DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

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L’universo visto dal Cern

Visita al Centro di ricerca di Ginevra.



Nei laboratori del Ce.


Scienza e religione in conflitto?

 
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Il Ce è probabilmente il più prestigioso laboratorio di
fisica delle particelle al mondo. È un’istituzione in cui la ricerca raggiunge
i più alti livelli, ma anche un luogo dove scienziati di tutto il mondo
lavorano in cooperazione. Lo abbiamo visitato in occasione del suo 60.mo
compleanno cercando risposte a una domanda antica e controversa: scienza e
religione sono in conflitto? Al Ce la risposta (unanime) è stata «no». Ma
fuori dai laboratori non tutti concordano.

Il 2015 sarà un anno importante per
la fisica almeno per due motivi: il primo è la celebrazione dell’«Anno
internazionale della luce» indetto dall’Unesco; il secondo riguarderà il Ce,
l’«Organizzazione europea per la ricerca nucleare», il centro di ricerca sulle
particelle che ha sede poco lontano da Ginevra e che nel 2014 ha compiuto 60
anni. Qui, dopo tre anni di manutenzione, ripartirà l’Lhc, il Large Hadron
Collider
(«Grande collisore adronico»), il ciclopico anello dalla
circonferenza di 27 chilometri in cui protoni e ioni pesanti collidono per
dividersi nelle loro particelle elementari: i quark (riquadri a pagg. 42-43).

Sono stati gli esperimenti
effettuati all’Lhc che hanno permesso di verificare nel 2012 l’esistenza di ciò
che i fisici teorici avevano solo ipotizzato sin dagli anni Sessanta: il «bosone
di Higgs» (quella che dai media è stata ribattezzata «la particella di Dio»).

I prossimi anni saranno dedicati
alla ricerca di aspetti della materia che, se confermati dalle sperimentazioni,
rivoluzioneranno totalmente il Modello standard, lo schema matematico che
descrive le particelle fondamentali con le loro interazioni e, quindi, la
nostra visione del mondo.

«L’idea di tutti gli esperimenti
che vengono effettuati dai laboratori dell’Lhc, Alice, Atlas, Cms e Lhcb è
quella di ricercare segnali di fisica che non siano previsti dall’attuale
Modello standard» afferma Monica Pepe-Altarelli, fisica che lavora
all’esperimento Lhcb del Ce.

I fisici, specialmente quelli
teorici, oltre ad essere dei grandi conoscitori della materia, sono anche un
po’ burloni, poeti, filosofi e la caccia a queste particelle ha scatenato la
fervida fantasia dei ricercatori i quali hanno chiamato i corpuscoli con nomi
bizzarri: materia oscura, energia oscura o, ancora, Susy (dalle iniziali di Super
Symmetry
), proprio come una sirenetta a cui piaccia nascondersi tra i
flutti del mare cosmico. 

La scienza, la fede e l’originedell’universo

Frequentare il Ce e i suoi
laboratori è come essere sul set di Guerre Stellari, con la grande differenza
che qui la fantascienza non esiste e la battaglia che si combatte non è quella
per la sopravvivenza, ma per la conoscenza.

«Il Ce è molto più che un luogo
di semplice ricerca. È un centro per l’educazione e la formazione di studenti e
di insegnanti» ribadisce Monica Pepe-Altarelli. «Qui, a differenza di altre
istituzioni, si comunica. E parlo di comunicazione non solo tecnologica, ma
anche culturale e umana. Il Ce è un retaggio di cooperazione pacifica ed
efficiente tra popoli e paesi».

Con il potenziamento dell’Lhc i
ricercatori sperano di riprodurre lo stato di materia che si formò 10-35 secondi1 dopo il Big Bang, il momento in
cui l’universo cominciò ad essere visibile anche ad un ipotetico uomo che lo
avesse potuto guardare, dato che raggiunse la grandezza di una mela, pur
mantenendo una temperatura di 1030 gradi centigradi2. Fu, quella, l’Era dell’inflazione, quando la forza
elettronucleare si separò in due componenti, la forza elettrodebole e la forza
forte dando origine alle coppie di particelle e antiparticelle che si
annichilirono a vicenda.

