DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

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N.E.3 – Sulle tracce del «sogno di Dio»

Qualche
suggerimento operativo

Alcuni spunti, non esaustivi e solo accennati, per
continuare a riflettere/pensare insieme sulla missione – nuova evangelizzazione
in Europa oggi.

Pellegrini
«con» Gesù in Europa

«La domanda fondamentale di ogni uomo è: come si
realizza questo diventare uomo? Come si impara l’arte di vivere? Qual è la
strada della felicità? Evangelizzare vuol dire: mostrare questa strada,
insegnare l’arte di vivere. Gesù dice all’inizio della sua vita pubblica: “Sono
venuto per evangelizzare i poveri” (Lc 4,18); questo vuol dire: io ho la
risposta alla vostra domanda fondamentale; io vi mostro la strada della vita,
la strada alla felicità, anzi: io sono questa strada, il Vangelo, la buona
notizia in persona» (La Nuova Evangelizzazione, Joseph Ratzinger,
10/12/2000).

Prima di tutto va ricordata una cosa fondamentale per
ripensare la missione in Europa: occorre ripartire da Cristo. «Non ci
seduce certo, scrive Giovanni Paolo II, la prospettiva ingenua che, di fronte
alle grandi sfide del nostro tempo, possa esserci una formula magica. No, non
una formula ci salverà, ma una Persona, e la certezza che essa ci
infonde: io sono con voi! Non si tratta, allora, di inventare un “nuovo
programma”. Il programma c’è già: è quello di sempre, raccolto dal Vangelo e
dalla viva Tradizione. Esso si incentra, in ultima analisi, in Cristo stesso,
da conoscere, amare, imitare, per vivere in lui la vita trinitaria, e
trasformare con lui la storia fino al suo compimento nella Gerusalemme celeste.
È un programma che non cambia col variare dei tempi e delle culture, anche se
del tempo e della cultura tiene conto per un dialogo vero e una comunicazione
efficace. Questo programma di sempre è il nostro per il terzo millennio» (Novo
Millennio Ineunte
, 29).

Occorre dunque ritornare alla scuola di Gesù itinerante
per le strade della Palestina.

I Vangeli documentano con chiarezza che Gesù portava il
gruppo in missione. La comunità dei discepoli è itinerante come il
Maestro. Gesù e i discepoli sono costantemente davanti alla folla. È stando con
Gesù che si comprende la necessità dell’andare: perché andare, dove e per quale
annuncio. Ma è andando che si sta veramente in compagnia di Gesù: la sua vita,
infatti, è itinerante, senza fissa dimora. Non si tratta di una tecnica
pedagogica secondaria, ma di una questione d’identità: se la comunità non va in
missione, se non sta sempre davanti alla folla, mostra di non aver capito (e
accolto) l’evento di Gesù e non si fa più segno nel mondo di quell’evento. Il
sale non è più sale.

Un altro luogo privilegiato per l’incontro con Gesù è
la strada
: quella in cui incontra Zaccheo, e i lebbrosi, e il cieco, quella
che percorre insegnando e guarendo, quella che lo conduce a Gerusalemme dove si
compiranno i suoi giorni. Gesù sa cos’è la strada. Ha cominciato a muoversi
prima ancora di nascere, nel grembo della madre. E se non ha «una pietra dove
posare il capo», non gli è mai mancata una strada dove camminare. Gesù è un
pellegrino, un viaggiatore, come il samaritano. Ha la strada nel sangue. è sulla strada che incontra la gente, che
guarisce, che si commuove, che predica e prega e sfama la folla.

«(Gesù) non sceglie di portare il suo insegnamento
innanzitutto e soprattutto nei luoghi di culto o nei luoghi della cultura, né
in quelli della politica o in quelli del mercato. Sceglie prioritariamente la
strada: il traffico della strada, dove la sorpresa è sempre di casa. Non si può
scegliere chi incontrare né da chi lasciarsi incontrare. Non puoi nasconderti
sulla strada; sei esposto ed esponi gli altri al tuo sguardo. Vi è una presenza
(quasi) nuda di noi stessi. Una presenza precaria, ma – è questo il punto – già
aperta, disponibile all’altro, allo sconosciuto, allo straniero, incontrando il
quale e lasciandosi incontrare dal quale possiamo forse cogliere quello
sconosciuto che abita in noi e divenire perciò più coscienti di noi stessi» (A.
Matteo, Nel nome del Dio sconosciuto. La provocazione di Gesù a credenti e
non credenti
, Edizioni Messaggero, Padova 2011, p.25-26).

