DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

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2GR – Il perdono responsabile

Un dialogo con Gherardo Colombo
Si può educare al bene
attraverso il male? Partendo da questa domandal’ex magistrato Gherardo
Colombo illustra l’inefficacia della risposta punitiva alle
trasgressioni. Per la difesa e la promozione della dignità della persona
(di chiunque, anche dei colpevoli e delle
loro vittime) sono più appropriati e più efficaci,
rispetto alla carcerazione, i programmi della cosiddetta giustizia
riparativa,
che prevedono l’incontro e la responsabilizzazione di rei, vittime e
società. Abbiamo chiesto a Colombo di
parlarci del suo attuale «lavoro» e del tema del perdono responsabile al
centro di uno dei suoi ultimi libri.

Lo contattiamo via telefono mentre viaggia in treno per raggiungere una scuola superiore in Liguria. Da quando si è dimesso dalla magistratura, Gherardo Colombo spende molte delle sue energie e giornate parlando con giovani e ragazzi di tutta Italia di «regole»1, di cittadinanza responsabile. Ogni tanto la voce cordiale che ci parla sparisce nelle gallerie insieme alla linea telefonica. Ma il messaggio è chiaro: non si può educare al bene attraverso il male. È necessario trovare una strada alternativa alla punizione e alle pene tradizionali, perché queste, la carcerazione in primis, in molti casi non sono condivisibili sul piano ideale e non sono efficaci sul piano pratico.

L’affabilità della voce di Colombo s’intona perfettamente col ricordo di quell’uomo alto e riccioluto, in abbigliamento casual, che nel maggio 2012 presentava il suo volume Il perdono responsabile al Salone del libro passeggiando tra il pubblico e cedendo il microfono a chiunque volesse intervenire. In quell’incontro, così come nelle pagine del libro, l’ex magistrato ha illustrato con semplicità l’opposizione tra due modalità di risposta ai reati, tra due tipi di giustizia: quella «retributiva» e quella «riparativa».

La prima è quella più comune, diffusa a ogni livello, dall’educazione dei figli alle relazioni inteazionali: la punizione è la giusta conseguenza della trasgressione. Alla base della giustizia retributiva c’è l’idea che la persona non ha valore in sé, ma solo in base ai suoi comportamenti «buoni» o «devianti»: se fa bene riceve il premio, se fa male la punizione. Nella visione retributiva, la sofferenza della pena viene inferta per insegnare al colpevole l’obbedienza. Ma chi obbedisce, sostiene Colombo, non è completamente responsabile delle proprie azioni. La pena quindi non crea responsabilità, ma al contrario la distrugge. Le persone seguono le regole non perché le condividano, ma per evitare la punizione, o meritare il premio. Se una regola non è interiorizzata, c’è il forte rischio che essa verrà violata non appena mancherà il controllo, cioè il timore di essere «beccati».

La giustizia «riparativa» fa capo, invece, a una cultura in cui la persona vale in quanto persona, ha dignità - anzi, è dignità - indipendentemente dai suoi comportamenti buoni o cattivi. È la cultura (cui s’ispira la Costituzione italiana e la Dichiarazione Onu sui diritti dell’uomo) per la quale non è la persona a essere finalizzata alla realizzazione dell’ordine, ma è l’ordine a essere finalizzato alla realizzazione della persona. Nella visione «riparativa» il centro è la persona, la sua dignità (che rimane integra anche dopo aver compiuto un crimine), la ricerca dell’inclusione, il recupero, la riconciliazione. E le esperienze di giustizia riparativa realizzate nel mondo dimostrano che l’alternativa al carcere è più efficace anche per la sicurezza sociale.

In più, nella prassi retributiva le vittime vengono in genere dimenticate, perché l’attenzione è esclusivamente sul reato, mentre nella visione riparativa la vittima, insieme alla comunità (anch’essa vittima) e al reo (anch’egli vittima di se stesso), viene coinvolta in prima persona e può davvero trovare un ristoro che non sia la semplice e svilente realizzazione dell’istinto di vendetta, che si esaurisce velocemente lasciando il vuoto ancora più ampio.

Come entra il tema del perdono in tutto questo? In una situazione di rottura di una relazione (tra il reo, la società e la vittima) il perdono, al contrario di ciò che si pensa generalmente, non è uno sgravio di responsabilità, ma al contrario richiama alla responsabilità. La vittima e la comunità hanno la responsabilità di ri-accogliere il reo, il reo ha la responsabilità di riparare in qualche modo la vittima e la comunità. Il perdono rovescia l’ostilità in reciprocità. Questo può avvenire concretamente, ad esempio, nella mediazione penale, una delle pratiche di giustizia riparativa più diffuse in tutto il mondo.

