Torino riscopre la Consolata

A trecento anni dalla proclamazione «ufficiale» dell’alleanza tra la Consolata e Torino, riscopriamo il millenario legame tra questa città e la «sua» Madonna. Consolatrice e Consolata, una «Madonna del Popolo» che, da Torino, come aiuto dei cristiani e Consolatrice degli afflitti, ha raggiunto gli estremi confini del mondo.

Leggi l’articolo nello sfogliabile. Clicca sulla foto.

Tag: Consolata, Torino, santuario

Giampietro Casiraghi




Missione e Creazione

Ecologia: nuove e vecchie sfide all’evangelizzazione

Vai al dossier nello sfogliabile, cliccando sulla foto.

Tag: Ecologia, missione, evangelizzazione, ambiente

Ugo Pozzoli e Luis Ventura Feandez




Non lasciamoci rubare la gioia

«Cari fratelli e sorelle, non
lasciamoci rubare la gioia dell’evangelizzazione! Vi invito ad immergervi nella
gioia del Vangelo, ed alimentare un amore in grado di illuminare la vostra
vocazione e missione. Vi esorto a fare memoria, come in un pellegrinaggio
interiore, del “primo amore” con cui il Signore Gesù Cristo ha riscaldato il
cuore di ciascuno, non per un sentimento di nostalgia, ma per perseverare nella
gioia. Il discepolo del Signore persevera nella gioia quando sta con Lui,
quando fa la sua volontà, quando condivide la fede, la speranza e la carità
evangelica» (Francesco, Messaggio per la Giornata Missionaria 2014; cfr.
pag. 70).

Non lasciamoci rubare la gioia! Mi ha colpito molto questo invito
pressante del Papa. Dopo la sua esortazione apostolica sulla gioia del Vangelo
(Evangelii gaudium), ecco un nuovo richiamo non solo a essere giorniosi,
ma anche a difendere la gioia, quella vera, che nasce dall’incontro autentico,
profondo, personale e condiviso con Gesù.

Degli anni vissuti in Kenya mi manca molto la giorniosa celebrazione
della fede che si esprime anche in canti e danze, a volte troppo vivaci, ma
soprattutto nello stare insieme senza guardare l’orologio e in una
partecipazione corale in cui tutti si sentono attori e non spettatori. Quante
volte invece qui in Italia capita di celebrare la messa nella noia più
assoluta, per (non «con») gente frettolosa o addirittura per «spettatori»
completamente spaesati e incapaci di contribuire, nonostante i lontani ricordi
del catechismo e un battesimo ormai rimasto solo sulla carta. Funzione, non
celebrazione e festa, specchio di una religione in cui, malgrado gli sforzi di
tanti pastori, prevalgono i riti. Le chiese, belle e restaurate ma ridotte a «beni
culturali» e attrazioni turistiche, non sono più il luogo dell’assemblea
giorniosa della famiglia di Dio che vi celebra l’esperienza del perdono,
dell’accoglienza e della pace.

Anche nel cuore di chi si dice cristiano Dio è stato messo al margine,
soppiantato da nuovi «dei» nei cui «templi» si celebrano i modei riti del
divertimento per scaricare le tensioni di una vita frustrata e per dimenticare
che si è schiavi di un sistema consumistico volto prima di tutto a svuotare gli
individui dal di dentro e a rubare loro la speranza.

Certo, la domanda di felicità è sempre
altissima. Nessuno vuole vivere per essere infelice. Ma una società come la
nostra che privilegia l’avere sull’essere, il diritto sul dovere e l’io sul
noi, non può che lasciare l’amaro in bocca, perché la felicità non si compra. I
soldi possono pagare per il divertimento, il piacere, lo sballo, la
trasgressione, il lusso, il potere. Ma la felicità si ha solo donandola,
condividendola, facendo felici gli altri. è
questo il segreto di Gesù: perdere la vita per ritrovarla, morire per vivere. è il segreto di perdonare per essere
perdonati, dell’amare perché amati.

L’appello di papa Francesco è
più attuale che mai. Non possiamo lasciarci rubare la gioia di questa via alla
felicità: più uno si lascia prendere dal Signore Gesù e dalla logica della sua
Parola, più uno sperimenta un senso di pace, di serenità, più uno diventa
positivo e tollerante verso gli altri e meno ansioso verso gli accadimenti
quotidiani: il mangiare, il vestire, l’opinione altrui, la moda, il «così fan
tutti». Più uno lascia che Gesù diventi il «suo Signore», e più è capace di
empatia, di essere partecipe di giornie e sofferenze, attento ai bisogni di
tutti. Non è un cammino facile, le resistenze sono tante, l’orgoglio è forte.
Ma più uno si lascia «evangelizzare» più la gioia cresce. Niente di miracoloso,
certo, ma uno si scopre sempre più capace di meravigliarsi, di ringraziare e di
giornire delle piccole cose, con una desiderio di bellezza (purezza, onestà,
integrità) che lo fa reagire, anche con energia, a tutto ciò che è falso,
ingiusto, corrotto, umiliante, infanga la dignità della persona e uccide la
grandezza «dell’infante» che è dentro di lui. «Non lasciarci rubare la gioia» è
quindi resistere a un sistema che ci vuole appiattire e cosificare, rubandoci i
sogni e l’innocenza, infangando l’immagine di Dio che è in noi e che Gesù
Cristo, sulla croce, ha restaurato alla sua bellezza originale. Non lasciarci
rubare la gioia significa mantenere una relazione viva con Gesù Cristo,
l’Emmanuele Dio-con-noi e in mezzo a noi, senza rassegnarsi al fatto che venga
ridotto a un mero marchio di identità culturale sulle pareti di luoghi
pubblici. Sarebbe meglio invece che fosse come il crocefisso delle vecchie
edicole delle strade e sentirneri di campagna e montagna: compagno di viaggio nel
difficile cammino della vita.

LEGGI TUTTA LA RIVISTA COME PDF SFOGLIABILE!

Gigi Anataloni




San Pedro Calungsod

4 chiacchiere con

Pedro Calungsod Bissaya, originario della regione di
Visayas, nacque nel 1654 a Ginatilan (Isola di Cebu) nell’arcipelago delle
Filippine. Fin da adolescente collaborò con i Missionari Gesuiti . Ben presto
divenne catechista mettendosi al servizio dell’evangelizzazione che i discepoli
di Sant’Ignazio di Loyola avevano avviato nelle nuove terre scoperte dalla
Spagna. Fu martirizzato il 2 aprile 1672 con il gesuita spagnolo Padre Diego De
San Luis Vitoris, nell’isola di Guam – arcipelago delle Marianne – dove aveva
accompagnato il missionario per fargli da interprete con le comunità indigene
sparpagliate nell’immensa vastità dell’Oceano Pacifico.


Il messaggio evangelico fu accolto con semplicità ed
entusiasmo dai nativi delle Filippine. Alcune tribù, però, sobillate dai loro
stregoni e da chi si opponeva alla Buona Novella, si opposero attivamente ai
missionari e aizzarono anche le tribù che avevano accolto i missionari a rivoltarsi
contro di essi cercando con ogni mezzo di impedie l’azione, e arrivando
persino a utilizzare metodi cruenti e criminali. Nonostante ciò, i missionari
non vennero mai meno al loro impegno e continuarono la loro azione di
promozione umana e di evangelizzazione portando il messaggio di salvezza di
Gesù Cristo fino alle isole più sperdute e remote. Il loro coraggio e la
determinazione che li caratterizzavano non furono vani. Oggi le Filippine sono
l’unico stato a maggioranza cattolica del continente asiatico.

Caro Pedro, se non vado errato, tu sei uno dei migliori frutti
dell’opera di evangelizzazione che i missionari hanno compiuto nelle Isole
dell’Arcipelago delle Filippine.

È
vero, il messaggio del Vangelo arrivò a noi dall’America Latina perché i
missionari che sbarcarono in Messico si avventurarono nell’Oceano Pacifico al
seguito delle navi spagnole, approdando nel 1521 sulle coste delle nostre
isole, chiamate da allora «Isole Filippine» in omaggio al loro re Filippo. In
un certo qual modo per gli spagnoli diventammo una propaggine del continente
scoperto da Cristoforo Colombo.

Infatti anche oggi molto del folklore e delle feste religiose
filippini assomiglia a quelli dei paesi di lingua spagnola dell’America Latina.

Proprio così: oltre che asiatici, dal punto di vista
della pratica religiosa, siamo anche un po’ «latinoamericani». Non è un caso
che la fede cattolica, portata dagli spagnoli partiti dalle coste messicane,
abbia attecchito in maniera così intensa e feconda nelle nostre Isole. Del resto
la colonizzazione spagnola (durata oltre quattro secoli) ha inciso
significativamente nella toponomastica, nella cultura e e addirittura nei notri
patronimici, ossia nei nostri cognomi.

In ogni caso alcune culture native erano impregnate in maniera
viscerale di tradizioni fortemente contrarie al Vangelo e questo ha costituito
un serio ostacolo alla diffusione del messaggio evangelico in Asia e in
Oceania. Confermi questa tesi?

Sì, perché gli stregoni di varie isole vedevano nei
missionari dei concorrenti e quindi delle persone che insidiavano il potere che
loro avevano sulle coscienze e sulle comunità indigene, per questo li
osteggiavano in tutti i modi. Ricordiamo che il grande navigatore Ferdinando
Magellano fu ucciso proprio dai tribali in una di queste isole.

Ma i missionari gesuiti avevano una strategia vincente, o no?

I
gesuiti erano semplicemente geniali, coinvolgevano nell’evangelizzazione
soprattutto noi giovani, studiavano le lingue del posto, arrivando a parlarle
perfettamente e, per la prima volta nella nostra storia, a metterle per
iscritto utilizzando i caratteri latini. Per questo proprio nelle stazioni
missionarie che avevano creato nelle Filippine, accoglievano coloro che
intendevano aiutarli nell’opera di evangelizzazione, li formavano adeguatamente
e davano loro un’istruzione di prim’ordine, di modo da preparare anche dei
preziosi collaboratori nel catecumenato e nell’evangelizzazione degli adulti.

Anche tu hai fatto questo iter di formazione?

Sì,
avevo solo 14 anni quando entrai a far parte del «Collegio» di formazione che
essi avevano fondato nella mia isola. Lì insieme ad altri ragazzi oltre a
imparare a leggere e scrivere, fui istruito con il catechismo che allora veniva
usato per i catecumeni in vista del sacramento del Battesimo, e spinto ad
approfondire le verità di fede contenute nel Vangelo.

Cosa ti ha colpito di più del messaggio evangelico?

Il
fatto che per la prima volta tra la nostra gente risuonavano parole come Amore,
Misericordia e Perdono, e l’invito ad amarsi vicendevolmente. Ma quello che più
mi stupì di più del Vangelo fu il comando che Gesù diede ai suoi discepoli
(quindi anche a noi!) di amare e perdonare persino i nemici.

Effettivamente questa è proprio la novità assoluta del Vangelo.

Ma è
una novità inaudita portata sulla terra da Gesù Cristo stesso, il Figlio di
Dio! Da soli non ce l’avremmo mai fatta a capirla, spiegarla e proclamarla! Né
noi asiatici, né voi europei! Questo tesoro affidato agli apostoli e da questi
alle prime generazioni cristiane, ha attraversato i secoli, diffondendosi a
macchia d’olio tra i popoli e le nazioni, grazie alla testimonianza cristallina
che seppero dare cristiani di ogni tempo. Grazie all’opera instancabile e allo
spirito di sacrificio di missionari generosi, il Vangelo valicò ampi spazi
geografici e con la scoperta di terre nuove arrivò fino a noi, fino alle isole
Filippine.

Bisogna anche dire che la Buona Notizia di Gesù si innervò a tal
punto nei vostri usi e costumi, da diventare una cosa sola con essi.

L’arrivo
del messaggio evangelico per opera dei missionari fu per noi come la
realizzazione di un’attesa che nutrivamo da tempo. Il Vangelo entrò
gradatamente nella nostra vita, nel nostro modo di vedere la realtà, unendoci
sempre più, plasmandoci come nazione in maniera indelebile e facendo di noi un
popolo nuovo. Un popolo checapiva di avere un ruolo significativo da giocare
nel continente asiatico, per la responsabilità – che scoprivamo di avere – di
annunciare Gesù ad altri popoli vicini. Il tesoro della «Buona Novella» che ci
era dato in dono, andava condiviso il più possibile con altri.

Diciamo che i missionari con voi non commisero gli stessi errori
fatti nelle Americhe.

Quello
che nel continente americano non era riuscito a Bartolomeo de las Casas e alle
anime nobili come lui che difendevano gli indios, da noi poté essere
realizzato. Infatti non vi furono né schiavi né lavori forzati. I missionari si
presentarono come protettori degli indigeni e seppero difenderli dalle
sopraffazioni dei bianchi. I riguardi e la mitezza con cui furono trattati gli
indigeni non mancarono di produrre il loro effetto. La mia gente rimase fedele
alla Spagna e ai suoi missionari, insieme ai quali difesero l’impero coloniale
contro tutti gli attacchi dei maori, dei cinesi e degli olandesi.

Questo ebbe riflessi positivi sulla nascente comunità cristiana?

La
conseguenza di questo intenso lavoro missionario, basato sul rispetto della
gente, fu che ben presto si ebbero catechisti e sacerdoti nativi, i quali con
l’andar del tempo presero in mano quasi tutto lo sforzo missionario. Pensa che
nel 1585 si contavano già 400 mila cristiani, nel 1595 quasi 700 mila, nel 1620
oltre due milioni: in meno di cent’anni la massa della popolazione
dell’arcipelago era divenuta cristiana! Nel 1595 fu istituita nelle Filippine
una gerarchia ecclesiastica propria!

