan. Vi si potevano trovare tutti i prodotti ricavati da questi semi, da quelli alimentari ai cosmetici ai medicamenti. La pianta di Argania spinosa è molto diffusa nel Sud del Marocco, in un’area che nel 1998 l’Unesco ha dichiarato «riserva della biosfera».

Acqua di rose

Al termine dei lunghi toanti, abbiamo raggiunto la pianura. Era già deserto, pietroso e rosso, punteggiato di cespugli verdi e contornato, in lontananza, da alture. I centri abitati si confondono col paesaggio di cui ripetono i colori, ai quali si aggiunge il verde degli alberi, soprattutto acacie e ulivi, che vi crescono intorno. Superata Ouarzazate, a Sud Est di Marrakech, ci siamo diretti a Skoura lungo la valle del Dades che, dopo Kelaat Mgouna, immette nella sorprendente «valle delle rose». L’acqua del fiume permette di coltivare questo fiore che non eravamo preparati a incontrare in pieno deserto. Lo annunciavano ghirlande di petali, intrecciate a forma di cuore e appese agli alberi lungo la strada. Il paesaggio si faceva bellissimo, verde per la presenza delle migliaia di piante di rosa in mezzo alle quali crescono le più consone palme e le solite acacie. La rosa è la materia prima dell’economia locale. Si potevano visitare le piccole aziende artigianali che la lavorano, per produrre l’«acqua di rose»: bevanda, cosmetico e profumo.

Il nome di Dio

Abbiamo ripreso il viaggio e, verso sera, saliti sull’altopiano desertico che domina la città di Boumalne, siamo arrivati all’albergo in cui peottare. Mentre si faceva buio, dalla terrazza oata di rose rosse, la vista spaziava sulle case ocra della città, immerse nel crepuscolo dorato e, più in là, sulla vallata verde cupo circondata da montagne sassose. Era magnifica.

Il mattino ci siamo avviati a Tinerhir, che sorge in una grande oasi attraversata dal fiume Todra. Qui abbiamo conosciuto Rashid. Volevamo tentare l’acquisto di qualche prodotto artigianale. Così Hassan ci ha portati nel suo negozio. Ci ha accolti sorridente sulla porta d’ingresso, vestito dell’abito tradizionale berbero: una tunica blu, con una grande fascia bianca che scendeva dal turbante, anch’esso bianco, e si avvolgeva attorno al collo scendendo poi sulle spalle. Abbiamo ingaggiato con lui un’estenuante trattativa per un piccolo tappeto tuareg. Ci piaceva, oltre che per i colori, perché costruito con tre tecniche diverse di tessitura. La prova era dura e pareva non risolversi finché Rashid, stranamente, ha cambiato discorso, chiedendoci da dove venisse il berretto che tenevamo in testa. Ci siamo convinti che avesse abbandonato l’idea di concludere l’affare, visto che non cedevamo sul prezzo. Invece, sorprendendoci, ci ha detto che gli piaceva molto il berretto e che ci avrebbe venduto il tappeto accettando la nostra offerta se vi avessimo aggiunto anche quello. Si è messo a ridere. Abbiamo accettato la proposta e siamo diventati amici. Ci siamo poi abbandonati a discorsi impegnativi. Rashid, oltre che un uomo allegro e gioviale, si è rivelato molto colto. Abbiamo parlato di fedi e di religione, e ci ha dato una piccola e preziosa lezione. A un certo punto, infatti, alzando la mano destra, unendo l’indice e il pollice e tenendo diritte le altre tre dita, ci ha detto: «Vedi, in questo modo la mano indica il nome di Allah in arabo. Ma se la giro verso il basso, senza mutare la posizione delle dita, il nome di Dio diventa scritto in ebraico. Non c’è troppa distanza tra noi». Siamo rimasti affascinati e contenti. Rashid ha ripetuto un’idea che in Marocco, e nella regione dei berberi, si trova ben radicata: la tolleranza tra le religioni. Nella medina di Marrakech c’è ancora il quartiere ebraico, come anche in altre grandi città del paese. Si trovano pure chiese cristiane, soprattutto al Nord e nei centri della costa. Hassan non perdeva occasione, durante il viaggio, di dirci che lo stato riconosce libertà di culto a tutti, che è «laico» e tollerante, che non c’è, tra la sua gente, il «fondamentalismo religioso», come ci esprimiamo noi europei.

Paolo Bertezzolo
(fine prima parte)

Marocco
Paolo Bertezzolo