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Il Web… sei tu!

Giornata per le comunicazioni sociali 2014

Non bombardare di messaggi. Dialogare. E attenzione alla
velocità della comunicazione, che supera la capacità di riflessione e giudizio.
E può isolarci dal nostro prossimo. Questi sono alcuni degli spunti del
messaggio di papa Francesco. La nuova frontiera della comunicazione è il «Web 2.0».
Esso fornisce enormi potenzialità ma, come tutte le tecnologie, presenta molti
rischi e pericoli.
In queste pagine un rapido excursus di una persona che ha
fatto del Web 2.0 uno strumento imprescindibile per cooperazione e solidarietà.

«La testimonianza cristiana non si fa con il bombardamento di
messaggi religiosi». «Dialogare significa essere convinti che l’altro abbia
qualcosa di buono da dire, fare spazio al suo punto di vista. Non significa
rinunciare alle proprie idee, ma alla pretesa che siano uniche e assolute».
Questo coraggioso passaggio del messaggio del Papa per la Giornata delle
comunicazioni sociali 2014
(domenica primo giugno) sintetizza bene il
cambiamento profondo che in qualche modo sta vivendo tutto il mondo
dell’informazione, spesso contro la sua stessa volontà, a causa dello sviluppo
rapidissimo e pervasivo delle tecnologie digitali.

L’avvento del «web 2.0», di cui si parla da anni, è
stato prima di tutto una straordinaria rivoluzione culturale, non del tutto
compresa neanche oggi. Ormai lo sappiamo bene: il web 2.0 è il web dei
contenuti generati dagli utenti, quelli dei social network, dei blog, dei wiki
e di molto altro. Su Inteet il diritto di pubblicare informazioni è
distribuito «orizzontalmente» a tutti: a chi possiede una rete televisiva come
a chi ha soltanto un telecomando; al giornalista come al salumiere. Con i
vantaggi e i rischi che questo comporta. Il navigante 2.0 è Upa (User, author, publisher),
ovvero autore, editore, diffusore di se stesso; e ha a disposizione dei potentissimi
mezzi per promuovere le sue idee.

Informazione «collettiva»

Da Wikipedia in poi niente è più stato come prima:
l’informazione non è più unidirezionale ma si costruisce collettivamente, in un
processo che prosegue nel tempo e non è finito al momento della pubblicazione.
Come sostiene il giornalista americano Mathew Ingram: «La notizia si è
trasformata da prodotto a processo».

Ecco perché nell’epoca del web non ha più senso «bombardare
di messaggi» i nostri lettori, come dice il santo Padre, ma è necessario
dialogare, incessantemente, «attraverso la disponibilità a coinvolgersi
pazientemente e con rispetto». E, direi di più, non siamo di fronte a una
scelta etica o morale, ma una necessità per tutti perché la comunicazione
nell’epoca dei social network è intrinsecamente conversazione.

Ma se tutto questo è probabilmente molto chiaro ormai a
livello teorico, non lo è altrettanto nella vita quotidiana. Si verificano
resistenze profondissime, ad esempio da parte di molti giornalisti che si
sentono spodestati dal proprio ruolo di detentori della notizia e fanno
difficoltà a ridefinire il mestiere stando dentro il flusso delle informazioni
e accettando il contributo dei non professionisti. Ancora più sorprendenti sono
le resistenze nel mondo delle associazioni e del non profit, che dovrebbero
essere apparentemente le più votate a questo tipo di comunicazione. Come
sosteneva Paolo Ferrara, responsabile raccolta fondi dell’Ong Terres des Hommes, già
nel 2008: «La rete è quella piazza in cui le Ong possono recuperare il rapporto
con la gente e con il territorio, che negli anni hanno perso».

A inizio 2013, Ong 2.01 ha
realizzato una ricerca su tutte le Ong italiane registrate al ministero Affari
esteri. In sintesi i risultati hanno evidenziato che la maggior parte di esse
tende a usare siti, blog e social network come semplice vetrina delle proprie
attività, nel senso più tradizionale del marketing: cioè come «canale» per
informare o lanciare eventi e campagne, come si farebbe con uno spazio
pubblicitario in Tv. Molto meno si lasciano permeare da un nuovo modo di
lavorare che vede gli utenti protagonisti attivi e coproduttori di contenuti.

Dialogo continuo, online

«Non si tratta di promuovere prodotti vecchi attraverso
nuovi canali, ma di realizzare prodotti nuovi» sostiene Beth Kanter, guru del
web e autrice del libro «The networked non
profit». Come? Instaurando un dialogo continuo con la
propria comunità online fin dall’inizio della creazione di un progetto (e non
solo quando è già confezionato per chiedere soldi) rendendosi disponibili a
eventuali modifiche in base ai feedback ricevuti. Aggioando continuamente la «comunità»
sui risultati ottenuti o sulle difficoltà incontrate senza nascondere i
fallimenti. La trasparenza sul web è fondamentale e va decuplicata rispetto
all’offline (lavoro non sul web, ndr) per superare
l’inevitabile diffidenza dovuta al fatto di non incontrarsi di persona.