Ma l’impegno missionario restava per te prioritario?

Non
solo per me, ma per molti giovani delle Filippine era un onore accompagnare i
missionari dei diversi ordini: Francescani, Domenicani, Agostiniani, Gesuiti,
ecc., nelle innumerevoli isole dell’immenso Oceano Pacifico, alle Marianne,
Salomone, Marshall e via dicendo, per
fare loro da interpreti.

Un
compito che continua anche oggi con numerosi sacerdoti, religiosi, suore e
laici, inviati dalla Chiesa Filippina ad annunciare il Vangelo in diversi paesi
asiatici, dove gli europei avrebbero magari maggiori difficoltà
d’inculturazione. Non è un caso che la Mongolia apertasi da pochi anni
all’accoglienza del Vangelo, abbia attualmente come Vescovo di Ulan Bator
proprio un presule filippino! E con le meraviglie che sa operare lo Spirito
Santo e che spiazzano sempre coloro che non vorrebbero mai cambiamenti nella
Chiesa come nella società… chissà che sorprese ci riserva il futuro!

Il 2 aprile 1672, Pedro insieme a Padre Diego, parte per le Isole
Marianne. Approdati a Guam, si addentrano verso l’interno dove giungono al
villaggio di Tomhom. Radunata la popolazione iniziano a presentare loro il
Vangelo di Gesù. Mentre espongono le verità del Vangelo, vengono circondati da
una folla di esagitati aizzati dallo stregone del posto. In odio alla fede
cristiana, sono ripetutamente colpiti con lance e frecce. Pedro cerca
disperatamente di difendere Padre Diego e viene colpito in pieno petto e finito
a colpi di scimitarra. Prima di subire la stessa sorte, Padre Diego riesce a
dargli l’assoluzione. Poi i loro corpi, spogliati e sfregiati, sono gettati in
mare, da dove non saranno più recuperati.

La
beatificazione di Padre Diego nel 1985, ha portato a riscoprire anche la
splendida figura del catechista laico Pedro Calungsod, che Papa Wojtyla ha
beatificato il 27 gennaio 2000, proponendo il giovane filippino diciassettenne
come esempio di coraggio, di fede e d’impegno missionario. Il 21 ottobre 2012 è
stato canonizzato come Santo nella Basilica di San Pietro a Roma da Papa
Benedetto XVI.

don Mario Bandera, Missio Novara

Mario Bandera




Indonesia: «Il pericolo cristiano»

Riflessioni e fatti sulla
libertà religiosa nel mondo – 22

Anche nella corsa elettorale
per le presidenziali (di luglio 2014) il peso delle istanze islamiste si è
fatto sentire. Se da un lato lo stato cerca di contrastare le derive estremiste
più pericolose, dall’altro sembra lasciare un po’ troppo margine a situazioni discriminatorie.
Le minoranze religiose, tra cui il 10% di popolazione indonesiana di fede cristiana,
sono oggetto di campagne diffamatorie e violazioni di diritti.

In piena campagna elettorale per le
presidenziali del 9 luglio (in corso nel momento in cui scriviamo), la politica
di ispirazione confessionale si è posta di traverso lungo la strada di Joko
Widodo (Jokowi), il candidato favorito, popolare governatore di Jakarta, in
lizza contro Prabowo Subianto, ex comandante delle forze speciali
dell’esercito. La minaccia degli islamisti di togliere il sostegno al suo
partito, il Partito democratico indonesiano per la lotta (Pdi-P), ha inserito
un elemento di incertezza nella corsa elettorale che prima era sembrata priva
di ostacoli.

A minacciare il boicottaggio è stato soprattutto l’alleato
Pkb (Partito per il risveglio nazionale), braccio politico della maggiore
organizzazione di massa indonesiana, il Nahdlatul Ulama (Nu), sottoposto
all’influsso dei leader religiosi, scettici sull’agenda sociale del candidato
del Pdi-P, e sul suo programma in generale, in cui poco spazio trovavano le
istanze religiose.

Al programma laicista del Pdi-P, infatti, il Partito per
il risveglio nazionale contrappone un’agenda fortemente ispirata all’islamismo
sociale che sempre più ricopre un ruolo di peso nelle dinamiche politiche
nazionali. Le istanze del Nahdlatul Ulama, infatti, e quelle dell’altro
grande movimento sociale islamista, la Muhammadiya, entrambi con decine
di milioni di membri, sono difficilmente ignorabili da chi detiene il potere a
Jakarta, e ancor più da chi intenda mantenerlo.

Un paese musulmano

L’Indonesia è il più popoloso paese islamico al mondo, con
250 milioni di abitanti, di cui l’88% musulmani. Arrivato all’inizio del XIV
secolo e abitualmente pacifico e dialogico, l’Islam indonesiano è fortemente
influenzato dall’esperienza della mistica islamica (sufismo) che ha trovato
varie modalità di accordo con la preesistente mistica animista o di ispirazione
induista.

L’arcipelago indonesiano, esteso su quasi due milioni di
chilometri quadrati e frammentato in 17mila isole, decine di etnie e centinaia
di lingue e dialetti, ha fatto in tempi recenti della «grande rete» di Inteet
uno strumento importante di comunicazione e di integrazione nazionale. Anche
per il cristianesimo locale, che raccoglie circa il 10 per cento della
popolazione, Inteet rappresenta uno strumento d’informazione e di educazione
fondamentale. Esso si affianca alla presenza cristiana nei mass media stampati,
televisivi e radiofonici, e alla partecipazione attiva al dibattito politico,
sociale e culturale.

Su Inteet si muove però anche l’islamismo radicale
duramente represso dalle autorità nelle sue espressioni estremiste e
terroriste, indebolito da centinaia di arresti, condanne al carcere e alla pena
capitale dopo i tragici attentati di Bali del 12 ottobre 2002. L’azione di
contrasto del radicalismo islamico cerca insieme di disinnescare il rischio di
conflitto interreligioso, di sovvertimento del potere civile e di fuga dei
cooperanti e investitori stranieri di cui il paese ha bisogno. Essa però fatica
a evitare la pressione crescente che opprime le minoranze religiose.

«Pericolo cristianizzazione»

Gli islamisti paventano una «cristianizzazione»
dell’arcipelago. Essa è lo spauracchio che giustifica le mobilitazioni di massa
e gli attacchi da parte di facinorosi.

Il sobborgo di Bekasi, presso la capitale Jakarta, è
diventato dal 2008 il centro di una contesa tra Chiese cristiane e gruppi
radicali islamici che riguarda edifici religiosi per i quali vengono concessi
permessi di costruzione ma non di apertura al culto. I luoghi di culto di altre
fedi rappresentano una minaccia per chi vede nell’Islam la sola fede possibile
nell’arcipelago.

Dalle strade di Bekasi, lo scontro si è portato da tempo
anche sulle strade «virtuali» di Inteet, sempre aspro e pretestuoso, e con
gli stessi «protagonisti». Alcuni, come il Consiglio indonesiano per la
diffusione dell’Islam e il Movimento degli studenti islamici, con un forte
accento anticristiano. Altri, come il Fronte dei difensori dell’Islam,
particolarmente impegnati contro l’apostasia. Infine, hanno un ruolo di
supporto organizzazioni semilegali o del tutto illegali di derivazione salafita
e jihadista, come pure la Jemaah Ansharut Tauhid, l’organizzazione
fondata nel 2008 da Abu Bakar Ba’asyir, ora in carcere per aver ispirato i
fatti di Bali, ma ancora principale punto di riferimento della Jamaah
Islamiah
, movimento emulo di Al Qaeda.

La propaganda islamista definisce «allarmanti» le
conversioni al cristianesimo, e insinua che l’accesso a religioni diverse da
quella musulmana sia frutto di manipolazione e non di adesione spontanea.
Secondo questa campagna denigratoria, l’Islam dovrebbe affrontare i «concorrenti»
ad armi pari, con propri strumenti televisivi e informatici.

A confutare queste insinuazioni e pretese sono in molti, e
tra essi l’Inteational Crisis Group, che ha denunciato il tentativo di
creare tensioni e scontri tra le comunità, utilizzando a pretesto i dati
relativi ad aree del paese che hanno visto una certa immigrazione cristiana per
ragioni professionali o per fuga da calamità naturali (come nella provincia di
Aceh, sull’isola di Sumatra).

Tagliare le radici dell’odio

Al momento il grande paese asiatico, impegnato a gestire
l’uscita dal sottosviluppo e a mantenersi ancorato a un Islam tradizionalmente
dialogico e tollerante, è al 47° posto nella classifica della persecuzione
anticristiana nel mondo stilata da Open Doors (e reperibile su www.worldwatchlist.us).
Non ha tuttavia tagliato le radici dell’odio. Forze di sicurezza e magistratura
hanno colpito duramente l’islamismo radicale per quanto riguarda la minaccia
alla stabilità nazionale, ma il governo ha mancato di prevenire e combattere le
intimidazioni contro le minoranze religiose. Movimenti di attivisti islamici,
che attuano iniziative da veri e propri vigilantes, sono diventati una minaccia
all’ordine pubblico. In più il fallimento di una vera decentralizzazione
amministrativa, anche delle autorità preposte alle attività religiose, ha
impedito lo sviluppo di iniziative efficaci di dialogo e confronto. Infine, gli
interessi politici e personali che inquinano il dibattito sui limiti della
libertà d’espressione, hanno permesso iniziative propagandistiche e
persecutorie. La carta della paura della «cristianizzazione», di una presunta
minaccia al predominio islamico nell’arcipelago, giocata dai movimenti
islamisti, rischia di portare non soltanto nuovi aderenti al network estremista
e alle sue affiliazioni jihadiste, ma anche visibilità e giustificazione,
finora negate, alle loro azioni.

Leggi per l’unità, destinate
a dividere

A Sumatra, nella provincia di Aceh, dove l’autonomia
garantita dagli accordi di pace firmati tra guerriglieri islamisti e governo
indonesiano ha portato tra l’altro anche all’affermazione – unica provincia
indonesiana – della Sharia, la legge coranica, diverse fonti denunciano
crescenti difficoltà per la cristianità locale che conta 12-13mila individui.

Oggetto del contendere non è soltanto il lungo e tortuoso
iter necessario per aprire un luogo di culto non islamico, ma anche un
documento firmato dai cristiani nella provincia nel 2001 in cui si accetta che
ad Aceh possano esservi una sola chiesa e quattro cappelle. Una situazione
superata negli anni per arrivare a 22 luoghi di culto, formalmente provvisori e
costruiti con l’approvazione – secondo Fides – di un forum
interreligioso locale che include esponenti musulmani. Una necessità per i
cristiani di Aceh, contro cui hanno preso posizione i militanti islamici.

Come sottolineato a agenzia Fides da padre
Romanus Harjito, direttore nazionale delle Pontificie Opere Missionarie, «tali
episodi sono tollerati dal governo centrale, che ha concesso la Sharia. In
questi casi, per noi cattolici, c’è il mancato rispetto della Pancasila, la
legge fondamentale dello stato indonesiano alla base della convivenza fra
comunità religiose, i cui cinque principi sono: fede in un solo Dio, diritti
umani, unità nazionale, democrazia, giustizia sociale».

Proprio nel tentativo di tradurre i cinque principi in
norme che, nella visione dei padri fondatori dello stato nel 1945, dovevano
essere fonte di unità, nazionalismo e identità, starebbero però le radici di
buona parte dei problemi delle minoranze religiose. Sia perché esse hanno
riconosciuto come religioni ufficiali i soli islamismo (nella versione
sunnita), protestantesimo, cattolicesimo, induismo, buddhismo e confucianesimo,
a scapito di altre fedi come il giudaismo, l’islamismo shiita, l’islamismo
Ahmadiya (che sostiene il principio di una profezia non completata con
Maometto), le fedi tradizionali autoctone; sia perché hanno indotto una parte
consistente delle strutture di governo e amministrazione a organizzarsi proprio
sulla base di tali presupposti.

Ad esempio, il ministero per gli Affari religiosi ha
dipartimenti che rispettano le fedi approvate, negando a chi non ne fa parte il
riconoscimento ufficiale e eventuali benefici. I curricula scolastici
rispecchiano la discriminazione, e gli educatori sono scelti in base alla loro
fede per operare con studenti della stessa fede, ovviamente mainstream,
negando così possibilità anche professionali a comunità di fedi non
riconosciute.

Di converso, l’Organismo di cornordinamento per il controllo
delle credenze mistiche (ovvero le fedi ancestrali), attivo dagli anni
Cinquanta, ha, in tempi recenti, esteso le proprie attività fino a includere il
controllo di denominazioni accusate di provocare disordine sociale, tra cui i
circa 400mila Ahmadiya, che da minoranza discriminata si trovano anche a essere
sottoposti a politiche coercitive.

Stefano Vecchia
 

Nahdlatul Ulama e
Muhammadiya

Nata nel 1926, la Nahdlatul Ulama (Nu,
Risveglio dei leader religiosi) è la maggiore organizzazione di ispirazione
islamica (sunnita) dell’Indonesia. Forte oggi di almeno 30 milioni di membri,
con una decisa impronta sociale, ha il suo nucleo operativo nelle quasi 8.000
scuole coraniche (pesantren) che costituiscono un sistema educativo
parallelo a quello pubblico soprattutto tra i gruppi meno favoriti o isolati di
popolazione. Nonostante il suo ruolo determinante nella lotta contro il
colonialismo e l’occupazione giapponese, dopo l’indipendenza il suo impegno
politico è stato solo occasionale. Raramente è scesa a compromessi con la sua
essenza di movimento religioso e sociale con l’obiettivo di far nascere uno
stato islamico in Indonesia, paese musulmano ma dai forti tratti laicisti.
Ufficialmente non ha svolto attività politica nell’ultimo quarto di secolo. La
parentesi della presidenza di Abdurrahman Wahid «Gus Dur», suo leader, tra
l’ottobre 1999 e il luglio 2001, si è conclusa prematuramente, nonostante il
prestigio personale. Essa però è servita a unificare il paese dopo la fine del
regime di Suharto, che aveva usato la carta islamista per rafforzare il suo
potere fino alle massicce proteste che lo hanno indotto alle dimissioni nel
1998.

