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Expo, quale eredità?

12/05/2015 Milano, Expo 2015, nella foto Albero della vita - notturno - Elio Villa / AGF
Sabina Siniscalchi

Una vetrina anche per grandi imprese che violano il motto «Nutrire il pianeta». Ma sono stati trattati temi importanti: sradicamento della povertà, riduzione degli squilibri, tutela della biodiversità, eliminazione degli sprechi. Un’esperienza collettiva che ha fatto superare l’individualismo. Bilancio dall’interno.

L’impressione condivisa è che a Expo sia passata la «meglio umanità», eterogenea, composta da tante diverse provenienze: nazionali, culturali, sociali, generazionali, ma ugualmente entusiasta, generosa, desiderosa di conoscere, a dispetto di chi la vorrebbe omologata e indifferente.

Il nostro presidente del consiglio ha definito Expo una grande vetrina delle eccellenze economiche.

Una vetrina controversa, diciamo noi, che ha visto la presenza positiva di piccoli agricoltori, cornoperative e consorzi, ma anche quella di grandi imprese che con il loro operato violano ogni giorno la massima «Nutrire il pianeta, energia per la vita».

Sotto questo profilo si poteva fare di più, conformare l’esposizione di Milano a criteri etici in modo da consentire solo la presenza di imprese che adottano comportamenti rispettosi dell’ambiente, dei diritti dei lavoratori e della legalità.

Un valido esempio viene dalla Cascina Triulza, il padiglione della società civile, che ha adottato una Carta dei Valori, selezionando le presenze e le sponsorizzazioni in modo coerente con i contenuti e la missione delle centinaia di organizzazioni sociali e ambientali che lo hanno animato.

Ma al di là degli aspetti commerciali, che pure sono connaturati a un’esposizione universale, l’Expo di Milano, in virtù del tema scelto e grazie alla vivace partecipazione di tanti paesi e culture, è stata anche una straordinaria esperienza. Visitare Expo ci ha aiutati a capire che il mondo non finisce sull’uscio delle nostre case, che è pieno di sfide, ma anche di luoghi e persone meravigliosi.

Sarebbe un errore credere che l’esposizione di Milano abbia sottaciuto e fatto dimenticare i problemi del nostro tempo: numerosi padiglioni e tantissimi eventi hanno riguardato temi di impellente attualità, come lo sradicamento della povertà, la riduzione degli squilibri, l’eliminazione degli sprechi, la tutela delle biodiversità, l’accoglienza verso chi fugge da guerre e disastri ambientali.

Questioni drammatiche di fronte alle quali spesso ci si sente impotenti e soli. L’esposizione di Milano è stata un’esperienza collettiva che ha fatto superare, sia pure per un periodo e in un contesto particolari, l’individualismo che ci paralizza e ci rende cinici.

A Expo si è respirata un’atmosfera diversa dal solito, un miscuglio di fiducia, calore umano e speranza.

Chi ha liquidato Expo come un grande luna park non ha voluto andare a fondo, superare la crosta del folklore per capie le qualità più autentiche: la contaminazione tra le diversità e la comunanza tra le persone.

Tuttavia questi sentimenti non bastano a cambiare le cose, la responsabilità ritorna a noi, individui e organizzazioni impegnati per un nuovo modello di sviluppo, i nostri messaggi e le nostre proposte hanno raggiunto, grazie a Expo, milioni di cittadini di ogni parte del mondo, dobbiamo valorizzare questo patrimonio, non disperdere il consenso che si è formato attorno alle nostre idee. Questa è la ragione che ha spinto oltre sessanta organizzazioni del terzo settore ad allestire e gestire il padiglione della società civile Cascina Triulza e questo è il compito che Expo ci consegna.

Oltre all’eredità materiale di un immobile di grandi dimensioni, ci rimane un lascito immateriale: continuare nel nostro impegno, coagulando attorno agli stessi obiettivi realtà che mai in passato hanno avuto l’opportunità di lavorare insieme.

Quale sarà il ruolo di Cascina in futuro è stato comunicato in un’affollata conferenza stampa lo scorso ottobre: continuare a fare da collante tra i cittadini e il mondo istituzionale affinché i decisori accolgano le istanze di cambiamento che arrivano dal basso, essere un ponte tra i progetti di inclusione sociale e le imprese che valorizzano le risorse umane e ambientali; rimettere in circolo i beni che Expo ha accumulato per evitare sprechi e scarti; rilanciare i progetti migliori nel campo dell’educazione, della multiculturalità, della formazione e della cooperazione.

Tutto questo in uno spirito di assoluta autonomia dai poteri e dai condizionamenti politici, perché, come ci ha esortato il presidente emerito dell’Uruguay Pepe Muijca, in visita a Cascina il 21 settembre, dobbiamo rimanere «liberi di parlare e denunciare» le storture di un mondo che, dopo Expo, tutti sanno che deve essere cambiato.

Sabina Siniscalchi

Sabina Siniscalchi

Sabina Siniscalchi