Cari Missionari

La Morte
Gent.mo padre,
non so se avrà la pazienza di leggermi fino alla fine e
magari rispondere ai quesiti che Le andrò via via sottoponendo. Mi ha
particolarmente colpito la frase espressa nell’articolo dell’agosto-settembre
2013: «Alle prime ore del 3 luglio 2013 il Signore ha chiamato a sé il nostro
fratello, amico e collaboratore Padre Benedetto Bellesi». Leggo poi sulla
rivista di Ottobre 2013 a pag. 9: «Al nostro fratello, amico e collega
Benedetto Bellesi, chiamato alla Casa del Padre lo scorso 3 luglio». Alla pag.
11 dello stesso mese si afferma che nel luglio c’è stata una sua ricaduta nel
tumore, da cui non si è più ripreso, nonostante i massicci interventi. E a pag.
10 Ugo Pozzoli scrive: «Purtroppo questa carogna di una malattia ti ha portato
via troppo presto».

Padre Bellesi è morto perché il Signore l’ha chiamato
oppure è morto in seguito a un tumore, quella carogna di malattia? È proprio
vero che alla nostra morte è il
Signore che ci chiama a sé? O piuttosto è la natura, che, inclemente, detta
legge? […] Dio chiama a sé l’uomo, dice il catechismo e ce lo ripete la
liturgia. Allora: ci stiamo prendendo in giro! La morte certo non è opera di
Dio, né Egli giornisce che i vivi debbano morire.

Ora vorrei chiederLe: è possibile dire alla madre di una
bambina violentata e poi uccisa, che il Signore l’ha chiamata a sé? Quando
giungono le bare con la bandiera tricolore, i Cardinali se ne guardano bene dal
dire che «è il Signore che li ha chiamati a sé».

Ora che dirò: avevo un ragazzo di 12 anni, vivace,
intelligente, artista, una équipe di medici mascalzoni me lo ha ucciso. Al
pensiero che il Signore me lo abbia chiamato, io, quel Signore, non lo voglio
più. La scorsa settimana sono stato avvicinato da una giovane signora che
faceva proselitismo per una setta evangelica e mi ha quasi convinto a cambiare
religione. Come vede, Padre, a me sorgono molti dubbi, ma non mi preoccupo più
di tanto, perché anche molti Santi ne hanno avuti. «Quando si parla di Dio, si
parla di mistero».

Madre Teresa di Calcutta ha affermato che, più ci
avviciniamo a Dio, più aumenta la distanza. Madre Teresa ha attraversato una
lunga crisi spirituale. Nei suoi diari ha scritto che ha sempre cercato Cristo,
ma non lo ha mai trovato. […]

Ero amico di Padre Alberto Placucci della Consolata,
morto nel 1995. Alla sua morte mi sono chiesto: perché a lui e non a me? Lui
avrebbe fatto più bene di me. Se è vero che è stato il Signore che l’ha
chiamato, il Signore ha perso un valido aiuto. Qual è quel padrone che licenzia
un bravo operaio per tenersene uno scadente? Su diciamo la verità: Dio è per la
vita. La morte viene comandata dalla natura.

Nel caso volesse rispondermi però non concluda con: «Caro
figliolo, bisogna aver fede». La ringrazio in anticipo.

Guido
Dal Toso
Somma Lombardo (Va), 25/6/2014

Caro
sig. Guido,
mi sono permesso di mantenere solo l’essenziale della sua lunga lettera (sì,
per una volta una bella lunga lettera, non un’email). Il problema che lei
solleva è talmente grande che la cosa più saggia da fare sarebbe quella di un
umile silenzio. Provo comunque a condividere con lei quello che sto imparando a
mie spese, anche solo in questi ultimi cinque anni, nei quali ho dovuto vivere
da vicino molte morti oltre a quella dell’amico e collaboratore p. Bellesi: da
quella di un’amica che preparandosi al momento mi ha chiesto di far sì che il
suo funerale fosse una festa, ai nove funerali celebrati (o più spesso «assistiti»)
in parrocchia durante lo scorso agosto; dalla morte di una mia sorella più
giovane di me seguita, pochi mesi dopo, da quella di un mio pronipote, vissuto
solo 22 giorni e che ho battezzato il giorno stesso del mio ritorno dal Kenya,
a quella di altri parenti stretti. Dall’uccisione di p. Giuseppe Bertaina al
vedere la morte in faccia quando sulla collina di Mekinduri un infarto mi ha
messo ko.

