DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

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Io resto socialista e tu?

L’impegno politico

Semplicità
Per gli amanti della cabala, Nyerere sarebbe stato certamente baciato dalla fortuna, poiché nacque il giorno «13». Tuttavia, forse, il suo destino era già scritto fra le stelle in modo meno fortunoso, giacché, quando emise il primo vagito, dalle cateratte del cielo si rovesciarono sulla terra torrenti di pioggia. E la pioggia, nell’Africa delle capanne dei pastori e contadini, è la benedizione di Dio più agognata.
La storia dirà se Julius K. Nyerere fu una benedizione per il Tanzania. Oggi, a 50 anni dall’indipendenza del paese, il suo primo presidente resta un personaggio carismatico, un «maestro signore» scevro da ogni culto della personalità: atteggiamento più unico che raro in Africa, e non solo. Ancora vivente, nella città di Mwanza gli dedicarono una strada: Nyerere Street, ma egli dirottò l’onorificenza, dichiarando: «È per mio padre». A Dar es Salaam qualcuno propose di abbattere «il monumento all’askari» (eretto dagli inglesi per ricordare i soldati africani vittime delle due guerre mondiali: 1914-1918 e 1939-1945), sostituendolo con una statua del presidente. L’interessato tagliò corto: «Non se ne parla neppure!»(1).
E il Nyerere semplice?
Padre Giulio Belotti, missionario della Consolata, testimonia: «Durante la festa del Saba Saba (7 luglio), anniversario del 20° della fondazione del partito Tanu svoltasi ad Iringa nel 1976, lo vidi lasciare il corteo presidenziale per salutare due missionarie della Consolata, conosciute anni prima nella scuola di Tosamaganga dove erano due dei suoi figli: si fermò così a lungo che anche Samora Machel, presidente del Mozambico e ospite d’onore, lasciò il corteo per parlare con le suore»(2). La cordialità del tanzaniano aveva stregato persino il mozambicano. Fatto notevole, giacché Machel non era affatto dolce verso i missionari!

Concretezza
Nyerere non sognava la luna. Affermava: gli americani e i russi stanno raggiungendo la luna, mentre noi dobbiamo accontentarci di assai meno; essi usano il cervello e noi dormiamo; essi lanciano satelliti e noi sopravviviamo con radici selvatiche. Aggiungeva: negli Stati Uniti i coltivatori di tabacco ottengono 10 quintali per acro, mentre in Tanzania il raccolto non arriva a 3 quintali. «Tuttavia nelle piantagioni di tabacco di Urambo si raggiungono già 7 quintali. Non è la luna. Però questo lo possiamo fare (this we can do)»(3).
La concretezza del mwalimu ridimensionava persino la decantata ospitalità africana e gli consentiva di smascherare l’ospite scroccone. Citava con arguzia il seguente proverbio: «L’ospite è tale per due giorni, ma al terzo dagli la zappa»(4). Al lavoro, dunque. Il lavoro è una medicina per sanare la piaga della povertà.
Nyerere sulla povertà non fece sconti. Nel 1967 rammentava ai connazionali: se si raccogliessero in una cesta le ricchezze del Tanzania per distribuirle a tutti in parti uguali, ogni individuo percepirebbe solo l’equivalente di 525 scellini, ossia il reddito di 16 mesi di un lavoratore. «Noi siamo come 10 cacciatori che inseguono una sola lepre» commentava con amara ironia(5).
Con quale progetto sociopolitico far sviluppare il paese indipendente dal 1961? Che fare? Innanzitutto creare una identità nazionale comune fra le 127 etnie.
A tale scopo, Nyerere abolì i poteri tribali e stimolò l’uso della lingua swahili, che divenne ufficiale e nazionale, favorendo la comunicazione fra tutte le tribù. Tradusse in swahili il famoso libro di George Orwell, La fattoria degli animali, e persino alcune tragedie di William Shakespeare, quali Giulio Cesare e Il Mercante di Venezia, e, anni dopo, riscrisse in rima poetica i quattro Vangeli(6).
Fin dagli albori dell’indipendenza, si caratterizzò per una netta presa di distanza da ogni legame economico con le potenze mondiali: Stati Uniti e Unione Sovietica. Per concretare tale obiettivo, Nyerere caldeggiò il socialismo rurale, fondato sulla comunità-famiglia-fratellanza (ujamaa). Un socialismo assai diverso rispetto al modello marxista: senza lotta di classe e senza ateismo. Un socialismo confezionato in casa. Il presidente invitava a riflettere e a chiedersi: le nostre famiglie tradizionali non sono forse da sempre socialiste? Quando le donne, in vista di una festa nel villaggio, preparano insieme il pombe (birra) per tutti, non esprimono forse l’ideale socialista del lavoro comune e dell’attenzione alle esigenze comunitarie?

