Rivista Missioni Consolata – 120 anni

DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

Dalla Consolata al mondo

Questa frase è stata molto usata per spiegare la vocazione dei missionari e missionarie della Consolata, il cui Dna viene dal cuore della Madonna, patrona di Torino, sì, ma madre dell’umanità. Va ricordato che il quadro torinese, nascosta sotto la coice, porta la scritta «Sa Maria de Pplo de Urbe», Santa Maria del popolo dell’Urbe, perché copia di quello venerato nella chiesa di Santa Maria del Popolo a Roma, a sua volta copia di un’altra icona attribuita addirittura a San Luca. I torinesi fecero presto sparire quel «de Urbe», e nel 1714, trecento anni fa, acclamarono Maria Consolatrice come patrona del «popolo di Torino», e cominciarono a chiamarla «Consolà», complice l’affettuosa familiarità del dialetto che aborre nomi lunghi. La Consolata, che non si lascia ingabbiare o privatizzare da nessuno, non volle restare proprietà dei torinesi, e a fine Ottocento cominciò a viaggiare oltre oceano con i molti emigranti piemontesi diretti in Argentina. Ma l’universalizzazione ebbe il suo momento forte quando la Consolata stessa - lo testimonia il beato Allamano - «forzò» la mano al suo «tesoriere» a fondare un istituto, anzi due, totalmente dedicati all’evangelizzazione dei popoli. Da quel giorno la Consolata è diventata irrevocabilmente cittadina del mondo.

La parabola della Madre di Dio venerata sotto il nome di Consolata offre spunti forti al nostro essere cristiani oggi. Certo, Maria, la madre di Gesù, è cittadina del mondo anche senza essere «la Consolata». Però quel nome «Consolata» ha in sè una intrinseca forza missionaria. La Madre di Dio è anima della missione  fin dal giorno di Pentecoste e non può essere consolata se non da chi diventa «consolatore»: costruendo la famiglia di Gesù, «fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri», la pace dove c’è guerra, la gioia dove c’è paura, libertà e amore là dove c’è sfruttamento e schiavitù, amore dove c’è abbandono e odio. Lei è davvero Consolata solo quando i fratelli e le sorelle di suo Figlio vivono davvero la loro vocazione di essere «famigliari di Dio e cittadini del cielo». Osservando il mondo in cui viviamo, scorrendo le statistiche circa le vocazioni missionarie, vedendo le nostre chiese sempre più vuote, sperimentando il materialismo più dilagante, viene anche da chiedersi se la Consolata si sia stufata di Torino e dell’Italia; se come ha lasciato Roma tanto tempo fa per incontrare persone nuove altrove, così anche oggi non sia alla ricerca di «consolatori» in altre parti del mondo, pronta a mostrarci grosse sorprese... A meno che non ci svegliamo, qui nella nostra bella Italia drogata dal benessere, e torniamo a guardare a Colui che lo sguardo e la mano della Consolata continuano ad indicarci. Ci vuole poco, lasciamoci aiutare da lei.

Gigi Anataloni