Rivista Missioni Consolata – 120 anni

DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

Segni di risurrezione

Gruppo «fede e impegno» della parrocchia di Arvaiheer
Il tasso di disoccupazione è molto alto e il pericolo di cadere
nell’alcolismo è sempre in agguato; così durante l’inverno del 2012 nella
missione di Arvaiheer abbiamo formato con alcuni uomini il gruppo «fede e
impegno», offrendo loro un’opportunità di aggregazione basata sulla condivisione
di vita, sul lavoro manuale e la realizzazione di manufatti artigianali. Con
tali impegni dimenticano l’alcol e riacquistano la propria dignità.

Enkhamgalan (Amgaa per gli amici) è
un giovane medico dell’ospedale di Arvaiheer. Ci siamo conosciuti quando
insegnavo inglese alla biblioteca comunale. Da allora siamo rimasti in contatto
e nel tempo è nata una bella amicizia. Quando ne abbiamo bisogno, viene a
trovarci per consulti medici.

Così è stato anche pochi giorni
fa, mentre, fuori, il neonato gruppo di uomini stava lavorando a rimuovere lo
spesso strato di neve accumulata sotto le finestre. Finita la visita, Amgaa si è
fermato nell’ufficetto parrocchiale e abbiamo scambiato due parole. Gli ho
raccontato del gruppo itgel zutgel («Fede e impegno») e ne è rimasto
colpito.

Il lavoro fuori era ormai finito
e gli uomini entravano per salutare; allora ho pensato di trattenerli ancora un
poco per far fare loro conoscenza con Amgaa. In pochi minuti il piccolo ufficio
si è riempito: Boldoo, Renchin, Ganaa, Henchmedhev, Jigmedsuren e Chuka
siedevano intorno alla scrivania, mentre introducevo brevemente l’amico Amgaa.
Era la prima volta che ci trovavamo solo tra uomini, l’atmosfera era
interessante.

Dopo la mia
breve presentazione di Amgaa (troppo povera di elogi), lui stesso ha preso la
parola e subito la musica è cambiata: era iniziata una vera conversazione tra
mongoli, fatta di frasi brevi, quasi sbiascicate, spesso interrotte da suoni
rauchi e spezzati, come di chi aspira velocemente una consonante, bloccandola
in gola. È il loro modo di annuire. Amgaa raccontava la nostra amicizia dal suo
punto di vista e mi ha colpito quello che diceva: «Ho tanta stima di questa
gente straniera che è qui con voi; pur non essendo mongoli, per il vostro
cambiamento in meglio stanno facendo più loro che i nostri politici…». Poi ha
continuato: «Io non sono della stessa religione, ma non posso che restare
ammirato di quello che vedo: si prendono cura di voi, dei vostri bambini e
giovani; adesso vi hanno proposto questo radunarsi tra uomini: io ricordo le
facce di alcuni di voi, quando avete avuto bisogno del medico perché vi avevano
trovati ubriachi per strada» – e qui ha alzato il capo per la prima volta, dopo
esser rimasto chino sulle braccia appoggiate pesantemente su un angolo della
scrivania. Lo sguardo non era di critica, ma di compassione.

Nell’aria si sentiva che c’era
intesa tra loro: «Quando ho varcato lo spazio di questa staccionata ho visto
che vi davate da fare con la neve e ho riconosciuto le vostre facce. Siete
diversi, ve ne rendete conto?».

La frase, spezzettata varie
volte, è finita in crescendo e in risposta si sono elevati altri «tkhhhh» e
brevi cenni di assenso. «Se volete, potremmo pensare di vederci qualche volta,
per parlare di salute».

Questa infatti era la mia
proposta: invitare Amgaa e altri medici a parlare di temi legati alla salute,
per offrire momenti formativi. L’idea è piaciuta; ma è piaciuto ancora di più
il fatto di trovarsi insieme come uomini dignitosi, seduti compostamente al
termine di una giornata di lavoro. Cosa che quasi nessuno ricordava di aver
vissuto di recente.

Quando è squillato il telefono di
Boldoo e lui ha risposto: «Aspetta, sono in riunione», un altro gli ha fatto il
verso. Non erano abituati a sentirsi considerati.

Poi Amgaa è ritornato sul loro
cambiamento: «Io so cosa vuol dire avere in casa uno che beve. Mio padre ai
tempi del comunismo era responsabile di una brigata di costruttori. Quando il
sistema è crollato chi aveva un posto come lui ha trovato il modo di accaparrarsi
qualcosa, lui – che era molto onesto – no. Così in breve tempo si è trovato con
l’acqua alla gola. È andato giù di morale e ha cominciato a bere».