La Muhammadiya
(Frateità di Maometto), gruppo nato all’inizio del XX secolo e visto con
sospetto dagli islamisti tradizionalisti (Nahdlatul Ulama è nata proprio
in reazione alla Muhammadiya), è nei numeri di poco inferiore alla Nu,
ma ha un impatto maggiore sulla vita pubblica. Si ispira a una diversa visione
dell’Islam (incentiva l’interpretazione individuale del dettato coranico
piuttosto che quella della giurisprudenza islamica), e ha un maggiore slancio
sociale e politico. Anch’essa si avvale di numerose scuole di ispirazione
islamica (6.000). Esse però sono più aperte nei curricula, e in molti casi
accettano studenti non musulmani. Alla Muhammadiya fanno riferimento
anche centinaia di ospedali e cliniche diffusi nel paese, centri culturali e di
studi sociali. Politicamente attiva, l’organizzazione – che ha finora resistito
alle spinte per dare vita a un proprio partito – lascia sostanzialmente liberi
i suoi membri di aderire a movimenti che non contrastino con le sue idee di
base. Suoi limiti, secondo i detrattori, sarebbero l’apertura a istanze
religiose locali precedenti l’arrivo della fede di Maometto nell’arcipelago,
l’apertura dialogica nei confronti di altre fedi immigrate, come quella
cristiana, e infine la mediazione tra Islam e modeità che è al centro delle
sue origini e del suo sviluppo.

Risultati delle elezioni 2014:

Canditato
Vice
Partito
voti
%

Prabowo Subianto
Hatta Rajasa
Great Indonesia Movement Party (Partai
Gerakan Indonesia Raya)
62,248,936
46.83%
Joko Widodo
Jusuf Kalla
Indonesian Democratic Party –
Struggle
(Partai Demokrasi Indonesia-Perjuangan)
70,666,298 
53.17%

Total   132,915,234 votanti 
Dati ufficiali dalla Commissione elettorale Indonesiana (http://www.kpu.go.id)

Il Jakarta Globe parla di vittoria incontestabile di  Joko Widodo.

Vatican Insider commenta: «La sconfitta del presidente in carica e la vittoria dei moderati alimentano la fiducia tra le minoranze cristiane».

Dati completi delle elezioni su Wikipedia.Indonesian presidential elections, 2014.
Nella foto qui sotto il nuovo presidente dell’Indonesia Joko Widodo (da Wikipedia)

S.V.

Tags: Indonesia, presidenziali, Joko
Widodo Jokowi, Nahdlatul Ulama, Muhammadiya, Prabowo Subianto, minoranze
religiose, movimenti islamisti, cristianizzazione, odio religioso, persecuzione

Stefano Vecchia




Cent’anni portati bene

Nel numero di maggio
di MC abbiamo raccontato l’installazione di Monsignor José Luis Ponce de Leon,
missionario della Consolata, come vescovo di Manzini, Swaziland, in occasione
del centenario dell’arrivo nel paese dei primi missionari cattolici, i Servi di
Maria. In questo numero, vi proponiamo una panoramica sulle attività della diocesi
e le testimonianze dei protagonisti, raccolte da MCO nel corso della visita
dello scorso giugno.

La Croce del Sud nel cielo notturno, le persone avvolte nelle sciarpe e
nelle giacche a vento per difendersi dai primi freddi nelle mattine di giugno,
gli alberi di frangipani e di stelle di Natale sono tutti indizi che – non
bastassero le diciassette ore di viaggio e i cambi di aereo – aiutano a
percepire quanto lo Swaziland sia distante dall’Europa. Ma più lontani ancora
appaiono lo smog delle metropoli africane, le baraccopoli di lamiera e terra,
l’asfalto che si arrende impotente ai morsi di una natura onnivora e vorace.
Manzini, il principale centro urbano del paese, è una città gradevole
incoiciata dalle colline, dove tutti sembrano affaccendati in qualche cosa:
saldare le parti di un motore, spostare frutta e verdura dentro e fuori dalle
celle frigorifere di un magazzino, entrare e uscire da un supermercato, vendere
dolciumi e ricariche telefoniche agli angoli delle strade e ai banchetti sui
marciapiedi.

Se quella dello sviluppo è una via, il piccolo regno
dello Swaziland – con un’estensione pari a quella del Lazio e circa un milione
di abitanti – sembra trovarsi fra gli stati africani che vi camminano con un
buon passo, dal momento che viene collocato nella fascia bassa dei paesi a
reddito medio. Ma uno sguardo meno superficiale che si allarghi oltre Manzini o
la capitale, Mbabane, e tocchi le aree rurali del paese permette di scorgere
una realtà meno rosea. A cominciare dal tasso di prevalenza dell’Hiv: secondo i
dati più recenti, una persona su quattro è affetta dal virus.

Saint Philip, la battaglia
contro l’Aids delle suore di Madre
Cabrini

Lungo la strada che da Manzini va a Est e poi a Sud in
direzione del Sudafrica, la cupola azzurra con i costoloni rossi della chiesa
di st. Philip appare all’improvviso oltre il tappeto verde dei campi di canna
da zucchero adagiati nel lowveld (bassopiano) della regione Lubombo. La
deviazione del fiume, che permette di coltivare, è un intervento recente in
un’area dove le colline lasciano il posto a una distesa di savana piatta
colpita da ricorrenti ondate di siccità e dalla conseguente carenza di cibo. In
questa parte del paese lavorano le suore del Sacro Cuore di Gesù, fondate da
Santa Francesca Saverio Cabrini e più note come Cabrini Sisters. La
storia della loro presenza qui comincia negli anni Settanta, ma è solo a
partire dalla fine degli anni Novanta, proprio quando la congregazione è vicina
alla decisione di lasciare lo Swaziland per spostarsi in paesi più bisognosi,
che  si intreccia con quella della
pandemia dell’Hiv/Aids.

«A un certo punto cominciarono a morire, tutti», spiega
suor Diane Dallemolle, americana di Chicago. «Io e Barbara [suor Barbara
Staley, consorella di Diane diventata lo scorso maggio superiora generale delle
suore di Madre Cabrini
] ci rendemmo conto che non c’era un solo nucleo
familiare che non avesse un membro sdraiato su una stuoia dentro casa, privo di
forze e scheletrico, in attesa della fine. Non potevamo andarcene». La speranza
di vita degli swazi crollò nel 2004 a trentasette anni; il tasso di prevalenza
del virus era intorno al quaranta per cento.

«Cominciammo ad andare in giro per le case di tutta la
zona», continua Pius Mamba, che collabora con le Cabrini Sisters da
allora, «io facevo da interprete e le suore chiedevano alla gente di farsi
prelevare un campione di sangue per fare il test Hiv». Le provette con il
sangue venivano poi mantenute al freddo con il ghiaccio e portate ottanta
chilometri più in là, al Good Shepherd di Siteki, uno dei sette ospedali
gestiti nel paese dalla diocesi di Manzini e che serve un bacino d’utenza di
duecentocinquantamila persone nella regione Lubombo. La sua scuola per
infermieri, inoltre, forma ogni anno personale qualificato che presta poi servizio
nelle strutture sanitarie di tutto il paese.

«Facevamo anche più viaggi al giorno, finché non ci fu
donato un frigo. Da quel momento cominciammo a vivere con decine di fiale di
sangue in casa».

Il governo swazi e la comunità internazionale iniziarono
a reagire alla pandemia. In alcuni paesi la disponibilità di farmaci
antiretrovirali non era costante e il rischio per i pazienti era quello di
sviluppare resistenza a causa dell’irregolare aderenza alla terapia e di dover
passare ai farmaci cosiddetti di seconda linea, più cari e ancor meno reperibili.
«Questo in Swaziland non si è mai verificato», dice suor Diane, «fin
dall’inizio la disponibilità di antiretrovirali è stata garantita dal Fondo
Globale
che ha fornito la terapia in modo costante».

Oggi, il tasso di prevalenza è al ventisei per cento,
ancora il più alto del mondo, e nonostante i farmaci anti-retrovirali siano
foiti dal sistema sanitario nazionale non sempre le persone decidono di
curarsi: la negazione, la stigmatizzazione, la diffidenza, le resistenze
culturali nelle aree più disagiate – dove i casi di stupro sono più numerosi e
la disponibilità fisica di una donna è data per scontata a partire dalla prima
adolescenza – non sono state completamente eliminate.

Il futuro del paese si gioca anche intorno a un’altra
sfida, quella degli orfani a causa dell’Hiv. «In Swaziland, sono solo ventidue
su cento i bambini che hanno entrambi i genitori», spiega suor Diane, «tutti
gli altri ne hanno perso almeno uno. E crescere bambini orfani di entrambi i
genitori non è un problema che si risolve solo costruendo orfanotrofi. Essere i
tutori di questi bambini non è semplice, non si tratta solamente di nutrirli e
di mandarli a scuola, ma anche di dare loro qualcosa di altrettanto importante:
la sensazione di appartenere a qualcuno, di essere legati a qualcuno».

Le suore di Madre Cabrini, accanto alle attività di
diagnosi e cura dell’Hiv attraverso la clinica presso la missione e le visite
alle comunità, gestiscono un programma di servizi sociali, un ostello per
orfani che lo scorso anno ha ospitato 107 bambini e numerose attività di
sensibilizzazione e formazione. Negli ultimi dieci anni, Cabrini Ministries
– questo il nome dell’organizzazione no-profit attraverso la quale le suore
agiscono in Swaziland – ha assistito seimila persone affette da Hiv/Aids e
circa millecinquecento orfani e bambini vulnerabili.

Rifugiati, sanità,
istruzione: le numerose attività della Chiesa in Swaziland

Sandlane Street è l’animata strada di Manzini che va
dalla cattedrale alla scuola salesiana. Percorrerla a piedi è forse il modo più
rapido per ottenere una sintesi visiva degli ambiti in cui la Chiesa cattolica è
attiva in Swaziland.

Proprio di fronte alla cattedrale si trova l’edificio
che ospita Caritas Swaziland, con i suoi numerosi uffici, le sale per
incontri e convegni, la libreria e l’ufficio del vescovo. Una delle attività
che ogni giorno impegnano i membri dello staff è l’assistenza ai rifugiati,
realizzata in collaborazione con l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i
rifugiati (Acnur), che mobilita le risorse necessarie per il mantenimento
complessivo del programma, e il governo dello Swaziland, che garantisce la
sicurezza. Caritas si occupa invece degli aspetti nutrizionali, sanitari e
dell’assistenza legale durante le procedure per l’ottenimento dello status di
rifugiato.

Dopo la Caritas ci sono la Saint Theresa primary e
high school
, per ragazze, mentre in fondo alla strada si trovano Salesian
primary school e high school
, per ragazzi. Sono centinaia gli studenti che
alla mattina convergono nel fiume colorato di uniformi che affluisce alla
scuola. Proseguendo oltre la struttura dei salesiani, s’incontra la clinica Saint
Theresa
, una delle sette strutture sanitarie della Diocesi.

La camminata su Sandlane street si conclude alla Hope
House
, un centro di cura per pazienti terminali e disabili gestito da Caritas
Swaziland
, che ha venticinque piccole unità abitative per i malati e i
familiari che li accompagnano.

La collaborazione fra la
diocesi di Manzini e Missioni Consolata Onlus

Proprio su un intervento alla Hope House si è
realizzata la prima collaborazione fra Mco e la diocesi di Manzini. La
Conferenza Episcopale Italiana ha finanziato la scorsa primavera il progetto More
Strength to Hope
– Più forza alla speranza, che prevede attività di
adeguamento strutturale, l’avviamento di un servizio di fisioterapia,
l’aggioamento del personale sanitario e la formazione dei pazienti e degli
assistenti informali (spesso membri della famiglia) che accompagnano il malato
in clinica e lo seguono poi durante la convalescenza a casa.

«La Hope House è nata nel 2001 come centro per
malati, specialmente di Hiv/Aids, giunti allo stadio terminale», spiega suor
Elsa Joseph, delle Missionary Sisters of Mary Help of Christians,
responsabile della struttura, «e l’obiettivo era quello di accompagnare queste
persone alla morte garantendo loro cure palliative e dignità. Oggi, però,
grazie alla disponibilità di antiretrovirali e di altri farmaci, la percentuale
di malati che riesce a tornare a casa in buone condizioni è del novanta per
cento».

Oltre ai malati di Hiv, il centro ospita anche persone
colpite da tubercolosi, cancro, ictus e malattie dell’apparato
cardiocircolatorio, e il servizio di fisioterapia che verrà reso disponibile
con il progetto è pensato proprio per accelerare il ripristino delle
funzionalità fisiche nei pazienti la cui mobilità è stata temporaneamente
compromessa.