Siamo ancora alla legge del taglione

Proviamo a immaginare l’ex magistrato Gherardo Colombo alle prese con un’assemblea di duecento ragazzi di seconda superiore mentre parla di regole e responsabilità e propone il perdono e la riconciliazione al posto di carcere e punizione. Gli domandiamo se gli capita di trovare ragazzi scettici: «Sì, sì... si arrabbiano anche! Le risposte che le persone hanno a questo mio modo di vedere sono varie. Possiamo dire che più le persone conoscono il carcere (operatori, volontari…), più lo condividono. Mentre invece capita che persone informate sul carcere solo alla lontana, per sentito dire, assumano un atteggiamento di rifiuto. Un rifiuto viscerale di fronte al quale diventa a volte impossibile approfondire l’argomento. Io credo che sia molto comprensibile tutto questo, perché per millenni l’approccio al tema della sanzione è stato molto retributivo. Noi siamo ancora purtroppo alla legge del taglione come impostazione abituale generale. La giustizia retributiva ha come strumento l’eliminazione, l’espulsione, l’allontanamento, l’abbandono della persona che ha commesso il male. C’è in essa l’indisponibilità al recupero di una relazione, se non in modo oneroso. Invece la caratteristica della giustizia riparativa sta nel ritenere che al male commesso da una persona si rimedia attraverso il recupero della persona alla collettività. È un’impostazione inclusiva che si basa sul riconoscimento dell’altro. Solo riconoscendo l’altro, il reo può comprendere la sofferenza causata dalla sua azione, e quindi astenersi dal commettere altre azioni che procurino sofferenza».

La vittima abbandonata

A sentirlo parlare sembra che Colombo sia arrivato a sposare l’idea della giustizia riparativa non a partire dai ragionamenti, ma dall’osservazione della realtà carceraria e dei dati che la riguardano: «Sappiamo che in Italia il 68% delle persone che escono dal carcere commettono nuovi reati: c’è da chiedersi perché. Se fosse vero che il carcere serve a prevenire la commissione di reati il tasso di recidiva sarebbe molto più basso». In più il carcere non aiuta le vittime a superare il trauma, e a ricostruire la propria dignità violata dal reato, istigando, anzi, un istinto basso (e distruttivo per la vittima stessa) come la vendetta: «Nel sistema attuale le vittime sono abbandonate, forse peggio ancora che abbandonate. Alle vittime non si offre null’altro che il soddisfacimento di un desiderio di vendetta. E anzi, sovente, le vittime sono chiamate a rivivere a fini processuali il dolore che era stato loro inferto attraverso la commissione del reato. Ad esempio: una persona che avesse subito uno stupro, poi deve raccontare nei dettagli come sono andate le cose prima davanti alla polizia, poi davanti al pubblico ministero, poi ancora in aula davanti ai giudici e davanti agli imputati e ai loro avvocati, i quali faranno di tutto per metterla in imbarazzo e per contraddirla e screditare la sua versione. Questa è la prospettiva della vittima nel sistema attuale. Invece la giustizia riparativa ha come scopo da una parte quello di responsabilizzare colui che ha commesso il fatto, e dall’altra di riparare, per quanto possibile, la vittima, in modo che essa ricostruisca la dignità che era stata messa in crisi dalla commissione del reato».

Il perdono responsabile

La parola «responsabilizzare» ci fa tornare alla mente il titolo del libro di Colombo: Il perdono responsabile. E allora gli domandiamo: «In che modo si legano i due termini, perdono e responsabilità?». «Il perdono è la disponibilità a riallacciare una relazione interrotta sulla base di una duplice responsabilità. Il perdono in primo luogo non è amnesia, cancellazione del passato, ma anzi presuppone una consapevolezza sicura di ciò che è successo. Data questa consapevolezza il perdono è la disponibilità al recupero di una relazione che si era interrotta con la fiducia che anche dall’altra parte ci sia la medesima disponibilità. Non è uno scambio. Ciascuna delle due parti ha una disponibilità unilaterale. Quindi il perdono coinvolge la responsabilità della persona».

Leggendo la Bibbia

Colombo ci racconta che il suo percorso di avvicinamento al tema della giustizia riparativa è stato lungo: «Ho fatto per più di tre decenni il magistrato. All’inizio della mia attività la mia convinzione era che il carcere fosse utile per assolvere a una funzione educativa, in un quadro di rispetto per la persona. Poi però progressivamente ho riflettuto, ho letto, e ho avuto l’esperienza degli effetti del carcere. L’approfondimento teorico da una parte e l’osservazione della pratica dall’altra». Nel breve riassunto delle tappe del suo percorso, Colombo cita la lettura di Eugene Wiessnet, un gesuita che nel 1960 pubblicò un libro dal titolo Pena e retribuzione nel quale aveva fatto un’analisi del rapporto tra trasgressione e retribuzione nelle Scritture. Infatti, nel leggere il libro di Colombo, siamo rimasti molto colpiti dall’abbondanza dei riferimenti biblici: «Per me è molto importante vedere come ci sia stata un’evoluzione. L’idea retribuzionista parte dalla convinzione che Dio sia un giustiziere, che punisce. La credenza che questo sia il messaggio delle Scritture è piuttosto diffusa. Io penso che ce ne sia un altro. Non solo nel nuovo testamento, ma anche nel vecchio. Nella misura in cui Dio è un Dio amoroso».

