Rivista Missioni Consolata – 120 anni

DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

Dal karkadè, il Bagamoyo wine 

Tra fiori e un tocco di pili pili


A Bagamoyo, località tanzaniana sull’Oceano Indiano il cui
nome significa «deponi il tuo cuore», per ricordare gli schiavi che da lì partivano
verso i paesi arabi fino alla fine del XIX secolo, una donna, Teddy Davis,
compie la sua lotta quotidiana per l’emancipazione: ha fondato una piccola
attività agroalimentare. I suoi prodotti sono una miscela di fiori, creatività
e impegno sociale.

Teddy Davis, è originaria di Moshi, nel Nord del Tanzania, si è
trasferita a Bagamoyo dove ha inaugurato la Smoke House Store: una
piccola azienda a gestione familiare. Fino a qualche anno prima dirigeva un
piccolo fast food, ma gli affari non andavano bene e, complice la
necessità di cercare nuovi stimoli, ha deciso di creare qualcosa di originale:
il vino di choya.

Vino dai petali di un
fiore

Rimboccatasi
le maniche, si è dedicata a coltivare la terra. Teddy è determinata e
ottimista, senza falsa modestia ammette di non essere una brava contadina:
sopperisce con l’impegno. In origine coltivava ananas, ma i ripetuti furti
nottui l’hanno presto scoraggiata, e la necessità di trovare in fretta una
soluzione le ha acceso la lampadina: «A nessuno verrebbe in mente di rubare un
fiore!». La pianta di choya cresce spontanea e selvaggia in molte zone
del Tanzania. Gli inglesi la chiamano roselle o red sorrel, il
suo nome scientifico è hibiscus sabdariffa, ai più è nota semplicemente
come karkadè. Inutile al ladruncolo di tuo, redditizia e gustosa dopo
un’adeguata lavorazione. Il succo di karkadè è apprezzato come bevanda da
gustare fredda o come tisana calda. Fonti storiche ricordano che in Italia,
durante il periodo fascista, nonostante vigesse l’obbligo di consumare solo
prodotti italiani, l’uso di karkadè era abituale in quanto prodotto delle
colonie italiane d’Etiopia ed Eritrea (karkadè deriva da karkadeb,
termine dialettale etiope che indica la pianta dell’ibisco).

Fin
qui nulla di nuovo quindi, se non fosse che Teddy, dai petali di questo fiore,
ha iniziato a produrre vino e marmellate.

Un vulcano di gusto

Nel
tentativo di evitare l’afa, di buon’ora passeggiamo verso l’azienda agricola
poco lontana dalla sua abitazione. Il terreno, circa tre ettari, permette a
Teddy un paio di raccolti all’anno che integra con acquisti presso altri
coltivatori. Il suo sogno è di prendere in gestione altri terreni fino a
coltivae nove ettari. Coglie alcuni fiori di hibiscus, con un punteruolo
separa il bulbo dai petali caosi che sono la parte più peculiare del fiore.
Essi possono essere utilizzati freschi per preparare la marmellata, oppure
lasciati essiccare su una grata, esposti alla luce diretta del sole, per gli
infusi. La bevanda dal colore rosso rubino ha preziose proprietà terapeutiche:
lenitiva, digestiva, antinfiammatoria. Utilizzata come antisettico urinario ed
efficace anche contro la stipsi cronica per l’elevata presenza in essa di acidi
organici.

Dall’infuso
al vino il passaggio non è così breve: i petali freschi vengono lasciati
fermentare sei mesi in botti con lievito, acqua e zucchero. La cantina di Teddy
è alquanto artigianale, ma funzionale: produce un vino di karkadè con una
gradazione alcolica pari al 14%.

Alla Smoke
House Store
si produce anche una salsa piccante di hibiscus con il pili
pili
, peperoncino che tanto piace ai tanzaniani per condire pollo e
patatine. Teddy ha rivisitato la ricetta classica arricchendo la salsa con
aglio e zenzero. Ci racconta il simpatico aneddoto di quando ha dovuto ritirare
la salsa dai mercati della zona dopo aver ricevuto una chiamata allarmata: «La
salsa inizia a scoppiare». Il prodotto era infatti stato preparato senza
conservanti. Dopo quell’episodio Teddy ha dovuto accantonare le sue lodevoli
intenzioni di mantenere il prodotto genuino e, per poterlo commercializzare, si
è dovuta adeguare alle norme. Oggi ogni prodotto della Smoke House Store
possiede etichetta e informazioni su ingredienti, data di preparazione e
scadenza.