Un ulteriore occasione di collaborazione si è poi
realizzata nell’ambito dell’assistenza nutrizionale che la diocesi fornisce a
circa settecentocinquanta bambini di tre parrocchie grazie alla generosità di
una fondazione statunitense. Durante la visita a due delle tre comunità, la
rappresentante delle madri dei bambini beneficiari, nel ringraziare la Chiesa
cattolica per il progetto, ha auspicato che il supporto nutrizionale possa
continuare, e ha aggiunto che ci sono ancora diversi bambini della comunità
malnutriti o a rischio malnutrizione. «La seconda cosa che la signora ha detto»,
scrive nel suo blog monsignor Ponce de Leon, presente durante le visite insieme
all’amministratore diocesano padre Peter Ndwandwe e al direttore di Caritas
William Kelly, «è quella che mi ha toccato di più, perché dà la misura del
senso di “famiglia” di queste persone: pur avendo ricevuto ciò di cui hanno
bisogno, non dimenticano i membri della loro comunità che sono in condizioni di
necessità. Non solo. Di fronte a quanto la donna ha detto, non si può fare a
meno di chiedersi come sia possibile che ci siano così tanti bambini, e anche
adulti che non hanno cibo a sufficienza in questo paese così bello. Come
Chiesa, non possiamo limitarci a distribuire cibo a chi ha fame, dobbiamo anche
cercare di capire le cause della situazione e lavorare con gli altri per
assicurarci che tutti noi viviamo con la dignità di figli di Dio».

Chiara Giovetti

Tags: cooperazione, Swaziland, Hiv/Aids, rifugiati, sanità, educazione, Manzini

Chiara Giovetti




Sole, vento, terra d’Africa

Le energie
rinnovabili nel continente africano

Dall’eolico al fotovoltaico,
dal solare termodinamico al geotermico. Le energie rinnovabili, o energie
pulite, sono all’avanguardia in Africa. E vedono sempre maggiori investimenti
nei paesi che vogliono smarcarsi dai combustibili fossili. Purtroppo non sempre
l’impatto ambientale è trascurabile.

Acqua, calore terrestre e vento: il futuro
energetico dell’Africa potrebbe partire da questi elementi, tutti abbondanti
nel continente e tutti puliti. Il percorso è ancora lungo, ma si stanno
compiendo passi da gigante nella direzione di una energia accessibile e
rinnovabile, capace non solo di far crescere la qualità della vita degli
africani, ma anche di alimentare lo sviluppo economico.

Attualmente
un terzo della popolazione africana non ha accesso all’elettricità. Se esistono
però paesi come Libia, Egitto e Sudafrica in cui la rete elettrica è
strutturata e raggiunge la maggior parte degli utenti, in altre nazioni
l’accesso scende sotto il 20%, con picchi negativi del 5% in stati meno
sviluppati. Una situazione difficile anche se tenendo conto delle necessità di
un continente che economicamente sta crescendo a livelli sostenuti. Il Pil,
infatti, pur partendo da valori assai bassi, continua a salire. Quello
dell’Africa sub sahariana, secondo il Fondo monetario internazionale (Fmi), è
balzato dal 5,1% nel 2012, al 5,4% nel 2013, al 5,7% nel 2014. Etiopia,
Mozambico, Tanzania, Congo, Zambia, Nigeria e Ghana dovrebbero rientrare, nei
prossimi 5 anni, tra le economie con la crescita più forte al mondo.

L’energia
è quindi un fattore strategico. E l’energia rinnovabile, in particolare, può
essere la più adatta per il continente. In paesi in cui le reti elettriche non
raggiungono tutte le regioni e nei quali la popolazione è dispersa su aree
molto vaste, la produzione con piccoli impianti distribuiti sul territorio e
destinati alle esigenze locali può rivelarsi la soluzione più razionale. A ciò
si aggiunge il fatto che, soprattutto quando si parla di impianti eolici e a
energia solare, si ha a che fare con strutture modulari (che possono cioè
essere ampliate) e che richiedono una manutenzione relativamente semplice.
Caratteristiche che si adattano all’impiego in zone remote. Oltre ad affrancare
molti paesi dalle costose e inquinanti centrali alimentate dai carburanti
fossili. I costi degli impianti non sono ancora alla portata degli stati
africani, ma organizzazioni inteazionali e imprese private stanno investendo
capitali insieme ai governi locali per creae all’avanguardia.

Il sole che dà vita

L’Africa è uno dei continenti più adatti allo
sfruttamento dell’energia del sole. Molti paesi, soprattutto quelli della
fascia saheliana e sahariana, godono di un’esposizione prolungata ai raggi sia
nel corso della giornata sia durante l’anno (in Ciad, per esempio, si calcola
che ci siano almeno 360 giorni di sole l’anno, lo stesso vale per Libia,
Algeria, Mali, Niger, Sudan). Secondo calcoli scientifici oltre l’80% del
territorio riceve tra i 6,5 e i 7,5 KWh di energia per metro quadrato all’ora.

Attualmente
i raggi del sole possono essere trasformati in energia attraverso due sistemi:
i pannelli fotovoltaici e le centrali termodinamiche.

I pannelli si stanno diffondendo rapidamente nel
continente. Ospedali, scuole, sedi di Ong, grazie alle donazioni di
organizzazioni inteazionali, installano piccoli impianti solari per le loro
esigenze. La sua capillarità rende difficile quantificare il fenomeno che però,
va detto con certezza, è in rapida espansione. Ma i pannelli sono oggetto anche
di progetti di più ampie proporzioni. Per esempio, a Sunninghill (Sudafrica) è
stato costruito un impianto in grado di sviluppare un’energia di 675 MWh l’anno
che copre il 5% del fabbisogno del paese. Pretoria ha poi dato il via libera
alla costruzione di una centrale nel deserto del Kalahari che è entrata da poco
in funzione e, a regime, dovrebbe fornire 146 GWh l’anno. Anche a Nzema (Ghana)
è stato creato un impianto che dovrebbe produrre 155 MWh grazie a 630mila
pannelli.

A
giugno il Marocco ha pubblicato due bandi per la realizzazione di altrettanti
progetti fotovoltaici. Il primo dovrebbe essere costituito da quattro centrali
collegate alla rete ad alta tensione, il secondo da otto centrali anch’esse
collegate alla rete. Per i finanziamenti Rabat si è rivolta alla Banca mondiale
e alla Banca europea degli investimenti che si sono impegnate a sostenee la
realizzazione. Da parte sua il governo marocchino ha stanziato 11 miliardi di
dollari per le energie pulite (solare ed eolico). Un investimento che dovrebbe
portare il paese a diventare un esportatore di energia pulita entro il 2020 e
ad affrancarsi dai carburanti fossili (per i quali spende 13 miliardi di dollari
l’anno).

Gli
investitori inteazionali hanno però puntato il loro sguardo anche su un’altra
forma di produzione dell’energia: le centrali termodinamiche. In esse la
radiazione solare viene concentrata in specchi parabolici e convertita in
calore, il quale è poi trasformato in elettricità da turbine a vapore. Le
centrali possono essere installate nei deserti dove c’è abbondanza di spazio e
di raggi solari. Impianti di questo tipo sono in funzione negli Usa, in Spagna
e anche in Italia (a Priolo, Siracusa). Per sfruttare le enormi potenzialità
del solare e delle centrali termodinamiche, nel 2007 era nato Desertec,
un’organizzazione della quale facevano parte numerosi centri studi tedeschi che
collaboravano con società del calibro di Abb, Deutsche Bank e Siemens. Il piano
prevedeva investimenti per 400 miliardi di euro nell’arco di vent’anni per
creare un sistema di centrali termodinamiche in rete con alcuni parchi eolici
nel Nord Africa e in Medio Oriente. L’energia prodotta avrebbe potuto essere
utilizzata in loco, e in parte esportata verso l’Europa. Le rivolte arabe e la
crescente instabilità politica della regione hanno in seguito fermato il
progetto. L’idea però non è morta. In Italia Res4Med, un’associazione di cui
fanno parte tra gli altri Edison, Enel, Politecnico di Milano, ha rilanciato il
piano di creare centrali termodinamiche di piccole e medie dimensioni sulle
coste del Mediterraneo. E nel 2013 ha presentato sei progetti in questo senso.
Nel frattempo la multinazionale spagnola Abengoa ha completato la costruzione
di un impianto termodinamico a Upington (Sudafrica). Una struttura che aiuterà
il Sudafrica a raggiungere l’obiettivo energetico di 18 GWh di energia pulita
entro il 2030.

Il calore della terra

Le
centrali geotermiche sono state le prime forme di produzione di energia
rinnovabile in Africa. Per lungo tempo, considerati i bassi consumi e i costi
contenuti, gli stati hanno però preferito non implementae la costruzione. Ma
i tempi sono cambiati e si torna a guardare con interesse all’energia del
sottosuolo (che si stima abbia una potenzialità di 7 mila MWh). La geotermia si
basa sullo sfruttamento del calore naturale della terra. Penetrando in
profondità, la temperatura aumenta. Nelle regioni caratterizzate da attività
vulcaniche il calore è ancora più elevato e si produce energia convogliando in
una turbina i vapori provenienti da sorgenti di acqua calda o quelli ricavati
pompando nel sottosuolo acqua fredda che si riscalda.

In
Africa le condizioni migliori per lo sfruttamento della geotermia si trovano
nella Rift Valley, quella spaccatura della crosta terrestre che va dal Mar
Rosso fino allo Zambia. Il Kenya è stato il primo paese a sfruttae le
potenzialità costruendo nel 1956 l’impianto Olkaria I e, successivamente,
Olkaria II e Olkaria III. Ora è in fase di progettazione Olkaria IV. La strada
tracciata dai keniani è stata seguita da altri paesi. Etiopia e Zambia hanno un
impianto ciascuno, ma Addis Abeba e Lusaka intendono potenziarli (il governo
etiope ha firmato un’intesa con una società europea per una centrale nella zona
del Lago Langano che dovrebbe entrare in funzione nel 2018). Progetti ambiziosi
anche per Uganda, che intende sfruttare il potenziale di 450 MWh nonostante
recentemente abbia scoperto ricchi giacimenti di petrolio, e Ruanda, che
progetta di costruire centrali per 300 MWh. Il caso più interessante però è
quello di Gibuti. Il piccolo stato ha firmato a gennaio un accordo con la Banca
mondiale per il finanziamento di impianti che sfruttino le risorse geotermiche.
Nel piano sono coinvolte imprese provenienti da Europa (in particolare
dall’Islanda che è all’avanguardia nel settore) e Cina. L’obiettivo è riuscire
a diventare autosufficiente dal punto di vista energetico entro il 2020,
sfruttando unicamente energie rinnovabili.

Il vento che fa girare

Alcuni
paesi africani stanno investendo anche nel vento. In collaborazione con aziende
europee, americane e cinesi vengono realizzati grandi parchi eolici. L’impatto
ambientale non è trascurabile, ma il ritorno economico spesso mette in secondo
piano le ragioni dell’ecologia. In questo settore si sono concentrati in modo
particolare Etiopia, Kenya e Marocco. In Etiopia, l’autunno scorso, il premier
Heile Mariam Desalegn ha inaugurato il parco eolico di Ashegoda che attualmente
è il più grande dell’Africa. In costruzione dal 2008 la centrale vanta 120 MWh
di capacità installata ed è localizzata a 18 chilometri dalla città
settentrionale di Mekelle dove esistono favorevoli condizioni climatiche.

Il
primato però verrà presto scalzato dal parco eolico che il Kenya sta costruendo
sul Lago Turkana. Grazie a un investimento di 200 milioni di euro, Nairobi
impianterà 365 pale che foiranno 850 KWh l’una. L’impianto sorgerà a 9 km
dalla riva del bacino lacustre per tutelare il patrimonio avifaunistico della
regione e, una volta a regime, permetterà al governo keniano di chiudere il 60%
dei suoi inquinanti impianti termoelettrici.

Ha
invece iniziato a produrre la centrale di Tarfaya, al confine tra il Marocco e
il Sahara occidentale, sebbene non siano ancora terminati i lavori. Quando sarà
a pieno regime, il parco eolico conterà su 131 turbine, alte 80 metri ciascuna
che, sfruttando i venti del deserto, foiranno 300 MWh. Poco più a Est di
Tarfaya sorge un altro parco che conta una decina di turbine e da giugno
fornisce 100 MWh di energia.

In
Africa il futuro energetico è già iniziato.

Enrico Casale


Idroelettrica:
rinnovabile ad altissimo impatto ambientale

Nuovi rischi sotto il
cielo

Se i governi africani stanno guardando con grande
interesse alle risorse idriche, eoliche e geotermiche, è il settore
idroelettrico quello su cui si concentrano da anni le maggiori attenzioni. Ma
anche i più grandi pericoli per le popolazioni.

Le prime grandi dighe sono state
costruite negli anni Cinquanta e Sessanta. Sono gli impianti di Akosombo, sul
fiume Volta (Ghana), che dà origine al più vasto lago artificiale al mondo ed è
stato realizzato in più fasi tra il 1940 e il 1965; di Kariba, sullo Zambesi (tra
Zambia e Zimbabwe), costruito da un consorzio di ditte italiane tra il 1955 e
il 1959; di Assuan sul Nilo (in Egitto), iniziato nel 1960 e terminata nel
1970; di Cahora Baixa, sullo Zambesi (Mozambico), costruito dai colonizzatori
portoghesi tra il 1969 e il 1974. Si tratta di enormi strutture che foiscono
tra i 1.200 e i 2.100 MW di potenza, ma che hanno un grande impatto
sull’ambiente e sulle popolazioni locali. Per realizzare la diga di Kariba
vennero sfollate 57mila persone di etnia tonga. Negli anni poi si sono
registrati nella regione numerosi terremoti che alcuni sismologi ritengono
siano stati indotti dalla diga. Anche la diga di Assuan ha creato diversi
problemi: dalla diminuzione delle attività ittiche alla minore fertilità dei
terreni (la diga trattiene il fertile limo), dalla sedimentazione delle acque a
monte della diga all’erosione delle rive a valle, dall’impoverimento della
fauna all’aumento della salinità delle acque del delta.