Passi concreti, partendo da un’amnistia

Toiamo al piano pratico: nonostante alcune esperienze positive abbiano iniziato a diffondersi, soprattutto in ambito minorile, la giustizia riparativa in Italia è decisamente distante dalla sua realizzazione. Quali passi concreti si possono fare?

«Se vogliamo parlare della situazione attuale, io credo che adesso, vista la condizione di vita delle persone che stanno in carcere, una prima soluzione sia quella di prevedere un’amnistia per i reati di minore gravità. Finché sono così tante le persone in carcere credo che sia impossibile che esse vivano in modo dignitoso, o comunque nei modi suggeriti dalla nostra Costituzione. Ci sono molte persone che stanno in carcere pur non essendo per niente pericolose. Poi credo che sarebbe necessario stimolare la creazione di un sistema di giustizia riparativa, come del resto ci è richiesto dall’Unione europea2: noi siamo inadempienti nei confronti dell’Ue sotto questo profilo. Bisognerebbe che si ricorresse, da parte di chi ha il potere di farlo, molto più frequentemente alle misure alternative piuttosto che non alla detenzione in carcere. Sarebbe però soprattutto necessario operare sul piano culturale, sul piano dell’educazione. Educazione diretta non all’obbedienza, come generalmente succede, ma diretta all’elaborazione di una capacità di gestire consapevolmente, responsabilmente la propria libertà».

Luca Lorusso

Note:

1 - «Quel che faccio più di tutto è girare per l’Italia, nelle scuole e nei circoli, a parlare di giustizia e della relazione tra regole e persone e di come questa relazione influisca sulla vita pratica di ciascuno di noi. […] Ho fatto il magistrato per oltre trentatré anni. […È] progressivamente maturata in me la convinzione che per far funzionare la giustizia fosse necessaria una profonda riflessione sulla relazione tra i cittadini e le regole».
www.sulleregole.it.

2 - È vincolante per gli stati membri dell’Ue la Decisione quadro 2001/220 GAI (sostituita dalla Direttiva 2012/29/UE del Parlamento europeo e del consiglio del 25 ottobre 2012) sull’uso della mediazione nelle cause penali.

 
        Il piano pratico. L’inutilità del sistema.                             

Testo tratto e adattato dai cap. 10 e 11 di G. Colombo, Il perdono Responsabile, in cui l’autore elenca alcuni luoghi comuni da sfatare.

1- I detenuti fanno una bella vita. I detenuti (64.758 al 30 settembre 2013, stipati in carceri con capienza di 47.615 posti, ndr.) vivono 22 ore al giorno in celle piccole e sovraffollate, insieme a persone non scelte, a volte arroganti, problematiche, violente. Solo il 13% di loro lavora. Il tempo non passa mai. Possono avere sei colloqui al mese, di un’ora ciascuno, coi famigliari, sotto gli occhi delle guardie, senza intimità alcuna. I colloqui con persone non famigliari sono rare eccezioni. Le condizioni disumane del carcere sono confermate dal numero annuale di suicidi: uno su mille (0,1%, mentre tra le persone libere è 1 su 200mila, lo 0,0005%), di tentati suicidi: uno su cento (1%), di atti di autolesionismo: uno su dieci (10%).

2- La certezza della pena: «Chi ha commesso un omicidio, dopo due giorni è fuori». Non bisogna fare confusione tra la custodia preventiva e la detenzione dopo la condanna. Prima della condanna non si può essere incarcerati senza motivi validi, senza comprovata pericolosità. Quando la condanna è definitiva, la pena si sconta secondo regole prestabilite: quindi è «certa». Le pene alternative sono concesse (dove le risorse lo consentono) solo a persone non pericolose e disposte alla rieducazione. Gli errori sono rari, tanto che fanno quasi sempre notizia. Non è frequente che torni a delinquere chi ha usufruito delle misure alternative al carcere: la recidiva di questi è del 20% contro il 68% di recidiva delle persone che hanno scontato la pena in cella. A giugno 2011: dei 67.394 detenuti, solo 17.582 usufruivano di misure alternative. La pena è certa, ma la certezza non serve ad aumentare la sicurezza dei cittadini perché in carcere si è spesso «dis-educati» a una vita sociale sana.

