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Italia: il paese della mafia e dell’antimafia

Contro «Libera»: schizzi di fango, guerre e falsità

Italia
Gian Carlo Caselli

Il riutilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie. Questo è l’obiettivo della legge 109 del marzo 1996. Una legge nata da una bestemmia: «la mafia dà lavoro». Quella norma fu promossa da «Libera», l’organizzazione fondata nel 1995 da don Luigi Ciotti per lottare contro tutte le mafie. E che oggi, a 20 anni di distanza, è ancora in prima linea, a dispetto di chi la vorrebbe delegittimare.

L’Italia ha gravi problemi di mafia. Ma possiamo orgogliosamente dire di essere pure il paese dell’antimafia. Non solo per il prezzo che abbiamo pagato con un numero infinito di vittime innocenti. Non solo per l’efficace legislazione che ci siamo dati (sostanzialmente fatta propria da una Convenzione Onu del dicembre 2000 sottoscritta da tutti gli stati del mondo, la Convenzione di Palermo). Non solo per l’organizzazione del contrasto (non a caso Eurojust, l’embrione della futura procura europea, è modulato sulla nostra «Procura nazionale antimafia»). Ma anche per quel fiore all’occhiello – ovunque studiato – che è la pratica dell’antimafia sociale o dei diritti: quella che paga in termini di lavoro e recupero di dignità; che materializza la legalità come vantaggio; che si affianca all’antimafia della repressione e della cultura, creando così un triplice fronte di contrasto, ben più efficace della semplice «delega» a forze dell’ordine e magistratura.

Non «baciamo le mani»

L’antimafia sociale o dei diritti nasce con la legge 7 marzo 1996 n. 109 sulla gestione e destinazione dei beni confiscati ai mafiosi. Una legge che ha compiuto da poco vent’anni e ha segnato una svolta decisiva nell’ordinamento italiano. Un capolavoro ideato da Luigi Ciotti ragionando su una bestemmia (strano per un prete, ma vero). La bestemmia che «la mafia dà lavoro». Falso, eppure tanti ci credevano. Non solo grazie alla black-propaganda (informazioni false prodotte da un soggetto coinvolto, ndr). Soprattutto perché, un tempo, i beni tolti ai mafiosi cessavano di essere «produttivi». Erano irreversibilmente condannati a coprirsi di ruggine e ragnatele. Per cui il mafioso espropriato aveva buon gioco a dire in giro: «Ecco, quando il bene era mio, produceva ricchezza soprattutto per me, è vero; ma qualcosa c’era anche per voi altri che ora restate a secco. Dunque, fatevi i conti: meglio prima o adesso?».

Il ragionamento (ancorché i mafiosi lasciassero agli altri solo briciole, tanto per tenerseli buoni) aveva una certa presa. Ed era facile, allora, che i cittadini scegliessero di allearsi non con lo stato ma con la mafia, quanto meno mediante un comportamento omertoso di accettazione rassegnata.

La restituzione del «mal-tolto»

La situazione viene ribaltata con la citata legge 109/96: i beni confiscati ai mafiosi sono destinati ad attività socialmente utili. Cioè restituiti alla collettività cui la mafia li ha rapinati, così che la collettività possa trae profitti sociali. Ed ecco che la villa di Riina diventa un istituto agrario e poi una caserma; ecco che i terreni agricoli già dei mafiosi sono lavorati da cornoperative di giovani che producono vino-olio-pasta e via elencando; ma soprattutto ecco iniziative economiche e lavoro liberi. Libertà che dei soggetti coinvolti fa cittadini titolari di diritti, non più sudditi costretti a baciare le mani del mafioso di tuo (sporche del sangue dell’ultimo delitto commesso). Sta qui il significato profondo della legge: fare dell’antimafia una legalità che conviene, che restituisce quel che la mafia ha «mal-tolto». Una legalità che non sia soltanto questione di guardie e ladri, ma sappia invece coinvolgere chi prima restava alla finestra, se non peggio.

Il capolavoro di Ciotti non è consistito soltanto nella formulazione di un progetto di legge. All’idea don Luigi aveva dato gambe organizzando una raccolta di firme per sostenerla. Alla fine le firme erano state un milione. Una montagna. A una tale pressione non si poteva resistere. Ed ecco che la legge era stata approvata all’unanimità (ma senza estenderla ai corrotti, come invece stava scritto nel progetto originario). Una unanimità che, in ogni caso, ha costituto una formidabile legittimazione da parte di tutto il popolo italiano alle cornoperative che da allora lavorano sui beni confiscati ai mafiosi assieme a varie associazioni scelte con bando pubblico, fra le quali figura «Libera», l’associazione che rappresenta l’ennesimo capolavoro di don Ciotti.

Col tempo, la confisca e l’assegnazione dei beni mafiosi hanno raggiunto dimensioni enormi. Perché enormi sono i beni che la mafia ha potuto accumulare in anni e anni di sostanziale impunità «patrimoniale». E perché enormi sono stati i progressi degli inquirenti sul versante dell’attacco alle ricchezze mafiose. Enormi, purtroppo, sono diventati anche i problemi da affrontare per la gestione e assegnazione dei beni, a fronte dell’esiguità di uomini e mezzi dell’Agenzia a ciò preposta. Mentre è venuta delineandosi anche un’antimafia degli affari o delle partite Iva: un sistema di relazioni opache.