L’umanità, quindi, farà un
ulteriore passo in avanti (o, se vogliamo, indietro, visto che il nastro degli
accadimenti verrà riavvolto verso l’inizio di tutto), giungendo molto vicina a
quella che fu la nostra nascita galattica, il Big Bang appunto.

«Sarà un viaggio incredibilmente
affascinante che ci permetterà di scoprire nuove frontiere restando comodamente
seduti davanti ai nostri computer» afferma Giulio Aielli, dell’Università di
Tor Vergata di Roma e ricercatore al detector Atlas, uno dei due laboratori del
Ce (l’altro è il Cms) in cui è stata dimostrata l’esistenza del bosone di
Higgs.

In questa Atene della Fisica (non
la sola al mondo) è inevitabile che si concentrino le attenzioni di numerose
istituzioni non solo scientifiche, ma anche umanistiche e, soprattutto,
religiose.

Lo studio dell’imperscrutabile e
dell’essenza di ciò che siamo è, da sempre, stato campo di scontro tra scienza
e teologia. Ma se dalla parte della fisica (il campo di cui ci stiamo
occupando) si riscontra una maggiore apertura verso il dialogo, in alcuni
ambienti teologici sussiste un atteggiamento di diffidenza (se non addirittura
di ostilità) verso la scienza.

Sergio Bertolucci, direttore della
ricerca e calcolo scientifico al Ce di Ginevra (cfr. intervista a pagg.
46-49
) smussa i toni affermando che «Il conflitto tra scienza e religione
non esiste più nella cultura occidentale da almeno trecento anni, dal momento
in cui la gente ha deciso che la fisica ha a che fare con lo spazio e il tempo
e la religione ha a che fare con quello che esiste al di fuori dallo spazio e
dal tempo. Ci sono ambiti come la medicina, in cui questa disputa è ancora
presente perché i confini sono meno separati gli uni dagli altri, ma nel caso
della fisica l’etica non viene modificata».

Eppure ancora oggi c’è chi contesta
questa distinzione: la laicità del Ce è stata oggetto di speculazioni e di
critiche da parte di chi vorrebbe la scienza asservita ai dogmi religiosi.
Durante un recente convegno di creazionisti evangelici americani, un oratore ha
contestato il fatto che al centro di ricerca europeo vi sia solo un simbolo
religioso, per di più non cristiano. Si tratta della statua di Shiva Nataraja,
il Signore della Danza, donata dal governo indiano nel 2004, che simboleggia la
danza della creazione e della distruzione cosmica di Shiva.

«Personalmente avrei preferito un
luogo meno pubblico, più appartato, ma non vi è stata alcuna polemica tra i
fisici per la scelta fatta. La fede è un problema personale, la scienza è un
problema all’interno di una costruzione della conoscenza. Il mio rapporto con
Dio è un problema personale perché nella conoscenza questo rapporto non esiste
dato che non lo posso verificare: o ci credo o non ci credo» spiega ancora
Sergio Bertolucci.


Alla ricerca del «tempo zero»

Per lefebvriani, creazionisti,
Testimoni di Geova e alcuni (per fortuna pochi) ambienti cattolici
integralisti, l’interpretazione della Bibbia viene fatta in modo letterale
dimenticando che è un libro scritto a più mani e redatto in funzione di una
riflessione teologica. Il versetto «Sapienza è riflesso della luce perenne, uno
specchio senza macchia dell’attività di Dio» (Sap 7, 26) viene così
interpretato in modo fondamentalista accettando solo quel tipo di ricerca della
conoscenza che viene fatta in nome di un fine teologico. Tutto quanto viene
proposto in alternativa a questa visione è visto come fumo negli occhi. Una
tesi molto diversa da quella formulata da agostiniani e francescani ancora nel
XIV secolo, che attribuisce una doppia proprietà alla luce parlando di luce
divina (lux divina) e luce contratta (lux contracta) considerano
la prima come la firma permanente di Dio del cosmo e la seconda come
partecipazione limitata della conoscenza di quello stesso Dio tramite la
ricerca scientifica. La luce sarebbe l’entità fisica mediatrice tra uomo e Dio,
secondo la tesi di Nicola Cusano, teologo e scienziato del XV secolo.