Nonostante questi problemi, negli anni Duemila (dopo
circa un ventennio di sosta) sono ripartiti gli investimenti nel settore
idroelettrico. In prima linea ci sono Repubblica democratica del Congo ed
Etiopia. Kinshasa sta progettando le dighe Inga III e Grande Inga sul fiume
Congo. Insieme a Inga I e Inga II dovrebbero formare un complesso in grado di
produrre più di 40mila MW. Molti politici, ambientalisti e scienziati si sono
schierati contro l’impianto perché esso, oltre ad avere un forte impatto
ambientale, sarebbe stato concepito per esportare l’energia e non per
utilizzarla in loco. Per i congolesi oltre al danno sull’ecosistema ci sarebbe
la beffa di non poter in alcun modo godere delle proprie risorse.

Anche Addis Abeba sta pianificando numerose dighe per
diventare esportatore di energia. Dopo aver realizzato tre sbarramenti sul
fiume Omo (Gilgel Gibe I, II e III) sta progettando la costruzione di altri due
impianti sempre sul fiume Omo (Gilgel Gibe IV e V). Anche in questo caso sono
state tante le polemiche. Lo stesso governo italiano che aveva deciso di sostenere
l’opera ha poi preferito ritirare gli stanziamenti di 250 milioni di euro. Ma
il pericolo più grande potrebbe arrivare dalla Grande diga del millennio sul
Nilo Azzurro. Oltre alle questioni ambientali sono in gioco le relazioni
inteazionali con Sudan ed Egitto. Il Cairo da decenni, in virtù di un’intesa
siglata nel 1929 e ribadita nel 1959, gode di un controllo assoluto sul bacino
del Nilo. A più riprese i politici egiziani hanno annunciato che non
accetteranno una diminuzione della portata del Nilo. A costo di dichiarare
guerra all’Etiopia.

Enrico Casale


Tags:
eolico, fotovoltaico, energia, energia pulita, idroelettrica, energia, ambiente, geotermica

Enrico Casale




Non è più terra di conquista

Tra Russia ed Europa

Chi si reca in
Lituania oggi nota subito quanta Europa «si respiri» lassù: dieci anni dopo
l’ingresso nell’Unione europea, infatti, rimangono ancora evidenti i retaggi
sovietici e le difficoltà di convivenza tra le diverse minoranze.

Attraversare
la Lituania è un’esperienza affascinante: l’incontro tra passato e presente dà
vita a forti contrasti, influssi sovietici e simboli occidentali convivono
fianco a fianco, sia nelle città che nelle campagne. Profonda e forte, come le
croci di Kryžių Kalnas (la Collina delle croci), appare poi l’anima cattolica
del paese, simbolo del nazionalismo, del desiderio di indipendenza e di unità
lituani.


Per alcuni geografi Vilnius è il centro dell’Europa che va
dall’Atlantico agli Urali, e dal Circolo Polare Artico al Mediterraneo.

Qui
avvenne l’incontro, non sempre pacifico, tra pagani e cristiani, fino a quando
il re Mindaugas, nel XIII secolo, si convertì al cristianesimo, unificando le
varie tribù del Granducato di Lituania, del quale fu incoronato sovrano nel
1253. Mindaugas si convertì al cattolicesimo nell’ambito di un accordo con i
Cavalieri Teutonici, i famosi monaci guerrieri tedeschi che avevano conquistato
gran parte dei territori dell’antica Prussia, spingendosi fino a Memel
(l’odiea Klaipėda, in Lituania).

I
lituani, comunque, rimasero in gran parte pagani fino al 1400: il loro fu
l’ultimo paese europeo a convertirsi, innanzitutto per la loro orgogliosa
indipendenza.

Il re
cattolico Vytautas (1352-1430), aprì le porte del suo regno agli ebrei di tutto
il continente trasformando Vilnius nella «Gerusalemme del Nord», con 105
sinagoghe, una grande scuola talmudica, e la presenza del gaon, ossia il
leader spirituale della comunità ebraica mondiale.

A
partire dal 1385, a seguito dell’unione con la corona polacca, la Lituania andò
incontro a un processo di «polonizzazione». Di questa relazione forte e ambigua
con la Polonia rimangono ancora oggi segni evidenti.

Nel
1654 la Russia invase temporaneamente la Confederazione, impossessandosi di una
parte considerevole dei territori, e nel 1795 tutta la Lituania passò sotto il
dominio russo. Mentre Estonia e Lettonia vennero governate come province autonome,
sulla Lituania il governo russo esercitò un controllo molto più rigoroso perché
il rischio di ribellione sembrava più alto.

L’aspirazione
alla rinascita nazionale del popolo lituano raggiunse l’apice tra il XIX e
l’inizio del XX secolo, anche grazie al rapido sviluppo industriale di Vilnius
e degli altri centri urbani, e riuscì a realizzarsi in un breve periodo di
indipendenza alla fine della prima guerra mondiale, durante la quale la
Lituania fu occupata dalla Germania. Nel novembre 1918 quest’ultima firmò
l’armistizio con le potenze alleate, e nello stesso giorno fu istituito il
governo della Repubblica Lituana.

Il
neonato stato riuscì a ottenere da Lenin il riconoscimento dell’indipendenza,
ma si trovò ad affrontare l’attacco della Polonia che ambiva a riprendersi il
suo antico territorio. I polacchi occuparono Vilnius e la parte meridionale del
paese nel 1920, mentre la capitale della Repubblica Lituana fu trasferita a
Kaunas.

Il
susseguirsi di dominatori spinse alla fine i lituani ad apprezzare l’intervento
dei sovietici prima e dei nazisti poi. Questo è evidente nei musei storici del
paese che raccontano l’occupazione nazista valutandola quasi positivamente
rispetto a quella sovietica.

Prima
della seconda guerra mondiale Vilnius ospitava una delle comunità ebraiche più
importanti d’Europa, tanto che nel 1925 fu scelta come sede dell’Istituto di
Ricerca Scientifica Yiddish Yivo. Negli stessi anni sorsero un gran numero di
scuole, biblioteche, teatri, sinagoghe e case di preghiera, e sei quotidiani ebraici.

Quando
Hitler invase l’Unione Sovietica, e l’esercito arrivò in Lituania, si scatenò
una carneficina: in soli cinque mesi, dal luglio al dicembre 1941, oltre
160mila persone furono uccise: l’80% della popolazione ebraica. Alla fine della
seconda guerra mondiale, la comunità ebraica lituana risultava praticamente
azzerata.

La
Lituania fu anche l’unica delle repubbliche sovietiche in cui una forte
resistenza armata si oppose alla rioccupazione dell’Urss, che ebbe inizio già
nel 1944 e durò fino al 1953, anno della morte di Stalin. I partigiani lituani,
chiamati «Fratelli della foresta», con la loro guerriglia scoraggiarono la
politica di immigrazione russa che invece stravolse la fisionomia di Estonia e
Lettonia. Nonostante questo, si stima che si trovino comunque in Lituania 115
diverse comunità etniche la cui convivenza non è sempre facile.

Un’altra
caratteristica dell’opposizione antisovietica lituana è il ruolo della Chiesa
cattolica, sostanzialmente assente in Estonia e Lettonia, come «polo di attrazione
della dissidenza».

Dopo
l’indipendenza nel 1991, la Chiesa cattolica ha rapidamente ripreso possesso
delle proprietà ecclesiastiche riconsacrando i luoghi di culto. Oggi circa
l’80% dei lituani si dichiarano cattolici. Fra le minoranze religiose ci sono
gli ortodossi (4%), i protestanti (2%), e altre confessioni.

Soviet nostalgia?

I
conti con il proprio passato si fanno non solo ricordando l’orgoglio e
celebrando il senso di identità nazionale, ma anche recuperando memorie
dolorose e cercando di dare loro una nuova collocazione, una nuova forma.

È
quello che è successo, ad esempio, con il Grutas park, il parco delle sculture
sovietiche, sorto a pochi chilometri dal confine polacco lituano.

Entrando
in Lituania dal confine polacco, infatti, una delle «attrazioni imperdibili»,
testimonianza del desiderio di conservare viva la memoria, è il parco di
Grutas. Il parco, soprannominato Stalin World, ospita una vasta collezione di
statue, un tempo collocate come simboli del potere sovietico in vari parchi e
piazze di tutto il territorio nazionale.

Il
parco è stato voluto da Viliumas Malinauskas, ex direttore di kolchoz
(le cornoperative agricole sovietiche), poi imprenditore arricchitosi grazie a
un’azienda di funghi in conserva. Nel 1999 egli ottenne in concessione dal
ministero della Cultura le sculture, e decise di installarle in una parte della
sua proprietà di 200 ettari.

L’ingresso
del parco, progettato in modo da ricordare un campo di concentramento
siberiano, riproduce il presidio al confine sovietico polacco, con tanto di
filo spinato e di barriere a strisce bianche e rosse sul lato polacco, e rosse
e verdi sul lato sovietico. Accanto si trova uno dei vagoni con cui i
prigionieri lituani venivano deportati in Siberia.

Una
volta attraversato il tornello dell’ingresso, si viene accolti da musiche russe
emesse da altoparlanti fissati sulle torri di vedetta, mentre nel ristorante si
possono mangiare con posate di fabbricazione sovietica sardine, cipolle e,
ovviamente, bere vodka. La maggior parte delle statue del parco non dicono
molto agli stranieri poiché rappresentano «eroi» o episodi della storia locale.
Ma non è così per le giovani coppie di lituani che, spesso con i figli,
passeggiano fermandosi di fronte a storie o personaggi magari citati dai propri
genitori o nonni.

Museo della Guerra fredda

Proseguendo
verso Nord, un altro luogo estremamente significativo è il Museo della Guerra
fredda, inaugurato alla fine del 2011, ricavato in un’ex base missilistica
sovietica sotterranea costruita all’inizio degli anni ‘60 nel cuore del parco
nazionale di Žemaitija, e rimasta sorprendentemente sconosciuta alla
popolazione lituana per decenni.

Nel
museo è allestita una mostra riguardante la storia della Guerra fredda e, in
particolare, la situazione dei paesi baltici. C’è anche una sezione dedicata
alla costruzione e al ruolo della base missilistica stessa, che un tempo
custodiva missili nucleari con potenza sufficiente ad annientare gran parte
dell’Europa. La principale attrattiva del museo è, infatti, la possibilità di
visitare uno dei bunker che un tempo racchiudevano le enormi testate nucleari:
missili R12 lunghi 22 metri.

Per
costruire la base, nel 1960 furono inviati sul posto 10mila militari provenienti
dagli stati satellite dell’Urss, che completarono l’opera in otto mesi. Essa
ospitò il 79° Reggimento missilistico fino al 1978, quando i missili
scomparvero «misteriosamente», e la struttura fu abbandonata al suo destino.

Nel
corso della sua storia, la base fu utilizzata per puntare i propri missili in
direzione dell’America durante la crisi internazionale cubana dell’autunno
1962, e fu tra quelle allertate con allarme rosso durante l’invasione della
Cecoslovacchia del 1968.

La Collina delle croci

È sulla
Collina delle croci, più che in ogni altro luogo, che si può ripercorrere e
sentire la storia, il passato e il presente, ma soprattutto il desiderio di
indipendenza e la forza del sentimento nazionalista del popolo lituano.

La
Collina delle croci è un luogo impressionante, affascinante e sconvolgente al
tempo stesso. Qui sono state erette migliaia di croci, da parte di innumerevoli
pellegrini e delle moltissime coppie che, di sabato, vi si recano appena dopo
la cerimonia nuziale.

Grandi
e piccole, preziose e povere, in legno e in metallo, le croci possono assolvere
la funzione prettamente religiosa di accompagnare la preghiera, ma anche
rappresentare, con i loro elaborati lavori di intaglio, veri capolavori
dell’arte popolare. Alcune sono state piantate in memoria di persone scomparse.
In tal caso sono accompagnate da fiori e qualche fotografia, o da altri oggetti
che ricordino il defunto, con un’iscrizione affettuosa o un messaggio
religioso.

Sparsi
fra le croci si possono vedere non solo i tradizionali koplytstulpis
lituani (statue di legno sormontate da un piccolo tetto), ma anche alcune
sculture lignee raffiguranti il Cristo Addolorato (Rūpintojėlis).
Secondo i principi di un’arte tramandata di maestro in allievo, le croci sono
intagliate in legno di quercia, l’albero sacro della mitologia pagana. Intese
come offerte agli dei, erano accompagnate da cibo oppure avvolte con sciarpe
colorate (per propiziare un matrimonio) o con grembiuli (auspicio di fertilità).
Una volta riconosciute dalla Chiesa, si legarono però definitivamente ai riti
cristiani, assumendo una connotazione sacra. In seguito, le croci divennero
simboli della resistenza contro l’occupazione configurandosi come testimonianza
non solo di devozione, ma anche di identità nazionale.

Diverse
sono le storie che circolano sull’origine della Collina e la colorano di
leggenda: alcune sostengono che sia stata costruita in tre giorni e tre notti
dalle famiglie dei soldati uccisi in una grande battaglia, altre dicono sia
stata opera di un padre che, nell’estremo tentativo di far guarire la figlia
malata, per primo innalzò una croce votiva sulla Collina. Altre ancora narrano
di un castello distrutto dai Cavalieri Portaspada nel Trecento, sui cui ruderi
sarebbe sorto il simbolo della fede e della nazione lituana. Da ultimo, le
tradizioni pagane narrano di vergini celestiali che in questo luogo accendevano
e accudivano i fuochi sacri a loro affidati, e di un tempio, costruito in epoca
precristiana, in cui si praticavano sacrifici e culti pagani.

