Rivista Missioni Consolata – 120 anni

DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

Cari Missionari

Volontariato

Carissimi,
ho appena finito di leggere l’interessante, e in gran parte condivisibile,
esperienza del volontario Alberto Zorloni (MC 8-9/2015 p. 51). Non ho letto il
libro, ma quanto scrive Marco Bello, per me, è più che sufficiente, chiaro e
circostanziato sulla vita di Alberto.

Sono un professore universitario di lingua araba, in
pensione, appena rientrato dalla Guinea (grazie a Dio senza ebola!) completando
così i miei primi 13 anni di volontariato. I primi 5 anni in Medio Oriente,
precisamente la Palestina, dove ho potuto dare sfogo e sfoggio della lingua
locale e ricevere i migliori apprezzamenti e incredulità di fronte alla mia
ottima loquacità. Quindi sono approdato in Africa, passando in vari paesi:
Egitto, Darfour, Sudan, Burundi, Sud Sudan, e ora, per la terza volta, in
Guinea: canto ogni giorno «misericordias Domini in aeteum cantabo». Vi scrivo
per complimentarmi dell’esperienza di Alberto e volevo non solo abbracciarlo
ma, soprattutto, incoraggiarlo a continuare nel testimoniare quei valori di «ieri»
che saranno la sua corona e il suo trofeo, non da parte di qualche Ong, ma dei
bambini, delle persone, dei bisognosi che avrà incontrato. Dico spesso anch’io:
«Gli occhi dei bambini africani mi giudicheranno». La mia attività è stata ed è
nel campo educativo-scolastico e ne vale veramente la pena: ciò che ho e ricevo
è molto di più di quanto cerco di dare. Quindi, bravissimo

Alberto e sempre alla grande: questa è una grande sfida e
dobbiamo fare di tutto per lasciare questo bel mondo un po’ migliore di come
l’abbiamo ricevuto.

Un abbraccio,

Gianni
Foccoli
12/08/2015

Coi soldi dei
poveri?

Caro padre Gigi,

lei non può ricordarsi di me, ma io mi ricordo molto bene
di lei perché l’ho incontrata durante il mio primo viaggio in Kenya nel 1991,
quando lei era missionario a Maralal. Sono tornata laggiù altre volte negli
anni per accompagnare mio marito che aiutava i missionari come falegname e
fabbro. In particolare nel 1998 eravamo a Karaba, dal caro amico padre Alex
Moreschi (1944-2011), quando abbiamo avuto l’onore di conoscere e pranzare con
il vescovo John Njue (allora primo vescovo di Embu) in occasione di una grande
festa della chiesa locale. Oggi però non lo considero più un onore, alla luce
delle notizie da me apprese da fonti sicure: lussuosi palazzi a uso ufficio ed
affitto per le banche, e il progetto di un parcheggio multipiano, il tutto
costruito con le offerte raccolte tra la gente delle parrocchie di Nairobi.

La Chiesa permette ai suoi pastori di ripetere i grandi
errori della sua storia? Almeno nel Medioevo era stata costruita la basilica di
San Pietro con i soldi della povera gente… L’arcivescovo di Nairobi non vede
più gli occhi degli street boys perché forse la sua automobile ha i
vetri oscurati? Vorrei fargli arrivare il messaggio che sono sicura che sono
altre le opere di cui necessitano i suoi fratelli e sorelle kenioti: mi vengono
in mente promozione sociale e umana, tutela dell’infanzia, formazione ad un
mestiere onesto, come ci hanno indicato i miei compaesani padre Allamano e don
Bosco.

Grazie e cordiali saluti,

Caterina
S.
22/07/2015

Gentile
Caterina,
conosco il progetto a cui lei si riferisce: riguarda un’area proprio nel centro
di Nairobi, dietro alla cattedrale. Quando ho lasciato il Kenya a metà del 2009
non era ancora stato realizzato, ma era in discussione ormai da molti anni. Per
questo posso precisare i seguenti punti.