Contro «Libera»: schizzi di fango, guerre e falsità

Schizzi di fango, ogni tanto, si tenta di indirizzare addirittura verso «Libera» e don Ciotti, con accuse inconsistenti che, in un’apposita audizione dell’Antimafia (lo scorso 13 gennaio, ndr), sono state tutte smontate. Chi riesce a tenere la barra sempre dritta diventa un simbolo e può urtare la «suscettibilità» di qualcuno. Soprattutto se una certa informazione preferisce concentrarsi morbosamente sui presunti retroscena, scorgendo scandali anche quando non ce ne sono. In «Libera» non c’è alcuna «guerra». Esistono una dialettica, uno scambio, una differenza di vedute: fatti normali nella vita di un’associazione in cui le persone discutono apertamente e talora anche aspramente. Il confronto è sempre un arricchimento. Ma può anche accadere che, dietro uno sbandierato impegno, si nascondano intenti non del tutto disinteressati. C’è il rischio (che Ciotti non si stanca di ricordare) che il «Noi» si riduca a un’etichetta dietro la quale agisce indisturbato l’«Io». In particolare, sulla gestione dei beni confiscati, circolano falsità assortite. Per cui conviene fissare alcuni punti:

  • «Libera» non gestisce terreni confiscati: la gestione è affidata a realtà che aderiscono a «Libera terra», ma come soggetti autonomi d’impresa sociale;
  • sono soltanto 5 in tutta Italia i beni gestiti da «Libera», utilizzati come sedi locali dell’associazione;
  • «Libera» non riceve contributi pubblici per gestire beni confiscati, ma solo per attività statutarie di formazione, studio e ricerca;
  • oggi sono più di 500 le iniziative di riutilizzo sociale dei beni confiscati che coinvolgono realtà laiche o religiose: associazioni, cornoperative, comunità, gruppi e parrocchie.

Quanto alla propria struttura, da tempo in «Libera» è in atto un profondo cambiamento. Negli ultimi mesi, l’associazione ha tenuto tre affollate assemblee nazionali, nelle quali i nuovi organismi direttivi sono stati votati praticamente all’unanimità. Nessuno è perfetto, ma è davvero difficile parlare (come taluno ha fatto) di una carenza di democrazia1 nei processi partecipativi. Quanto alle presunte tiepidezze o, peggio ancora, omissioni a fronte di certe illegalità o manifestazioni mafiose2, non si possono dimenticare le denunzie pubbliche di Ciotti sul pericolo mafia nella città di Roma formulate, ad esempio, nell’ottobre 2014, all’apertura di «Contromafie». O le richieste del marzo 2014  di un albo sugli amministratori giudiziari, con trasparenza e rotazione negli incarichi, compreso un tetto ai compensi. Più in generale non si può ignorare la limpida condanna che Ciotti, in epoche assolutamente non sospette, ha sempre scagliato contro quella parte di antimafia da operetta o di facciata se non anche opaca o inquinata. Ed è più che logico dedue una sua speciale e concreta  attenzione per rendere «Libera» immune da questi mali e salvaguardae la pulizia morale. Testimoniata del resto dal lavoro quotidiano dell’associazione: a partire dall’esposizione delle facce dei suoi giovani  in moltissimi tribunali italiani, per sostenere in pubblica udienza, a fronte degli imputati detenuti e dei loro familiari, le tante costituzioni di parte civile contro la mafia che sono prova inconfutabile di coscienza civica e coraggio.

Un obbligo morale: includere anche i corrotti

Per altro, sul versante dell’antimafia e dei beni confiscati ci sono varie cose da aggioare. Il pacchetto delle auspicabili riforme è consistente. Tra i punti qualificanti figurano: il potenziamento dell’Agenzia nell’ambito di una procedura più efficiente e più  garantita; una particolare  attenzione alla gestione delle aziende, per le quali  sono previsti uno speciale fondo di rotazione e garanzia (già finanziato dalla legge di stabilità con 10 milioni di euro) e la destinazione prioritaria a cornoperative di lavoratori, se ne ricorrono le condizioni; un vigoroso giro di vite sulla disciplina degli amministratori giudiziari (indispensabile dopo il «caso Saguto»3). Di grande rilievo è poi l’ampliamento del novero dei soggetti cui possono essere applicati sequestro e confisca, così da ricomprendervi (oltre al caporalato e altre ipotesi) anche i reati più gravi contro la pubblica amministrazione, a partire dalla corruzione. Andrà meglio che nel 1996? L’estensione sarà ancora, per qualcuno, un boccone troppo amaro? Speriamo di no, ma non è un buon segnale che, dopo l’approvazione alla Camera, la discussione in Senato stenti a iniziare.

Gian Carlo Caselli

Note

(1)  Intervista a Franco La Torre, sul sito de L’Huffington Post, 1 dicembre 2015. (Ndr)

(2)  Intervista a Catello Maresca, pm di Napoli, sul settimanale Panorama del 14 gennaio 2016. (Ndr)

(3)  Il riferimento è allo scandalo che coinvolge Silvana Saguto, ex presidente delle Misure di prevenzione del Tribunale di Palermo. (Ndr)

Siti internet

  • www.libera.it -È il sito di «Libera», l’associazione fondata da don Luigi Ciotti nel 1995.
  • www.benisequestraticonfiscati.it -È il sito di Anbsc, l’«Agenzia Nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata».
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Gian Carlo Caselli