Rivista Missioni Consolata – 120 anni

DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

Dove i contadini sono poeti

Sertão / Incontro con Zé Vicente,
Il sertão è una regione semiarida del Nord-est brasiliano. A Orós, nello stato di Ceará, abbiamo incontrato Zé Vicente, noto poeta e musicista, vicino alla Teologia della liberazione e alle Comunità ecclesiali di base. L’artista è anche ideatore di «Sertão vivo», un progetto di sviluppo alternativo che – partendo dall’arte, dall’educazione ambientale, dalla salvaguardia delle tradizioni contadine – cerca di costruire il bem-viver, il «buon vivere».

Orós (Ceará).
«Il problema del sertão non è la siccità ma il recinto
del padrone»1 recita un detto popolare del Nord-est
brasiliano. Ancora oggi è questa la realtà sociale della regione semi-arida del
Brasile, che Zé Vicente, poeta-contadino-ecologista, mistico, cantante e autore
di musica popolare celebrativa, descrive nelle sue composizioni. Rime e ritmi
che hanno le radici nella tradizione nordestina dei repentistas, maestri
dell’improvvisazione, e degli agricoltori poeti del Ceará, come Patativa de
Assaré, che trovava nel lavoro della terra i motivi della sua ispirazione.

Negli anni ’90, Zé Vicente ha ideato il progetto «Sertão
vivo», con questa convinzione: uno sviluppo alternativo è possibile e, nel caso
del sertão, significa imparare a con-vivere con la siccità, partendo dal
rispetto della natura, riscattando e valorizzando i saperi tradizionali. Contro
la logica delle grandi opere che devastano l’ambiente e sradicano dai loro
territori migliaia di persone.

Per intervistarlo siamo andati nel municipio di Orós,
centro-sud dello stato del Ceará, a 400 km dalla capitale Fortaleza, nel sitio2 Aroeiras, sede del «Sertão
vivo». Qui si realizzano attività di arte ed educazione ambientale rivolte agli
abitanti delle comunità vicine e si incontrano alternativamente teologi della
liberazione e operatori olistici, custodi delle sementi e «profeti della
pioggia» per apprendere e celebrare l’arte del bem-viver (buon vivere)
nel sertão.

Zé Vicente, innanzitutto vorrei chiederti
qual è la definizione che più ti si addice: artista, attivista/ecologista,
educatore popolare, mistico o piuttosto tutte queste cose insieme?

«Sono un essere umano, poeta-agricoltore, innamorato del
mio popolo e della mia terra, del pianeta e delle sue radici sacre. Vivo nella
costante ricerca di una dimensione superiore. Attraverso la poesia e la musica
solidarizzo con la mia gente e con tutti coloro, soprattutto i giovani, che
sono in cerca di una fede matura e impegnata di fronte alle profonde
trasformazioni sociali ed ecologiche del nostro tempo».

Zé, tu sei molto attivo in campo sociale
nello stato del Ceará ed in altri stati del Nord-est collaborando con le
Comunità ecclesiali di base (Cebs). Secondo te, che capacità ha oggi la Chiesa
brasiliana di negoziare con le istanze politiche del tuo paese legate a un
modello economico «sviluppista» che produce conseguenze ambientali irreparabili
e che aumenta le diseguaglianze sociali?

«Penso che stiamo attraversando un momento molto
delicato: la situazione della vita sulla terra e dello stesso pianeta desta
molta inquietudine e preoccupazione. Siamo in una situazione di emergenza. Di
fronte a tutto ciò le Chiese e le religioni, così come tutte le altre grandi
istituzioni economiche e politiche non possono restare a guardare ma al
contrario devono incoraggiare i popoli ad assumere le attitudini necessarie ad
affrontare questa situazione. Non bastano i grandi meeting, i congressi,
i documenti, i culti: c’è bisogno di intraprendere azioni che abbiano impatto
in tutti i campi della società. Anche noi artisti possiamo, anzi, abbiamo
l’obbligo di esprimere, attraverso l’arte, l’utopia e di dare voce alle
rivendicazioni del nostro tempo. Se poi le chiese rimarranno in silenzio, nuove
forze nasceranno per fare clamore e lottare.

Io credo che i settori rappresentativi della Chiesta
cattolica abbiano ancora la forza morale e l’obbligo etico di dialogare e far
pressione su tutte le istanze del potere e sui governi affinché prendano
decisioni in difesa della giustizia, della pace e della vita in tutti i settori
della società, specialmente in favore delle moltitudini di esclusi ed
emarginati dal sistema».

