DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

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S3 – Fragili, spavaldi, irriverenti, creativi

A colloquio con presidi e insegnanti


Oggi la realtà
estea alla scuola è molto più distraente che in passato. Catturare
l’attenzione degli studenti è un’impresa difficile. A ciò vanno aggiunti
genitori troppo spesso presuntuosi e intolleranti nei confronti degli
insegnanti: «Il compito di mia figlia era da 8!».

Arriviamo al Liceo scientifico
Copeico sotto una pioggia incessante. Ad attenderci c’è il preside
dell’Istituto, Carmine Percuoco, al secondo anno di     mandato ma con 40 anni di esperienza come
docente di storia e filosofia e 25 anni di    
insegnamento allo stesso Liceo Copeico. Gli domandiamo una fotografia
del quadro sociale e didattico degli studenti e della scuola: «Se 20 anni fa
entrando in una classe si poteva pensare di ricevere attenzione da 2/3 degli
studenti, oggi gli interessati si riducono a 5 o 6. La realtà estea è molto
più distraente, ci sono tante cose interessanti da fare e da apprendere. La
scuola rimane, tuttavia, fondamentale. Stare in una classe, rapportarsi con un
gruppo di pari, vivere i processi legati all’istruzione sono condizioni uniche
che all’esterno non si possono imparare. Si osserva negli studenti di oggi un
impoverimento del linguaggio, un’incapacità di leggere ad alta voce e di
comprendere il testo. Mancano “abitudini” che, partendo dai primi anni
d’infanzia e dal substrato culturale e familiare di cui si è nutrito il
ragazzo, si trasformino in “attitudini”. Manca inoltre un’ alfabetizzazione
emotiva, cosa di cui gli studenti hanno un gran bisogno, ma che si scontra con
un limite storico di pregiudizio nei confronti di tutto ciò che riguarda la
psiche».

Spesso si parla di intercultura
nelle scuole primarie. Cosa accade invece negli anni delle superiori? «I primi
ragazzi che arrivavano dalla Romania avevano una resistenza e una caparbietà
incredibile che, nel giro di 2 anni, li aiutava a recuperare il gap linguistico
rispetto ai compagni. Dal punto di vista didattico alcuni studenti stranieri
sono più attrezzati ad affrontare la fatica, danno ancora un senso prioritario
all’educazione scolastica. Occorre smettere l’abito del pregiudizio, se non
addirittura del razzismo, e iniziare a vivere la diversità come risorsa non
solo a livello di istituzione scolastica ma di intero paese. In generale, si
avverte nella scuola la necessità di lavorare di più e meglio sull’aspetto
sintattico e ortografico, per far diventare «sangue e carne» le principali
conoscenze, affinché si trasformino in competenze».

Un triangolo scottante: genitori, figli, insegnanti

È diffusa su tutto il territorio
nazionale (ma in particolar modo al Nord) una certa presa di posizione dei
genitori nei confronti dei docenti. Più istruiti, più attenti e, a volte, più
presuntuosi, i nuovi genitori tollerano sempre meno il fallimento dei figli e
contestano l’autorevolezza dei docenti. Come interpretare tutto questo? «La
famiglia è cambiata in modo un po’ schizofrenico. I modelli culturali negli ultimi
30-40 anni hanno spostato le speranze di realizzazione dalla sfera della
persona a quella economica. In questo senso appare chiaro come la classe
docente, bistrattata economicamente, non possa più riscuotere grande
autorevolezza. Gli insegnanti     perdono
autostima oppure si rinchiudono in una torre d’avorio, si sentono emarginati e
ritengono misconosciuta la loro importanza. Per fortuna non è così per tutti.
Nonostante le politiche, gli enti locali e il susseguirsi dei ministri, c’è una
grossa pattuglia di docenti che porta avanti il suo lavoro con passione a
prescindere da tante disillusioni. I genitori vogliono una scuola severa e
autorevole… ma per i figli degli altri! Per ricostruire questi rapporti e
risanare la scuola ci vorrà tempo, onestà e voglia di fare».

Ma non solo gli insegnanti a
essere bistrattati: spesso i media ci riportano l’immagine di una schiera di
adolescenti indecifrabili, spaesati, demotivati, solo un riflesso delle vecchie
generazioni. Insomma, una incomprensibile touch generation. Eppure
proprio loro sono assetati di giustizia e di onestà intellettuale.