La
missione «di strada» di Gesù

La missione di Gesù è stata una missione popolare tra la
gente e per la gente. La dedizione di Gesù per la gente è lo specchio luminoso
dell’amore di Dio per tutti: malati, peccatori, stranieri, gente disorientata
come pecore senza pastore. Tutta la miseria del popolo si dispiega davanti a
Gesù. È a questo popolo che Egli annuncia – con le parole e le guarigioni – il
Regno.

L’atteggiamento di Gesù verso la gente nasce da una sua
profonda «compassione» (cioè da un amore profondo, preoccupato, partecipativo e
quasi materno che tende a dare/suscitare la vita) e manifesta la sua totale
dedizione.

Il «come» Gesù ha vissuto
concretamente l’amore è il modello chiaro per chi vuole seguirlo sulla strada
dell’annuncio della buona notizia del Regno.

Innanzitutto Gesù si è «spogliato» per entrare in dialogo con le
persone: nella pratica dell’incontro interpersonale egli ha vissuto la
dimensione dialogica, sempre accompagnata dalla dimensione di auto-svuotamento,
di condiscendenza. Gesù non ha mai consegnato a chi incontrava una verità astratta
o generica, ma ha instaurato con le persone una relazione umana, che diventava
per l’interlocutore un tempo favorevole e decisivo per orientare il senso della
vita. Il suo comunicare «in situazione» era preceduto da un cammino di
abbassamento, di condiscendenza, che rinnovava quel cammino di kenosis
(auto-svuotamento) da lui percorso per passare dalla forma di Dio alla forma di
uomo come noi (cfr. Fil 2,6-7).

Un’altra caratteristica dell’annuncio del Regno
praticato da Gesù era la sua capacita di accoglienza. Gesù sapeva
incontrare veramente tutti: in primo luogo i poveri, i primi clienti di diritto
del Vangelo; poi i ricchi come Zaccheo (cfr. Lc 19,1-10) e Giuseppe di Arimatea
(cfr. Mc 15,42 43 e par.; Gv 19,38); gli stranieri come il centurione (cfr. Mt
8,5-13; Lc 7,1-10) e la donna siro-fenicia (cfr. Mc 7,24-30; Mt 15,21-28); gli
uomini giusti come Natanaele (cfr. Gv 1,45-51), o i peccatori pubblici e le
prostitute presso i quali alloggiava e con i quali condivideva la tavola (cfr.
Mc 2,15-17 e par.; Mt 21,31; Lc 7,34.36-50; 15,1).

Com’era possibile questo? Perché Gesù era capace di non nutrire prevenzioni,
sapeva creare uno spazio di fiducia e di libertà in cui l’altro potesse entrare
senza provare paura e senza sentirsi giudicato. Gesù creava uno spazio
accogliente tra se stesso e colui con il quale entrava in dialogo; faceva
questo mettendosi innanzitutto in ascolto dell’altro in quanto persona come
lui, in quanto membro dell’umanità dotato di un volto, di una storia e di un
nome precisi, e cercando dunque di percepire cosa gli stava a cuore, qual era
il suo bisogno.

Ha saputo vedere:

• un uomo dove gli altri vedevano
un pubblico peccatore (cfr. Lc 5,29-30);
• una donna dove gli altri vedevano
una prostituta (cfr. Lc 7,36-50);
• la salvezza all’opera dove gli
altri vedevano solo vizio e peccato (cfr. Lc 19,1-10).

È in questo modo che Gesù ha vissuto la sua intera
esistenza come capolavoro d’amore, e così ha compiuto pienamente la volontà di
Dio, è stato «l’uomo secondo il cuore di Dio».

Il
senso umano della sequela di Gesù

Si tratta oggi di dare carne al comandamento
dell’amore
così come Gesù ce lo ha indicato e mostrato, comprenderlo in
modo rinnovato, adoperandosi per far emergere quella che si potrebbe definire
una «grammatica umana dell’amore». E questo insieme a una riscoperta della prossimità:
le due istanze sono strettamente interrelate e vanno di pari passo.