Zé, so che hai rapporti stretti con alcuni
esponenti della Teologia della liberazione: Marcelo Barros, Carlos Mesters, tra
gli altri. Ritieni che si tratti di una corrente ancora espressiva in Brasile?

«È vero, ho buone relazioni con gli amici e le amiche
della Teologia della liberazione. Credo che essa rappresenti ancora oggi un
riferimento vivo nella nostra “camminata”.

Devo dire però che mi sento ancora più legato alle
piccole pratiche quotidiane realizzate nella base e ai tanti leader
popolari che agiscono nell’ombra, lontano dai media. Sono loro che, a mio
parere, fanno la differenza. Sono giovani, lavoratrici e lavoratori, che
troviamo per le strade, nelle campagne, senza terra, senza tetto e senza molte
altre cose, ma pieni di volontà.

Finché esisterà una sola persona esclusa, oppressa, la
Teologia della liberazione avrà significato e dovrà vivere per annunciare la
buona novella della liberazione, che Gesù ci ha dato e che lo Spirito rivela
ogni momento».

Ho avuto l’opportunità di conoscere
personalmente il progetto di sviluppo alternativo che porti avanti nella tua
terra d’origine, il sertão cearanse. Un progetto basato sulla
sensibilizzazione, coscientizzazione e lavoro rivolto alla sostenibilità
economica, socio-ambientale e culturale a livello familiare e comunitario.
Potresti raccontarci la nascita e le finalità del progetto? Si tratta di un
caso isolato o può funzionare da modello di riferimento nella regione, nello
stato del Ceará e in altre zone del Brasile?

«L’esperienza che ha portato alla nascita del progetto
“Sertão vivo” è il segno più concreto della mia passione artistica, come poeta
e musicista, per la camminata del mio popolo. La mia arte sarebbe incompleta se
non sapessi creare nella mia famiglia e nella gente della mia regione
l’“incanto” per qualcosa di più immediato, più concreto, più vicino alla vita,
come la cura della terra, dell’ambiente e dell’essere umano.

Ogni mese da Fortaleza, città dove sono emigrato, too
nel sitio Aroeiras, nella casa dei miei genitori, per mantenere vivo il
legame con la mia famiglia, con gli antenati e sensibilizzare la mia comunità
attraverso le giornate di “Arte e Vita”: seminari sull’alimentazione naturale (na
roça e na comida sertão vivo com mais vida
3, lo slogan utilizzato
per questa giornata) e nuove pratiche agricole
e di preservazione della natura di cui siamo parte – per coltivare senza
bruciare il terreno e senza usare agrotossici, camminate ecologiche, laboratori
di musica, teatro, pittura, medicina naturale e alternativa, incontri con i
“custodi delle sementi e delle esperienze della pioggia”4,
senza trascurare le nostre feste tradizionali come San Giovanni, celebrata nel
mese di giugno, dove la gente, tra canti e danze, esprime una fede
profondamente radicata nella cultura. Tutte queste attività sono realizzate
utilizzando il linguaggio e l’essenza dell’arte come punto di partenza e di
arrivo e adottando una mistica di rispetto e dialogo con le differenze
culturali, politiche e religiose, cercando di riunire sempre più persone per la
grande mobilitazione che il presente e il futuro dell’umanità e del pianeta
richiedono.

Questo, in breve, è quello che realizziamo attraverso la
nostra micro esperienza. Non abbiamo la pretesa di essere un punto di
riferimento per altre iniziative, ma qualora accadesse ne saremo felici. Anche
se una maggiore visibilità comporta sempre sfide e rischi e questo mi preoccupa».

Come valuti lo stato di salute dei movimenti
sociali in Brasile e le manifestazioni che hanno percorso il tuo paese nei mesi
scorsi?

«Rispetto alla salute dei movimenti sociali e popolari,
tutto quel che accade in Brasile non è separato da quel succede in tutti gli
angoli del mondo. Stiamo in un momento di passaggio. Si parla di cambiamento
epocale, totale, planetario e, pertanto, abbiamo bisogno di molta ricerca,
studio, silenzio e impegno per comprendere e costruire nuovi cammini. Io voglio
continuare a dare il mio contributo, con la poesia e la musica, affinché la
gente alimenti la Speranza, la meraviglia di fronte allo spettacolo della vita
e l’allegria di lottare sempre per la vera trasformazione dell’umanità e della
terra». 

Quest’anno
(2013) Zé Vicente ha lanciato il suo ultimo album Zé Vicente da esperança,
nuovo nome del poeta ecologista e contadino, figlio del sertão, delle forze
della natura e del tenace popolo nordestino che non abbandona mai la speranza. «Perché
è la speranza – dice Zé Vicente -, che ci fa vincere il deserto e arrivare alla
terra dell’abbondanza, della giustizia, della pace».