Non a caso, chi come Carmine
Percuoco ha tanti anni di esperienza e può confrontarli con altre generazioni,
così li ritrae: «Non si può dire che i ragazzi di oggi siano peggiori di quelli
di ieri: non lo sono né per capacità, né per moralità. Odiano l’ingiustizia e
quando trovano un adulto che sa lottare per una giusta causa, lo stimano e lo
apprezzano. Sono vulcanici e creativi, come nella nostra migliore tradizione
italica, e hanno molto da insegnare anche a livello comportamentale. I ragazzi
di oggi sono coerenti con gli adulti ma detestano l’ambiguità e la
schizofrenia. La scuola ha ancora tanto da ricostruire e il punto di partenza
deve essere la formazione dell’essere umano. Trasmettere agli allievi l’amore
per se stessi e il rispetto può essere la molla per iniziare un cammino ormai
necessario».

Alcune persone trasmettono
passione e umanità. Carmine Percuoco è una di quelle. Crede nella scuola, nei
ragazzi, nell’impagabilità di un mestiere che per tanti potrebbe sembrare in
via di estinzione ma che, per lui, mantiene ancora inalterata la sua funzione «etica»
e «morale».

Uno scenario mutato: da Edipo a Narciso

Spesso si sente affermare o si
legge sui giornali: «Una volta c’era la scuola e la famiglia». La frase va
indubbiamente riformulata: in un passato antropologicamente non troppo lontano
c’era una tipologia di scuola e di famiglia. Oggi, anno 2014, lo scenario è
diverso perché differenti sono gli attori che vivono e trasformano
quotidianamente la realtà sociale.

Pietropolli Charmet,
psicoterapeuta di formazione psicoanalitica, individua le ragioni profonde
delle differenze rispetto al passato, facendo principalmente riferimento al
cambiamento «a monte», quello relativo alla famiglia d’origine, che ha
introdotto nuove figure genitoriali e ha modificato le relazioni tra i suoi
componenti, dando vita al tramonto di Edipo e alla nascita sociale di Narciso.
Nel suo libro Fragile e spavaldo si delinea la personalità dell’adolescente
di oggi. Malato di fragilità narcisistica, spavaldo e irriverente, il nuovo
adolescente dimostra una creatività e alcune doti inaspettate.  Quanto viene avvertito questo cambiamento
dagli insegnanti e come si strutturano i nuovi rapporti con le famiglie? «Negli
ultimi 40 anni la famiglia normativa si è trasformata in affettiva. Se al
centro della vecchia famiglia c’era Edipo, ora c’è Narciso. Il vecchio
adolescente andava educato con norme e valori, oggi sono cambiati i giochi: il
ragazzo è un cucciolo d’oro, un animale sociale e simbolico che negozia le
regole in famiglia. La saldatura tra casa e scuola è saltata e va ricostruita.
La scuola è rimasta ottocentesca ed edipica, ma ragazzi e i genitori si sono
trasformati in Narcisi. La frase classica dei genitori è: “Il professore ha
dato 4 a mia figlia ma io la conosco bene e so che vale 8…”. I nuovi genitori
sono disorientati tanto quanto lo sono gli insegnanti e vanno educati.
L’importante non è il brutto voto, ma è il fatto che la valutazione non diventi
un giudizio sulla persona e su questo andrebbero cambiate tante cose nella
scuola».

A raccontarci con lente sociale e
psicologica l’oggi della scuola e dei rapporti scuola-famiglia è Fabio Fiore,
insegnante di storia e filosofia al Liceo Statale Newton di Chivasso con una
ventennale esperienza di docenza e un dottorato su tematiche affini alla
perdita di autorevolezza degli insegnanti. Fabio Fiore, che da oltre 15 anni
lavora sulla crisi della scuola, ci introduce tra i banchi esaminando cause e meccanismi
di una trasformazione così profonda. «Un tempo c’era unione tra valori
domestici ed estei. Il maestro aveva sempre ragione, oggi ha sempre torto a
prescindere da qualsiasi cosa faccia. Si confronta con una schiera di genitori
invasivi che non ha timore di chiedere chiarimenti sul figlio fermandolo per
strada o telefonando. Il genitore sa tutto sulle tonalità emotive più recondite
del figlio; quello che teme di più è la fallibilità del ragazzo e quello che
desidera sopra ogni cosa è la sua felicità».