L’uomo riuscirà mai a raggiungere
il fatidico «Tempo zero», l’istante esatto da cui tutto ha avuto inizio? «Per
essere pragmatici stiamo parlando di qualcosa che difficilmente potrà accadere
nei prossimi milioni di anni» chiarisce Michelangelo Mangano (la sua
intervista sarà in un prossimo numero di MC, ndr
), uno dei massimi fisici
teorici che ha dedicato la sua vita allo studio delle particelle derivanti
dalle collisioni che avvengono all’interno dell’Lhc. «L’ umanità potrebbe anche
non avere tempo di raggiungere un tale traguardo: la comprensione di cosa sia
successo a T=0 (il punto esatto in cui si è manifestato il Big Bang, ndr);
qualora anche potesse raggiungere questo punto, non vedo uno scenario in cui la
scienza possa dimostrare che non vi sia alcun intervento divino».

In altre parole il versetto biblico
«La tua scienza ricoprì la terra, riempiendola di sentenze difficili» (Sir
47,15) mette alla prova scienziati e ricercatori a cui spetta il compito di «intuire»
queste sentenze difficili. 

Da Einstein a Pierre Teilhard de Chardin

Proprio come affermava Albert
Einstein, Dio, a differenza dell’uomo, non gioca a dadi, perché tutto è
prestabilito e fissato. Paradossalmente è stato proprio questo sottile
ragionamento a far rifiutare al grande scienziato ebreo il modello proposto dal
Big Bang di un universo in continua evoluzione e lo stesso «principio di
indeterminazione» di Heisenberg, secondo cui ogni oggetto è sia particella che
onda e, dunque, non è possibile determinare al tempo stesso posizione e velocità.

Einstein rifiutava l’idea che possa
esistere qualcosa di indeterminato nell’universo: Dio non può aver creato
qualcosa di cui neppure lui può determinare con assoluta certezza tutte le
caratteristiche. «Non posso credere nemmeno per un attimo che Dio giochi a dadi»
scriveva Einstein. «Piantala di dire a Dio che cosa deve fare con i suoi dadi»
gli rispondeva Niels Bohr, altra mente eccelsa della fisica modea.

Paradossalmente, però, è stata
proprio la meccanica quantistica a creare uno squarcio nel materialismo,
ridando vigore a chi crede nell’esistenza di Dio. Eugene Wigner, premio Nobel
per la fisica, ha detto che il materialismo non è una dottrina che regge dopo
l’introduzione della meccanica quantistica e la sua dottrina probabilistica.

«Il mondo, lungi dall’essere originato
dal caos, somiglia a un libro ordinato. Nonostante elementi irrazionali,
caotici e distruttivi intervenuti nel corso della sua trasformazione, resta
leggibile alla mente umana» ha specificato papa Benedetto XVI in un convegno
tenutosi nel 2008. È stato per merito di questo papa, fine teologo e scienziato
della mente umana, il cui pontificato è stato ingiustamente poco apprezzato,
che scienza e fede si sono riavvicinate scatenando le ire di chi si ostina a
vedere la scienza come eterno nemico della fede sino ad arrivare a negare anche
lo stesso Big Bang adducendo questioni puramente ideologiche o dogmatiche.

Una bella svolta rispetto all’Humani
generis
di Pio XII, che nel 1950 criticava la «temerarietà [di coloro che]
sostengono l’ipotesi monistica e panteistica dell’universo soggetto a continua
evoluzione».

Era, quello, un attacco neppure
troppo velato verso il gesuita e scienziato Pierre Teilhard de Chardin, che
qualche anno prima aveva cercato di conciliare scienza e religione con la
teoria di una Coscienza suprema, il Punto Omega, che vedeva unire le coscienze
attraverso l’evoluzione. Il Punto Omega altri non è che Cristo («Dio è dunque
l’esito finale dell’evoluzione») che, tramite una forza attrattiva (metafora
della forza gravitazionale), curva le pulsioni dell’uomo (spazio-tempo) sino a
farle convergere in se stesso. Una sorta di Big Crunch
teologico-scientifico.