Alcuni capisaldi
Il socialismo di Nyerere non si tradusse in un’obbedienza cieca ad un rigido schema politico, come avvenne nei paesi del socialismo reale: Unione Sovietica, Cina, Cuba o Mozambico.
Il presidente definì il socialismo «un atteggiamento mentale» o «una fede in un sistema di vita», concepiti e vissuti nella libertà, attraverso i quali ogni individuo si prende cura dei suoi simili, come avviene nella tradizionale «famiglia estesa» o ujamaa.
La magna charta dell’ujamaa fu la «Dichiarazione di Arusha», pubblicata nell’omonima città nel 1967. Alcuni capisaldi(7):
–  ogni cittadino ha diritto alla libertà di parola, associazione, movimento e fede, nel contesto delle leggi vigenti;
–  le ricchezze naturali del paese appartengono a tutti i cittadini, che le trasmettono ai figli e nipoti;
–  il governo deve usare tutte le risorse nazionali per eliminare povertà, ignoranza e malattia;
–  affinché il Tanzania sia socialista, è essenziale che il suo governo sia scelto e guidato da contadini e operai;
–  lo sviluppo inizia dalle campagne, non dalle fabbriche;
–  è stupido puntare sul denaro quale mezzo principale di sviluppo, quando il paese è povero;
–  il popolo e il duro lavoro sono la base dello sviluppo; il denaro è uno dei frutti del lavoro;
–  è giusto essere orgogliosi dei lavoratori, ma vergognarsi dei pigri, dei fannulloni, degli ubriachi;
–  indipendenza è contare sui propri mezzi (self-reliance), non su doni e prestiti monetari estei…

Villaggi socialisti
I passaggi obbligati, per approdare ad una società socialista e raggiungere risultati importanti, furono le nazionalizzazioni delle strutture economiche ed educative del paese, nonché la formazione di «villaggi socialisti» (vijiji vya ujamaa).
Mentre le nazionalizzazioni furono stabilite da norme vincolanti, i villaggi socialisti erano soltanto raccomandati, rispettando la libertà individuale. Tuttavia, poiché la popolazione non mostrava interesse nei villaggi socialisti, il governo fece ricorso alla coercizione: i villaggi si dovevano fare, e subito.
L’operazione scattò, senza preavviso, nell’agosto del 1974, mentre Nyerere era all’estero. Un’esperienza drammatica e convulsa. In pochi giorni migliaia e migliaia di persone furono costrette a sloggiare dalle loro abitazioni, abbandonando tutto, per trovare una sistemazione precaria sotto un albero. In agosto, di notte, il freddo è ancora pungente, specialmente nelle regioni montuose: e aumentava il disagio degli «sfollati», per non parlare della minaccia di leopardi, tigri e leoni.
Ero a Madibira in quel frangente, nella regione di Iringa. Mi impegnai in numerosi traslochi con la Land Rover aperta della missione, carica di granoturco, riso, arachidi, caschi di banane, nonché pentole, secchi, sedie e… qualche bimbo in pianto. Tutto veniva ammassato all’aperto, in un luogo stabilito dagli agenti del partito Tanu, sotto lo sguardo di altre persone che avevano subìto la stessa sorte.
Gli occhi di tutti erano rassegnati, ma anche sdegnati e sospettosi. Un tale si chiedeva: «Ora che faccio se, accanto a me, c’è uno stregone?». Un altro mi confidò: «Padre, tu non puoi immaginare la mia paura. Mi hanno allontanato da tutto, persino dalle tombe dei miei morti. E se mi maledicessero?».
Nel 1981 si contarono 8.180 «villaggi socialisti», abitati da circa 13 milioni di contadini: il 90 per cento della popolazione rurale.
I nuovi villaggi non facevano una grinza in vista dello sviluppo. La popolazione, raggruppata, avrebbe goduto con maggiore facilità di istruzione, sanità e acqua, senza scordare la vicinanza con la chiesa. Si rafforzò «l’identità tanzaniana», grazie alla pacifica convivenza di famiglie appartenenti a etnie diverse e al loro lavoro condiviso. Per incoraggiare la villaggizzazione, negli anni 1967-69 il governo compì sforzi notevoli per dotare le comunità di macchinari agricoli modei; ma diventarono presto ferraglia, abbandonata sul campo per mancanza di tecnici capaci di manutenzione e riparazione.
Inoltre, per assicurare un adeguato introito ai contadini, venne creato l’ammasso dei prodotti agricoli di largo consumo interno e di esportazione. Però tale iniziativa fu gravata da tasse a vantaggio del governo e del partito Tanu. Un segno premonitore di corruzione.

