Rivista Missioni Consolata – 121 anni

DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

Una chiesa del laicato

Reportage dalle Filippine, una terra di contrasti.

Arcipelago di oltre 7 mila isole, 96 milioni di abitanti, le
Filippine è l’unico paese a maggioranza cattolica in Asia (insieme a Timor
Est). Paese di attrazioni turistiche e forti contrasti tra ricchi e poveri,
miseria e lusso, desolazione e speranza. Mons. Broderick Pabillo, ausiliare di
Manila parla di una chiesa vivace e attiva, grazie ai suoi laici impegnati, ma
anche con problemi e sfide per il futuro, come quella dei tossicodipendenti ed
emarginati, di cui si prende cura la «Fazenda da Esperança».

Manila, 7 dicembre 2012, ore 3 del
mattino: avevo lasciato Incheon, in Corea, con 10 gradi sotto zero e Manila mi
salutava con 27 sopra zero. Ho cominciato subito a sudare, tanto che nella
stanza della casa dei missionari Comboniani dove ero ospite ho dovuto accendere
l’aria condizionata per poter dormire, dopo una doccia fredda.

La
visita, che aveva lo scopo di raccogliere materiale per la nostra rivista
coreana La Consolata, è durata una decina di giorni, abbastanza per
avere alcune idee sui forti contrasti economici e sociali del paese e sui
problemi e speranze della Chiesa cattolica. 

Prime impressioni

In vita mia non avevo mai visto così tanti bambini! Tanti e belli.
Sono dappertutto, soprattutto nelle baraccopoli, sparse purtroppo in tutta
Manila, eccetto che in alcuni quartieri più recenti e benestanti. Mi ha
sorpreso vedere coppie giovanissime con tre o quattro bambini, tutti
piccolissimi. La miseria in cui vivono tanti di essi mi ha molto rattristato;
al tempo stesso sono rimasto impressionato dal loro sorriso, nonostante la
situazione in cui vivono.

La strada è il loro parco di divertimenti; la maggior parte delle
baraccopoli sono sovraffollate di baracche, senza spazio per poter giocare.
Moltissimi bambini stanno lì tutto il giorno, perché non hanno accesso alla
scuola.

Il degrado delle baraccopoli è più che impressionante. Sono
entrato tre volte in alcuni di questi quartieri poveri: in uno di essi per
intervistare una suora missionaria coreana; in un altro slum insieme a
padre David, missionario comboniano, portoghese e mia guida, quando si è recato
a benedire un piccolo negozio di un loro dipendente e quando è andato a
celebrare la messa in una chiesetta nel cuore di un altro quartiere. Il
contrasto tra baraccopoli e condomini chiusi o palazzi lussuosi è sconvolgente.

Il traffico è assolutamente caotico, sia perché le strade sono ben
poche sia per l’impressionante quantità di macchine. Tra i mezzi di trasporto,
si distinguono tre tipi ben caratteristici: i jeepney (vecchie jeep
dei soldati americani adattati per trasportare gente e merce), i tricicles
(moto o biciclette per il trasporto di persone) e i vecchi pullman senza
finestrini.

Meno male che padre David è un autista provetto, ma anche lui,
dopo nove anni di presenza nelle Filippine, ogni tanto si arrabbia, e con
ragione, per come guidano i filippini: davvero pazzesco! Dopo questo viaggio,
ho promesso a me stesso di non lamentarmi più del traffico in Corea. Però devo
confessare che mi sono stupito di non aver visto un solo incidente stradale!

Mi ha stupito anche la quantità di Suv, certamente acquistati con
i soldi arrivati da parenti che lavorano all’estero, dato che la disoccupazione
è molto alta nelle Filippine, ma anche segno di divisioni sociali.

Tali contrasti sono ancor più evidenti nei cosiddetti quartieri
chiusi: qui vivono i più ricchi circondati da muri, protetti da guardie armate,
in abitazioni di lusso. Quando abbiamo fatto un giro dentro uno di tali
quartieri di lusso mi sembrava di essere in un altro paese. Tale contrasto tra
lusso e miseria è anche un segno dell’alto livello di corruzione di cui è
impregnata la politica.