Le
testimonianze più attendibili però riportano che le prime croci furono
collocate dagli abitanti della zona per commemorare le vittime degli scontri
del 1831 e del 1863 tra la popolazione lituana, che protestava contro
l’oppressione del regime zarista, e le autorità russe che avevano annesso la
Lituania nel 1795. Diverse persone, nel corso di quei moti insurrezionali,
avevano perso la vita per il sogno di rivedere la patria lituana risorgere e
riaffermarsi nel contesto europeo. Così, gli abitanti delle città limitrofe
presero a piantare, nel terreno particolarmente morbido della Collina, delle
croci, delle più svariate fogge e dimensioni, in memoria dei propri cari che
non tornavano. La Collina divenne così rapidamente un luogo d’incontro dove
ognuno andava per piantare la propria croce e chiedere una grazia, commemorare
un defunto, e così via.

La
prima menzione della Collina in un documento risale al 1850 e riguarda la
notizia che centinaia di croci vi furono piantate dopo che un editto dello zar
aveva ordinato la loro rimozione dalle strade delle campagne circostanti. A
fine Ottocento le croci erano poco più di un centinaio, per lo più di grandi
dimensioni, ed esisteva anche una piccola cappella di mattoni. L’usanza di
andarvi a piantare delle croci prese piede e crebbe legando da subito
religiosità e patriottismo. Le messe celebrate ai piedi della Collina si
trasformavano in manifestazioni nazionaliste.

Divenuta
dunque simbolo del risorgimento nazionale, delle rivolte antizariste prima, e
della resistenza al regime comunista poi, la Collina non poteva avere vita
facile. Quell’affollarsi di fedeli e di croci, quella rivendicazione di
indipendenza, alterità e di fede dava fastidio al potere sovietico, ateo e
antinazionalista, che nelle scuole insegnava l’ateismo, che aveva trasformato
le chiese in musei, e aveva spedito nei lager della Siberia decine di migliaia
di persone, tra cui tanti preti e suore. Nel 1961, quindi, per la prima volta, «l’ateismo
dei bulldozer» spianò la Collina, bruciò le croci di legno e portò alla rottamazione
quelle di ferro. Quel gesto però sortì una reazione opposta: la stessa notte
altre croci vennero piantate al posto di quelle distrutte o bruciate. E lo
stesso avvenne anche negli anni successivi, di fronte ai nuovi tentativi del
regime di spianare la Collina. Alle operazioni di pulizia delle forze
dell’ordine faceva seguito il silenzioso ritorno delle croci. I comunisti
tornarono a spianare la Collina per tre volte, il sito venne piantonato
dall’Armata Rossa, sorvegliato dal Kgb (i servizi segreti sovietici), si pensò
addirittura di allagare l’area, per trasformare la Collina in un’isola
inaccessibile. Una di queste tre volte fu nel 1972, quando uno studente di
Kaunas si suicidò in segno di protesta contro l’occupazione sovietica. Di
nuovo, anche in quell’occasione, le croci tornarono sulla Collina.

Ancora
oggi si possono individuare le croci in ferro che, scampate ai bulldozer e
recuperate, ora stanno in piedi un po’ sbilenche, raddrizzate a martellate, in
equilibrio solo apparentemente precario su blocchi irregolari di cemento. Nel
1990 erano circa 50.000. Nel 2000 arrivavano addirittura a 100.000.

Papa
Giovanni Paolo II si recò sulla Collina delle croci durante la sua visita in
Lituania nel settembre del 1993. Celebrò la messa all’aperto su un altare in
legno costruito per l’occasione e donò alla Collina e al popolo lituano una
grande croce dello stesso materiale con una base in granito sulla quale è
riportato il suo ringraziamento per la testimonianza di fede: «Grazie a voi
lituani per questa Collina delle croci, che testimonia ai popoli di tutto il
mondo la grande fede del vostro popolo».

Alle
spalle della Collina si trova oggi un monastero francescano, costruito fra il
1997 e il 2000, dopo che Giovanni Paolo II espresse il desiderio che qualcuno
si occupasse della cura e della manutenzione del sito. Oggi nel monastero si
trovano 10 frati.

Viviana Premazzi


Tags: collina delle croci,
Kryžių Kalnas, Grutas park, Lituania, ex sovietico, nazionalismo, Vilnius,
Russia, guerra fredda, occidente, Unione Europea

Viviana Premazzi




Dove il tempo è scandito dal dondolo

Diario di viaggio e
incontri / 2

Continua la visita di
Claudia nel Nicaragua postsandinista, da Léon a Granada.

León


17 gennaio

La
casa di Dona Blanca si trova nel centro storico di León e ha un bel patio ricco
di piante esotiche. Il pomeriggio è rovente in città, ma la sera rinfresca e
noi troviamo un locale ampio e allegro dove si serve cibo e caffè italiano.

Alessandro
era arrivato qui come consulente agronomo della Comunità europea. Dodici anni
fa ha deciso di rimanere, aprire un locale e mettere su famiglia con Emilia,
figlia di un italiano e una guatemalteca. Il lavoro è tanto perché si preparano
lasagne, parmigiane e dolci anche da asporto. Alessandro è stanco ma
soddisfatto e, prima di chiudere, si ferma al nostro tavolo con Emilia e la
loro piccola di otto anni. Ne ha di cose da dirci, anche su quegli italiani che
hanno trovato rifugio in questo paese dopo essere stati condannati per delitti
terribili. «Di solito aprono ristoranti e sposano ragazze del posto», e ci fa
l’occhiolino.

Ci
sono molti cartelli di case e terreni in vendita, ma bisogna stare attenti,
potrebbe essere un imbroglio. Il catasto è allo sfascio. I grandi proprietari
erano stati espropriati con la rivoluzione, ma gli Usa premono perché rientrino
nelle loro proprietà. A volte compaiono comunità indigene che reclamano la loro
terra ancestrale.

Rubén


18 gennaio

Avevo
studiato Rubén Darío (1867-1916) nel corso di letteratura spagnola, ma non
ricordavo che fosse nato proprio a León. I poeti in questo paese sono molto
amati e celebrati. Tra due anni cade il centenario della morte di Rubén, e León
si sta preparando. Visitiamo il museo, allestito nella sua casa, poi passiamo
nel museo di arte contemporanea in un fascinoso edificio coloniale, con cortili
e fontane.

Nella
stessa via noto il convento dei francescani, che ora è uno spettacolare
albergo, quasi un museo. Le chiese di León sono numerose e alcune veramente belle,
anche se bisognose di restauri. Gli interni sono arricchiti da colonne di
mogano, alberi che un tempo dovevano formare le foreste ora scomparse.
Il Nicaragua da sempre è in mano a poche, ricchissime famiglie. Le più potenti
sono i conservatori Chomorro di Granada e i liberali Casasa di León. Tutti
grandi proprietari terrieri che hanno sempre avuto il potere di influenzare la
politica.

León,
città di studenti universitari e di poeti, è sempre stata al centro della vita
culturale e politica del paese. Anche la famiglia di Maria Vittoria è di idee
liberali. Ci siamo conosciute a Co Island e ora ci ritroviamo qui, nella città
dove la famiglia aveva proprietà che ha perso con la rivoluzione. «Mia nonna
nascondeva le armi dei sandinisti in giardino» mi racconta, «durante la guerra
i miei genitori hanno deciso di rifugiarsi a San Diego, in Califoia, dove mio
padre aveva studiato da ragazzo». Maria Vittoria ama León ma abita a San
Francisco e fa l’avvocato. Tutti gli anni ritorna qui per una settimana di vacanza.

Stasera
vi è un’altra cerimonia in onore di Darío davanti alla gigantesca cattedrale,
con i discorsi dei politici, i balli in costume, una musica assordante e il
finale con i botti, come quelli che ieri mattina ci hanno svegliate alle 5. Ci
siamo spaventate, poi ho saputo che ieri cadeva l’anniversario della nascita di
Sandino, eroe nazionale. Sono uscita e, davanti alla chiesa della Merced,
ho visto il carro delle processioni con la polizia e uomini che caricavano la
statua della Madonna, avvolta in teli di plastica. Destinazione: le prigioni di
stato, dove la Vergine benedirà i carcerati.

Poneloya


20 gennaio

Da León
in venti minuti raggiungiamo Poneloya, una località sul Pacifico che pare in
stato di abbandono, con casette diroccate, molte in vendita, affacciate su una
lunga spiaggia di sabbia nera. Dopo il primo sconcerto capisco di aver trovato
il posto giusto per me nell’albergo consigliatomi da Dona Blanca, una semplice
struttura con il pergolato di foglie di palme sulla spiaggia.

Al
tramonto la luce color bronzo delle nuvole si riflette sulla sabbia umida, ma
al calar del sole il cielo si accende di rosso. Allora chiude la cucina, che ha
servito sin dal mattino le famiglie di León in gita, con nonni e nipotini.
Dobbiamo trasferirci alla Barca de Oro, un simpatico locale alternativo
gestito da una signora francese, con vista sull’estuario del fiume. Lungo la
strada buia si affacciano le pulperie, botteghe che offrono in vendita
cose essenziali, e semplici locali con amache e musica. La notte il mare sale e
rumoreggia. Numerosi cani circolano tranquilli. La mattina li vedo giocare coi
gabbiani, sulla spiaggia. Mi avvio verso l’estuario dove si radunano aironi,
garze, stee e pellicani e, volendo, si può passare il fiume e raggiungere il
centro di protezione delle tartarughe. Le uova raccolte dai pescatori nei nidi
vengono acquistate, custodite per 45 giorni e, una volta schiuse, le piccole
tartarughe saranno protette dai predatori.

Verso
le 7 del mattino ritornano i pescatori, ma i pesci sono pochi, nonostante
abbiano trascorso tutta la notte in mare.

Lo
spettacolo continuo è dato dal volo di grandi stormi di pellicani che nel cielo
creano disegni mobili e precisi. Qui non si tuffano per pescare, non dondolano
sulle onde come negli altri mari tropicali. Piccole formazioni compatte passano
a pelo d’acqua, pattugliano il mare senza fermarsi.

Volontari e Dentisti


23 gennaio

Alcuni
amici mi fanno incontrare Mertxe, energica signora arrivata trent’anni fa con
le brigate di solidarietà dei Paesi Baschi, che allora avevano appoggiato la
rivoluzione sandinista. Robusta, non più giovane ma piena di energia, Mertxe ha
creato negli anni un’opera importante per promuovere la donna attraverso i
consultori, l’educazione, il lavoro, il fotovoltaico e il microcredito. Ha
scelto un nome indio, Xotchil, ed è riuscita a coinvolgere oltre 500 donne in
un distretto agricolo di 9000kmq. I finanziamenti arrivano dalla Municipalità
Basca, da sempre attenta ai bisogni dei paesi poveri.

25 gennaio

Victoria
è arrivata da Toronto e fa parte di un gruppo di 50 volontari che hanno base
nel nostro albergo. Sono dentisti e tecnici canadesi, soci della Ong Kindness
in Action
, che lavoreranno per qualche giorno in un piccolo ospedale della
regione. Prendiamo il caffè insieme e scopro persone positive, felici di fare
questa esperienza. Ciascuno di loro ha una storia da raccontare.

Victoria
è stata in molti paesi ed è alla sua quarta esperienza in Nicaragua. Ricorda
con dolore la miseria estrema trovata nei villaggi montani del Guatemala,
mentre in Cambogia vide una popolazione sfruttata in modo cinico, senza diritti
e possibilità di riscatto. Victoria capisce l’italiano, perché da bambina ha
vissuto un anno a Ostia. Era il 1974 e Golda Meyer si era accordata con Nikita
Kruscev per concedere un esodo degli ebrei russi che erano pesantemente
discriminati. Allora Victoria frequentava la prima elementare a Kiev (Ucraina),
ma la famiglia era originaria di Harkov, al confine con la Polonia. Per
emigrare occorreva pagare al fine di ottenere un invito. Israele offriva subito
cittadinanza, sanità e lavoro, ma c’era la guerra. Arrivati a Vienna, il padre,
decise di andare in Italia, dove la famiglia venne sistemata a Ostia, in attesa
di partire per l’America.

Chiedo
a Victoria il significato del suo cognome, Sugarman. «Ho mantenuto il nome del
mio primo marito. Suo padre era arrivato a Ellis Island (New York) dalla
Polonia. Aveva un nome difficile; decisero così di dargli il nome del suo
mestiere, pasticcere, obbligandolo ad abbandonare il nome di famiglia
originale. Victoria conosce Shakespeare, sorride e cita una bella frase da
Romeo e Giulietta: «A rose by any other name would smell as sweet» (una rosa
avrebbe lo stesso profumo anche se si chiamasse in un altro modo).

A
tavola conosco altri volontari. André è un giovane ingegnere, nato a Minsk
(Bielorussia) da famiglia agiata, che appena è stato possibile ha chiesto di
emigrare in Canada. Ci sono riusciti nel 2005, pagando una bella cifra. Il
padre fu minacciato, pistola alla tempia, e costretto a lasciare tutti i suoi
affari in patria.

Victor


1 febbraio

Victor
il tassista è venuto a prenderci per portarci a Leòn, domani proseguiremo per
la laguna di Apoyo. Nei venti minuti di tragitto racconta la storia della sua
famiglia, originaria di Las Penitas. Il padre era un povero pescatore con una
famiglia numerosa, che si rendeva conto delle ingiustizie subite dal popolo.
Parlava ai compagni, li spronava a ribellarsi. La situazione era drammatica,
mancavano le scuole e i centri di salute che ora, con l’amministrazione Ortega,
sono sorti ovunque. Nei primi anni dopo la rivoluzione, gli studenti delle città
furono inviati nelle campagne per insegnare ai figli di contadini a leggere e
scrivere. Un tempo i proprietari terrieri non si curavano dei loro dipendenti,
volevano tenerli nell’ignoranza per meglio controllarli. Pare che l’unica
attenzione fosse data agli uomini la domenica, con l’arrivo delle prostitute e
la distribuzione di rum. La condizione delle donne era di completa
sottomissione.