Allora «chi ha spirito missionario sente l’ardore di
Cristo per le anime e ama la Chiesa come Cristo. Il missionario è spinto dallo
zelo per le anime, che si ispira alla carità stessa di Cristo, fatta di
attenzione, tenerezza, compassione, accoglienza, disponibilità, interessamento
ai problemi della gente» (Rm 89).

Noi siamo chiamati in Europa a imparare il linguaggio
degli uomini di questo tempo. O, forse, prima del linguaggio, dobbiamo anche
imparare l’alfabeto col quale balbettare le parole del cuore e della simpatia,
prima che della ragione, delle regole e proibizioni.

Questo perché l’evangelizzazione non batta sentirneri
aridi, ma sappia respirare a pieni polmoni il vissuto degli uomini, nostri
fratelli e sorelle, perché l’evangelo non sia ridotto alla sola dimensione
morale o legale, perché la spiritualità cristiana non sia declinata in
opposizione alla realtà umana e materiale.

Occorre recuperare il senso umano, umanissimo, della
sequela di Cristo, la quale non è riducibile al rispetto di norme, a un
affannarsi a tempo pieno, a un’attività pastorale frenetica, ma esige la
gratuità dell’amore. Questo perché, attraverso di noi e la nostra
testimonianza, il Vangelo non diventi sale scipito, ma conservi il suo sapore,
non opacizzi la luce, ma continui a illuminare.

Qui e non altrove va visto il fondamento dell’evangelizzazione:
in questa narrazione dell’amore che è stato Gesù, morto per gli uomini tutti e
risorto in forza dell’amore vissuto all’estremo. Evangelizzare non è
anzitutto portare una dottrina, comunicare della verità: è raccontare Gesù
Cristo
come colui che ha evangelizzato «Dio» – ha, cioè, reso Dio
una buona notizia – e ha evangelizzato l’uomo vivendo egli stesso nella
storia e nella condizione umana, e rivelando a ciascuno la sua autentica natura
di «salvato».

Questo è il contributo specifico del missionario – pellegrino nel suo cammino in compagnia degli uomini:
vivere, rendendola visibile e tangibile questa prassi missionaria di Gesù. In
questo modo saprà rispondere al grido, spesso in forma di gemito, che
percepiamo venire dall’Europa oggi: «Vogliamo vedere Gesù!» (Gv 12,21), come i
pagani chiesero ai discepoli in occasione della sua ultima pasqua a
Gerusalemme.

Questo è il contributo di ogni cristiano, perché la nuova evangelizzazione non è un «affare»
esclusivo degli uomini e donne di Chiesa, ma è la missione di ogni battezzato
che ha incontrato Gesù nella sua vita. Come i primi cristiani che, cacciati
fuori da Gerusalemme dalla persecuzione «andavano per il paese e diffondevano
la Parola di Dio» (At 8,4) e liberi da schemi e tradizioni, animati dallo Spirito,
seppero evangelizzare in modi nuovi e creativi (come ad Antiochia, dove per la
prima volta il Vangelo fu annunciato specificamente ai non ebrei. Vedi At
11,19-21).

Imparare
a sognare

Si tratta allora di imparare di nuovo a «sognare» per
intravedere una nuova visione/immaginazione evangelica che si traduca in azione
e significhi una nuova operatività missionaria, entro il contesto, a un tempo
plurale e globale, dell’Europa di oggi.

Per questo prima di tutto occorre superare
l’autoreferenzialità
, cioè, il ripiegamento su noi stessi, sui nostri
limiti, paure e debolezze. Basta piangerci addosso, pensare che tutto dipenda
da noi. Dobbiamo sollevare lo sguardo e lasciarci guidare dal sogno di Dio per
l’umanità e in particolare per questo nostro Continente. Abbiamo bisogno del
coraggio di sognare con Dio.

Secondo, dobbiamo ricordarci che è un cammino
graduale
da portare con pazienza, perseveranza e umiltà. Esige tempo,
riflessione, dialogo, voglia e passione per annunciare Cristo, anche oggi, in
questa Europa, da ritenersi vera e propria terra di missione a tutti gli
effetti.