Esempio di grande successo in questo senso è una realtà
come Kiva.org, sito di microcredito online per i paesi poveri.
Attraverso la raccolta popolare di piccole quote di 25 dollari per sostenere
progetti dei contadini, ha raccolto in 9 anni quasi 550 milioni di dollari,
coinvolgendo oltre un milione e 150 mila donatori e realizzando migliaia di
progetti in 76 paesi del mondo. Con 243 partner sul terreno e il lavoro
volontario di 450 persone che traducono in 16 lingue e mettono online i
progetti dei piccoli imprenditori. Cosa ha fatto di nuovo Kiva.org? Il
microcredito esisteva da decenni nella cooperazione internazionale, Kiva ha
saputo però reinterpretarlo alla luce del web con una comunicazione diretta,
una mediazione ridotta all’osso, la trasparenza assoluta e il feedback continuo
sui risultati. Ha fatto sentire protagonisti gli utenti e diffuso il messaggio
con un ampio ricorso a strumenti virali (video, foto, testi accattivanti con
rapida diffusione sui social network, ndr).

Altro esempio internazionale molto rinomato è quello di Charity Water, Ong
americana non particolarmente innovativa nei progetti che realizza, ma
straordinariamente capace a comunicare sul web. Cosa ha fatto? Oltre ad avere
un sito graficamente accattivante, chiaro, semplice, in cui in ogni passo
coinvolge l’utente nelle attività della Ong, ha creato una sotto sezione «My Charity Water» dove
ogni navigatore con pochi click può crearsi un suo sito personale, con il suo
nome e la sua immagine allo scopo di far proprio e sostenere un progetto di Charity Water
diffondendolo sui propri social network e tra amici e parenti in occasione di
eventi familiari quali compleanni, feste, battesimi, diventando così
testimonial dell’associazione. Risultato: dal 2006 a oggi, in piena crisi,
11.621 progetti realizzati in 22 paesi.

Ma ci sono esempi anche più «nostrani», Action Aid Italia ha
lanciato la campagna «Dona il tuo profilo Facebook», ovvero per un tempo
determinato sostituisci alla tua foto e la tua descrizione sui tuoi social con
quella di una donna africana per far conoscere la sua storia ai tuoi amici. In
sostanza realizza il vecchio «voce a chi non ha voce», ma con sistemi nuovi.

Testimonial individuali

Un esercito di piccoli e grandi opinion leader,
persone comuni, che studiano, lavorano e comunicano non al grande pubblico, ma
a qualche decina di amici, parenti e conoscenti. Testimonial non pagati e, per
questo, molto più attendibili e influenti.

Certo, siamo abituati a immaginare i volontari come
quelli che partono per l’Africa o distribuiscono le colazioni ai senzatetto.
E per questo c’è chi ha distinto tra «soft» e «hard people raising»,
intendendo quest’ultimo il reclutamento di volontari disposti a rimboccarsi le
maniche: non solo infermiere al fronte, ma anche distributori di volantini e
venditori di azalee per finanziare la ricerca contro il cancro. Il «people
raising morbido», invece, è il reclutamento di volontari che alimentino il
passaparola, mettano una firma o promuovano il messaggio di una non profit o di
un politico «mettendoci la faccia». Tuttavia la distinzione tra i due si fa
sempre più sfumata e spesso una mobilitazione online ottiene risultati offline.

Come l’Ong Cefa di Bologna, che ha realizzato una pagina
Facebook del suo progetto «Africa Milk project» per la realizzazione di una
latteria in Tanzania, da quattro anni racconta passo passo il progetto
pubblicando foto, video, testimonianze, raccontando successi ma anche difficoltà
e fallimenti. Ha raccolto quasi 10 mila fan e attraverso Facebook ha trovato
nuovi volontari e partenariati per il progetto, ha realizzato una marcia di
solidarietà e raccolto fondi.

Relazioni virtuali

Ma la rete non cambia solo le tipologie di
comunicazione, cambia le nostre relazioni (una coppia su cinque oggi si conosce
in rete) e cambia anche l’economia.

Nel web sociale il valore economico si produce
attraverso la condivisione. L’esplosione della cosiddetta «sharing economy» ha
visto nascere centinaia di piattaforme per la condivisione del sapere, come «Insegnalo»
che permette di seguire e impartire video lezioni su vari argomenti, oppure «Neighborgood» per
lo scambio di attrezzi utili tra vicini di casa o ScambioCasa, Couchsurfing e
mille altri.