Sconfiggere l’insensibilità della politica

L’etnologo francese Marc Augè ci
ricorda che esistono luoghi e non luoghi. La scuola è indubbiamente un luogo e,
seppur con tutte le contraddizioni degli ultimi anni, mantiene inalterato il
suo valore aggregativo.

Antonella Sergi, insegnante
ultraventennale di matematica al Liceo Artistico Cottini, non ha dubbi in
merito: «Politiche governative insensibili all’importanza della scuola e
difficoltà su tutti i fronti non possono togliere alla scuola la sua valenza
educativa e di relazione. La scuola rimane il luogo per eccellenza in cui
sostenere la costruzione della personalità degli allievi e instaurare dinamiche
di gruppo. Gli insegnanti sono stati coinvolti in un processo sociale di
maturazione che li ha portati ad avere e a trasmettere una maggiore sensibilità
verso le diversità. Paradossalmente sono però principalmente i ragazzi di
adesso a insegnare l’integrazione perché sono loro stessi a viverla
quotidianamente».

Se i ragazzi di oggi hanno più
difficoltà ad accettare le regole, come si possono trovare strumenti innovativi
per interessarli didatticamente? «Gli studenti hanno bisogno di essere
costantemente stimolati, danno spesso l’impressione di non esser interessati ad
apprendere ma se si riesce a toccare le corde giuste, ti sorprendono per la
qualità delle risposte. Hanno una scarsa frequentazione delle capacità logiche
mentali e la figura del docente la vedono con più criticità rispetto al
passato. Lo vedono come un personaggio meno ideale, perfettamente calato nella
realtà con tutti i suoi pregi e difetti. Di conseguenza, per interessare i
ragazzi, oltre una maggiore creatività nella metodica, occorre guadagnarsi la
loro stima dimostrandosi coerenti e onesti. Per i ragazzi di oggi “la legge è
uguale per tutti”, sono pionieri di una generazione che fa del senso di
giustizia il suo credo. Le votazioni negative vengono accettate, ma solo se
alla base c’è una vera credibilità intellettuale».

E le famiglie quanto facilitano od
ostacolano questa missione del docente? «L’apprendimento passa attraverso il
rispetto e in questo senso i genitori dovrebbero lavorare a favore del corpo
docente. Non nego però che, se da un lato sono troppo invadenti nei confronti
della scuola, dall’altra sono anche più coinvolti e presenti. Il che, gestito
nel modo opportuno, può diventare una grande ricchezza».

Ci piace chiedere ai nostri
intervistati un piccolo vocabolario per ricostruire la scuola. Secondo
Antonella Sergi, la trasformazione del panorama dell’istruzione passa
attraverso il riconoscimento della scuola a livello politico. Un riconoscimento
economico e sociale che possa suscitare un effetto domino e riconsegnare
energia e linfa vitale agli insegnanti.

La scuola come laboratorio

Da questo breve viaggio nella
scuola, quello che si evince è la figura di un adolescente complesso (come gli
adolescenti di tutte le epoche in realtà), che arranca nel costruirsi la
propria identità. Spavaldo perché ha una necessità intrinseca di riconoscimento
sociale, fragile perché fa fatica a uscire da un’infanzia dorata. Al contempo,
i ragazzi di oggi hanno competenze narrative e creative straordinarie di cui
spesso però sono inconsapevoli.

Quali gli atteggiamenti e le parole
chiave per uscire da questa crisi che attraversa un’epoca e coinvolge più
figure nell’istituzione scolastica? «Il cambiamento – spiega Fabio Fiore –
passa attraverso l’esperienza, la collaborazione e la complicità. Nella nostra
scuola c’è troppa scissione tra sapere e esperienza pratica. Rendiamo la scuola
“laboratorio vivente”, apriamone le porte anche nel fine settimana, rendiamo
partecipi anche le famiglie. L’organico docente, seppur mantenendo inalterate
le diversità, deve lavorare su una linea comune altrimenti perde di credibilità
e lo studente si infila pericolosamente nelle contraddizioni. La parola chiave è
“futuro” e la scuola è uno dei luoghi da cui ripartire per risollevare il
paese. Bisogna insegnare ai ragazzi ad aumentare la massa critica della
consapevolezza e ad essere cittadini del mondo. La scuola non si fa parlando ma
“facendo”. Occorre essere sociologi, ossia andare “oltre le mura”».

