Rivista Missioni Consolata – 120 anni

DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

La speranza della chiesa non sta nei privilegi offerti dall’autorità civile Rendete a Cesare (4)

«Rendete a ciascuno ciò che gli è
dovuto: a chi le tasse, le tasse; a chi il rispetto, il rispetto» (Rm 13,7)

All’interno del contesto di fede,
che emerge dalle puntate precedenti in cui abbiamo esaminato i testi biblici,
si pone il problema del rapporto tra il potere politico/economico e l’ambito
religioso e spirituale, rapporto che tocca sempre nervi scoperti, data la
delicatezza e il rischio insito in esso, perché coinvolge la vita di ogni
giorno che impone scelte e valutazioni. In questa puntata non possiamo quindi
esimerci dal fare riferimento all’attualità e a quale deve essere
l’atteggiamento interiore del credente, alla luce della Parola di Dio che,
diversamente, rischia di restare astratta e avulsa dalla realtà.

Rito e vita sono indissolubili

L’individuo non vive sulle nuvole, ma sulla terra, dove nulla è
così netto da spaccarsi con l’accetta, per cui è necessaria una vigilanza
costante per non porre in atto un «sistema di confusione», una struttura di
connivenze che, inevitabilmente, portano a gestire benefici e utili, smarrendo
la dovuta coerenza. Non bisogna mai perdere di vista la parabola del grano e
della zizzania (cf Mt 13,24-30) che «crescono insieme» fino alla mietitura;
oppure la parabola della rete da pesca che raccatta ogni sorta di pesce, sia
buono che cattivo (cf Mt 13,47-50).

Gesù nel vangelo non si stanca di invitare ed esortare alla «vigilanza»
come condizione essenziale e previa dell’agire credente, sintetizzato nella
massima riportata da Mc: «Vegliate e pregate per non entrare in tentazione. Lo
spirito è pronto, ma la carne è debole» (Mc 14,38). La debolezza della «carne»
non è riferita alla sessualità, ma alla condizione umana in sé, alla fragilità
dell’individuo e della struttura in cui vivono le persone e che inducono alla
lussuria del potere che è la tentazione più satanica contro cui il credente
deve combattere.

Nessuno può essere parcellizzato: in chiesa si è cristiani, nel
partito si è politici, negli affari si è economisti e trafficanti, nel
sindacato si è sindacali. Un individuo che è padre, e al tempo stesso figlio,
amico, marito, impiegato, letterato, studioso, sportivo, volontario, non può
vivere a compartimenti, ma è sempre lo stesso mentre svolge ruoli diversi.
Purtroppo la realtà dei cristiani è diversa: essi separano volentieri gli
ambiti della loro vita con il risultato che si ritrovano smembrati, divisi «dentro»
se stessi, mentre dovrebbero essere un «tutto» in ogni istante della vita,
senza distinzione di luogo, condizione e scelta.

Il battesimo consacra «figli di Dio», membri del popolo
sacerdotale, profetico e regale: lo siamo realmente e lo siamo per sempre,
anche quando ce ne scordiamo. Da questo dipende l’attendibilità nostra e di Dio
perché se negli affari, nella politica, nel sindacato, nell’economia non
portiamo il nostro «essere credenti», non serve a nulla «andare in chiesa»;
anzi rischiamo di aggiungere peccato a peccato. Nello stesso tempo, non
possiamo «stare in chiesa» come se questo luogo fosse avulso dalla vita che si
snoda fuori, perché la preghiera e la fede senza la vita sono solo ritualità
morta, droga dello spiritualismo che illude artificialmente.

O la vita dà contenuto al rito o il rito è
solo scenografia che dura lo spazio di un sospiro. Ogni volta che celebriamo
un’Eucaristia, compiamo l’atto più politico che esista al mondo perché diciamo
che Dio si spezza come il pane e si offre come cibo, e del «Dio spezzato» noi
siamo gli strumenti provvidenziali con cui si manifesta il volto di Dio, anzi
la sua «immagine», che non è quella impressa sulle monete di Cesare, ma quella
ben più intima e profonda del Dio creatore e padre.