La Noosfera di Teilhard è il luogo
in cui l’uomo condivide i sentimenti e i desideri con tutto il creato, il
vertice piramidale verso cui convergono tutte le strutture dell’universo. Una
sorta di Dna del cosmo in cui ogni atomo, ogni cellula, è consapevole del
proprio insieme e del Tutto. Teilhard afferma che «spostare un oggetto
all’indietro nel passato equivale a ridurlo nei suoi elementi più semplici. (…)
le ultime fibre del composto umano si confondono con la stoffa stessa
dell’universo».

La stoffa dell’universo sono le
particelle elementari. Insomma, il gesuita fu un precursore degli scienziati
del Ce.


Il dibattito sul Big Bang:


Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Lemaître

«La conoscenza della fisica
progredisce in maniera talmente immensa che, se guardiamo alla scienza di soli
cento anni fa, essa oggi ci sembra primitiva» ricorda Michelangelo Mangano, il
quale continua: «Questo non è vero per la religione. Il sistema religioso può
essere più o meno affinato e raffinato nella maniera in cui si descrivono e si
pongono i concetti. Però i concetti base sono rimasti sempre quelli: non c’è
all’interno del pensiero religioso uno spazio epistemologico. Se, fra qualche
miliardo di anni la scienza avrà fatto dei progressi tali da potersi porre un
problema di questo tipo, non vedo perché questa conoscenza debba, o non debba,
riflettere il concetto di Dio o entità superiore».

Naturalmente la ricerca
scientifica, in quanto ricerca, deve possedere quella che Sergio Bertolucci
definisce «onestà intellettuale, che non è solo prerogativa del Ce, ma deve
essere comune a tutta la scienza. Onestà intellettuale significa che bisogna
evitare i pregiudizi, le scorciatornie, riconoscere costantemente la propria
inadeguatezza nel fatto che non si capisce, ma al tempo stesso non bisogna
perdere l’ottimismo. Se un esperimento non procede nel verso previsto, non
bisogna desistere».

È un concetto, questo, che può essere
espresso con chiarezza dalle parole di papa Giovanni Paolo II al congresso di
cosmologia avvenuto in Vaticano nel 1981 e a cui era stato invitato anche lo
scienziato Stephen Hawking. Durante quel convegno il papa ribadì che la scienza
poteva indagare su quello che era successo dopo il Bing Bang, ma quello che era
successo prima apparteneva a Dio.

Stephen Hawking aveva invece
formulato una teoria per cui il tempo si muoveva in maniera circolare
escludendo, dunque, la necessità di un Dio. Il concetto, poi, è stato ribadito
nel libro Il grande disegno: «Poiché esiste la legge di gravità,
l’universo può crearsi e si crea dal nulla. La creazione spontanea è il motivo
per cui c’è qualcosa anziché nulla, per cui l’universo esiste, per cui noi
esistiamo! Non è necessario invocare Dio».

Questa diversità di vedute non ha
impedito alla Pontificia Accademia delle Scienze di nominare Hawking proprio
membro nel 1986. Una dimostrazione in più, se vogliamo, dei tentativi di
conciliazione post-galileana da parte della Chiesa cattolica.

Ne è passata di acqua dopo il
Concilio e se la religiosa Radio Vaticana, in piena contestazione studentesca
mandava in onda canzoni come Dio è morto di Guccini o Il Testamento
di Tit
o di Fabrizio De André censurate invece dalla vecchia Rai,
altrettanta strada è stata fatta in campo scientifico.

È stato ancora papa Benedetto XVI a
riabilitare Theilhard de Chardin, facendo propria la «visione che poi ha avuto
anche Theilhard de Chardin: alla fine avremo una vera liturgia cosmica, dove il
cosmo diventi ostia vivente».

Naturalmente questa visione è
duramente confutata dai creazionisti, la cui popolarità negli Stati Uniti è
approdata anche nelle serie televisive. In The Big Bang Theory, Sheldon
contesta alla madre, fervente religiosa e creazionista che «L’evoluzione non è
mai stata una opinione, ma un dato di fatto», per poi sentirsi rispondere dalla
stessa madre: «E questa è esclusivamente una tua opinione».