Gabriella Mancini

A Chivasso


Sperimentare (per vincere la crisi)

Presso il Liceo classico-scientifico «Newton» di Chivasso, nel corso
dell’anno scolastico 2012-2013 è nato il progetto «Oltrelemura», di cui il
prof. Fabio Fiore è stato uno degli ideatori. Una sperimentazione vissuta da un
folto gruppo di studenti, docenti, genitori ed operatori culturali operanti
nell’ambito dell’Istituto. Attraverso diversi approcci disciplinari, ci si è
interrogati sulle strategie didattiche possibili per affrontare la crisi della
Scuola percepita dai partecipanti.

Il progetto «Oltrelemura» ha attivato delle  azioni su tre ambienti del dispositivo
scolastico: un ambiente di trasmissione formale dei saperi (la Classe), un
ambiente di trasmissione informale dei saperi (l’Interclasse), un ambiente di
elaborazione creativa dei saperi (i Laboratori). I Laboratori teatrali, narrativi
e mediatici hanno avuto  la funzione di
far emergere i problemi del rapporto tra adolescente e dispositivo
scolastico/mondo adulto, l’Interclasse ha trasformato tali problemi in domande
e riflessioni e la Classe pilota ha provato ad articolare delle risposte e a
mettere in pratica (didattica) le riflessioni emerse.

Un esempio concreto per affrontare la crisi insieme.

 
Considerazioni finali


Cercando un nuovo alfabeto

«Benvenuto cambiamento» è il titolo della Quarta Conferenza
regionale della scuola tenutasi a Torino nell’estate 2013. Come dimostrano le
voci e gli approfondimenti di questo Dossier, è più che mai necessario
rinforzare una cultura della scuola che sia in grado di progettare e sostenere
il cambiamento. Cambiare la scuola vuol dire «ridefinire con chiarezza le
posizioni degli insegnanti, dei genitori, dei ragazzi e delle altre figure
educative nell’ambito di un dispositivo pedagogico direttamente incentrato
sulla conduzione di attività pratiche. È rispetto a esse che la scuola può
ritrovare il fascino e la passione dell’insegnamento e dell’apprendimento,
tanto come funzione espressiva quanto come esercizio preparatorio» (Riccardo
Massa, Cambiare la scuola, cit. pag 175).

In quest’ottica il futuro si modella sull’esperienza,
non  discinta dall’apprendimento teorico.
Un’esperienza prima vissuta singolarmente e poi condivisa. «Intellettualizzare
l’esperienza» è la chiave, direbbe John Dewey (filosofo e pedagogista
statunitense scomparso nel 1952) in una proposta che riguarda  l’apprendimento cornoperativo, la didattica
laboratoriale e la responsabilità di ogni singolo attore sul campo. Con questo
cambio di paradigma rispetto alla scuola attuale, l’esperienza diventa fonte di
innovazione e si proietta con slancio nel futuro.

Non si discosta da questa proposta anche la teoria di
don Ermis Segatti: «Nella scuola di oggi c’è troppa scissione tra vita pratica
e istruzione. Si rileva un’espropriazione di responsabilità caricata solo sullo
studio. La concomitanza di studio ed esperienze pratiche favorisce una maggiore
responsabilità civile. L’habitus mentale dovrebbe consistere
nell’operare praticamente mentre si apprende. La soluzione? Uscire dalla scuola
e favorire una rete comune di collaborazione con gli enti locali per creare nuovi
luoghi di partecipazione giovanile».

«In questa prospettiva metamorfica, può dunque la
scuola, attraverso l’esperienza pratica, diventare “scuola dell’essere e non
dell’avere”? Forse, occorre ripartire dalla scuola dell’Infanzia perché proprio
lì si creano  quelle esperienze che poi
si disperdono negli anni successivi. Virginio Pevato aggiunge: «La scuola del
futuro è la scuola del fare: una scuola educativa e di relazioni con il mondo
esterno, capace di individualizzare i percorsi, di  fare attenzione a tutte le intelligenze
evitando  di trasformarsi in parcheggio
scolastico». 