Fallimento
Formati i villaggi dell’ujamaa, la produzione agricola fu così risicata da far scuotere la testa a molti con delusione e disapprovazione(8). Poiché i prodotti erano scarsi, il governo fu costretto ad aumentare le importazioni. Dal 1967 al 1975 l’import di granoturco passò da 14.322 tonnellate a 294.100, quello di riso aumentò da 7.586 tonnellate a 72.600 e quello di frumento da 13.908 tonnellate a 46.500. Mentre l’import aumentava, l’export diminuiva: il cotone da 71 tonnellate a 44 e la canapa da 103 tonnellate a 51. Invece caffè e tè crebbero(9), ma troppo poco per superare l’andamento generale di sfiducia e penuria.
L’ujamaa, sotto l’aspetto economico, fu un fallimento, complici le siccità e la crisi petrolifera internazionale, a tal punto che Nyerere fu costretto addirittura a svuotare le banche nazionalizzate per acquistare derrate alimentari.

Nodi cruciali
In Nyerere non mancarono altri comportamenti di-scutibili. Sono «nodi cruciali», che destarono malumori e resistenze. Ignorarli sarebbe offendere lo stesso mwalimu, amante della verità.
Un nodo cruciale furono le leggi sulla detenzione preventiva di qualche sospettato: leggi approvate dal parlamento dopo l’assassinio del vicepresidente Abeid Karume e un tentato colpo di stato. Tuttavia, a detta di J. Marensin, le detenzioni preventive, anche nel periodo di maggiore rigore, «non hanno toccato più di qualche centinaio di persone»(10).
Discutibile fu l’allontanamento dal Tanzania del politico Oscar Kambona. Fra Julius e Oscar esisteva un rapporto di amicizia. Nel 1967, alcuni mesi prima della rottura finale, Kambona riconosceva ancora in Nyerere due qualità: «Se le conserverà, sarà un grande leader in Africa. La prima qualità è la semplicità, che lo rende capace di comprendere subito il punto di vista dell’altro; la seconda qualità è il distacco dalla ricchezza». La prima volta che Nyerere si presentò alle Nazioni Unite, a New York, vi andò con una valigia rotta.
In seguito Kambona, poco prima del suo esilio a Londra, dichiarò: «Accuso il presidente di nascondersi dietro una parvenza di democrazia; sta diventando un dittatore. Ha la mente di una persona chiusa in una rete di malvagità»(11).
Secondo Nyerere, Kambona era un timido che cercava di piacere a tutti, ma non gradiva la critica. Esiliato, cercò di ritornare in patria. Il presidente non si oppose, a patto che si sottoponesse al giudizio popolare prima di essere riammesso al parlamento, perché «ha imbrogliato il Tanzania e l’Africa intera». Kambona minacciò di «sollevare il coperchio dalla pentola» e di fare rivelazioni clamorose. Al che, il giornale The Nationalist, organo del governo, replicò secco: «Ciò che devi dire dillo, altrimenti sarai marchiato come un vigliacco, un traditore del Tanzania e dell’Africa»(12).
Ancora: Nyerere fu accusato di antidemocrazia perché volle «il sistema del partito unico». Il presidente spiegò: il partito unico è una scelta obbligata, perché il Tanzania non è culturalmente preparato alla democrazia a più partiti; con diversi partiti, infatti, il paese cadrebbe nel marasma politico di altri stati africani, divenendo facile preda di demagoghi abili nel cavalcare malumori tribali o religiosi, che non mancano nel paese…
Il 30 ottobre 1978 Idi Amin Dada, il dittatore dell’Uganda, invase il Tanzania armi in pugno. Tra i due paesi divampò la guerra. L’esercito tanzaniano, sostenuto dall’appoggio di circa 800 mila cittadini (che offrirono carne e farina), cacciò l’invasore e conquistò persino la capitale ugandese Kampala. Fu l’episodio più sconcertante nella vita del mwalimu, uomo di pace. Molti paesi africani presero le distanze da lui, accusandolo di violare i principi dell’Organizzazione dell’Unità Africana. Il presidente dichiarò guerra, perché prevalse in lui «la ragion di stato» e la consapevolezza che con l’imprevedibile e sanguinario Amin era impossibile ragionare. Il 2 settembre del 1979 Nyerere festeggiò la vittoria. Ma la nazione era esausta, perché il conflitto aveva ingoiato quasi tutte le riserve in valuta pregiata (in dollari) e la metà del budget annuale destinato allo sviluppo(13). E imperversava la siccità. Il Tanzania, povero, non poteva concedersi il lusso di una guerra.

