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Malindi paradise! Per Chi? (1)

Turismo: l’ultima spiaggia dell’eterna giovinezza
In collaborazione tra la redazione di Out of Italy e di MC – Foto  Stefano Labate


«Out of
Italy» – Gli Italiani in Kenya

In Kenya vive una numerosa comunità italiana.
Probabilmente più di tremila persone, visto che tale è il numero necessario per
costituire i Comites (Comitati per gli Italiani residenti all’estero). La comunità è variegata. Oltre a missionari e
missionarie (oltre 500 fino a pochi anni fa), ci sono gli Italiani nati in
Africa (Etiopia, Eritrea e Somalia) che si stabilirono nel paese dopo la
guerra; tra di essi diversi ex soldati che, finita la prigionia, trovarono
lavoro nelle fattorie o iniziarono attività in proprio. Il numero dei «vecchi»
italiani, un tempo così alto da avere una propria parrocchia italiana con sede
a Nairobi sotto la responsabilità dei missionari della Consolata, oggi è molto
ridotto anche per semplici ragioni anagrafiche. Ci sono poi quelli arrivati con
le grandi compagnie industriali italiane come Agip, Alitalia, Impresit e altre,
e si sono stabiliti nel paese impegnandosi nell’industria, nell’edilizia e nei
servizi. E c’è il personale dell’ambasciata e dei vari organismi
inteazionali, essendo Nairobi anche sede dell’agenzia delle Nazioni Unite per
l’Ambiente. Questo personale è in continuo cambiamento e movimento. Non mancano
dei pensionati che si ritirano in Kenya per passare gli ultimi anni della loro
vita in un clima mite come quello dell’altopiano di Nairobi. C’è anche,
purtroppo, un piccolo gruppo di persone fuggite dalla giustizia italiana e
discretamente mimetizzate nel vasto mondo degli espatriati. Con loro prosperano
anche i cacciatori di fortuna, gli amanti dell’avventura, gli impresari senza
scrupoli, gli approfittatori, i mafiosi…

A Malindi e sulla costa da Lamu a Mombasa vive una
nutrita comunità di espatriati italiani. Accanto ai residenti di lungo corso,
ci sono i nuovi arrivati, come quelli che decidono di provare a investire nel
paese, a ragion veduta o ammaliato da ingannevoli passaparola. Ci sono poi i
turisti: quelli che vanno a Malindi regolarmente, magari ospiti di amici
residenti, quelli che vanno nei villaggi vacanze coi viaggi organizzati che
promettono mare e avventure nei favolosi parchi naturali, e quelli che sbarcano
alla ricerca della vacanza esotica e magari trasgressiva. Una comunità
variegata.

Alcuni residenti storici della costa, che mal soffrono
la presenza di mafiosi e investitori senza scrupoli, hanno fondato una decina
di anni fa il periodico «Out of Italy, la voce italiana dall’Africa»,
una rivista di 48 pagine a colori che viene pubblicata senza una cadenza troppo
fissa.

Il suo direttore è Franco Nofori, un italiano ormai
ultrasessantenne, vivace, schietto, un po’ vecchia maniera e attaccato ai
valori di un tempo, con un buon senso dell’humor e dell’autornironia. Da alcuni
anni è un attivo membro del Comites (eletto dagli iscritti all’Aire, il
registro degli italiani residenti all’estero) e collabora col consolato di
Malindi per risolvere i problemi di tanti connazionali, turisti e non.

In questo dossier a molte mani, riprendiamo, e
integriamo, alcuni articoli di «Out of Italy» che stigmatizzano uno dei tratti
più negativi della presenza europea sulla costa del Kenya: il turismo sessuale.
In un italiano colloquiale, qualche volta anche irriverente, con un po’ in
autocelebrazione e qualche generalizzazione, forse nell’ansia di strizzare
l’occhio ai propri lettori e di distanziarsi da quegli «altri» italiani che
umiliano il nome del nostro paese, gli autori mettono a nudo una triste realtà.
Pur non condividendo tutto quello che scrivono, riteniamo interessante leggere
come essi stessi vedono quel pezzo di Kenya.

Redazione MC


La voce degli onesti


Non solo faccendieri (sulla
costa est)


Chi
sono gli «altri» italiani di Malindi? E in che modo si parla di loro? Un
vecchio italiano ci presenta il suo punto di vista, appassionato e anche
orgoglioso. La voce di uno che vive sulla costa keniana da oltre 30 anni e ha
forse perso un po’ il contatto con la realtà di corruzione e degrado che
attanaglia anche il nostro paese.

Sono tanti eppure si notano poco. Non affollano bar e
discoteche, né si acconciano come i grotteschi simulacri di stagioni
irrimediabilmente perdute e irripetibili. Non denunciano i connazionali. Non
ingrassano gli avvocati locali con liti esasperanti tra loro, conflitti da cui
i contendenti escono sempre ammaccati e comunque sconfitti. Non annoverano nei
loro libri paga poliziotti e giudici corrotti.

Sono la linfa vitale che alimenta Malindi dando lavoro a
migliaia di persone e alle loro famiglie. Sono loro che aiutano, senza
ostentazione, la popolazione locale alla quale mettono a disposizione
opportunità, scuole, ospedali, orfanotrofi.

Non sono venuti a depredare il Kenya, né a tirare bidoni
a connazionali sprovveduti. Hanno investito qui il proprio denaro e i propri
risparmi o, più semplicemente, sono venuti a vivere la stagione del meritato
riposo dopo una vita di lavoro in Italia. Tutti loro, in diversa misura e con
varie modalità, contribuiscono al fiorire di questa cittadina che ha ormai
assunto un carattere squisitamente italiano.

Questi ambasciatori d’Italia in Kenya, non portano
vergogna al nostro paese, ma ci fanno sentire orgogliosi per l’intraprendenza,
per la fantasia, e per l’eclettismo che ci sono da sempre peculiari.


Cosa sarebbe Malindi senza di loro? La più diretta
risposta la riceviamo dalla popolazione locale: «No Italians, no Malindi».
Ed è una semplice verità.

Quando il dovere di cronaca ci costringe a dare notizia
di altri comportamenti che offendono la nostra dignità nazionale, siamo ben
consapevoli che le prime vittime di queste immagini deleterie e sventurate sono
proprio loro: i nostri connazionali della Malindi sana che devono subire
impotenti e incolpevoli il biasimo che ne deriva.

Ma chi vuole andare oltre la superficialità dei giudizi
approssimativi – spesso anche indebitamente malevoli – sa bene che nell’Italia
malindina convivono due universi rigorosamente separati: quello dei faccendieri
senza scrupoli, litigiosi, amorali e spesso anche grotteschi; e quello degli
italiani onesti che hanno il solo torto di non fare notizia.

Ma quanto valgono l’onestà e l’etica? Un giusto criterio di misurazione non può prescindere
dalle condizioni dell’ambiente in cui questi valori si esprimono. È certamente
meno difficile esprimerli in un paese retto dalla legalità e dal civismo che in
un altro in cui la trasgressione è all’ordine del giorno e molto spesso
addirittura gratificata.

Qui la forza di conservare i propri principi raggiunge
il vero eroismo.

Franco
Nofori






Out of Italy e MC