Eppure le prime speculazioni sul
Big Bang sono state sviluppate da due rappresentanti di istituzioni dalle idee
opposte tra loro: un fisico sovietico, Aleksandr Aleksandrovi Friedman
(1888-1925) e da uno scienziato cattolico belga, il gesuita Georges Edouard
Lemaître (1894-1966). Entrambe, sebbene in termini diversi ed in modo
indipendente l’uno dall’altro, elaborarono una teoria rivoluzionaria:
l’universo non è statico e immutabile, bensì in continua evoluzione. Il
sovietico Friedman, pur non arrivando alla conclusione che l’universo fosse in
continua espansione, scrisse che nel tempo passato tutto ebbe inizio da un
singolarità di volume pari a zero. Il gesuita Lemaître invece, basandosi sulla
legge di gravità di Einstein pubblicata nel 1915, postulò l’idea di un universo
in evoluzione che si dilatava in tutte le direzioni con una velocità di recessione
direttamente proporzionale alla distanza delle galassie.

Le congetture di Friedman e Lemaître
vennero considerate con scetticismo dal mondo scientifico fino a quando Edwin
Hubble, nel 1929, all’osservatorio astronomico del Monte Wilson in Califoia,
dimostrò che le galassie si allontanano le une dalle altre ad altissima velocità,
confermando l’ipotesi che Lemaître aveva fatto due anni prima.

Il gesuita, confortato dalla
scoperta di Hubble, si spinse a proporre un modello di creazione dell’universo
veramente rivoluzionario: se le galassie si allontanano, allora riavvolgendone
il corso temporale è possibile risalire ad un punto di inizio in cui tutta la
massa dell’universo attuale era concentrata in un unico atomo, che chiamò atomo
primigenio, o atomo primitivo, contenente tutta la materia di cui è composto
l’intero universo.

Fu questa visione di Lemaître,
espressa il 9 maggio 1931 in un articolo su Nature, che Einstein rigettò.
In seguito lo scienziato ebreo si ravvide definendo questo rifiuto come uno dei
più grandi errori della sua vita.

L’idea dell’uovo cosmico, metafora
attribuita, forse erroneamente, allo stesso Lemaître piuttosto che dell’atomo,
si avvicinava meglio al postulato del prete belga: l’esplosione sarebbe
avvenuta non partendo da una singolarità, come aveva scritto Friedman, ma da un
punto leggermente spostato in avanti nel tempo. In questo modo l’abate
rispettava anche il principio di San Tommaso d’Aquino, dottore della Chiesa,
che nella Summa Teologica affermava che l’inizio del mondo è
esclusivamente oggetto di fede e nessuna dimostrazione scientifica potrà mai
arrivare a tanto.

Ma Lemaître si spinse oltre: espose
il concetto che l’intero universo fosse permeato da una radiazione di fondo
generata dall’esplosione primordiale. Se si fosse dimostrata l’esistenza di
quella radiazione, si sarebbe avuta la conferma definitiva della creazione da
un unico punto.

Fino agli anni Sessanta Lemaître si
riferiva al suo modello chiamandolo, a seconda dei casi, modello dell’atomo
primitivo o modello dei fuochi artificiali, una metafora che rende
comprensibile, anche a chi è a digiuno di fisica e di astronomia, la nascita
improvvisa ed espansiva dell’universo.

Un universo eterno e immutabile

In alternativa all’archetipo del gesuita
belga, nel 1948 gli scienziati Fred Hoyle, Hermann Bondi e Thomas Gold
proposero la teoria dello stato stazionario.

La legge da cui i tre ricercatori
partivano per confermare i loro assunti, era il Principio cosmologico perfetto
secondo cui l’universo è immutabile e identico in ogni punto e in ogni epoca. A
prima vista l’idea di un mondo invariato avrebbe potuto far pensare a un
rimando dogmatico di stampo religioso (ed è per questo che venne accolta con
favore dagli ambienti conservatori cristiani), ma essa era proprio la tesi che
i tre scienziati volevano confutare. Secondo loro l’idea di Lemaître collimava
troppo con la creazione biblica e occorreva riportare la scienza nel suo alveo
neutrale.

