Rivista Missioni Consolata – 120 anni

DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

Juliette Colbert, marchesa di Barolo

Donna straordinaria del nostro
Risorgimento, la sua vita precorre il modo di agire dei grandi Santi sociali
del Piemonte dell’Ottocento. Nata il 27 giugno 1785 in una nobile famiglia
della Vandea francese, terra di forte tradizione cristiana, pronipote di J. B.
Colbert, ministro delle finanze di Luigi XIV, il Re Sole, dopo la Rivoluzione
francese entra a far parte della corte di Napoleone Bonaparte, dove conosce il
marchese Carlo Tancredi Falletti di Barolo. Se ne innamora, si sposano e vanno
ad abitare a Torino. Colpita dalla situazione di povertà ed emarginazione che
investe vasti strati della popolazione del Regno Sabaudo, comincia a farvi
fronte con intraprendenza, determinazione e… fantasia.

La devo chiamare col
suo titolo nobiliare o col più familiare Juliette?

Mi
chiami Juliette, come mi chiamava mio marito e come mi chiamavano le persone
amiche.

Bene, diamoci anche
del «tu», così l’intervista diventa più facile. Parlaci della tua infanzia
negli anni in cui si scatenava la Rivoluzione francese.

Ero
bambina quando la Rivoluzione francese si abbatté sulle nostre esistenze. La
mia famiglia, come quella di tutti i nobili, venne coinvolta nelle violenze che
si abbatterono in Vandea, dove eravamo perseguitati dai «sanculotti» non solo
in quanto nobili ma anche per la nostra fede cristiana. Per salvarci fummo
costretti a espatriare, prima in Germania, poi in Olanda e quindi in Belgio.

I tuoi genitori non
persero mai la speranza, anzi, seppero trasmetterti una fede così forte che con
il tempo si caratterizzerà nella tua vita in forme di carità e di solidarietà
veramente notevoli.

Nel
1792 ci stabilimmo insieme ad altri fuoriusciti dalla Francia a Coblenza, in
Germania, dove i miei genitori vollero che ricevessi un’educazione di
prim’ordine. Grazie quindi a maestri scelti mi formai una cultura largamente
superiore a quella delle donne del mio tempo e, se devo essere sincera, anche
alle donne del mio rango.

Rimanemmo
in esilio per dieci anni, poi, nell’aprile del 1802, Napoleone concesse
l’amnistia a quasi tutti gli esiliati. Però volle che i nobili frequentassero
la sua corte a Parigi.

E fu a corte che
incontrasti quello che sarebbe diventato tuo marito?

Proprio
così. Là mi incontrai con l’ultimo discendente di una delle più ricche e
antiche famiglie piemontesi: Carlo Tancredi Falletti, marchese di Barolo. I
suoi tratti gentili e il modo di fare mi conquistarono subito, mi innamorai di
lui e nel 1807 ci sposammo.

Dopo il matrimonio vi
trasferiste a Torino?

Carlo
desiderava a ogni costo che la mia presenza rallegrasse il palazzo della
famiglia Barolo, così ci spostammo a Torino, anche se trascorrevamo parecchi
mesi dell’anno viaggiando e ritornando spesso a Parigi.

Immagino che, vista
la vostra posizione, non vi fosse difficile incontrare personaggi di spicco
della cultura e della politica.

Questo
è vero, incontrammo molti personaggi famosi, ma solo alcuni esercitarono
un’influenza positiva sulle azioni caritative messe in atto più tardi da me e
da Carlo. Ricordo con piacere l’abate Dupanloup (Félix Antornine Philibert
Dupanloup, 1802-1878) rettore del Seminario di Parigi e grande amico di
Federico Ozanam (Frédéric Antornine Ozanam, 1813–1853) fondatore della Società di
San Vincenzo, e la marchesa Adelaide Pastoret (1766-1843) promotrice e
organizzatrice dei primi asili d’infanzia, oppure l’abate Legris-Duval (René-Michel
Legris-Duval 1765-1819) particolarmente attento al problema del recupero sociale
delle così dette «fanciulle perdute».

Nella capitale
sabauda invece conosceste altra gente che vi aiutò nel realizzare le opere di
carità che avevate programmato.

Casa
nostra era frequentata da molti nobili e intellettuali piemontesi, tra cui ricordo
con piacere soprattutto Silvio Pellico, che accogliemmo sotto il nostro tetto
dopo la dura esperienza del carcere allo Spielberg. Questi, pur avendo un’idea
della società condizionata dalla classe di appartenenza, erano desiderosi sia
di risolvere il problema dell’assistenza agli emarginati che di propugnare
riforme politiche e sociali, secondo gli ideali del Risorgimento, che
portassero all’unità d’Italia, in quel tempo frazionata e divisa.

Queste aspirazioni ti
coinvolgevano da vicino?

Proprio
così. Però la cosa che mi interessava di più non era la politica, bensì la
situazione sociale, in quanto vedevo molte persone che vivevano nella massima
povertà e indigenza. Io non volevo fare qualcosa per i poveri, ma con i poveri.
Perché per noi aristocratici offrire un po’ di denaro o di risorse materiali è
fin troppo facile, mentre invece dare la responsabilità ai poveri affinché
imparino a gestire la propria vita è molto più impegnativo e richiede un amore
vero e sincero verso di loro.

Quando iniziarono le
tue attività?