In terzo luogo, capire che far/essere nuova
evangelizzazione non è mai una rottura con il passato, ma si colloca
nella logica del piano di Salvezza che celebriamo nella Liturgia attraverso
l’Eucarestia. Siamo in un cammino che è allo stesso tempo «continuità e
cambiamento, fedeltà al passato e coraggio di affrontare il futuro, costanza e
contingenza, tradizione e trasformazione». La memoria del passato vissuta nel
presente attraverso la celebrazione dell’Eucarestia e l’ascolto della Parola,
ci dà la forza di «dar ragione della nostra speranza» (1Pt 3,15) in questo oggi
orientato al futuro.

Quarto, la nuova visione non deve essere pensata e
progettata come semplice prolungamento (e magari miglioramento) del presente,
ma deve essere aperta all’irruzione di elementi sorprendenti, inattesi,
che determinano un sostanziale mutamento qualitativo. Sotto il segno della
pienezza, dell’impossibile divenuto possibile, e non semplicemente della
ripetitività, delle previsioni rispettate.

Questo è il grande balzo che siamo chiamati a compiere,
l’altra riva a cui tendere, la Gerusalemme a cui ritornare, correndo, pieni di
gioia, dopo l’incontro con il Risorto sulla strada di Emmaus.

Insomma, per concludere, si tratta di imparare a
contemplare l’oltre verso cui l’evangelizzazione in Europa deve protendersi.
Animati dalla certezza che il punto al quale noi siamo giunti, nelle realtà e
nei contesti in cui operiamo in Europa, non può essere considerato come il
modello di un perpetuo ritorno per rifare le stesse cose, ma il semplice punto
di partenza per qualcosa di nuovo che va oltre sia a livello geografico che
contenutistico.

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BIBLIOGRAFIA

La bibliografia su questo argomento è immensa. Oltre ai
documenti e libri già menzionati nel dossier, segnaliamo qui solo alcuni dei più
recenti.

Zolli F. (a cura di), Essere Missione Oggi, EMI, 2012
AA.VV., La nuova Evangelizzazione, in Credere Oggi, 191 – 5/12, Edizioni Messaggero Padova,
2012
Bianchi E., Nuovi Stili di Evangelizzazione, San Paolo,
2012
Caramazza G., Dio Pensa Positivo,Fondamenti e prospettive della Missione “ai popoli”, EMI, 2012
Meddi L., La parrocchia cambia parroco, una risorsa per
la pastorale
, Cittadella, 2012
Meddi L., Dotolo C., Evangelizzare la vita cristiana, Cittadella, 2012
Albanese G., Missione XL, per un Vangelo senza confini, Edizioni Messaggero
Padova, 2012
Maggioni B., Nuova Evangelizzazione, forza e bellezza
della Parola
, Edizioni Messaggero Padova, 2012
Casale G., Guai a me se non annuncio il Vangelo, Meridiana, 2012
Barreda J-A., Europa e Nuova Evangelizzazione, UUP, 2012
Colzani G., Pensare la Missione, UUP, 2012
Enchiridion della Nuova Evangelizzazione, Editrice
Vaticana, 2012
Sieveich M., La Missione Cristiana, Queriniana, 2012
Aranda A., Una “nuova” Evangelizzazione. Che fare? Come
fare?
, Ares, 2012
Kasper W., Augustin G., La sfida della nuova
evangelizzazione. Impulsi per la rivitalizzazione della fede
, Queriniana, 2012
 
L’AUTORE

Antonio Rovelli, missionario della Consolata nativo
della Brianza. Studi a Londra, prete nel 1984, missionario in Uganda dal 1988
al 1996, economo di Casa Madre a Torino fino al 2000, responsabile
dell’animazione missionaria fino al 2008, fondatore della «Scuola per
l’alternativa», è ora responsabile dell’ufficio cooperazione di Missioni
Consolata Onlus, segretario nazionale del Suam (Segretariato Unitario di
Animazione Missionaria
) e vice direttore dell’ufficio della pastorale migranti
della diocesi di Torino.

Coordinamento editoriale
Gigi Anataloni, direttore di MC
 

Antonio Rovelli