Questa nuova scuola, che ci auspichiamo non rimanga solo
nell’immaginario e in alcune singole proposte, in cui il riconoscimento dei
talenti dovrebbe intrecciarsi con l’esperienza, diventare  priorità governativa e riconquistarsi  così 
quel rispetto e quell’autorevolezza che la rendano nuovamente «appetibile»
e ricca di significato. 

Nonostante siano passati quasi 50 anni dalla morte di
Don Milani, la sua lezione resta attuale: andare a scuola significa imparare a
leggere, scrivere, far di conto ma anche e, soprattutto, conoscere a fondo la
nostra Costituzione ed essere consapevoli della nostra cittadinanza nel
mondo. 

Da questi presupposti si dovrebbe  partire per formulare nuove strategie,
magari  rispolverando l’articolo 3
della  Carta fondamentale, come fa don
Milani in Lettera a una professoressa, pensando a Gianni perché «tutti i
ragazzi nascono eguali e se in seguito non lo sono più, è colpa nostra e
dobbiamo rimediare».

Riscrivere un alfabeto della scuola comporta includere
tante delle parole che abbiamo «incontrato» in questo breve viaggio e che fanno
rima con: formazione, talento, etica, coerenza, giustizia, rispetto,
esperienza, collaborazione, complicità e riconoscimento. In altri termini: «saper
educare, andando Oltre le Mura».

Gabriella Mancini

Consigli Bibliografici
• Riccardo Massa, Cambiare la scuola. Educare o istruire?, Editore Laterza, 2000.
• Fabio Fiore, Rincorrere o
resistere? Sulla crisi della scuola e gli usi della storia, Rivista Passato e Presente, 2001.
• Howard Gardner, Educazione e sviluppo della mente. Intelligenze multiple e
apprendimento, Centro Studi
Erickson, 2005.
• Lorenzo Fischer, Lineamenti di sociologia della scuola, Il Mulino, 2007.
• Gustavo Pietropolli Charmet, Fragili e spavaldi. Ritratto dell’adolescente di oggi, Laterza, 2008.
• Lorenzo Luatti – Claudio Malacarne, Scrivere il futuro a più mani, Vannini, 2012.
E per la narrativa:
• Francois Begaudeau, La classe, Einaudi, 2008.
• Eraldo Affinati, Elogio del ripetente,
Mondadori, 2013.
• Alex Corlazzoli, Tutti in classe, Einaudi, 2013.
 
Filmografia

Zero in
condotta, Jean Vigo, 1933;
I 400 colpi, François Truffaut, 1959;  Gli anni in tasca,
François Truffaut, 1976; L’attimo
fuggente, Peter Weir, 1989; Ricomincia da oggi, Bertrand
Taveier, 1999; Essere o
avere, Nicholas Philibert, 2002; La classe, Laurent
Cantet, 2008; La scuola è
finita, Valerio Jalongo, 2010; Una scuola italiana, Giulio Cedea ed Angelo Loy, 2010; Il rosso
e il blu, Giuseppe Piccioni,
2012;
Vado a
scuola, Pascal Plisson, 2013. 

 
I partecipanti: un ringraziamento

Un doveroso ringraziamento a tutti coloro che
hanno contribuito a questo Dossier attraverso la loro testimonianza:

• il Circolo
didattico Salgari di Torino con la dirigente Giovanna Caputo per la
disponibilità al servizio fotografico; •
don Ermis Segatti; • Virginio
Pevato; • Concetta
Mascali; • Karim
Metref; • Sabrina
Ottaviano;
• Rosa Napolitano; • Carmine Percuoco; • Fabio Fiore e il progetto «Oltre le mura»
(www.oltrelemura.net);
• Antonella Sergi; • suor Lidia dell’Ufficio pastorale migranti
di Torino.

Si ringrazia inoltre • Nuccia Ferraris del Cidi («Centro di
iniziativa democratica degli insegnanti») per alcune informazioni foite:
www.ciditorino.org.

L’autrice

• Gabriella Mancini – Gioalista pubblicista, collabora da anni con Missioni Consolata su tematiche prevalentemente di ambito sociale e sulla
rubrica culturale
Mediamente. Attenta osservatrice della realtà e del
fenomeno dell’immigrazione ha ideato – insieme a un gruppo di giornalisti
stranieri – il media Glob011.com.

• Paolo Moiola – Redattore MC, per il cornordinamento giornalistico del
dossier.

Gabriella Mancini