E le luci?
I nodi cruciali menzionati avvolgono Nyerere di cortine d’ombra. E le luci?
La stella del presidente brillò allorché offrì asilo ai Movimenti africani di liberazione contro il colonialismo. Nyerere sostenne il Fronte di liberazione del Mozambico (Frelimo) nella lotta contro il governo coloniale del Portogallo, appoggiò la resistenza al regime razzista di Jan Smith in Rodesia (Zimbabwe) e denunciò la clamorosa ingiustizia dell’apartheid, imposta dai boeri ai neri del Sudafrica.
Nell’agosto del 1977 Nyerere visitò gli Stati Uniti su invito del presidente Jimmy Carter. In una settimana coprì 51 mila chilometri, volando in aereo per 55 ore. Ad ogni sosta si impegnava in «una crociata» per la liberazione dell’Africa del Sud. Durante una conferenza-stampa un giornalista gli chiese: «Signor presidente, in Rodesia e Sudafrica la guerriglia combatte con armi di Russia e Cina. Si sa che lei ritiene esagerata la paura del comunismo in Africa da parte dell’occidente. Ebbene: perché i regimi comunisti foiscono armi ad altri paesi?».
«Perché diventino loro amici. Ed è la stessa ragione per cui il presidente Carter aiuta noi! Carter afferma: mostriamoci amici con i paesi dell’Africa del Sud, per ottenere in cambio la loro amicizia. Non è serio combattere una dittatura e rimpiazzarla con un’altra. Voi, americani, avete combattuto gli inglesi con le armi dei francesi. Non penso che abbiate voluto liberarvi dei primi per sottomettervi ai secondi. Come minimo spero che gli americani non considerino la guerriglia in Africa come la strada per introdurvi il comunismo»(14).
Parecchi stati africani raggiunsero l’indipendenza negli anni ’60. Se la loro strada verso l’autonomia fu accidentata, quella del post-indipendenza fu minata. Tristemente celebre fu «il caso Burundi», indipendente dal Belgio nel 1962, dilaniato da un feroce tribalismo che opponeva i tutsi agli hutu: minoritari e spesso al potere tramite violenza i primi; maggioritari e sovente sottomessi con umiliazione i secondi. Un esempio tragico: nel 1971 circa 350 mila hutu furono uccisi dalla repressione governativa dei tutsi, mentre altri 70 mila furono costretti all’esilio. Molti trovarono scampo in Tanzania. Nyerere bollò l’olocausto come una vergogna per l’Africa. L’attenzione di Nyerere per il Burundi continuò negli anni successivi, sempre travagliati per le due tribù. Poiché il mwalimu godeva di elevato prestigio internazionale, gli furono affidate complesse missioni di pacificazione fra tutsi e hutu(15). Al di là dei risultati conseguiti, le missioni erano un riconoscimento del suo carisma.