Il vescovo di Recífe, dom Hèlder Cámara, un grande profeta del
sec. XX, soleva dire: «Quando dico che bisogna aiutare i poveri sono un “santo”,
quando dico perché esistono i poveri sono “comunista”
». Se uno si limita a
fare l’elemosina, magari coinvolgendo i ricchi, riciclatori ed evasori, ma
senza interferire, tutti lo aiutano; se invece grida contro le ingiustizie che
creano l’elemosina, contro l’evasione fiscale che ruba e depreda la collettività
dei servizi primari (scuola, sanità, stato sociale), è facile che resti solo e
sia tacciato di sovversivismo. Per molti cristiani, vescovi e prelati, spesso
Dio è un alibi, un modo comodo per girarsi dall’altra parte e non vedere, come
il sacerdote e il levita della parabola del Samaritano nel vangelo di Luca (cf
Lc 10,25-37).

Quando il silenzio è complicità

Se si accettano i benefici economici (denaro, leggi su misura o
peggio ancora leggi di scambio), non si può contestare lo stato o il governo di
tuo, i quali hanno il diritto di emanare le proprie leggi e di pretendere che
siano osservate. Lo stato può esigere obbedienza da chi usufruisce dei vantaggi
della sua protezione (cf Rm 13,1-8; Tt 3,1-3; 1Pt 2,13-14). È quello che è
successo in Italia negli ultimi venti anni: parte della gerarchia cattolica ha
appoggiato governi e politici che sono stati (lo sono di natura) l’opposto
della legalità, della moralità privata e pubblica come del «bene comune»,
pagando il prezzo di un silenzio assordante e l’allontanamento di molti
credenti anche dalla fede. Non si può essere profeti e legati alla mangiatornia
del potente, come i veggenti di corte combattuti dal profeta Amos nel sec. VIII
a. C. (cf Am 7,10-16).

Persone di pensiero che non possono essere considerate «rivoluzionarie»
e che hanno svolto funzioni e ruoli di prestigio all’interno della Chiesa
cattolica, non esitarono, «voce che grida nel deserto», a parlare apertamente e
ufficialmente di fronte «al silenzio dei vescovi». Il gesuita padre Bartolomeo
Sorge, già direttore de «la Civiltà cattolica», la rivista quindicinale dei
gesuiti italiani che nulla pubblica senza l’approvazione della Segreteria di
Stato vaticana, direttore del «Centro Studi Pedro Arrupe» di Palermo negli anni
’80 del secolo scorso e ultimamente direttore della prestigiosa rivista «Aggioamenti
sociali» di Milano, stretto collaboratore di Paolo VI e della Cei per i
convegni a cadenza decennale e uomo di grande prudenza, nel marzo del 2004
scriveva:

«Il rimanere in silenzio di fronte alla gravità della situazione
italiana non appare motivato. I vescovi non possono esimersi dall’illuminare le
coscienze dei fedeli sulla coerenza o meno con la Dottrina sociale della Chiesa
dei programmi politici che nel Paese si confrontano. È sempre valido l’ammonimento
di san Gregorio Magno: come “un discorso imprudente trascina nell’errore, così
un silenzio inopportuno lascia in una condizione falsa coloro che potevano
evitarla. Spesso i pastori malaccorti, per paura di perdere il favore degli
uomini, non osano dire liberamente ciò ch’è giusto” (in Regola pastorale,
Lib. 2, 4; PL 77, 30)». (B. Sorge, Il silenzio dei vescovi sull’Italia,
in «Aggioamenti sociali», Vol. 55, n. 3, marzo 2004, pp. 161-166).

Consapevole
che le sue parole sarebbero apparse forti se non dissacratorie alle orecchie
degli interessati e delle persone pie di professione in qualche gruppo
interessato perché connivente, egli fece ricorso all’appoggio di un vescovo e
cardinale della statura e della caratura di Carlo Maria Martini, unica voce fuori
del coro nel panorama della diaspora episcopale italiana. Egli il 6 dicembre
1995 (già nel millennio scorso!), in occasione della festa di Sant’Ambrogio,
nel discorso alla città dal titolo C’è un tempo per tacere e un tempo per
parlare
, disse testualmente:

«La Chiesa non deve tacere perché [in Italia] è in gioco la
sopravvivenza dell’ethos politico. Non è la Chiesa come tale a essere in
pericolo; è la natura stessa della politica e quindi della democrazia. Non è
dunque questo un tempo di indifferenza, di silenzio e neppure di distaccata
neutralità o di tranquilla equidistanza».

Padre
Sorge, forte di questo assist, espresse tutta la sua preoccupazione per
la situazione esplosiva che si era prodotta in ambito ecclesiale.