Un
giorno, dopo disordini da lui fomentati, fu mandato in prigione, con i suoi
figli. Uscito, decise di trasferirsi a León, cercare un lavoro, mentre la mamma
si mise a vendere cibo e i figli furono mandati a scuola. Victor aveva 14 anni
quando fu prelevato a scuola e arruolato nell’esercito, come era la regola,
allora. Dopo alcuni anni passò nelle file dei sandinisti. «In quegli anni
imparai a leggere e a scrivere e mi misi a studiare». Victor mi affascina, ha
doti di sintesi e chiarezza nel raccontare le vicende della sua vita e la
storia del suo paese. Spero di sentire altre storie, domani, in viaggio.

San Juan del Sur


3 febbraio

Anita
è una signora triestina che vive a San Juan del Sur da molti anni e nella sua
bellissima casa ha due stanze per gli ospiti. Costruita in legno pregiato è
aperta su un giardino di piante grasse, bouganville e manghi. I vicini di casa
appartengono alla famiglia
Chamorro, signori di Granada e proprietari de La Prensa, il quotidiano
che riesce ancora a fare opposizione al governo Ortega.

Tutto
è di gusto raffinato, non ci sono vetri, solo gelosie di legno, tiranti di
ferro e veri alberi coi rami che sostengono il tetto.

La
sera cerchiamo la gelateria italiana e incontriamo Stefano Cardonato, giovane
ingegnere ambientale torinese che sta trascorrendo le sue vacanze
viaggiando. è ospitato sulla strada del caffè nella casa di una famiglia
di contadini nell’ambito del programma «Turismo Rurale». Il padre di famiglia,
racconta, esce presto la mattina per andare a lavorare nei campi e si porta i
piccoli dietro. Non c’è bisogno di asilo, loro sono contenti e giocano. A
mezzogiorno ritorna nella casetta, e si gode la famiglia.

Ometepe, l’isola


7 febbraio

Su
consiglio di Stefano parto per Ometepe. Lasciamo le grandi spiagge di San Juan
del Sur e ci fermiamo al mercato di Rivas, snodo importante sulla Panamericana,
dove ci sono gli zuccherifici, l’università e l’ospedale. Il traffico in centro
è rallentato dai numerosi ricshò che trasportano cose e persone.

A San
Jorge ci imbarchiamo sul ferry per Ometepe. Siede accanto a me una coppia di
contadini. Sono stanchi, si addormentano subito riversi sul sedile e paiono
morti. Hanno piedi che non hanno mai visto scarpe, mani da lavoro, visi
rinsecchiti, scavati dalla miseria. Impressionante.

Un pick
up
ci porta a Merida su una strada che è un torrente in secca con pietre e
buche che quando piove diventa impraticabile. Gli isolani usano la bici, che
spingono sulle ripide salite. I cavalli si usano per trasportare i platani (o plantani),
i migliori d’America, che esportano nei paesi vicini. Si friggono due volte e
sono ottimi come contorno.

Forse
il prossimo anno asfalteranno i primi 2 chilometri di questa strada, mentre una
pista per piccoli aerei è già stata costruita, ma mai usata.


9 febbraio

Ometepe
è un’isola fantastica, formata da due vulcani spuntati in mezzo al lago più
grande dell’America centrale. Abitata molti secoli prima della scoperta
dell’America, conserva petroglifi e ceramiche che le famiglie raccolgono ed
espongono nelle case.

In
riva al lago un catalano con l’orecchino si è associato con Louis, nativo
dell’isola, e insieme hanno costruito due casette di mattoni, una cucina con
due fornelli a legna, una pergola e un riparo per i kayak, il Caballito
del mar
. Ci sistemiamo qui anche se ci sono lodge più belli, che
attirano i viaggiatori alla ricerca della natura incontaminata. La sera però
arrivano da noi per gustare i piatti semplici e gustosi di Maria Teresa, la
nostra cuoca. La vedo arrivare all’alba per spazzare, pulire, accendere il
fuoco e cucinare. Pesce del lago appena pescato, pollo al miele e le repochetas,
tortillas fatte a mano e fritte, coperte di crema di fagioli, formaggio
e cavolo. Oggi Louis è andato a comprare un pollo dai contadini, me lo ha
portato in un sacco, poi si è messo a spiumarlo in cucina, mentre Maria Teresa
preparava le verdure per la zuppa. Parte della bestia è stata poi cucinata con
rum, cipolle e miele. Viviamo questi giorni accanto agli abitanti e la notte
siamo svegliate dal canto del gallo, dall’abbaiare di cani, dai versi e dai
richiami di uccelli e altri animali.

Maria

Sono
le sei del mattino e la chioccia è arrivata coi pulcini a becchettare davanti
alla nostra capanna. Maria ha già lavato parte del secchio di panni sulle
pietre poste in riva al lago. Con i piedi in acqua, passa sapone e spazzola sui
vestiti sporchi di famiglia. Maria ha solo tredici anni, quattro fratelli e due
sorelle e ha sempre lavorato aiutando in casa. La sua famiglia abita qui,
sull’isola, dove alcuni stranieri hanno già pensato di installarsi. La terra
sull’isola costa sempre più cara, perché molti arrivano qui dal Costarica alla
ricerca di un paese genuino e meno caro.

Oggi
risaliremo il fiume Istan, che taglia l’istmo che separa i due vulcani.
Entriamo con il kayak in un paradiso di alberi maestosi, alcuni in piena
fioritura, dove possiamo vedere una grande varietà di uccelli, scimmie,
alligatori. L’acqua è tranquilla, ricoperta da piante acquatiche, l’atmosfera
serena. Sullo sfondo i due vulcani, con un cappello di nuvole sulla cima.

10 febbraio

Siamo
arrivate a Moyogalpa a mezzogiorno, dopo esserci fermati a Ojo de Agua, una
piscina quasi naturale di acqua sorgiva e, pare, benefica. Ci siamo fermati poi
a Charco Verde, un complesso turistico presso una laguna, oasi naturalistica
protetta. Un posto per turisti esigenti, molto bello e molto diverso dal Caballito
del mar
. Ci sono alberi maestosi, il prato e la spiaggia attrezzata. Niente
galline, né maiali o bambini in giro.

Proseguiamo
per Moyogalpa, cittadina deliziosa, vivace e trafficata fino alle 17, quando
parte l’ultimo traghetto per Sao Jorge. La via principale ha casette colorate
dove si aprono botteghe, caffè, comedor e ristoranti. La sera si
accendono le luci e si scorgono gli interni con le decorazioni vivaci, le
poltrone a dondolo di legno scolpito, le tendine di pizzo. Le famiglie allora
si siedono sul marciapiede a chiacchierare, mentre i bambini giocano per
strada.

La
via sale e termina con il parque central, piccola piazza ombrosa con
panchine, e la chiesa cattolica. Entriamo e vediamo una chiesa povera, anche se
piuttosto grande. Le colonne sono di legno e hanno lunghe cortine di pizzo con
mantovana. Il pavimento ha bisogno di restauro, mancano alcune mattonelle.
Fuori si accende il tramonto sul lago.

Gli
altri, le sette evangeliche che arrivano dagli Usa, sono molto agguerriti,
salgono persino sui bus e parlano per ore di Gesù in mezzo alla gente. Poi
chiedono soldi e la gente sgancia.

Dona Nora

«Sono
nata 64 anni fa e la mia era una povera famiglia contadina. A vent’anni avevo
già due bimbe e la vita dei campi era troppo dura». Dona Nora siede su un
dondolo di legno intagliato, nel patio del suo albergo e mi racconta la sua
vita. «Arrivai a Moyogalpa e mi misi accanto al molo dei ferries, sotto
una capanna col tetto di foglie di banano. Vendevo gallo pinto, birra e
bibite».

Dona
Nora si è messa il rossetto, il corpo adagiato nella sedia a dondolo è
disfatto, ma gli occhi brillano, mentre continua il racconto della sua vita. «Comprai
il terreno e negli anni successivi comprai quello accanto, dove ho fatto
costruire questo albergo». Le piante e i fiori nel giardino sono stupendi, ci
sono anche due carambole (star fruit) cariche di frutti. Le pareti
dell’albergo sono dipinte a colori vivaci, con i vulcani e le mappe dell’isola.
Altri tre figli arrivarono negli anni, ma pare che gli uomini non abbiano mai
collaborato.

Granada


12 febbraio

L’ultima
sosta la dedico a Granada, antica capitale che ha scoperto una vocazione
turistica.

Il
vulcano Mombacho domina il paesaggio e condiziona lo sviluppo delle città.

Le
case coloniali del centro storico sono state restaurate, alcune sono ora di
proprietà straniera altre sono strutture turistiche, ma la vita degli abitanti
nei quartieri periferici non pare cambiata.

Mi
fermerò qui solo una notte in una posada, una casa privata, dove i due
anziani proprietari passano la giornata in dondolo, ricambiando gli sguardi dei
passanti, mentre umili donne lavorano.

Claudia Caramanti


Claudia Caramanti




Perù. Kumbarikira e la voce dei Kukama


Storie e volti di
radio / 3


Nata nel 1992, Radio
Ucamara è un’emittente di Nauta, nell’Amazzonia peruviana. Guidata da Leonardo
Tello Imaina, la radio è la voce dei Kukama. Un popolo indigeno che non vuole arrendersi
al disinteresse del governo e alle violenze delle imprese petrolifere.

 


Nauta (Loreto). Per via fluviale o per via aerea: Iquitos si raggiunge soltanto
così. Non ci sono strade che collegano la capitale dell’Amazzonia peruviana con
il resto del paese. La sola eccezione è una carretera locale che la collega a Nord con San Antonio del Estrecho (poco
più di un villaggio) e, soprattutto, a Sud con Nauta. Rispetto alla caotica e
rumorosissima Iquitos, questa cittadina pare un’oasi di tranquillità e
silenzio. È conosciuta per essere sorta nei pressi del luogo in cui il Marañón
e l’Ucayali si riuniscono formando il Rio delle Amazzoni, nonché per costituire
la porta d’ingresso della Riserva nazionale Pacaya-Samiria.

Il motokar ci
lascia davanti al cancello in ferro battuto di Radio Ucamara. È in corso una
riunione della redazione. Dopo un rapido saluto, ci diamo appuntamento per metà
pomeriggio. Il piccolo porto di Nauta dista pochi metri dalla sede
dell’emittente. Occuperemo le ore disponibili per andare con una barca a motore
alla confluenza dei tre grandi fiumi amazzonici.

Nuovo nome, nuova vita

La radio nasce il 2 febbraio del 1992, in epoca di guerra civile,
su iniziativa dell’Instituto de Promoción
Social Amazónica, fondazione del Vicariato apostolico
di Iquitos. In quanto sorella minore de «La Voz de la Selva», emittente con
sede a Iquitos, assume il nome di «La Voz de la Selva – Nauta». Nel 2006 cambia
il proprio nome nell’attuale «Radio Ucamara», crasi derivante dai nomi dei
fiumi Ucayali e Marañón.

Intanto, alcuni anni prima – è il 2003 – assume la direzione
dell’emittente Miguel Ángel Cadenas, un missionario agostiniano spagnolo. Il
padre rivoluziona il progetto radiofonico mettendo al centro tematiche prima
marginali (i conflitti socioambientali, l’antropologia, la ricerca storica) e
aprendo la radio a collaboratori di etnia kukama. Uno di questi è Leonardo
Tello Imaina, ex insegnante di scienze sociali, che nel 2010 diventa il nuovo
direttore.

«Sono kukama da parte di mio padre, sono achuar da parte di mia
madre e ho anche un po’ di sangue quechua». Leonardo, viso glabro e sorriso
triste, descrive con orgoglio le sue radici indigene. «Appena iniziai a
frequentare la radio, me ne appassionai, perché capii che essa poteva essere
uno spazio per fare qualcosa di utile per gli altri e soprattutto per il mio
popolo». Un popolo quello kukama con una lunga storia di sofferenze e
ingiustizie. A iniziare dal genocidio durante l’epoca del caucciù (1885-1915)
per arrivare all’oggi con la devastante invasione delle terre indigene da parte
delle multinazionali. Da tempo Radio Ucamara ha iniziato a lavorare sul
recupero della memoria individuale e collettiva del popolo kukama. E
dell’idioma. «Io non parlo la mia propria lingua – spiega Leonardo -. A scuola
non potevamo utilizzarla. Così oggi le uniche a parlare kukama sono le persone
con più di 75 anni. Se non facciamo subito qualcosa, nel giro di 10 anni di
questa lingua non ci sarà più traccia».

Per questo Radio Ucamara si è attivata. «Oggi, alla radio, abbiamo
due programmi in lingua kukama, che però ci hanno attirato insulti e accuse di
spingere per un ritorno al passato». Per poco più di un anno – da agosto 2012 a
ottobre 2013 – nei locali della radio ha funzionato anche una scuola di lingua
kukama (escuela Ikuari). Con due modalità d’insegnamento: raccontando storie o cantando.
E proprio questa seconda modalità ha avuto un successo inaspettato,
raggiungendo un pubblico ben oltre la regione amazzonica.

Con l’aiuto di Create You
Voice, una Ong tedesca, la radio ha prodotto un videoclip con
una canzone in lingua spagnola e kukama, ritmi musicali rap e una metafora ben
riuscita: i piccoli protagonisti vanno in scena con la bocca tappata da un
nastro adesivo su cui la parola kukama appare cancellata. Kumbarikira – questo il suo titolo – è stato un
successo su internet grazie a YouTube. Eppure, l’inizio era stato ben poco
promettente. «Per fare il videoclip – racconta Leonardo -, necessitavamo di
almeno 60 bambini. Non se ne presentò nessuno perché avevamo detto di voler
fare un video in kukama. Così, per realizzare l’idea, abbiamo dovuto chiedere
aiuto alle persone a noi più vicine». Tanto per capire, la prima ragazza che
appare nel video è Danna Gaviota, 14 anni, la più grande dei tre figli di
Leonardo.