Nel
1815 mi iscrissi alla Compagnia della Misericordia dedicandomi alla
distribuzione di viveri per i detenuti di Torino. Qualche anno dopo ebbi il
permesso di entrare nelle carceri dove il contatto diretto, specialmente con le
detenute, provocò in me uno shock terribile. Vedere quelle donne, per lo più
provenienti dalle fasce sociali più emarginate, dietro le sbarre in condizioni
disumane, alimentò nei loro confronti un forte desiderio di consolarle e
affrancarle da quella situazione.

Come si svolgeva il
tuo apostolato in mezzo a queste donne che agli occhi della società del tempo
erano viste come persone non recuperabili?

Mi convinsi che oltre a operare su un piano materiale,
dovevo lavorare sull’aspetto morale. Mi fermavo a conversare a lungo con ognuna
di loro, ed esse compresero che ero loro amica. Lasciavo anche intravedere che
il mio modo di vivere era caratterizzato dalla fede cristiana. In questo modo
cercavo di gettare un seme di speranza nella loro vita. Certo, continuavano a
essere delle recluse, ma si andavano creando le condizioni affinché all’interno
del carcere ci fosse un clima più tollerabile.

Questo tuo modo di
agire ebbe dei riflessi anche in altri ambienti carcerari a Torino?

La
mia azione fra le detenute suscitò interesse in alcuni membri della casa reale.
Grazie a loro ottenni di poter riunire tutte le detenute torinesi in un unico
edificio, dove potei realizzare i miei progetti.

Spiegati meglio.

Innanzi
tutto cominciai a separare le donne che erano inquisite da quelle che erano già
state condannate. Poi, con il coinvolgimento di tutte loro, si stese un
regolamento di disciplina. Stabilimmo dei compiti quotidiani in cui tutte erano
coinvolte, dalle pulizie delle camerate ai bagni, alla cucina ecc. Non ultimo,
promossi una paziente opera di alfabetizzazione che coinvolse quasi tutte. Il
risultato più grande fu di sostituire le guardie con delle suore (le «Suore di
S. Anna», fondate col marito nel 1834), che io e il mio amato sposo promuovemmo
proprio per venire incontro a queste situazioni.

Questo fece
migliorare la vita delle carcerate?

Pensa
che qualcuno arrivò a dire che nel 1838, quando le suore andarono ad abitare
nel carcere, questo assomigliava più a un convento che a un penitenziario.
Subito dopo ci rendemmo conto di un’altra piaga sociale, quella delle ragazze
madri, o come si diceva in quel tempo, delle «fanciulle traviate».

Anche con loro
iniziaste un percorso di riscatto alternativo a quelle che erano le regole
vigenti?

Ottenni
dal governo un edificio (il Rifugio) che ristrutturammo per creare una casa
aperta a tutte le ex carcerate e alle ragazze madri, offrendo loro la
possibilità di un lavoro che le aiutasse a reinserirsi nella società. Il lavoro
non solo garantiva il loro sostentamento, ma con quello che riuscivano a
risparmiare, potevano accumulare una piccola dote da ritirare al momento di
lasciare il rifugio.

Oltre il lavoro ci
furono altri aspetti positivi legati al vostro particolare modo di vivere?

Alcune
di queste donne, avendo fatto un cammino di conversione, e saldato i conti con
la giustizia, maturarono l’idea di consacrarsi attraverso una vita di lavoro e
di preghiera. Nacque l’idea di una nuova congregazione detta delle «Maddalene»
(oggi «Figlie di Gesù Buon Pastore»), approvata dell’Arcivescovo di Torino nel
1833 e dalla Santa Sede nel 1846.

Oltre al lavoro con
le detenute, il tuo campo di attività abbracciava anche altri ambiti specifici?

Mi
occupai di lanciare in Italia gli asili d’infanzia (promossi in Francia dalla
marchesa Pastoret), dove oltre a provvedere cibo e vestiario, cercavamo di
insegnare ai bambini i primi rudimenti della scuola e del catechismo. Fondammo
anche delle scuole professionali e si diede inizio alla costruzione della
chiesa di Santa Giulia nel popolare quartiere di Vanchiglia a Torino.

Juliette, pur essendo
una nobile e un’aristocratica, la tua esistenza fu dedicata interamente ai
poveri.

Io e
il mio sposo Carlo, riversammo tutte le nostre attenzioni e il nostro affetto
sulle persone povere e svantaggiate, e questo diede un senso pieno e vero alle
nostre esistenze, perché come dice il Signore: «C’è più gioia nel dare che nel
ricevere».

Juliette Colbert, marchesa di Barolo, si spense il 19 gennaio del
1864. Il marito era morto nel 1838. La loro azione in favore dei poveri fece da
apripista ai Santi sociali piemontesi del XIX secolo, con cui era in relazione,
soprattutto S. Giuseppe Cafasso e Don Bosco. Figlia del suo tempo e
appartenente alla classe aristocratica, non venne presa molto in considerazione
dalla storiografia del Risorgimento. Il tempo però sta facendo giustizia di
questo oblio ridandoci la vera identità di Giulia Colbert: una giovane bella,
ricca, dotata di mille risorse che aveva tutto per godersi la vita e invece con
il marito si mise al servizio dei poveri. Dopo la sua morte venne costituita
l’Opera Pia Barolo, alla quale lasciò l’intero patrimonio di famiglia.
Complessivamente dedicò alle sue opere di beneficenza circa 12 milioni di lire,
una somma pari al bilancio di uno stato del tempo. Il 21 gennaio 1991 la
diocesi di Torino ha avviato la causa di beatificazione dei due coniugi.

Don Mario Bandera,
Missio Novara

Mario Bandera