In
ognuno dei casi si sa benissimo cosa ha causato la morte: tumore, leucemia, età,
violenza, incidente, malattia… La natura ha fatto il suo corso, «inclemente»! È
un dato di fatto inconfutabile. In alcuni casi c’è stato il plauso per la
natura che ha fatto il suo corso, mettendo fine a una lunga vita ben vissuta.
In altri si è accettato in pace che la morte abbia messo fine a lunghe
sofferenze. Altre volte ci si è ribellati perché la morte è stata ingiusta,
improvvisa, impietosa, violenta.

Se
è stato facile celebrare con serenità la morte di uno di 99 anni, meno facile è
stato accompagnare un bimbo di 22 giorni. Se poi si pensa a fatti come quelli
che lei racconta, diventa ancor più difficile farsene una ragione. Eppure,
quando la mia amica Anna mi ha chiesto una «festa e non un mortorio» al suo
funerale, è stato perché aveva capito il segreto della morte, la risposta alla
domanda che tutti tormenta: perché?

Molto
mi aveva fatto capire mia madre, che ha avuto solo 70 giorni di tempo dalla
diagnosi alla morte. Abbiamo passato l’ultimo mese insieme, una grazia grande,
nella consapevolezza che non c’era più cura per lei. Ed è stata lei che ha
preparato noi, suoi figli e figlie, non alla sua morte ma al passaggio, alla
nascita, all’incontro faccia a faccia con Dio e con tutte le persone amate che
l’avevano preceduta, mio padre per primo, oltre quella soglia che apre alla
Vita. Aveva 66 anni, compiuti da neppure un mese. Ovviamente è stato duro, ma
ci siamo detti «arrivederci, a Dio».

La
morte è l’evento più giusto di tutti, perché non fa distinzioni: tutti si
muore. Ci sono culture nel mondo che hanno imparato ad accettare la morte per
quel che è: un fatto naturale fuori del nostro controllo. Noi invece,
inorgogliti dai nostri successi tecnologici, attaccati alla nostra logica
economica del dare e avere, siamo passati dall’accettazione al rifiuto,
soprattutto se «il come e il quando» della morte non rientrano nei nostri
canoni e puzzano d’ingiustizia e diseguaglianza: perché alcuni «muoiono» e
altri invece «sono uccisi»? Un articolo lo chiedeva a proposito di Israeliani e
Palestinesi durante la tremenda crisi di Gaza; noi ce lo chiediamo per chi
muore di morte naturale e per chi invece è vittima di malattie, incidenti,
violenza.

La
morte è un fatto naturale e Dio non va mai contro le leggi della natura che lui
ha fatto. Davvero inutile arrabbiarsi con Lui.

Perché
allora diciamo «Dio chiama»? Chiaramente questo è un linguaggio simbolico
comprensibile per chi ha fede. Nella fede l’evento naturale della morte diventa
segno della chiamata di Dio. I detti e le parabole di Gesù sono pieni di questi
simbolismi. Ma non solo. è solo
Gesù, il figlio di Dio costretto a un’orribile e ingiusta fine, che ci ha fatto
capire come la morte non significhi «fine», ma «inizio, nascita». Quella che
noi viviamo qui non è tutta la vita, è solo la preparazione, quasi una
gestazione alla Vita. Non siamo fatti per finire e consumarci in questo tempo e
in questo spazio, il nostro io più profondo chiama l’infinito. Siamo fatti per «diventare
dei»! Il nostro Dna vero è quello di essere «immagine/icona» di Dio, non
polvere che sparisce nel nulla.

Allora,
se quella dopo il trapasso è davvero la Vita, non abbiamo ragioni per temere la
morte. S. Paolo scriveva che per lui «vivere è Cristo e morire (è) un guadagno»
(Fil 1,21) e soltanto l’amore per «coloro che aveva generato» alla fede con
tanta fatica gli rendeva sopportabile l’idea di dover ancora attendere prima di
riuscire a conquistare Colui che si era impadronito di lui (cfr. Fil 3,12)
sulla strada di Damasco. «Per Paolo come per ciascuno di noi la vita si può
vivere solo dove vive Colui di cui si è innamorati. Per i cristiani,
sull’esempio di San Paolo desiderare la morte non solo è lecito, ma anche segno
di maturità nella fede, dal momento che la morte è l’ingresso nella visione di
Dio faccia a faccia. Se i cristiani fossero coerenti dovrebbero correre verso
la morte, che dopo la risurrezione di Gesù, ha perso il suo pungiglione di
paura e di terrore (cfr. 1Cor 15,55-56) per diventare quello che dovrebbe
essere: la pienezza della vita» (P. Farinella).