La teoria dello stato stazionario
andava a conciliarsi con la Legge di Hubble grazie all’idea di una continua
creazione di materia. In questo modo la densità energetica totale si sarebbe
mantenuta costante. Considerando la grandezza dell’universo e la sua espansione
secondo la costante di Hubble, la creazione di materia necessaria a compensare
la perdita di densità sarebbe stata bassissima: un atomo di idrogeno per ogni
metro cubo di spazio in un miliardo di anni.

Fu durante questa iniziale
controversia che il 28 marzo del 1949 Fred Hoyle, durante un programma
radiofonico alla BBC contestò «l’ipotesi che tutta la materia dell’universo sia
stata creata durante un big bang in un tempo preciso del passato remoto».
L’idea di un improvviso big bang fu talmente efficace che il neologismo,
originariamente creato per screditare il modello di Lemaître, venne adottato
dal mondo scientifico e non. Nel 1993 la rivista astronomica Sky and
Telescope
avviò un concorso mondiale per trovare un nuovo nome alla teoria
del Big Bang. La giuria composta da astronomi, presentatori televisivi e
scrittori di fama mondiale decise che nessuna delle 13.099 proposte pervenute
fosse migliore di Big Bang.

Il modello di Lemaître non
spiegava, però, cosa fosse in realtà l’atomo primigenio, limitandosi a dire che
in quella limitata sfera era racchiusa tutta la massa che avrebbe poi composto
l’universo così come oggi lo vediamo.

Nel 1948 fu Ralph Alpher il primo a
suggerire l’idea di un «brodo primordiale» di fotoni e particelle nucleari da
cui si sarebbe evoluto l’universo. Il 24 aprile 1948 Science News Letter
pubblicò un articolo in cui, parlando della bomba atomica, citò un passo di una
relazione di Alpher, secondo cui «All’inizio di tutto, l’universo aveva densità
infinita concentrata in un singolo punto zero. Poi, appena 300 secondi – cinque
minuti – dopo l’inizio di tutto, ci fu una rapida espansione e raffreddamento
della materia primordiale. I neutroni – le particelle che innescano la bomba
atomica – iniziarono a decadere in protoni costruendo i mattoni per gli
elementi più pesanti (…) Questo atto di creazione degli elementi chimici durò
un tempo sorprendentemente corto, appena un’ora». La Bibbia indica in circa 6
giorni l’atto della creazione.

Teorie e dibattiti

La teoria del Big Bang fu
contrastata dall’Unione Sovietica, che la considerava troppo legata alla
religione e al mito biblico della creazione. Nel 1948 gli scienziati sovietici
si riunirono a Leningrado per cercare una soluzione alternativa e più
materialistica al redshift, o spostamento verso il rosso, il fenomeno
secondo cui la velocità di allontanamento delle galassie comporta uno
spostamento della luce da loro emessa verso il rosso cosa che dimostra la
veridicità della Legge di Hubble.

Nel 1951, durante la Conferenza di
Cosmogonia, il rifiuto del Big Bang si fece più determinato, ma non si
trovarono alternative sufficientemente supportate dalla scienza per contrastare
l’idea dell’origine dell’universo. Solo dopo la morte di Stalin la cosmologia,
l’astrofisica e l’astronomia sovietica cominciarono ufficialmente ad accettare
l’idea del Big Bang. La questione scientifica tenne banco fino al 1965 quando
Ao Penzias e Robert Wilson scoprirono che le loro ricerche erano
continuamente disturbate da un «rumore» di fondo. Da tre anni i due astronomi
avevano notato che un segnale uniforme inquinava il segnale captato dal loro
telescopio. Escludendo un difetto tecnico, interferenze urbane o
extraterrestri, scoprirono che la radiazione si manteneva costante anche
durante le stagioni, eliminando dunque anche la possibilità che fosse originata
da qualche sorgente del sistema solare.

La loro scoperta fu associata al
Big Bang da Robert Dicke e James Peebles dell’Università di Princeton, i quali,
nell’Astrophysical Joual del luglio 1965 scrissero che la «palla di
fuoco primordiale» in cui la materia cessò di essere in equilibrio termico (i
due scienziati non parlarono né di Big Bang, né di creazione o di origine
dell’universo) aveva ora la conferma scientifica preconizzata da Georges
Edouard Lemaître: la radiazione di fondo.