L’interessantissimo libro di Marina Gorbi «The Nature of the Future»
sintetizza con due neologismi il prossimo futuro. Il primo è «amplified
individual
»: indica la natura dell’essere umano «amplificato» dalla
tecnologia, dall’intelligenza collettiva e dall’appartenenza a innumerevoli
reti sociali. Il secondo è «socialstructing»: la creazione di una
economia fondata sui valori personali e relazionali, in cui i social network
sono di fatto la struttura portante.

Dice la Gorbi: «Nel futuro prossimo gli individui
amplificati dall’ubiquità della tecnologia costruiranno senso esistenziale e
valore economico in contesti social strutturati».

Anche le attività produttive si stanno ridisegnando in
rete, mentre il declino della grande industria sembra inesorabile, nascono
nuove forme di artigianato individuale grazie a tecnologie come le stampanti a
3D che permettono di «stampare» oggetti reali in qualunque parte del pianeta a
partire da file di progettazione multidimensionale. Il che apre anche nuovi
orizzonti per i paesi poveri, dalla «stampa» di protesi mediche in zone remote
(progetti già avviati in Sud Sudan e Kenya) a quella di pezzi di ricambio,
attrezzi agricoli e ogni genere di oggetti, anche organici (sono già stati
stampati in 3D interi aerei, case, pistole, cibo fino agli organi umani ricavati
da staminali).

Pericoli reali
Tutto bene dunque? Non proprio.

Ce lo illustra la storia di Sweetie, una bambina «virtuale»
realizzata da Terres des Hommes
Olanda, utilizzata come esca per studiare il fenomeno
pedofilia via web. Riporta il sito www.today.it: «In pochi mesi più di
20 mila utenti da tutto il mondo le hanno chiesto prestazioni sessuali on line.
Sweetie si presentava come una bambina filippina di dieci anni e gli utenti in
cambio di denaro le chiedevano delle prestazioni sessuali tramite la webcam. Mille di questi
sono stati identificati mentre si collegavano via chat. Le registrazioni video
delle conversazioni sono state consegnate all’Interpol. I risultati dello
studio hanno portato l’associazione per i diritti dei minori a lanciare un allarme
nei confronti di un fenomeno ancora poco conosciuto, quello del turismo
sessuale minorile via webcam, noto anche come Wcst (Webcam child sex tourism).
[…] Secondo Raffaele K. Salinari, presidente di Terre des Hommes
quest’esperimento “è la dimostrazione di come pedofili e sfruttatori di bambini
possano agire indisturbati nella rete, ma anche di come sia facile
rintracciarli”». E Terres des Hommes assieme ad Avaaz.org (noto
sito di petizioni online) hanno lanciato una raccolta firme per fare pressione
sui governi di tutto il mondo in tema di lotta contro il turismo sessuale
minorile tramite webcam».

Il caso di Sweete apre un ampio spazio di riflessione
sulla doppia faccia del web, se è un luogo che permette nuove forme di
coinvolgimento, protagonismo e azione sociale, ugualmente apre la porta a nuove
insidie, distorsioni relazionali non solo di natura sessuale. Come ricorda
ancora il Papa nel suo messaggio: «La velocità dell’informazione supera la
nostra capacità di riflessione e giudizio e non permette un’espressione di sé
misurata e corretta. L’ambiente comunicativo può aiutarci a crescere o, al
contrario, a disorientarci. Il desiderio di connessione digitale può finire per
isolarci dal nostro prossimo, da chi ci sta più vicino».

Disintossicarsi dal web

È emblematico il fatto che nel 2010 sia stato aperto
all’ospedale Molinette di Torino il primo centro per la «disintossicazione da
Inteet» per videodipendenti cronici da giochi e social network. «Le nuove
dipendenze – spiega il professor Donato Munno, responsabile del centro,
intervistato da La Stampa – sono quelle senza droga. Il rischio è il distacco
dalla realtà: tra i casi segnalati, ci sono quelli di persone che arrivano
tardi al lavoro perché non riescono a spegnere il computer attraverso il quale
dialogano a distanza. Oppure uomini e donne che soffrono di deprivazione del
sonno, che sviluppano un isolamento dal resto della famiglia, figli compresi».

Dietro la dipendenza da Inteet, come dietro la
dipendenza da ogni droga, stanno il disagio esistenziale ma anche enormi
interessi economici. Per dare un’idea secondo i dati di Socialnomics nel
2013 i giocatori online nel mondo hanno comprato prodotti virtuali per 6
miliardi di dollari, più del doppio dei 2,5 miliardi di dollari di prodotti
reali (popco, patatine, ecc.) consumati dagli spettatori dei cinema. Un
mercato iper miliardario e in piena espansione spinge in tutti i modi le
persone a vivere vite parallele in rete.