Il silenzio era palpabile; non
c’era artificio nel discorso di Amgaa. Diceva sempre che «nella vita di un uomo
prima o poi arriva il giorno in cui ti si apre la mente e capisci; per me quel
giorno dev’essere arrivato quando avevo 17 anni. Ho visto le mie tre sorelle
minori non mangiare nulla per 48 ore e mi son detto: non farò mai questo ai
miei figli».

Qualcuno
aveva gli occhi lucidi; nessuno lo ha interrotto. «Mio padre poi si è ripreso;
io sono andato all’università e sono diventato medico. Adesso che ho un bambino
di tre anni mi accorgo che lui ripete tutto quello che faccio e dico. Bisogna
che diamo un buon esempio ai nostri figli. I vostri figli e nipoti adesso
saranno contenti di vedervi così».

È sembrato un passaggio di testimone. è stato Renchin, il più anziano, a
prendere la parola: «Oggi è stato molto bello; abbiamo lavorato tutto il
giorno, non c’è stato il tempo neanche di pensare a bere. Io per anni ho
lavorato al teatro di Arvaiheer come cantante stabile. Poi ho cominciato a bere
e mi hanno buttato fuori. Dopo un po’ un conoscente mi ha dato un’altra
possibilità: andare a Ulaanbaatar, per entrare nel gruppo folkloristico di
stato. Mi hanno preso subito. Quello che guadagnavo
lo finivo subito con gli amici bevendo. Mi hanno cacciato anche di là».

Chuka, il nostro guardiano,
sembrava il più entusiasta: «Anch’io sotto il comunismo ero un capo, in una
piccola unità produttiva della campagna qui vicino. Lo scaffale era sempre
pieno di vodka. Anche ultimamente, da quando lavoro qui per la Chiesa, bevevo.
Poi, 10 mesi fa, mia madre mi ha detto: “Finché tua madre è in vita, non darle
questo dispiacere: smetti di bere. E io ho smesso”». Davvero, il suo è un caso eclatante; noi missionari ne siamo testimoni.
«Ho scoperto che si può anche fare a meno di bere e stai meglio, la gente ti
rispetta, riesci a lavorare – ha continuato Chuka -. Prima mio figlio, che
studia a Ulaanbaatar, al telefono chiamava solo mia moglie, chiedendole se papà
era ubriaco; adesso telefona direttamente a me! Capite? Mio figlio adesso
telefona direttamente a me!».

Piccoli segni di vera
risurrezione. «Anch’io ho lavorato a lungo per il teatro di stato, come attore.
Sono un buon pittore e ho decorato la stupa che si trova su quella
collina» ha detto Ganaa.

«Però, qui siete proprio tutti
artisti!» ha esclamato Amgaa. «Ebbene – ha continuato Ganaa -, quello che
ricordo è il trovarmi rannicchiato vicino alla porta, perché non riuscivo a
mettere le chiavi nella toppa. Sempre sbronzo. Adesso non bevo più; da quando
vengo qui le cose sono cambiate. Come gruppo vorremmo metterci a fare qualche
lavoretto, poi si vedrà».

Gli altri non hanno parlato, ma
era come se l’avessero fatto. Mi è venuto spontaneo intervenire: «Dovete
ringraziare molto le vostre mogli, se adesso siete così; è la loro pazienza e
la loro fede che vi hanno tenuti in vita». Sorridevano approvando. Sono state le
donne ad avvicinarsi per prime alla Chiesa e poco alla volta li hanno cambiati.

Ho provato una sensazione molto
bella, quella di essere spettatore di un miracolo più grande di noi e dei
nostri sforzi; c’è Qualcuno che ha tessuto la trama di queste vite e ora le
porta verso di Sé. Nessuno avrebbe detto che questi uomini si sarebbero trovati
qui un giorno a raccontarsi la loro vita. Neanche noi missionari e missionarie.
È vero, abbiamo messo in opera certe iniziative, è necessario e giusto farlo;
ma quello a cui stiamo assistendo va ben al di là dei nostri sforzi. Forse
quello che conta allora non è tanto il nostro affannarci dietro le tante cose
da fare, correndo di qua e di là, ma l’accorgerci di questo passaggio dello
Spirito. Esserci, con fede e pazienza. Questo è ciò che ci è richiesto. Al
Signore è sufficiente per compiere la Sua opera.

Giorgio Marengo

Giorgio Marengo