1. Il
progetto, chiamato «Cardinal Otunga plaza»,
è un edificio di nove piani con l’interrato. Sei piani sono di uffici da
affittare, mentre gli ultimi tre sono riservati per le attività della diocesi. È
costato cinque milioni di euro ed è stato inaugurato il 23 agosto 2013. Ma tale
costruzione non è frutto della fantasia del card. Njue. Quando lui è diventato
arcivescovo di Nairobi, nel 2007, il progetto era già in stato molto avanzato,
approvato dall’arcivescovo precedente, dal Consiglio economico e dal Consiglio
presbiterale dell’arcidiocesi e dalle autorità civili competenti.

2.
All’origine del progetto
c’è il desiderio della Chiesa di Nairobi di rendersi indipendente dalle
donazioni fatte dalle Chiese sorelle d’Europa e d’America, e dai sussidi di
Propaganda Fide. Essendo chiaro che le offerte dei fedeli non sono sufficienti
per le spese che una diocesi in continua crescita deve affrontare (seminario,
sacerdoti, uffici, nuove parrocchie – ce ne vorrebbero subito almeno 40 nuove
di zecca: terreno, chiesa e strutture parrocchiali) e che non si può contare in
eterno sulle donazioni dall’estero (in diminuzione, anche per la crisi
economica generalizzata), la Chiesa del Kenya ha lanciato una politica per «contare
sulle proprie forze» (self-reliance) e «auto sostenersi» (self-supporting).

3. Per quanto il progetto sia discutibile, l’idea è
valida, anche se il vecchio giardino dietro alla cattedrale era più romantico.
Una volta pagati i debiti, sarà un investimento sicuro, pulito e duraturo, pur
rimanendo sempre un fattore di rischio: l’uomo. Infatti quando ci sono di mezzo
molti soldi, anche dei buoni cattolici possono essere tentati dalla corruzione.
Forse per questo hanno dedicato la «plaza» (un nome che ben si associa con «affari»)
al card. Otunga (1923-2003) che era invece un uomo molto sobrio e staccato dai
soldi, un santo.

4. Il card.
John Njue rimane
sempre lo stesso: guida personalmente la sua auto, che non ha i vetri oscurati,
ed è sempre molto attento alle necessità dei suoi fedeli, sapendo bene che solo
un milione degli abitanti di Nairobi è benestante o davvero ricco, mentre gli
altri quattro (o più) milioni vivono sotto il livello di povertà.

5. Il
parcheggio multipiano. Non ho
informazioni in merito, ma tenendo conto del traffico ipercongestionato di
Nairobi e della cronica mancanza di parcheggi nel centro storico della città
dove si trova la cattedrale, ritengo che anche questo potrebbe essere un
investimento intelligente. A mio parere la questione dovrebbe essere vista come
un fatto positivo, perché segna un’inversione di tendenza: invece di continuare
a elemosinare aiuti dalle Chiese sorelle, la Chiesa d’Africa sta cominciando a
valorizzare le risorse locali per rispondere ai suoi crescenti bisogni.

Dio cerca l’Uomo

Cari, anzi,
carissimi missionari,
prima di tutto grazie di seguitare a mandarmi la vostra rivista… ho ormai
compiuto 90 anni, ma non ho mai finora trovato stampa che chiamasse pane al
pane e vino al vino senza paure né timidezze, svelando le occulte (ma non
tanto) violenze dei potentati.

Però ogni qual volta finisco di leggere sono impaurita
del potere demoniaco che sta stravolgendo la vita dei terrestri,
sottomettendoli al predominio del potere e dell’avere.

Certo, Cristo, e il suo popolo, cioè il corpo mistico,
seguiteranno a essere perseguitati fino alla fine del mondo. E questo mi
spaventa.

Perché vi scrivo? Sì, sono forse presuntuosa e un po’
sfacciata. Ma voglio dirvi una cosa che mi pare assai importante. L’apertura
agli altri – anche alle altre religioni – mi fu insegnata fin dai 18 anni. Mi
fu insegnato che tutti gli onesti davanti a Dio, appartengono al Logos, sono il
Suo corpo mistico – anche se non lo sanno. Ma mi fu pure insegnato, che non
tutte le religioni sono pari, come sembra indicare un certo sincretismo
religioso che si va diffondendo a macchia d’olio.