Il Vaticano appoggiò con estrema
cautela la tesi del Big Bang sin dall’inizio, anche se, proprio come diceva
Lemaître, non è una conferma biblica perché, nelle parole di padre José Funes,
direttore della Specola Vaticana «Il Big Bang è, sino ad oggi, la migliore
spiegazione che abbiamo sulla nascita dell’universo: è comprovata
scientificamente da numerose osservazioni e non è in contrasto con la fede. La
Bibbia non è una spiegazione scientifica del mondo: è stata scritta da uomini
ispirati da Dio, migliaia di anni fa».

«La vita ha un orologio?»

L’interesse per il dialogo tra
religione e scienza è aumentato negli ultimi decenni con gran soddisfazione
anche delle case editrici, che hanno visto moltiplicare le vendite di libri che
trattano, direttamente o indirettamente, temi metafisici come Il Codice da
Vinci, Harry Potter, Angeli e Demoni
, quest’ultimo parzialmente ambientato
al Ce, ma come afferma Sergio Bertolucci «anche se la prima parte del film è
sostanzialmente inserita al Ce, non un singolo fotogramma è stato girato al centro
di ricerca».

E quando l’argomento trattato è
troppo specifico e professionale per essere dato in pasto al grande pubblico,
ecco che si trovano furbescamente soprannomi fuorvianti, il cui unico scopo è
quello di fare immediata presa sui mass media e pubblicizzare un prodotto
altrimenti troppo di nicchia. La vicenda del bosone di Higgs – il cui
appellativo è stato cambiato dalla casa editrice Houghton Mifflin Company di
Boston dall’originale Goddam Particle («la particella dannata) a God
Particle
(«la particella di Dio») – è un classico esempio di una maldestra
manipolazione della ricerca scientifica che rischia di increspare ulteriormente
le acque tra scienza e religione.

Come ha giustamente scritto il
fisico Vivek Sharma, uno dei protagonisti della ricerca del bosone di Higgs: «Detesto
il nome “particella di Dio”. Non sono particolarmente religioso, ma trovo il
termine offensivo verso coloro che lo sono. Io sperimento la fisica, non Dio».

Ma mettere d’accordo profitto e
verità, si sa, è un po’ come ritirarsi in Texas a insegnare evoluzionismo ai
creazionisti, come si era provocatoriamente prefisso di fare Sheldon Cooper il
protagonista della serie The Big Bang Theory.

Il Ce resta comunque una preziosa
testimonianza di convivenza pacifica tra i vari popoli e, anche chi non è
particolarmente interessato alla fisica, rimane colpito dalla varietà di
culture, lingue, religioni, stili di vita che si intrecciano quotidianamente al
centro.

Si può affermare, in questo caso,
che la scienza è riuscita a compiere ciò che la religione non ha mai fatto:
unire le persone di così tante e varie culture. È pur vero che si parla di
persone particolarmente mature dal punto di vista culturale e motivate
professionalmente, ma le differenze culturali, religiose, politiche se le
portano comunque appresso ed il fatto che vengano smussate è un traguardo
comunque notevole.

«Questo perché la scienza non si
basa sulla fede acquisita, ma su dati di fatto concreti sui quali si è chiamati
a confrontarsi e su cui tutti convergono». spiega Michelangelo Mangano. «Un
esempio sono gli studenti palestinesi che lavorano al Ce, i quali sono pagati
da borse di studio di fondazioni israeliane. Inoltre ai vari esperimenti
lavorano assieme americani e iraniani, musulmani e ebrei, cattolici e ortodossi».

Un centro non solo di fisica,
quindi, ma anche di sviluppo di cultura umana per cercare di rispondere
all’eterna domanda senza risposta: che cosa è la vita? Una risposta l’ha
tentata la poetessa Raquel Lanseros una dei sei poeti dell’Accademia mondiale
di poesia invitati al Ce per comporre opere ispirate all’infinitamente
piccolo e all’infinitamente grande: «Un giorno nel futuro, in un posto
qualsiasi, un uomo solitario guarderà verso i cieli. Proprio come migliaia e
milioni di anni prima (se “prima” e “dopo” esistono veramente). La vita ha un
orologio? O è la vita il motore dell’orologio?».

Piergiorgio
Pescali


Piergiorgio Pescali