3- La pena è utile come deterrente. Se si vede che alla violazione segue la pena, per paura della sofferenza della punizione, ci si astiene dal violare la legge. Deterrenza e intimidazione sono inadeguate a stimolare il rispetto della dignità propria e altrui, e quindi delle regole. Incutere paura insegna a obbedire (ostacolando il discernimento e la libertà). L’obbedienza obbliga ma non convince, e se una regola è rispettata per obbligo, il suo rispetto viene meno appena manca il controllo. Quasi tutti rispettiamo le regole perché le condividiamo, non perché temiamo la sanzione. Un killer della mafia non si lascia intimidire. Un tossicodipendente che fa rapine nemmeno, perché ha bisogno della droga. Un omicida per raptus non si ferma per il timore del carcere. Infine la minaccia della pena non intimidisce anche perché la gran parte dei trasgressori sfuggono alla sanzione: solo l’8% delle denunce sono seguite da condanne.

4- Bisogna aumentare il sistema repressivo. Sarebbe un costo insostenibile: più polizia, magistrati, caserme, palazzi di giustizia, processi, carceri, ecc. E poi creerebbe un vero e proprio stato di polizia in cui tutti sarebbero sottoposti a esasperanti controlli. Tutta la vita sociale si bloccherebbe. Non bisogna aumentare la repressione ma diminuire la devianza.

5- I carcerati sono tutti pericolosi. Il carcere attualmente colpisce sia pericolosi che non. A fine 2009 i detenuti «comuni» erano 50mila contro i detenuti «pericolosi» che erano 9mila. A metà 2008 ben 14.743 detenuti sui 55.057 allora reclusi erano tossicodipendenti. Al 30 settembre 2013 solo il 62% dei detenuti aveva una condanna definitiva (il 19% erano in attesa di primo giudizio, un altro 19% erano condannati in primo e secondo grado). Questa iper-carcerazione è costata 29 miliardi di Euro tra il 2000 e il 2010. In più, la nostra cultura esclude non solo i carcerati, ma anche gli ex detenuti, i quali non trovano lavoro, casa, affetti, ecc. ricadendo in nuovi reati.

6- «Ci vorrebbe la pena di morte». Tutti i dati riguardanti la pena capitale mostrano in modo inequivocabile che è inefficace: prova ne sia che negli Usa, paese con popolazione 5,2 volte superiore all’Italia, gli omicidi sono 28 volte più numerosi.

7- «Col carcere almeno si fa giustizia e le vittime sono soddisfatte». Il sistema retributivo non ripara la dignità della vittima. La sofferenza imposta al reo con il carcere procura solo il soddisfacimento dell’istinto di vendetta. La vittima non viene aiutata a superare il trauma, a recuperare l’integrità perduta.

8- «Allora lasciamo circolare liberamente le persone pericolose?». No. Chi è pericoloso deve essere separato, ma la separazione dovrebbe essere mirata a prevenire l’effettiva pericolosità. Mentre solo una piccola percentuale dei detenuti oggi reclusi (circa il 20%) è effettivamente pericolosa. Non è logico, né utile ricorrere al carcere anche per chi non lo è. Nei confronti di chi è pericoloso, la limitazione della libertà di movimento deve però essere modellata caso per caso, e non deve essere accompagnata dalla limitazione, o addirittura esclusione, delle altre libertà fondamentali che non comportino pericoli per la società: il diritto allo spazio vitale, alla salute, all’affettività, all’informazione, al lavoro, all’istruzione.

Luca Lorusso
Il perdono responsabile

Ci può dire in sintesi qual è il contenuto del suo libro? «Il libro si muove su diversi livelli. Il primo è un approccio di tipo più “filosofico”: quali sono le incoerenze della pena rispetto al riconoscimento della vita e dignità della persona? Segue un breve excursus storico sulla cultura retributiva, per arrivare a un’analisi dell’inadeguatezza del carcere così com’è, e quindi della punizione, della sofferenza imposta, per raggiungere lo scopo. Il percorso del libro si conclude con la proposta di una possibile alternativa: quella della giustizia riparativa».

In sintesi, la pena:

• toglie o limita a chi la subisce diritti fondamentali connaturati alla dignità della
persona;
• non svolge funzioni di prevenzione generale (le persone
commettono reati anche se vengono minacciate pene elevate);
• non svolge funzioni di prevenzione speciale (non evita che
persone colpevoli di reati ne commettano altri);
• non serve a riabilitare i rei, visto l’alto tasso di
recidiva;
• ha un peso economico elevato (dal 2000 al 2010 il sistema
penitenziario è costato all’Italia 29 miliardi di Euro);
• non ha capacità riparative nei confronti della vittima.

Luca Lorusso