Un altro segno del contrasto tra ricchi e poveri sono i cimiteri:
mentre la gente di classe economica più bassa seppellisce i suoi defunti in
cimiteri comunali, alcuni tra i più ricchi costruiscono persino dei mausolei,
con curatori permanenti. Curiosamente, questi cimiteri sono anche usati da
tante persone per fare sport o 
passeggiare, perché i parchi pubblici a Manila sono quasi inesistenti.

Conseguenza di questo contrasto tra ricchi e poveri è
l’impressionante quantità di guardie di sicurezza, sempre ben armate. Sono
proprio dappertutto: banche, ristoranti (persino McDonald’s e altri
simili), negozi di ogni dimensione, oltre che nei cancelli di controllo dei
quartieri chiusi.

Impressionanti sono pure la quantità e la grandiosità dei centri
commerciali, sempre affollati. Siccome a Manila fa tanto caldo e l’umidità è
molto alta, tanti cittadini e famiglie intere vi spendono quasi tutto il week-end
per rilassarsi all’aria condizionata. Per questo tali centri offrono servizi di
ogni genere, come parrucchieri, dentisti… e persino la messa cattolica! Ne ho
visitato uno la domenica prima di tornare in Corea: vi sono state celebrate
quattro messe, oltre ad altre due in un salone per un gruppo carismatico.

Le messe sono molto partecipate, da fare invidia a tante delle
nostre parrocchie qui in Corea. Infatti la fede dei filippini è impressionante:
varie parrocchie hanno sette o otto messe ogni domenica e qualcuna persino 10!

Vangelo e Responsabilità sociale

Una delle sorprese più belle è
stato l’incontro con mons. Broderick Pabillo, ausiliare di Manila. Un vescovo
semplice e accessibile, al lavoro in un angusto ufficio dietro la chiesa del Santo
Niño
(Gesù Bambino), a cui ho posto alcune domande sulla Chiesa nelle
Filippine.

Mons. Pabillo ha cominciato
subito dicendo che la maggior parte dei filippini sono membri della Chiesa
cattolica, una Chiesa con un laicato molto attivo, che supplisce
all’insufficienza di clero. Tale mancanza favorisce il flusso di gruppi
evangelici.

Da parte dei fedeli, è molto
forte il senso di religiosità: il popolo filippino è desideroso di conoscere
Dio ed entrare in comunione con lui. In questi ultimi anni sono fioriti molti
movimenti tra i laici cattolici, specialmente i carismatici e le «coppie per
Cristo». Tutti questi movimenti aiutano il processo di evangelizzazione della
Chiesa.

Tuttavia, nonostante la
religiosità della gente e il numero dei cattolici, ci sono molti problemi nella
società, alcuni dei quali causati dai fedeli, specialmente politici e ricchi.
Molti cattolici ricchi mancano di responsabilità sociale, attratti dalla
globalizzazione e dai profitti, ignorando i bisogni dei più poveri. Anche per
questo il livello di disoccupazione è molto alto e alcune compagnie impiegano
la gente part-time, causando instabilità sociale e maggiore povertà.

Un altro problema è la crisi
ambientale, anch’essa causata dall’ingordigia e mancanza di coscienza sociale,
specialmente da parte di grandi compagnie minerarie; a questa crisi vanno
aggiunti i problemi di molti indigeni nelle varie isole, anch’essi molto
poveri.

Dall’altra parte, alcuni gruppi
laicali stanno crescendo verso una maggiore responsabilità sociale. L’azione
sociale della Chiesa nelle Filippine non è solo orientata ad aiutare le vittime
di povertà o calamità, come nel caso dei recenti tifoni, ma sta facendo lobby
(pressione) perché siano implementate leggi giuste, specialmente nel
riconoscimento dei diritti dei poveri.

Alcuni dei problemi più pressanti
cui mira l’azione sociale della Chiesa include le miniere, la riforma agraria,
uccisioni extragiudiziali, violazioni dei diritti umani, traffico di esseri
umani (specie di donne e bambini)… Altro problema pressante è l’aumento dei
malati di Aids: la Chiesa raccomanda fedeltà e responsabilità, mentre il
governo e alcune Ong insistono sui condom (preservativi). Un altro
argomento scottante è la legge sulla salute riproduttiva, che raccomanda
contraccezione ed educazione sessuale a scuola, oltre a provvedere condom
per i poveri, nel tentativo da parte del governo di frenare la crescita
demografica del paese.

«La soluzione della povertà sta
nel prendersi cura dei poveri – afferma mons. Pabillo -, piuttosto che nella
semplice distribuzione di contraccettivi».