Ebola

Caro don Gigi,
vorrei condividere con lei, sempre così attento a tutto ciò che succede nel Sud
del mondo, un problema che mi angustia: il dramma dell’ebola e le conseguenze
che potrebbero arrivare anche a noi, attraverso le migrazioni, purtroppo
inarrestabili, o, almeno, inarrestabili sino a quando non si interviene in
qualche modo nei luoghi di partenza. Ora, io seguo da sempre il dramma di
quelle popolazioni, anche con un coinvolgimento indiretto (sono operatrice del
Commercio Equo e Solidale e socia dell’Accri, ong di cooperazione
internazionale: tanto per farle capire come tutto questo sia per me motivo di «sofferenza»
e non di «insofferenza»). In breve, mi sembra più che giusto, soprattutto come
cristiana impegnata, condividere i problemi dei popoli impoveriti, ma
condividere anche l’ebola, va al di là della mia capacità di accoglienza:
eppure temo che presto o tardi con questo dramma dovremo confrontarci: e
allora? Già la tubercolosi, da tempo debellata, è tornata a preoccupare le
strutture sanitarie, assieme ad altre malattie frutto della promiscuità,
dell’assenza di precauzioni igienicosanitarie, e così via: lei che ne pensa? So
bene che tante malattie sin dall’inizio del periodo coloniale le abbiamo
portate noi, giungendo sino a sterminare gran parte, ad esempio, delle
popolazioni indigene del continente americano, ma non mi sembra una ragione sufficiente… Aspetto con ansia una
sua risposta, e cordialmente la saluto, congratulandomi ancora per la validità
della vostra-nostra rivista.

Silva Duda
Trieste, 25/6/2014

Con
Silva ci siamo già scambiati delle email a proposito dell’ebola. È grazie al
suo stimolo che in questo numero trovate un breve dossier sul quale i nostri
redattori hanno lavorato sodo. L’ebola è una malattia che fa paura perché sfida
la nostra illusione di onnipotenza e ci fa sentire fragili. Eppure c’è chi ci
specula sopra, pregustando i possibili lauti guadagni. È nel 1976 che i primi
280 morti in Congo RD hanno fatto notizia. Come è possibile che oggi ci si
trovi così impreparati? È forse perché non era ancora un affare abbastanza
remunerativo? E tutto quel diffondere notizie allarmanti, è davvero segno di
interesse per i malati o è un altro modo per far pressione e trasformare il
tutto in un grande business?

Quel
che è triste è costatare che ci sono due aree che permettono a chi è senza
scrupoli di fare soldi a palate sulla pelle degli altri: le guerre e le
malattie. E guarda caso, in questo nostro mondo non più controllato dalla
politica ma da una finanza senza freni, le guerre prosperano più che mai
muovendo fiumi di denaro.

Per
restare alla sua domanda sul «condividere l’ebola» come espiazione dei contagi
che un tempo noi abbiamo portato ai popoli indigeni dell’America e dell’Africa,
certamente non credo che sia il caso. Gli errori del passato non si compensano
certo con errori del presente. In più, tutte le statistiche a riguardo (vedi la
ricerca
Istat del 12 febbraio 2014, Cittadini stranieri: condizioni di salute,
fattori di rischio, ricorso alle cure e accessibilità dei servizi sanitari
)
dicono che la stragrande maggioranza degli stranieri che arrivano da noi sono «persone
in buona salute, che devono affrontare un viaggio lungo e pericoloso, che
portano come capitale da investire nel paese in cui emigrano il proprio corpo
sano. Il migrante si ammala nel paese in cui arriva come ospite a causa delle
insalubri condizioni di vita in cui spesso è costretto a inserirsi (scarsa
alimentazione, ambienti sovraffollati, lavoro faticoso e spesso senza
protezione)».

Secondo
il parere dei medici del Comitato di Collaborazione medica di Torino (Ccm), da
noi consultati, «sulla base (dei dati a disposizione) e di quanto evidenziato
in merito al concetto di “migrante sano”, è veramente improbabile che possano
insorgere epidemie, nel nostro paese, determinate da patologie d’importazione,
se non in focolai circoscritti e di scarsa rilevanza epidemiologica, come nel
caso della Chikungunya (malattia febbrile acuta virale, epidemica, trasmessa
dalla puntura di zanzare infette – it.wikipedia.org) nel Ravennate nel
2007».

Quanto
al ritorno di malattie da noi considerate debellate, come la tubercolosi, credo
che esso coinvolga più fattori: dalla sempre maggior resistenza degli agenti
patogeni agli antibiotici spesso usati troppo disinvoltamente, ai sempre
maggiori contatti globali, non solo per i flussi migratori ma anche per la
crescita esponenziale del turismo internazionale; dall’allentamento della
guardia delle nostre strutture sanitarie, alla scarsa conoscenza di queste
malattie.

