Rivista Missioni Consolata – 120 anni

DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

Decrescita 1: Decresco, quindi sono

Teoria e pratica della «decrescita felice»

di Gabriella Mancini, con la collaborazione di Luca
Cecchetto

Premessa: perché decrescita?
«Non cambierete mai niente lottando contro la realtà
esistente. Cambierà qualcosa solo costruendo un nuovo modello che
renderà quello esistente obsoleto». (Buckminster Fuller)

Se apriamo il vocabolario e cerchiamo «benessere», la
definizione fa riferimento a: stato di buona salute fisica e psichica, felicità,
senso di benessere interiore o prosperità economica, agiatezza. Per società del
benessere si intende la nostra, quella occidentale, caratterizzata da agiatezza
collettiva e un elevato reddito pro capite. Ma siamo proprio sicuri che la
bussola dello sviluppo e del benessere di una società continui a essere solo
determinata dal Pil (Prodotto interno lordo)?

Da queste considerazioni nasce e si sviluppa la teoria
della decrescita che ne vede precursore l’economista rumeno Nicholas
Georgescu-Roegen in particolare per la sfera ecologica. I sostenitori della
decrescita affermano che la crescita economica – intesa proprio come
accrescimento costante del Pil – non porta a un maggior benessere e che il
miglioramento delle condizioni di vita deve essere ottenuto non con l’aumento
della produzione e del consumo di merci ma con il miglioramento dei rapporti
sociali, umani, della qualità ambientale, della collettività e del tempo
liberato. Le parole di Serge Latouche, principale teorico della corrente, ne
sono lo specchio: «La decrescita non è la crescita negativa. Sarebbe meglio
parlare di “acrescita” […]. D’altra parte si tratta proprio dell’abbandono di
una fede o di una religione (quella dell’economia, del progresso e dello
sviluppo). […] Siamo ancora in tempo per immaginare, serenamente, un sistema
basato su un’altra logica».

Una decrescita che può essere felice solo se non è
subita, se nasce da una scelta consapevole che, se sperimentata, dimostra di
saper dare i suoi buoni frutti.

Questa inchiesta svela che una nuova fetta di umanità si
è già messa in cammino per «reinventare» un modo più critico e consapevole di
esistere. Un percorso inverso, dove recuperare la manualità e le tradizioni può
salvaguardare il proprio destino; dove essere liberi dai condizionamenti
telematici senza risultare disinformati e operare scelte eco-compatibili come
riciclare, riparare, autoprodurre non deve essere l’eccezione ma la regola per
star meglio. Dove, lo spazio per esistere è uno spazio dettato dal dialogo e
non dalla mercificazione dei rapporti. Dove quel «de», davanti al termine «crescita»,
non è svilente ma è la linfa vitale di un altro paradigma: quello della
rinascita di un nuovo umanesimo e della riscoperta di un’economia basata sulla
ragionevolezza.

Gabriella Mancini