«La
necessaria equidistanza dagli schieramenti partitici non significa neutralità
di fronte alle implicazioni etiche e sociali dei diversi programmi politici.
Infatti, il silenzio in tal caso potrebbe indurre i fedeli a credere che tutti
i modelli di società, per il solo fatto di essere formalmente «democratici», si
equivalgano e che i cristiani possano indifferentemente aderire all’uno o
all’altro, purché si comportino con coerenza di fronte alle singole scelte. Il
sospetto che la profezia sia frenata dalla diplomazia, cioè dalla speranza di
vantaggiose contropartite per il bene della comunità ecclesiale e in difesa di
alcuni valori etici, si tratti dei sussidi alle scuole cattoliche o dei
finanziamenti agli oratori o dei buoni-famiglia» (Sorge B., ivi). 

Quale rapporto tra fede e
politica?

Il cristiano, sia esso vescovo o semplice credente, vive nella
prospettiva del Regno di Dio e sa che nella gestione delle realtà terrestri
deve essere «prudente», senza cercare scorciatornie e protezioni o favori e
raccomandazioni perché il suo agire è prova diretta del suo essere e della sua
fede. Mai deve dimenticare che ovunque egli sta, porta sempre con sé «l’immagine
di Dio», di cui è custode e responsabile.

Nessun governo sulla terra potrà mai essere «adeguato» alle esigenze
del Vangelo, per questo il credente starà a casa sua all’opposizione di ogni
potere come coscienza critica del diritto dei poveri e degli emarginati a
partecipare alla condivisione della mensa sociale e civile della «polis». Se il
credente si schiera con il «potere», qualunque esso sia, finisce per essere
complice delle sue scelte e delle conseguenze che esse comportano. Ciò esige,
come dice padre Sorge, profezia e lungimiranza e comporta la rinuncia ai
privilegi e ai vantaggi importanti o anche irrisori che lo stato può garantire.
In altre parole la separazione totale: non può esserci commistione e confusione
di sorta tra la fede e la gestione immorale del potere politico ed economico.

Credere in Dio esige integrità di vita e trasparenza di pensiero
che devono vedersi negli atti quotidiani e nelle scelte della vita. Su questo
punto anche il magistero supremo della Chiesa, che si esprime nel concilio
ecumenico Vaticano II, è inequivocabile. Insegna il concilio (sottolineature
mie
):

«Gli apostoli e i loro successori con i propri collaboratori,
essendo inviati ad annunziare agli uomini il Cristo Salvatore del mondo, nell’esercizio
del loro apostolato si appoggiano sulla potenza di Dio, che molto spesso
manifesta la forza del Vangelo nella debolezza dei testimoni. Bisogna che tutti
quelli che si dedicano al ministero della parola di Dio, utilizzino le vie e i
mezzi propri del Vangelo, i quali differiscono in molti punti dai mezzi propri
della città terrestre
… la Chiesa… tuttavia non pone la sua speranza nei
privilegi offertigli dall’autorità civile. Anzi, essa rinunzierà
all’esercizio di certi diritti legittimamente acquisiti, ove constatasse che il
loro uso può far dubitare della sincerità della sua testimonianza o nuove
circostanze esigessero altre disposizioni
» (Gaudium et Spes, n. 76).

Pronti a rinunciare anche ai
diritti

Il concilio invita a rinunciare addirittura ai «diritti
legittimamente acquisiti» per non dare motivo di nessun dubbio o parvenza di
privilegio. Oggi, invece, il privilegio è la norma e la rinuncia una chimera.

«Sembra proprio venuto il momento che la Chiesa cattolica recuperi
la propria dimensione costitutiva, la dimensione escatologica. E ritrovi la
forza della profezia, del coraggio, sradicando per sempre dal suo corpo quel
male micidiale, il clericalismo, che ne corrode l’anima» (Svidercoschi G. F., Il
ritorno dei chierici. Emergenza Chiesa tra clericalismo e concilio
,
Dehoniane, Bologna 2012, 10).

Queste parole hanno un peso più grave perché sono scritte da un
giornalista, Gian Franco Svidercoschi, già vicedirettore de L’Osservatore
Romano
, coautore con Giovanni Paolo II del libro «Dono e Mistero» (1966) e
autore del libro «Verso il 2000 rileggendo il concilio», commissionatogli nel
2000 dalla Santa Sede. Egli arriva a parlare «del progressivo decadimento di
una certa classe episcopale, tanto nella dottrina quanto nel governo della
pastorale» (Id., 27). Gli scandali che hanno coinvolto il Vaticano in questi
anni, dallo Ior alla pedofilia fino alle dimissioni di papa Benedetto XVI,
non solo sono sintomi, ma anche causa del degrado ecclesiale giunto ormai a
livelli insopportabili.