Sfortunatamente
tutto questo rischia di finire per ritorcersi contro i più deboli, proprio i
migranti, visto che non manca chi è pronto a cavalcare la disinformazione per
sostenere le proprie agende xenofobe.

Il gas del Mozambico
Cari amici di MC,
ho letto su Il Sole 24 Ore del 20/7/2014 che
l’Eni avrebbe fatto la «più grande scoperta di gas della sua storia» in
Mozambico. Si tratta di 2,4 miliardi di metri cubi che consentirebbero di
soddisfare il bisogno degli italiani per 30 anni». Premesso che anch’io consumo
gas e che cerco di utilizzarlo il meno possibile per non sprecarlo (e pagarlo),
mi piacerebbe sapere per favore da voi delle Missioni della Consolata quanto di
quel gas rimarrebbe a disposizione dei poverissimi abitanti del Mozambico. Lo
sfrutteremmo tutto noi? Quale sarebbe il vantaggio per il paese africano? Che
cosa cioè guadagnerebbe dall’operazione in una parola? Ed è morale e giusto che
Mauro Moretti, attuale A.d. dell’ENI, guadagni quel che guadagna? Non è
l’Italia in condizioni disastrose? E il Mozambico come sta? Grazie.

Piergiorgio S.
20/7/2014

L’assalto
alle materie prime africane è vecchio di secoli: Romani, Egiziani, Arabi,
Indiani e perfino Cinesi hanno depredato l’Africa per secoli, se non millenni.
Poi è scoppiato il colonialismo, e dopo il colonialismo la dipendenza
economica, l’indebitamento cronico e l’instabilità politica, e poi sono tornati
i Cinesi affamati di energia e materie prime, e le crisi mediorientali che
hanno reso appetibili grandi riserve di petrolio e gas prima troppo costose. Da
sempre il nostro paese ha cercato, proprio con l’Eni, di restare indipendente
dal monopolio delle «sette sorelle» (le più grandi compagnie petrolifere
inteazionali) creando la sua rete di sicurezza per un paese come il nostro
sempre più affamato di energia. Non stupisce allora, lo dico con tristezza, che
in questa durissima competizione per le risorse, anche l’Eni si sia adeguata ai
metodi dei suoi competitori. I Cinesi prendono tutto chiudendo gli occhi su
giustizia e diritti umani e facendo lavorare i loro carcerati; i Francesi e gli
Inglesi si tengono bene legate le loro ex colonie, le multinazionali non
guardano in faccia nessuno e l’Eni paga tangenti esorbitanti che approfittano
della corruzione e l’alimentano (vedi Nigeria per fare un esempio).

Quello
che l’Eni fà rientra perfettamente nella logica economica di oggi, che è senza
scrupoli, anche se qualche volta ammantata di verde ma non certo del rosso
dell’amore e della giustizia. Questo vale per l’Eni, e si può dire delle
multinazionali del cibo, dei fiori, delle comunicazioni. L’Africa non è solo
una grande riserva di materie prime, è anche un grande bacino di manodopera a
basso costo (schiavi) per alimentare il nostro benessere e la ricchezza
ingiusta di pochi.

Non
entro in merito ai compensi di Mauro Moretti o di quelli come lui. È fin troppo
facile dire che certi stipendi sono fuori di testa e ingiusti. Anche se uno è
un dirigente, che diritto ha di prendere 10, 20, 100 volte di più di un suo
dipendente del Nord del mondo e magari anche 1000 o 2000 volte in più di uno
del Sud del mondo?

Quanto
al Mozambico (o ai vari Mozambico del mondo): se da noi va male, da loro
va certamente peggio, anche se il Fondo Monetario Internazionale dice che il
Pil delle nazioni africane è in crescita. Per l’Onu il Mozambico è 183° su 187
nella scala dello sviluppo, ma sembra andare controcorrente: da 20 anni gode di
una crescita annua del 6% e in questi ultimi anni sta sperimentando una
migrazione inversa con l’arrivo di europei alla ricerca di una vita nuova e
fortuna. In realtà chi ci guadagna è una piccola minoranza straricca, mentre i
poveri diventano sempre più poveri. La sfida cade allora sulle élite locali che
sono a un bivio: amministrare la nuova ricchezza per il proprio tornaconto o
per il vero sviluppo del proprio paese e la creazione di servizi per uscire
dalla spirale di povertà.
Certo, le storie delle bustarelle, non sono proprio incoraggianti.

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