Sulla pelle degli altri

Con l’inizio dello sfruttamento petrolifero dell’Amazzonia e lo
sbarco delle multinazionali si sono diffuse violenza e corruzione. E un
inquinamento che dura ormai da oltre 40 anni.

Spiega Leonardo: «Sono eventi distruttivi per le comunità indigene
che abitano lungo i fiumi e che vivono di pesca. La vita dei Kukama è
strettamente legata a quella dei corsi d’acqua. Gli sciamani curano con gli
spiriti del fiume ma oggi stanno sparendo. Senza sciamani, senza pescatori,
senza cacciatori, si annulla un popolo e la sua resistenza».

«La Pluspetrol non soltanto contamina, ma distrugge l’ambiente
culturale e le modalità di vita delle comunità. Con essa arriva il consumismo e
la prostituzione. Si cercano bambine nelle comunità per sfruttarle
sessualmente. Penso a quanto accade a Villa Trompeteros sul Rio Corrientes, un
fiume devastato dalla contaminazione. I favorevoli alla Pluspetrol sostengono
che essa porterebbe lavoro, ma in realtà si tratta di gente che viene da fuori
perché normalmente l’impresa ha bisogno di manodopera qualificata. Come kukama
mi piacerebbe che la compagnia petrolifera se ne andasse. Come direttore della
radio debbo ascoltare anche opinioni opposte».

Da alcuni anni Iquitos e tutta questa parte dell’Amazzonia
peruviana stanno vivendo un’esplosione turistica. Può essere questa una strada
per arrivare a uno sviluppo sostenibile e corretto? «Le imprese turistiche
operano in modo irresponsabile. A loro non interessa la tematica culturale o
come viva la gente di qui. Anzi, per esse meno gente c’è, meglio è. La
popolazione locale è esclusa o aggredita. Un esempio: le compagnie turistiche
arrivano sui nostri fiumi con imbarcazioni che travolgono le piccole canoe dei
locali. Un turismo culturale e responsabile dovrebbe partire dal rispetto dei
popoli originari e delle loro forme di vita. Avremmo cose meravigliose da
mostrare, ma il turismo attuale – oltre a essere distruttivo – ha una visione
molto limitata dell’Amazzonia». E tutto ciò avviene con la responsabilità di
uno stato miope o corrotto.

«Nella riserva Pacaya-Samiria i Kukama non possono entrare a
pescare perché è riservata al turismo. Nel contempo però essa è aperta allo
sfruttamento indiscriminato della Pluspetrol». Leonardo porta anche l’esempio
del porto di Nauta. «Le autorità lo hanno venduto – senza consultare la
popolazione locale – alle imprese petrolifere, alle imbarcazioni turistiche,
alle stazioni di carburanti. Pochi anni fa il porto era pieno di canoe di
pescatori, cacciatori, agricoltori. Adesso queste persone sono state cacciate
e, per sopravvivere, hanno dovuto dedicarsi ad altre attività, spesso a danno
dell’ecosistema». Leonardo Tello non fa sconti al governo di Lima. «Il sistema
educativo è pessimo qui a Nauta. Figuratevi com’è nelle comunità più isolate.
Quanto al sistema sanitario la sua filosofia rientra nella generale mancanza di
rispetto verso la cultura originaria. Ad esempio, nei centri di salute non
vengono prese in considerazione le piante medicinali. Per non parlare di alcuni
programmi sociali (come Juntos e QaliWarma, ndr) attraverso i quali il governo ha introdotto il consumo di cibi
in latta facendo sorgere il problema del cambio alimentare».

Passato e presente

A
Radio Ucamara lavorano quattro persone più un numero variabile di volontari. «Abbiamo
un notiziario fatto interamente da donne, perché la visione femminile è
distinta», spiega il direttore. Oggi l’emittente raggiunge 45.000 persone,
un’audience importante.

Dopo
aver conversato a lungo ed esserci un po’ conosciuti, Leonardo ci confida che
ha scelto di dedicare anima e corpo a Radio Ucamara spinto anche da motivazioni
molto personali. «Mio padre Antonio – racconta – oggi ha 97 anni. In quanto
Kukama, all’epoca del caucciù egli fu uno schiavo. Mia madre morì di cancro alla
pelle nel febbraio del 2013, come molte altre donne della zona. Mio fratello,
di due anni più vecchio di me, nel 2003 fu schiacciato da una imbarcazione
della Pluspetrol, quando rientrava dalla pesca. Non abbiamo mai ritrovato il
suo corpo».

Mentre
parla, la voce di Leonardo s’incrina e i suoi occhi si velano. Il peso del
passato e quello del presente sono ricaduti anche sulla sua famiglia. Il
direttore ha una ragione in più per rafforzare e diffondere il lavoro di Radio
Ucamara, la voce del popolo kukama.

Paolo Moiola

(fine terza
puntata – continua)

I siti
http://radio-ucamara.blogspot.it/ È il sito della radio di Nauta.

http://createyourvoice.org
È il sito della Ong di Eichenau – un
piccolo comune della Baviera tedesca -, che ha prodotto il videoclip della
canzone «Kumbarikira», visibile su YouTube, e un documentario su Radio Ucamara.

Loreto (Amazzonia
peruviana) / L’inquinamento dei territori kukama

Dove il petrolio
conta più della vita

Lo sversamento di
residui petroliferi nelle acque dei fiumi – Marañón, Corrientes, Pastaza e
Tigre – e nella foresta sta producendo conseguenze fatali per le popolazioni
locali, in maggioranza di etnia kukama. I responsabili sono conosciuti
(Pluspetrol), ma le autorità peruviane si sono mosse con gravissimo e colpevole
ritardo (maggio 2014). Da anni le vittime – aiutate da due infaticabili e
agguerriti missionari spagnoli – protestano contro inquinamento e violenze. Ma
il business petrolifero ha sempre avuto la meglio.

Iquitos. «Appartengo al gruppo indigeno kukama. Un giorno il mio
papà uscì a pescare. Al suo ritorno aveva soltanto due pesci. Io e i miei
fratelli gli domandammo cosa fosse accaduto, dato che di solito ne portava in
abbondanza. Ricordo qualcosa sulle perdite di petrolio che stanno sporcando il
fiume. Per questa ragione i pesci sono malati e noi non possiamo mangiarli.
Allo stesso tempo non possiamo fare il bagno nel fiume perché altrimenti ci
ammaliamo. Le scrivo [presidente] perché lei faccia qualcosa, perché siamo
bambini che vogliamo vivere».

Sono parole di
Alexander Ricopa Fasabi, un bambino di 9 anni del villaggio kukama di Santa
Clara. La sua lettera, assieme a quelle di decine di altri compagni, è stata
inviata al presidente peruviano. Con le loro parole e i loro disegni i bambini
hanno chiesto aiuto a Ollanta Humala e a sua moglie Nadine Heredia.

La protesta
dei minori è stato un nuovo, disperato tentativo dei Kukama per riuscire a
farsi ascoltare dalle autorità politiche. L’iniziativa è stata pensata da
Miguel Ángel Cadenas e Manolo Berjón, due infaticabili padri spagnoli
agostiniani che vivono tra i Kukama a Santa Rita de Castilla e che da molti
anni si battono anima e corpo per i diritti violati di quel popolo1. Lo hanno
fatto e continuano a farlo partendo dalla condivisione della loro quotidianità,
ma anche dallo studio e dalla comprensione della cosmogonia kukama. Per questo
la loro azione si è sempre svolta in stretta collaborazione con
l’organizzazione indigena Acodecospat2 (che, assieme ad altre tre, forma
la Puinamudt3).

La situazione è ormai insostenibile:
l’inquinamento nel Nord dell’Amazzonia peruviana ha compromesso la vita
materiale (ma anche spirituale) delle comunità indigene. Nel corso del 2013,
uno dopo l’altro sono stati dichiarati in emergenza ambientale i bacini dei
fiumi Pastaza, Corrientes e Tigre. Finalmente, lo scorso maggio il governo
peruviano ha decretato lo stato d’emergenza ambientale e sanitaria anche nella
zona del basso Marañón. Tutte decisioni prese con vergognoso ritardo rispetto
ai fatti, all’entità dei danni e alle denunce.

Lo
sfruttamento petrolifero di questa parte dell’Amazzonia peruviana è iniziato
nel lontano 1971. Un oleodotto di oltre 16 chilometri attraversa la foresta e i
territori indigeni trasferendo ogni giorno migliaia di barili di petrolio.
Essendo questa una struttura risalente agli anni?Settanta, essa mostra il segno
degli anni: le condutture sono molto deteriorate e gli allacciamenti precari.
Se un tempo le perdite di petrolio (derrames) avvenivano nei pressi dei pozzi di perforazione, oggi esse sono sempre
più frequenti e consistenti lungo l’oleodotto. Soltanto negli ultimi cinque
anni ne sono state documentate oltre 1004.

Accanto a
queste fuoriuscite di greggio ci sono gli sversamenti nei fiumi – erano la
regola almeno fino al 2009 – delle cosiddette «acque di produzione»5. Si tratta di
acque molto calde (80-90 gradi), salate e contaminate con olio, metalli pesanti
(mercurio, cadmio, bario, piombo, arsenico, ecc.) ed elementi radioattivi. Le
conseguenze delle perdite e degli sversamenti sono devastanti per la flora, la
fauna e le popolazioni. Esposte a un inquinamento quotidiano, le persone si
ammalano delle malattie più varie, alcune gravi o mortali come tumori,
insufficienza renale, danni al sistema nervoso.

Il responsabile di tutto questo è
conosciuto: si chiama Pluspetrol Norte, impresa appartenente al gruppo
petrolifero argentino Pluspetrol. Essa opera nei lotti «1AB» (sfruttato da
Occidental Petroleum fino all’anno 2000) e «8» (appartenente a Petroperú fino
al 1996 e a sua volta diviso in 5 lotti separati più piccoli). I lotti occupano
i bacini dei fiumi Corrientes, Tigre, Pastaza e Marañón e parte della riserva
nazionale Pacaya-Samiria (lotto «8X»). Oggi le acque di questi fiumi sono
altamente contaminate così come vasti territori della riserva. Alcuni siti sono
addirittura spariti come la laguna Shanshococha, che stava nei pressi del lotto
1AB.

L’impresa si
difende affermando che le perdite dell’oleodotto sono causate da atti di
sabotaggio e vandalismo perpetrati da persone appartenenti alle comunità
indigene, negando le condizioni disastrose in cui versano le condutture. Quanto
alle «acque di produzione», da alcuni anni – precisa l’azienda petrolifera –
esse sono reiniettate nel sottosuolo. Va però ricordato che, per oltre un
decennio, la Pluspetrol ha versato nei 4 fiumi amazzonici (tutti affluenti del
Rio delle Amazzoni) fino a 1,1 milioni di barili di acqua di produzione al
giorno. Infine, la compagnia petrolifera accusa i suoi predecessori –
Occidental Petroleum e Petroperú6 – dei danni ai siti ambientali.
Che in parte è vero, ma – affermano le associazioni indigene – subentrando
nelle concessioni la Pluspetrol si è assunta anche la responsabilità di
riparare ai danni pregressi.

Il timore più diffuso è che
l’inquinamento sia troppo grave e che, per riportare un minimo di equilibrio
nell’ecosistema, siano necessari decenni se non generazioni. Intanto le comunità
kukama vivono nella violenza. Che è estea (scontri con lo stato e le
imprese), ma anche – osservano padre Miguel Ángel e padre Manolo – intea
(ubriacature, violenze domestiche, suicidi,…).

«Lavorando in
armonia con l’ambiente e la comunità» (Trabajando en armonía con el medio ambiente y la
comunidad), dice la
propaganda distribuita dalla Pluspetrol. Una presa in giro che farebbe
arrossire chiunque, ma non la compagnia petrolifera argentina e le autorità
politiche che l’hanno protetta fino a ieri.

Paolo Moiola

Note

1 – Per un
ritratto di Miguel Ángel Cadenas e Manolo Berjón si veda MC del novembre 2011,
pp 43-48. In quell’intervista i due missionari denunciavano con forza
l’inquinamento e le violenze perpetrate ai danni della popolazione kukama.
2 –
Acodecospat: «Asociación Cocama de Desarrollo y Conservación San Pablo de
Tipishca».
3 – Della
federazione indigena Puinamudt fanno parte Acodecospat, Feconaco, Feconat e
Fediquep.
4 – Questo
e i successivi dati sono desunti da un rapporto dell’associazione Alianza
Arkana.
5 –
Durante le attività di trivellamento ed estrazione del petrolio, si ha come
effetto collaterale una grande produzione di acqua contaminata detta «acqua di
produzione».
6 – La
Occidental Petroleum, conosciuta anche come Oxy, è una compagnia statunitense.
La Petroperú è l’impresa petrolifera di proprietà della stato peruviano.

Siti internet:
http://observatoriopetrolero.org È il sito di Puinamudt.

http://acodecospat.blogspot.it
È il sito di Acodecospat.

http://alianzaarkana.org È il sito di Alianza Arkana.

www.pacaya-samiria.org È
il sito della Riserva nazionale Pacaya-Samiria.

www.pluspetrolnorte.com.pe – www.pluspetrol.net Sono i siti della compagnia petrolifera argentina.

Tags:
radio, radio comunitarie, Amazzonia peruviana, multinazionali, popoli
indigeni, turismo, inquinamento, lingue indigene, Perù, petrolio, indigeni, Kukama

Paolo Moiola