Tutti controllati

C’è poi il problema, serissimo, del controllo dei nostri
dati. Tutto quello che scriviamo, postiamo e alleghiamo sui nostri social è
materiale prezioso per aziende e multinazionali che ci profilano pubblicità
mirata sulla base dei nostri interessi. Ma anche per governi o centri di potere
che intendono controllarci.

Sul tema della sicurezza la questione maggiore è senza
dubbio quella relativa ai cosiddetti «Big Data», un termine che va di
moda per indicare quello che fanno le aziende nella raccolta e nell’analisi di
fiumi di informazioni su Inteet con lo scopo di ottenere indizi sui
consumatori, prodotti o modi migliori per gestire un business. Negli ultimi
tempi si è poi aggiunto un altro fenomeno che va di pari passo col travolgente
sviluppo delle connessioni mobili e cioè le aziende che raccolgono informazioni
sui dati di localizzazione estratti da smartphone o tablet.

C’è chi prevede che il condizionamento culturale ed
economico passerà sempre più da Inteet, così come per molti decenni è passato
dall’azione persuasiva della Tv e degli altri mass media, ma avrà ancora
maggiore capillarità e pervasività per arrivare a essere «controllo globale».

La doppia faccia del mondo digitale rispecchia, nei
fatti, la doppia faccia di tutte le conquiste tecnologiche, aprono nuovi
orizzonti e straordinarie possibilità e insieme rischi e pericoli di enorme
gravità. Il problema è l’uso che si fa della tecnologia, chi la controlla e
quali sono i centri di potere dominanti, non la tecnologia in sé. Oggi
possibilità di azione ci sono ancora, la rete continua a essere lo spazio più
libero che abbiamo a disposizione e lo dimostrano i casi dei regimi
dittatoriali che trovano come unica soluzione estrema per contrastare i
movimenti popolari quella di disconnettere Inteet o di spegnere specifici
social network. Per questo dobbiamo essere preparati e coscienti delle
potenzialità e dei rischi. L’uso che ne prevarrà in futuro è ancora tutto da
vedere.

Silvia Pochettino*
 

________________
*Silvia Pochettino, giornalista, è direttrice
della testata Volontari per lo
Sviluppo  e
fondatrice di Ong 2.0.


La campagna di Ong 2.0


Ripensare la cooperazione

La testata «Volontari per lo Sviluppo»
lancia la campagna #cooperazionefutura e chiede di immaginare la cooperazione
internazionale di domani, partendo dalla piattaforma di Ong 2.0. Un nuovo
spazio online che sarà il punto di partenza per informare, formare e connettere
esperienze sull’uso dell’innovazione sociale e delle nuove tecnologie nella
cooperazione.

Telemedicina, applicazioni per
l’agricoltura, droni per le emergenze, big data… ma anche social
business
e sharing economy stanno ridisegnando le relazioni tra
paesi. E il Sud del mondo si scopre, in molti casi, più avanti di noi nell’uso
creativo della tecnologia e dei nuovi sistemi di economia sociale.

Così i vecchi schemi dell’aiuto
allo sviluppo appaiono sempre più superati, mentre diventa possibile
coinvolgere le popolazioni rurali attraverso semplici sms, attuare scambi
economici attraverso i social network o mappare in tempo reale situazioni di
crisi con software gratuiti.

Ong 2.0, progetto nato tre anni fa
dall’équipe di Volontari per lo Sviluppo, edito da Focsiv, Cisv e altre 12 Ong,
è oggi una testata e un centro di formazione e servizi online sulle nuove
tecnologie per la cooperazione. Nell’ultimo anno ha formato attraverso i webinar
(seminari online) oltre 2.500 persone in tutto il mondo.

Ora è allo
studio una nuova piattaforma e una app di Ong 2.0 che aiuti a connettere
le esperienze e realizzare progetti sperimentali tra Nord e Sud anche con la
finalità di facilitare l’entrata dei giovani nella cooperazione internazionale.
Per questo la campagna #cooperazionefutura: conoscere le idee, le necessità
e le difficoltà di chi vive, o vorrebbe vivere, la cooperazione internazionale
oggi.

Si può inviare la propria idea sul
form della campagna di Ong 2.0 (www.ong2zero.org) oppure con
un tweet a @rivistavps, una foto o un post sul canale Facebook 
(https://www.facebook.com/cambiareilmondoconilweb) utilizzando l’hashtag
#cooperazionefutura.

Messaggio di papa Francesco per la Giornata della Comunicazioni Sociali
– keggetelo su vatican.va il sito del Vaticano

tags: media, comunicazione, web, dipendenza,web 2.0, internet, informazione, dialogo, relazioni

Silvia Pochettino