Sognando una Chiesa più Missionaria

I momenti più sentiti nella vita
della Chiesa filippina sono: Natale, la Fiesta (celebrazione del santo
patrono) e la Settimana Santa. «In tali ricorrenze le chiese sono gremite di
fedeli – continua il vescovo -, ma sorge la domanda se si tratti di fede
autentica o di semplici pratiche religiose. È questa soprattutto la sfida della
nuova evangelizzazione: i nostri fedeli hanno bisogno d’imparare sempre più i
contenuti della fede e le conseguenze che ne derivano».

Nel 2021 la Chiesa cattolica
celebrerà il 500° anniversario dell’arrivo della fede nel paese. Per quella
data i vescovi filippini sperano che le loro comunità abbiano mandato più
missionari all’estero di quanti ne entrano nel paese. Una delle ragioni per cui
ci sono ancora pochi missionari filippini è il bisogno di personale e risorse
materiali della Chiesa locale. «Il rapporto è un prete per 8 mila e più fedeli,
e non ben distribuiti – spiega il vescovo -. Ciò significa che la Chiesa deve
essere più autosostenibile, anche perché le risorse e gli aiuti che vengono
specialmente dall’Europa sono diminuiti considerevolmente».

In molti paesi asiatici i vescovi
sono preoccupati per la pastorale giovanile. «A differenza di altri paesi –
continua mons. Pabillo -, qui la gioventù è coinvolta nella vita della Chiesa:
il problema è che ci sono pochi leader per organizzare e istruire la gioventù.
In alcune diocesi la pastorale giovanile è ben strutturata, mentre in altre c’è
la mancanza di personale o di mezzi materiali per la loro formazione».

Un’altra sfida per la Chiesa
nelle Filippine è il dialogo con l’islam. «Nel passato la maggior parte dei
musulmani era concentrata nella provincia di Mindanao – continua il vescovo -.
Ci sono commissioni d’ambo le parti (cattolica e musulmana) che si impegnano in
un dialogo positivo. Ma alcuni gruppi fondamentalisti, come Abu-Sayyaf, non
sono affatto interessati al dialogo».

Attualmente molti musulmani si
stanno spostando in altre province, inclusa Manila, e la maggior parte delle
diocesi non sono preparate per questo, così il dialogo è poco o nullo. Al tempo
stesso, questi gruppi islamici stanno ottenendo più convertiti, anche tra i
cristiani.

Per quanto riguarda i
protestanti, c’è qualche dialogo con loro, ma non con i piccoli gruppi di
evangelici che sono più fondamentalisti. «In un certo senso – conclude il
vescovo – questa sfida del dialogo provocherà maggiore pressione sul processo
di evangelizzazione della popolazione cattolica. E i leader devono essere
pronti ad affrontare queste sfide con speranza e perseveranza».

La Fattoria della Speranza

Una delle esperienze più
significative fatte durante il mio viaggio nelle Filippine è stata la visita
alla «Fazenda da Esperança», nell’isola di Masbate: è il primo centro di
riabilitazione in Asia, aperto nel 2003.

Conoscevo già
quest’organizzazione cattolica da quando fui in Brasile nel 2007. Fu fondata
nel 1983 dal francescano tedesco fra’ Hans Staple, parroco di Guaratinguetá (São
Paulo, Brasile), in una «fazenda» donatagli da un amico, per
l’accoglienza e il recupero di tossicodipendenti e vittime della prostituzione.
In pochi anni altre fattorie furono regalate arrivando a più di 60 in Brasile e
30 in altri paesi, incluse le Filippine. Attualmente sono circa 2.500 le
persone nelle varie fattorie sparse nel mondo, da cui sono uscite più di 20
mila persone, dopo aver compiuto un anno di riabilitazione.

Uno dei responsabili della Fazenda
per ragazzi a Masbate nelle Filippine è Richardson Silva, il quale mi ha
accolto nella sua casa e mi ha raccontato la sua storia. È brasiliano anche
lui, dello stato del Maranhão (Nord del Brasile); ha trascorso un anno in una Fazenda
per curarsi dalla dipendenza dalla droga. Dopo un altro anno di vita fuori
della Fazenda, ne è diventato un volontario.

