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Pillole «Allamano» 7: Canali e conche

Siate conche, non canali, con i beni spirituali – Siate canali, non conche, con i beni materiali

Un medico cinese (ma sarebbe stato d’accordo con lui anche
il mio vecchio pediatra) direbbe che la medicina ha bisogno di un approccio
«olistico» se vuole essere efficace e portare a un benessere effettivo
dell’individuo. Detto in parole povere, essa deve coinvolgere ogni aspetto
riguardante l’essere umano, tanto materiale quanto spirituale.


La pillola di questo mese è un medicamento antico che punta
a offrire una cura completa, un ritrovato che il nostro «farmacista» Giuseppe
Allamano ha ereditato da una tradizione lontana. Antico non significa
necessariamente antiquato, superato o, per usare un termine farmaceutico –
visto che si parla pur sempre di pillole – scaduto. I rimedi della nonna
rivelano, talvolta anche oggi, la loro efficacia, nonostante noi, gente super
sofisticata del 21° secolo, facciamo fatica a crederlo.

Lo spunto per riflettere su questo consiglio che
l’Allamano ci offre lo troviamo in un passo del Sermone 18 al Cantico dei
Cantici
di san Beardo da Chiaravalle. In esso il santo, dottore della
Chiesa e maestro di spiritualità medievale, mette in guardia coloro che
vogliono effondere lo Spirito prima che esso venga in loro infuso. In breve,
secondo Beardo, lo Spirito Santo compie in noi una duplice operazione:
infusione ed effusione. La prima ci fortifica interiormente, a nostro vantaggio
e per la nostra crescita spirituale. Attraverso l’infusione dello Spirito in
noi, riceviamo doni come fede, speranza e carità, doni che sono nostri, che
servono alla nostra salvezza. Altri doni (per esempio, scienza, sapienza,
profezia, guarigione, lingua, ecc.) li riceviamo per il bene spirituale del
prossimo, per donarli a chi ne ha bisogno. Di fatto, ricorda Beardo, essi non
sono indispensabili per la nostra salvezza, ma ci sono concessi a beneficio
altrui, per compiere verso il nostro prossimo un atto di misericordia che serva
da aiuto in un cammino di crescita spirituale.

I primi doni, quelli infusi, sono condizione affinché i
secondi possano convertirsi in strumenti di salvezza. È necessario essere
ripieni dello Spirito prima di poterlo effondere, sostiene Beardo. A poco
servirebbero il dono della parola o quello della scienza se per mancanza di
carità non li condividessimo con il nostro prossimo; ugualmente sterile sarebbe
però la persona che volesse condividere i suoi talenti senza fondarli su una
solida base spirituale. Solo in questo modo i doni condivisi saranno in grado
di dissetare, sanare, esortare, far crescere nella fede, dare speranza,
riempire di amore. Beardo teme la superficialità e per questa ragione
definisce la persona saggia come colei che è capace di essere conca, vasca,
piuttosto che canale. Il canale, infatti, nel momento in cui riceve riversa,
mentre la conca raccoglie, aspetta di essere piena e comunica della sua
abbondanza. Purtroppo, è l’amara constatazione di san Beardo, si hanno nella
Chiesa molti più canali che conche; molte più persone che vogliono trasmettere
ciò che non hanno, insegnare quanto non hanno imparato, parlare prima di
ascoltare, indicare ad altri cammini che non si sono mai percorsi, né si saprebbe
come iniziare a esplorare. Dai tempi di Beardo, passando per quelli di
Giuseppe Allamano fino ad arrivare ai giorni nostri, le cose non sono cambiate
più di tanto. Risuonano profetiche ed attuali le parole dell’esortazione
apostolica Evangelii Nuntiandi, scritta ormai quasi 40 anni fa e
giustamente riproposta con insistenza in questi ultimi tempi, in cui papa Paolo
VI ricordava a tutti come, in materia di evangelizzazione, il mondo fosse molto
più interessato all’ascolto dei testimoni piuttosto che dei maestri (EN 41).

Le
persone che incontriamo sono completamente disincantate nei confronti di parole
pur belle ma vuote. Le parole piene, al contrario, sono quelle che non girano
semplicemente nella bocca, ma ricevono la loro forza dal cuore. La conca in cui
sono custodite le rende cristalline e pure, permette ai detriti di depositarsi
sul fondo lasciando che le mani che si racchiudono per bere attingano all’acqua
più pura. A volte anche le buone azioni possono essere piene di detriti e
persino l’esercizio della misericordia corre il rischio di essere frainteso,
equivocato e abusato se non scaturisce da una fonte profonda e ricca.