IL Maestro
È il carisma del maestro, che non demorde di fronte alle bocciature dei suoi allievi. Sarà proprio il campo dell’istruzione a vederlo impegnato nell’ultimo tratto della sua vita. A Londra, il 4 giugno 1997, difese gli investimenti in favore della scuola primaria, che non è di serie B rispetto a quella secondaria o universitaria, come alcuni ritenevano attribuendo maggiore urgenza ai licei. «Che cosa avverrà – intervenne Nyerere – della maggioranza dei ragazzi senza istruzione? Non saranno forse causa di problemi, specialmente in città? Allora sì che bisognerà spendere tanti soldi!»(16).
Il 5 marzo 1999 a Dar es Salaam venne inaugurata la prima «università popolare». Nel discorso inaugurale, ricevendo la laurea honoris causa, l’ex presidente, ormai vecchio e ammalato, fu tagliente come una lama d’acciaio, ritornando sul «suo cavallo di battaglia» di sempre: la scuola elementare. Ne stigmatizzò la situazione dolorosa e fallimentare dove solo il 3% degli allievi superava l’esame finale, mentre il 97% lo falliva. «Questo aggettivo fallimentare – incalzò il mwalimu – è intollerabile: aggiunge insulto ad insulto. Così i nostri figli, invece di inviarli a casa sereni, li cacciamo via con il marchio della vergogna, perché sono dei falliti! Un paese povero come il Tanzania non può avere una scuola che favorisca gli egoisti. L’istruzione è un investimento per l’individuo e la comunità intera, completa l’indipendenza, è servizio e il servizio degli altri è parte dell’amore per se stessi»(17).
Nel 1985 Nyerere cessò di essere presidente della repubblica e, nel 1995, abbandonò pure la carica di presidente del Partito della Rivoluzione. Ritiratosi dalla politica, dichiarò: «Nonostante il fallimento, io resterò sempre socialista, perché il socialismo è la migliore politica per un paese povero come il Tanzania»(18).
Restava socialista, perché l’ujamaa, per questo «maestro signore», era la risposta più concreta alla domanda inquietante: «Caino, dov’è tuo fratello Abele? Cosa hai fatto di lui?» (Cfr. Genesi 4, 9-10).

Di Francesco Beardi

Note
1)   Cfr. William. E. Smith, Nyerere of Tanzania, Victor Gollancz Ltd, London 1973, p. 31.
2)  Missioni Consolata, gennaio 2000, p. 18.
3)  Cfr. W. E. Smith, op. cit., p. 11.
4)  Il proverbio è: mgeni siku mbili; siku ya tatu mpe jembe (Julius K. Nyerere, Ujamaa, Essays on Socialism, Oxford University Press, Dar es Salaam 1968, p. 5).
5)  Cfr. Ibid., pp. 161 e 159.
6)  La diffusione dello swahili in Tanzania è da ascriversi anche alla colonizzazione tedesca (1885-1914) e all’evangelizzazione dei Benedettini tedeschi, rimpiazzati nel 1919 dai Missionari della Consolata. In italiano pregevoli sono la Grammatica swahili (1953) e il Vocabolario (1978) di Vittorio Merlo Pich, missionario della Consolata, nonché Corso di Lingua Swahili (2002) di Gianluigi Martini, edito dall’Emi.
7)   Cfr. Julius K. Nyerere, Feedom and Socialism / Uhuru na Ujamaa, Oxford University Press, Dar es Salaam 1968, pp. 231-250.
8)   Cfr. Goran Hyden, Beyond Ujamaa in Tanzania, Heinemann, London 1980, p. 152.
9)   Cfr. Ibid., 141 e 146.
10) La citazione è da Missioni Consolata, op. cit., p. 19.
11) W. E. Smith, op. cit., pp. 31-32.
12) Ibid., p. 187.
13) Cfr. Beard Joinet, Tanzanie, Manger d’abord, Khartala, Paris 1981, pp. 16-20.
14) Julius K. Nyerere, Crusade for Liberation, Oxford University Press, Dar es Salaam 1978, pp. 35-36, 65.
15) Cfr. Daily News, June 12, 1996.
16) Cfr. Nyerere on Education / Nyerere kuhusu Elimu, II (Edited by Elieshi Lema, etc.), HakiElimu, Dar es Salaam 2006, pp. 210-211.
17) Julius K. Nyerere, Open University of Tanzania, Education, Dar es Salaam, March 5, 1999.

Francesco Beardi