Fare il vino è
un’arte

Non
ci si improvvisa produttori di vino da un giorno all’altro. Teddy ha seguito un
corso presso il Sido (Small Industries Development Organization),
un’organizzazione parastatale sotto il diretto controllo del ministero del
Commercio, Industria e Marketing. Fra gli obiettivi del Sido c’è, per
l’appunto, quello di incentivare la creazione di piccole e medie imprese in
zone rurali, e vengono quindi organizzati periodicamente dei corsi di formazione
per gli interessati al settore agricolo alimentare. Teddy ci tiene a precisare:
«Al Sido ho imparato le tecniche per fare il vino con l’uva, ma io volevo
creare il mio vino di hibiscus. Fare il vino è un’arte!». Una scelta
coraggiosa. Esperienza e volontà fanno il resto. La produzione è ufficialmente
partita nel febbraio del 2011, in pochi anni di attività i risultati sono stati
più che soddisfacenti: Teddy ha ottenuto l’approvazione del Tfda (Tanzania
Food and Drugs Authority
) per commercializzare il prodotto, e la qualità
delle materie prime è stata certificata dai laboratori del Tbs (Tanzania
Bureau of Standards
). Ma c’è ancora tanta strada da fare: pur essendo il
vino di hibiscus ben diverso da quello conosciuto al grande pubblico, non può
ancora competere con quello di Dodoma o con quello d’importazione dal
Sudafrica. In più, il contesto di riferimento è povero: per la maggior parte
delle persone è impossibile permettersi un bene considerato di lusso. Teddy
spera di ampliare il bacino di utenza, strizza l’occhio alla metropoli Dar es
Salaam e alle città più vivaci del Tanzania. Questa piccola azienda dà lavoro a
quattro dipendenti impegnati nelle diverse fasi della produzione, ed è in grado
di rifornire il mercato locale. I prodotti, in zona, diventano sempre più
popolari: si possono reperire presso mercati, bar e resort turistici con
il marchio Bagamoyo Wine.

L’impegno
sociale

Ma le
sorprese non sono finite: il fiore all’occhiello di questa dinamica realtà è
l’impegno di Teddy nella promozione dell’imprenditoria e nell’emancipazione
femminile. Ha fondato un gruppo dal nome più che eloquente: Wake up women
group
(Gruppo «Svegliatevi donne»). Il progetto prevede l’apertura di uno showroom
al mercato cittadino, dove tutte le socie possano avere uno spazio per esporre
la propria mercanzia di prodotti artigianali e handmade (fatti a mano).
Parte dei profitti (20%) vengono reinvestiti in un fondo comune da utilizzare
per le esigenze del gruppo, compresi eventuali prestiti a socie in difficoltà:
una forma di microcredito mirato e strategico. Teddy mostra orgogliosa la lista
delle donne che hanno già aderito all’iniziativa e hanno versato una quota per
aprire un conto comune.

La
nostra interlocutrice non ha timore di esprimere giudizi, anche critici e
contrari al cliché della donna africana laboriosa sempre e comunque: «Tante
ragazze sono pigre e svogliate» o, ammette, «troppo succubi ai voleri dell’uomo».
E auspica un miglioramento economico delle sue «colleghe», migliori condizioni
di vita, nonché l’acquisizione di consapevolezza del determinante ruolo delle
donne come veri e propri pilastri di famiglia e società.

Francesco Cosentini*

*Nato a Novara nel 1984, ha
vissuto a Baronissi (Sa) fino a 19 anni. Trasferitosi a Roma per l’università
(Scienze Geografiche per la Salute e l’Ambiente), dal 2008 al 2012 ha abitato
in Tanzania. Durante questo periodo ha collaborato con Cesc Project di Roma per
il Servizio Civile all’Estero, ha cornordinato un progetto di microcredito con
Sicomoro Onlus di Milano e, insieme a Pamoja Onlus di Malonno (Bs), si è
occupato dell’amministrazione dell’ospedale Saint Joseph di Ikelu, nella
regione di Iringa. Durante il soggiorno in Tanzania, tra febbraio e giugno
2011, ha compiuto un viaggio in bicicletta da cui è nato il libro Pole Pole.
Pedalando in Tanzania e Malawi
(reperibile via web o nelle librerie
Feltrinelli). Attualmente lavora come operatore sociale in un centro per
persone senza fissa dimora a Napoli e, a novembre, è partito per l’Australia
con il working holiday visa.

Francesco Cosentini