«Sono stato tossicodipendente per
dieci anni – racconta Richardson -. Ebbi il primo contatto con alcol e droga a
15 anni, dopo il divorzio dei miei genitori. 
Sognavo una famiglia normale, unita, un gruppo di amici, tra i quali
cominciai a drogarmi, divenne la mia nuova famiglia. Mi sentivo bene, felice.
Credevo di di avere il controllo di me stesso, cioè, di poter lasciare la droga
in qualsiasi momento».

Ben presto Richardson divenne
sempre più estraneo alla sua famiglia; spendeva tutto per soddisfare la sua
tossicodipendenza; sperimentò la solitudine più nera, si sentiva sempre più
solo, misero e triste. Si sottomise inutilmente a cure mediche, finché uno zio
lo invitò ad andare in una «Fazenda da Esperança», di cui era venuto a
conoscenza tramite una trasmissione televisiva. Inizialmente il giovane non
diede retta al consiglio dello zio, ma poi decise di tentare l’esperimento.

«Entrato nella Fazenda
continuava Richardson -, fui stupito nel vedere che non c’erano medici,
cliniche o terapie scientifiche, ma soltanto dei cornordinatori missionari che mi
trattavano bene. I primi giorni furono terribili: crisi di astinenza,
allucinazioni, non riuscivo a dormire… Mi era difficile pregare e non capivo
perché dovessi ogni giorno andare alla messa; per la prima volta, a 25 anni, mi
trovavo a recitare il rosario e meditare sul Vangelo. Una volta, mentre ero in
crisi profonda, due cornordinatori trascorsero la notte accanto a me: quando
domandai loro come erano riusciti a sopportare i miei comportamenti, mi
risposero che in quel giorno il Vangelo li invitava ad amare il prossimo come
noi stessi… e io ero il loro prossimo».

Il programma di recupero,
infatti, è basato sul lavoro come fonte di auto sostentamento e sulla vita
comunitaria come strumento di crescita interiore alla luce della Parola di Dio.

Ben presto Richardson cominciò a
sperimentare una gioia intensa; il lavoro nella fattoria lo liberava
gradualmente e gli faceva sentire l’amore di Dio in una forma concreta e
serena. Terminato l’anno di recupero toò a casa, finché decise di ritornare
nella Fazenda di Maranhão come cornordinatore, felice di condividere con
altri ciò che aveva imparato, oltre all’esperienza personale dell’amore di Dio.

«Ho imparato pure a perdonare –
continua Richardson -, a quei giovani che arrivavano nella Fazenda con
atteggiamenti molto aggressivi. Sono riuscito a perdonare anche mio papà e
perfino a chiedergli perdono. Il perdono mi ha liberato e trasformato veramente».

Tale esperienza sconvolse
completamente i piani del giovane Richardson: pensava di continuare gli studi,
ma l’invito a continuare come volontario cornordinatore nella Fazenda lo
convinse a restare dove era veramente felice. Dopo un anno e sei mesi, i
responsabili gli proposero di andare nelle Filippine. Sposato nel frattempo con
Marineya, anche lei cornordinatrice delle ragazze, ora Richardson è uno degli
amministratori della Fazenda di Masbate, incaricato della produzione di
riso e responsabile di un gruppo di giovani in recupero.

«Nella Fazenda produciamo
anche latte, pane e vegetali, che poi vendiamo per il nostro sostenimento
economico. Non è certo facile vivere in una cultura diversa, ma sono contento, fino
a sentirmi padre di questi giovani, anche perché Marineya e io non abbiamo
figli. Questi sono i nostri figli. Infatti, non basta aiutare questi giovani a
riabilitarsi: dobbiamo amarli, aiutandoli a rinascere con la nostra amicizia e
condivisione di vita. E dobbiamo darli a Dio, con atti concreti di amore e di
vita nuova».

Alla fine del mio breve soggiorno
nelle Filippine, non posso dire di conoscere bene questo paese. Padre David mi
ha parlato anche dei problemi degli indigeni che lasciano le loro isole per
aumentare la popolazione degli slum di Manila. Tuttavia ho lasciato il
paese portando con me tante indimenticabili e giorniose realtà, soprattutto la
simpatia, ospitalità, generosità, fervore religioso e semplicità della gente e,
certo, la bellezza dei bambini e il loro sorriso. Questo è il ricordo più caro
che porto nel cuore.

Alvaro Pacheco

Alvaro Pacheco