Giuseppe Allamano raccoglie le parole di
Beardo e le fa sue. Professore di morale per molti anni, sa per esperienza
che il bene è un oggetto fragile e va trattato con dolcezza e delicatezza. Se
lo si porge con poco garbo si può rompere facilmente e solo con difficoltà può
essere riparato. Lo vediamo anche noi oggi. Ne facciamo esperienza quotidiana
entrando in contatto con persone ferite dalla banalità di un cristianesimo di
facciata, raccogliendo storie che narrano promesse di grazia tradite, incontri
col nulla camuffati da esperienze di fede, bisogni reali affrontati a colpi di bla
bla bla
e mai soddisfatti. A volte sono le nostre stesse debolezze a fare
strage delle speranze altrui, a tradie le aspettative; non lo si può evitare,
è lo scotto che si deve pagare al fatto di essere umani e fallibili. Questa
fragilità può essere però limitata. L’apertura allo Spirito è la prima
attitudine da coltivare se si vuole essere fonti vive. Tuttavia, sappiamo bene
che tale apertura non potrà aver luogo se non si ricercano momenti di
preghiera, silenzio e incontro con Cristo in grado di permetterci di accogliere
il dono del suo Spirito. Occorre trovare spazi che permettano l’echeggiare
della Parola nel profondo di noi stessi, anche se ciò potrà essere causa di
sofferenza. La Parola, infatti, è spada a doppio taglio, che penetra e
purifica, divide, pota, converte (cf. Eb 4,12).

La
nuova evangelizzazione, di cui tanto si parla in questi ultimi tempi, altro non
è che un modo credibile di presentare la Buona Notizia di sempre. Oggi, in
effetti, la gente non ha bisogno di tante parole. Bastano 64 battute per
lanciare un tweet nel ciberspazio ed essere letto da centinaia,
migliaia, milioni di followers (Papa Francesco ha 14 milioni di persone che lo
seguono su Twitter). La differenza la fanno il contenuto e ciò che sta sotto a
esso. Le banalità possono risultare interessanti e anche divertenti, ma alla
fine stancano. C’è bisogno di genuinità, di schiettezza, di verità per vivere
la propria missione in modo autentico ed efficace.

Trattenere
i beni spirituali, arricchirsi di essi è un atto di misericordia e non di
egoismo. Chi si fa conca dei doni dello Spirito automaticamente dona con
generosità, perché è lo Spirito stesso che, infuso, effonde grazia su grazia,
annunciando ciò che deve e non ciò che vuole, senza risparmiare le verità
scomode, senza ammiccare al mondo per paura di non piacere.

Giuseppe Allamano prende il consiglio di San
Beardo, lo completa e lo propone ai suoi missionari in una versione riveduta
e corretta che ci fa vedere la sua originalità di pensiero: «S. Beardo dice
che noi a riguardo del prossimo dobbiamo essere conche e non solo canali […],
ma in questo [beni materiali] dobbiamo essere solamente canali e non conche, e
questo lo dico io» (Conferenze IMC, III, pagg. 46-47).

«E
questo lo dico io!». Giuseppe Allamano è un sacerdote che desidera fortemente
che i suoi siano persone spiritualmente ricche; vuole però anche che la loro
spiritualità non si converta in uno spiritualismo eccessivo, avulso dalla realtà.
I beni materiali vanno condivisi, lasciati andare alla corrente del canale che
scorre e non trattiene, ma irriga e feconda il campo di tutti nella logica del «gratuitamente
avete ricevuto, gratuitamente date». La missione è annuncio di un dono, del
regalo che Dio fa al mondo tanto amato: l’unico suo Figlio offerto per la
salvezza di tutti (Gv 3, 16). Un mondo scettico, qual è quello di oggi, deve
essere aiutato a credere, e per questa ragione deve poter vedere il dono. Non
possiamo trattenerlo, nascondendolo alla vista di chi lo cerca, a volte con
ansia o con disperazione. Giuseppe Allamano voleva che i suoi missionari fossero
sacramentini, che avessero uno spirito eucaristico, che fossero pane spezzato
per calmare la fame delle genti. Per decenni i Missionari e le Missionarie
della Consolata ne hanno seguito l’invito e si sono fatti essi stessi dono,
aiutati dalla generosità di tanti amici e benefattori che, pur senza partire
fisicamente per la missione, ne hanno sostenuto lo svolgersi e lo sviluppo,
talvolta a prezzo di grandi sacrifici.

Giuseppe
Allamano
ha parlato al cuore di molti, con il suo spirito semplice e diretto, e
oggi continua a parlare anche a noi, invitandoci a essere segni di uno stile di
vita alternativo a quello che il mondo propaganda, esortandoci a non stancarci
di dare. La crisi che stiamo vivendo suggerirebbe forse di trasformarci in
conca anche per quanto riguarda i beni materiali, perché «non si può mai sapere
…». In effetti oggi il cristiano è chiamato a fidarsi maggiormente della
Provvidenza anche nel nostro Occidente che, fino a poco tempo fa, dispensava i
più dal doverlo fare con radicalità. Del resto, la vita stessa di Giuseppe
Allamano è stata un canto alla Provvidenza, la storia di un uomo che si è
fidato di Dio, investendo tutto quanto aveva nel progetto missionario al quale
si sentiva chiamato. «Bisogna fidarsi della Provvidenza e meritare i suoi aiuti»,
sosteneva. «Mai ho perso il sonno per questioni di denaro», ha detto più volte
ai suoi missionari, testimoniando con la sua esperienza che il dare senza
risparmio, senza se e senza ma, paga i suoi dividendi nel modo misterioso che
solo Dio conosce.

Inutile
dire che essere una conca ripiena di spirito aiuta a comprendere la sapienza
nascosta dietro alla necessità di essere anche canale in cui scorrono
copiosamente e generosamente i beni che vogliamo condividere con il nostro
prossimo.

Ugo Pozzoli

Ugo Pozzoli