Silvia
Zaccaria

Note:

1 – In portoghese: «O problema do sertão não è a seca,
mas a cerca do patrão». Il verso gioca sull’assonanza tra la parola seca
– siccità – e cerca – recinto.
2 –  «Piccola
proprietà», tenuta agricola, ma anche «locus amenus», ritiro, riparo.
3 –  «Nel campo e
nel piatto sertão vivo, con più vita».
4 – L’obiettivo dell’iniziativa è quello di mantenere
viva la tradizione, la memoria degli antenati che nei mesi di dicembre e
gennaio erano soliti fare previsioni sull’inverno che nel sertão indica la
stagione delle piogge. I partecipanti agli incontri sono contadini che, sin da
bambini, accompagnavano i nonni nelle loro esperienze di previsione delle
piogge, sulla base della direzione e potenza del vento e l’osservazione della
natura. L’incontro si chiude con scambio dei semi non transgenici con
l’obiettivo di creare una banca di semi nativi. 

 
         Il sertão, tra siccità e ingiustizie                       

Il sertão (dal portoghese «desertão»)
è una regione semi-arida che abbraccia gli stati del Nord-est brasiliano:
Bahia, Sergipe, Alagoas, Peambuco, Paraiba, Rio Grande do Norte, Piauí e Ceará
e il Nord dello stato di Minas Gerais. La vegetazione caratteristica di questa
regione è la caatinga, che consiste principalmente di cespugli bassi e
spinosi, capaci di adattarsi al suo clima estremo. Tra le specie originarie
della caatinga c’è il cactus mandacarù, i cui frutti rossi
spiccano nella macchia. La zona è soggetta periodicamente a secas
(siccità), causando spesso negli anni gravi carestie. Durante quella del 1877,
considerata la peggiore di tutte, solo nel Ceará morirono 500.000 persone,
dando origine al fenomeno dei retirantes, migranti che, abbandonato
tutto, andavano verso le grandi città costiere o verso il sud del paese in
cerca di fortuna e di migliori condizioni di vita. Una migrazione che non si è
mai fermata.

Questa regione ha ispirato una
ricca ed originale produzione letteraria e cinematografica, tra cui spiccano il
romanzo Grande Sertão di João Guimaraes Rosa e il film Deus e o diabo
na terra do Sol
(«Il dio nero e il diavolo biondo») di Glauber Rocha: in
una terra senza stato, dove vige la legge del più forte, vaccari e piccoli
contadini cercano di sfuggire alla miseria e allo sfruttamento dei padroni
mettendosi al seguito di santoni fanatici o dei banditi, i cangaçeiros.
La siccità e i retirantes, i movimenti millenaristi e l’epopea del cangaço
sono inoltre il tema ricorrente della letteratura di cordel (lett. «dello
spago») illustrata con la tecnica della xilografia, della musica e della poesia
popolare, di cui uno dei maggiori esponenti è stato il cearense Patativa do
Assaré (1909-2002). Zé Vicente si inserisce nella tradizione inaugurata da
Patativa, che conobbe da giovane e da cui, come dice lui stesso, fu
influenzato. La principale tematica dell’opera di Patativa è la seca,
problema cronico del sertão, mentre Zé Vicente addita un nemico ancora
più odioso: l’ineguale distribuzione delle terre e la mancanza di accesso
all’acqua.

Silvia Zaccaria

       TEMPO DI POESIA                            

«Per questo nostro tempo trafitto
dal dolore,
segnato dalla guerra,
di notti insonni
porto in me una meta:
la poesia concreta
esplicita
lucida
attraente
fatta corpo
emancipato
nella primavera della vita!

Ho qui nel mio petto
un progetto:
il nostro campo
un rifugio
da piantare
coltivare
ricreare
e raccogliere,
i fiori
e i frutti
del sogno vivo
divenuto alimento
cibo per gli sposi
e per le feste,
con sapore, intenso,
d’amore!

Metto sulle labbra
di questo giorno
qualcosa di più.

La certezza dell’incontro
della comunione,
superando l’indifferenza
colmando l’assenza,
lasciando che succeda
la più bella sapienza:
stare insieme
danzare insieme…

La canzone degli intenti
delle rime
dei riti
dei ritmi
del bene più grande
dell’allegria piena!

Il nostro canto!»

Zé Vicente*,
dicembre 1996
(inedita)

* Per leggere e ascoltare le poesie
di Zé Vicente:
www.letras.mus.br.

Silvia Zaccaria