Mi fu insegnata una verità senza la quale non so davvero
se avrei potuto appartenere a una Chiesa che, allora, predicava più che altro
un perbenismo molto borghese e ipocrita, chiusa nelle forme esteriori, senza
vita spirituale. La verità è che il Cristianesimo non è una religione, (ma) è
una rivelazione!

Fin da quando Abramo parte da Ur, è Dio che lo muove, e
attraverso i secoli parla per mezzo dei profeti al popolo «di dura cervice»,
sempre disposto all’idolatria, correggendolo e sostenendolo perché «i tempi
sono maturi». Allora Dio si fa addirittura uomo.

È forse questa verità che fa paura alla gente?

Anche sfrondando tutte le sovrastrutture – liturgiche e
filosofiche –, la base è questa. Non è l’uomo che cerca Dio, ma Dio che si
rivela all’uomo. E se Gesù non fosse risorto, dimostrando di non essere un
invasato, e se chi lo ha visto risorto (dichiarando di aver faticato a crederlo
risorto) non avesse preferito morire che negare la verità, saremmo stolti a
esser cristiani.

Dio seguita a cercare l’uomo. Ma l’uomo è assente e
sordo. E specie ora che l’uomo si sente molto «evoluto», fa fatica a credere al
Risorto.

Sbattiamo continuamente in faccia la verità incredibile.Scusatemi, ma mi vedo intorno tanta nebbia. Fate chiaro
voi! A tutti!

Pina
Tiezzi Moscaldi
Asciano (Si), 01/08/2015

Padre Tarcisio

Vi sono grato per aver ricordato il fante, il semplice,
il piccolo grande Tarcisio (Crestani). L’ho incontrato nella missione di Mater
Dei
a Kimbondo, Kinshasa, dieci anni fa. Mi ha dato molte chiavi per
conoscere la Rdc. L’avevo conosciuto a Torino nei primi anni Settanta e poi più
nessuna sua notizia. Quando glielo dissi mi rispose: «Caro mio, sono stato
dimenticato, da 30 anni nessuno mi ha mai cercato, non sono nessuno».

E invece quanto conta essere semplice (la sua camera
aveva solo l’essenziale) per essere in sintonia con le persone che incontri.
Grazie Tarcisio

Maurizio
M.
02/08/2015

Scusate se mi permetto un piccolo ricordo. Padre Tarcisio
lo conoscevo, o meglio l’ho conosciuto, quando avevo tre anni (34 anni fa).
Allora gli ho regalato il fiocco rosa che era stato appeso alla porta della
nostra casa perché era appena nata la mia sorellina. Mi avevano detto che stava
partendo per l’Africa, così poteva portarlo a quei bambini là, che non ce
l’avevano.

Di
lui mi ricordo un enorme barbone nero e crespo, così lungo che mentre mi
spingeva con il triciclo mi faceva il solletico! Forse anche lui si ricorda di me, da lassù, e sorride insieme
a zio Benedetto (Bellesi) di quel lontano episodio.

Alice
Bellesi
18/08/2015

Svenditore di
Cristo

Al signor (o padre) Gigi Anataloni,
sostenitore dei negatori di Cristo (musulmani).

Sono il marito di una vostra lettrice e ho letto con vivo
rincrescimento e sgomento il suo editoriale su Missioni Consolata del
luglio u.s. Rilevo che anche lei fa parte di quei cristiani che sono pronti a
svendere Cristo e il cristianesimo purché si dica di loro che sono a posto e
accoglienti, cioè buoni e considerati tali dalla maggioranza dominante
cattocomunista e massonica.

Vorrei portare alla sua attenzione le parole
dell’apostolo Giovanni nelle sue lettere: «Chi è menzognero se non colui che
nega che Gesù è il Cristo? (musulmani). L’Anticristo è colui che nega il Padre
e il Cristo» (1Gv 2, 22). E ancora: «Se qualcuno viene a voi e non porta questo
insegnamento (di Cristo) non ricevetelo in casa e non salutatelo, poiché chi lo
saluta partecipa alle sue opere perverse» (2Gv 10-11).

