Rompere l’assedio

Il IV Convegno missionario nazionale
celebrato a Sacrofano (Roma) dal 20 al 23 novembre scorso, è stato un bell’evento,
carico di passione missionaria, di realismo e di speranza. Ne cominciamo a
parlare su queste pagine. Prendo spunto da due relazioni per queste poche righe
di inizio 2015: dalla relazione del prof. Aluisi Tosolini e quella del padre
Gustavo Gutiérrez.

Tosolini, che ha fatto la sintesi
delle risposte al questionario preparatorio, tra le molte cose, ha anche
scritto: «Leggendo i materiali pervenuti si ha spesso l’impressione che chi
scrive si percepisca sotto assedio. Mi pare che il lutto per la fine della
“civiltà cattolica” non sia stato ancora elaborato [da chi vive in Italia, ndr].
L’essere minoranza – piccolo gregge è invece percepito in modo del tutto
differente dai Fidei Donum [sacerdoti diocesani mandati in missione
dalle loro diocesi, ndr] che operano in missione: è visto come una
ricchezza ed una sfida piuttosto che come un limite o un pericolo. Da qui la
metafora della “comunità sotto assedio” e dei tre diversi comportamenti che in
teoria si possono pensare quando si è sotto assedio. Il primo è arrendersi,
o venire a patti, trattare la resa. Il secondo comportamento è resistere.
Attrezzarsi per resistere all’infinito, sviluppando tutti i vissuti tipici
della persona sotto assedio: vittimismo, chiusura, incapacità di cogliere i
nuovi contesti e le diverse occasioni di interazione con essi, dogmatismo, … Il
terzo atteggiamento è uscire, sortire dall’assedio. Aprire le porte,
eliminare le mura. Correre il rischio di camminare su spazi sconosciuti. Avere
il coraggio di affrontare nuove domande e nuove sfide. Lasciare il centro per
rischiare la vita nelle periferie».

Gutiérrez ha ricordato (la citazione
dalla registrazione è con molte parentesi, perché parlava un misto di italiano,
spagnolo, inglese e altre lingue, ndr) che c’è un miracolo nei Vangeli
che è raccontato ben cinque volte ed è comune a tutti gli evangelisti, Giovanni
compreso: la moltiplicazione dei pani. Una tale ripetizione indica che nasconde
un messaggio molto importante. «Il messaggio non (è) tanto la capacità di
moltiplicare il pane, noi non possiamo fare questo. Credo che il messaggio sia
condividere. La comunione è entrare in contatto con altre persone (anche se
avessimo delle ragioni) per dire “non posso condividere”. (Ma Gesù ha fatto)
condividere partendo da due pani e cinque pesci (che sono) niente. Noi non
dobbiamo aspettare di condividere quando abbiamo tante cose.
Essere
cristiano è condividere la gioia di essere amato da Dio, la compassione e la
simpatia (tutte e due significano “patire con”). La compassione non solo
avvicinarsi a una persona sofferente, ma anche a altre persone, è simpatia, è
parlare di frateità. Il messaggio è che (per far presente il) Regno di Dio
nella storia, (occorre) condividere». Ha poi ricordato che Giovanni ricorda che
sono avanzate dodici ceste. Un numero non certo casuale. «Perché 12 è il numero
del popolo di Dio, 12 tribù di Israele, 12 discepoli di Gesù. Mi sembra che
queste 12 dodici ceste (siano) una sfida storica ai futuri discepoli (affinché
facciano) come Gesù: condividere».

Stiamo iniziando un nuovo anno, con
tante sfide davanti a noi. L’analisi che il dottor Caselli ci fa in questo
numero evidenzia quelle italiane. Il dossier ci butta addosso quelle a livello
internazionale. C’è di che disperare. Ma il prof. Aluisi ci ricorda che
l’alternativa vera a tutti questi problemi non è arrendersi e neppure solo
resistere, occorre uscire per rompere l’assedio. E padre Gutiérrez ci indica lo
strumento che ci permette di uscire: la condivisione (che è frateità, amore e
«con-passione») e, sull’esempio di Gesù, ci incoraggia a «con-patire» anche se
non siamo nella situazione ideale, anche se abbiamo solo «cinque pani e due
pesci».

Una cosa simile propone papa Francesco che nel suo messaggio per la
giornata della pace del 1° gennaio ci invita a vivere da fratelli per
contrastare le (nuove) schiavitù. Frateità, compassione, simpatia e
condivisione: l’antidoto alla logica di morte e di ingiustizia, alla
disperazione e alla paura. Che questo 2015 sia un anno di «grazia del Signore».
Buon anno.


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Gigi Anataloni