È in questo contesto che deve essere letta la scelta di papa
Francesco, «il papa venuto dalla fine del mondo», il quale con i suoi primi
atti e gesti è stato eloquente e dirompente, per non dire «rivoluzionario»: non
ha mai usato la «mozzetta rossa», residuo della «clamide rossa» (mantello)
dell’imperatore romano che la usava come segno del suo potere regale.
Rinunciando a essa, papa Francesco ha voluto distinguere il servizio del
vescovo di Roma da quello del capo di stato, cioè del politico. Con un solo
gesto ha detto al mondo intero: Cesare è Cesare. Dio è Dio. Vengo a voi come «immagine
di Dio» non come potente tra i potenti.

Il Vangelo di per sé non pone un’opposizione tra «Cesare» e «Dio»,
né determina i confini tra le due sfere, né tanto meno dice che c’è una sfera
d’influenza di Dio e una d’influenza di Cesare. Questo ragionamento è estraneo
al pensiero di Gesù perché illogico: il regno di Dio, infatti, pur non
confondendosi con il regno di Cesare, non è fuori dal territorio e dall’umanità
su cui governa Cesare. Gesù non parla di separazione tra «stato e Chiesa»:
questa è un’indebita conclusione estranea al testo, come se vi fossero due
autorità equipollenti, distinte, ma convergenti che si dividono la torta umana.
La parte spirituale alla Chiesa e la parte materiale allo stato, come si è
tentato di fare nel Medioevo attraverso le investiture dei re da parte del
papa, fino a quando Bonifacio VIII, nel giubileo del 1300, non pretese di
assumere per sé le due funzioni (la teoria delle «due spade»).

Questo ragionamento è tipico di una concezione della società come «cristianità»,
in cui la visione teologica e la morale di una confessione religiosa diventano
patrimonio esclusivo di quella società che le impone anche con la forza o con
la semplice legge. È la prospettiva cristiana della vita e del mondo applicate
alle realtà terrestri senza distinzione di sorta; in questo senso la Chiesa
detta le regole e i laici le applicano come «braccio secolare» come si è
manifestato nel regime di «cristianità» di stampo medievale, quando il potere
religioso appaltava al potere politico parte dei propri compiti scellerati.
Poiché il comandamento ordina: «Tu non ucciderai» (Es 20,13), l’Inquisizione
non si sporcava le mani, ma appaltava le uccisioni al braccio secolare, così si
ammazzavano lo stesso le persone, quasi sempre innocenti, ma non erano i preti
a farlo materialmente. È il vero regno della confusione tra stato e Chiesa che
storicamente tanti guai ha portato e alla Chiesa e allo stato.

In quanto cittadini credenti, noi abbiamo diritti e doveri che
sono sanciti dalla Carta costituzionale e li dobbiamo esigere non perché
credenti, ma perché cittadini. Essi, infatti, non sono una concessione benevola
del governo di tuo. Al di fuori di ciò, dobbiamo essere attenti, come esige
il Vangelo: se ci avvaliamo di un condono, significa che abbiamo compiuto un
illecito e quindi ci collochiamo dentro un clima d’immoralità. In secondo
luogo, diventiamo complici del degrado ambientale o sociale, anche se ne
possiamo avere un beneficio immediato. Di conseguenza, non possiamo contestare
il governo per immoralità o, in caso di disastro ambientale, gridare contro Dio
o la fatalità, se per esempio abbiamo costruito abusivamente, violentando
ambiente ed equilibrio ecologico. Se frodiamo il fisco, noi riduciamo i
benefici dello stato sociale, rubiamo a noi stessi, alla scuola dei nostri
figli, eliminiamo risorse per la sanità, e di conseguenza perdiamo il diritto
di parlare di poveri e di stato inadempiente, né possiamo andare in piazza a
gridare contro gli evasori perché saremmo complici.

La fede è esigente, perché impone la coerenza. Nella prossima
puntata, termineremo questa lunga digressione sul rapporto tra «Cesare e Dio»,
riflettendo sul testo fondamentale della distinzione «Chiesa e stato» e che è
Gv 18,36: «Il mio regno non è di questo mondo».

(continua – 4).

Paolo Farinella