Non ho bisogno di aggiungere altro alle sante parole;
soltanto la diffido dal mandare ancora al mio domicilio la sua rivista, né
ricevere alcuna risposta.

Lettera
firmata
07/08/2015

In
quasi quarant’anni di servizio missionario nella stampa me ne sono sentite dire
molte, ma mai di essere uno che svende Cristo. A «cattocomunista» mi ero
abituato, ma questa mi mancava. Comunque non è niente in confronto a quanto si
stanno sentendo dire i vescovi italiani, con mons. Galantino in testa, e
soprattutto a quanto viene vomitato sul nostro amato papa Francesco.

Venezuela Pro e
Contro

Egregio Direttore, ho letto con attenzione gli articoli
dedicati al Venezuela nel numero di agosto-settembre. Sono stupefatto della
superficialità con cui si descrive la Venezuela di oggi, e delle affermazioni
dei due personaggi intervistati. Ma questo è il tipico modo di operare del sig.
Moiola: non dare mai numeri o cifre a supporto di una tesi.

La Venezuela di oggi, e la conosco bene, è un paese con
una democrazia al limite della dittatura, perché il governo ha in mano tutte le
leve del potere e di tutti gli organismi di contrappeso. Il che permette a
Maduro di dire che il sig. Lopez, che è in carcere in attesa di giudizio, è un
assassino e va condannato. Questo è qualcosa di impensabile in qualsiasi paese
democratico. La situazione economica è disastrosa perché gli ammanicati al
potere hanno fatto sparire negli ultimi 15 anni qualcosa come 250 miliardi di
dollari (è un dato ormai accettato da tutti). Il regime attuale in Venezuela
assomiglia molto al fascismo. Il sig. Moiola dovrebbe riportare non solo
interviste di compiacenti al governo, ma anche i dati economici del paese.

Mi dispiace che una rivista del calibro di Missioni
Consolata cada nel racconto della verità.
Distinti Saluti

Alvise
Moschen
04/08/2015

Salve! Conosco e apprezzo il lavoro dei missionari e
delle missionarie della Consolata in vari paesi. Ora ho avuto modo di
apprezzare anche il lavoro della rivista (che comincerò a seguire); grazie ai
servizi di Paolo Moiola sul Venezuela. Danno voce a persone che in Venezuela
vivono, e che presentano un quadro ben diverso da quello offerto dalla
dittatura mediatica internazionale e italiana, la stessa che aiuta guerre
devastanti (in Medioriente e Africa) con la disinformazione. Cordiali saluti

Marinella
Correggia
Torri in Sabina (Ri), 18/08/2015

Due
opinioni opposte sullo stesso articolo, riflesso della difficoltà che si
incontra a voler conoscere la verità e scrivere su situazioni complesse e
polarizzate come quella del Venezuela e di altri paesi.
È un dato di fatto che gran parte dell’informazione che arriva sui nostri
quotidiani o sui nostri notiziari televisivi è controllata da poche agenzie
fortemente interconnesse con gli interessi europei e nordamericani. Pochi
giornali o televisioni possono permettersi oggi di avere propri corrispondenti
in loco.

Noi
non abbiamo la pretesa di fare concorrenza ai grandi network, non è il nostro
scopo. Ma siamo liberi da influenze politiche o economiche, e abbiamo un
vantaggio: la libertà di contattare testimoni sul posto, possibilmente
testimoni fuori dal coro, che non cantino lo stesso spartito di tutti gli
altri. Al lettore la valutazione e il confronto.

Circa il nostro
giornalista, non è vero che sia tipico suo «non dare mai numeri o cifre a
supporto di una tesi». Paolo è un professionista serio e preciso e basta una
rapida scorsa ai suoi articoli pieni di box, cartine e tabelle per avere la
conferma della sua accuratezza, a volte
persino pignola. La stessa professionalità l’ha posta nello scrivere l’articolo
che il sig. Moschen critica, anche se forse, in questo caso, s’intuisce
simpatia e una severità meno accentuata del solito nel porre domande
alle sue fonti.

risponde il Direttore