DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

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3_Schiavitù: Sulle orme del Fondatore

Lotta alla schiavitù dei missionari e missionarie d’Africa


La liberazione degli africani dalla schiavitù era parte
essenziale della metodologia di evangelizzazione del cardinal Lavigerie. I suoi
missionari e missionarie a contatto diretto con lo schiavismo lo accompagnarono
nella sua campagna con le opere di carità, riscattando persone, costruendo
orfanotrofi e informando il loro fondatore sulle atrocità di cui erano
testimoni.

Prima della campagna (1868-1888)

La nascita della Società dei Missionari d’Africa, (Padri
Bianchi) in Algeria è strettamente legata alla vocazione di prendersi cura
dell’umanità sofferente. Di fronte al problema delle vittime della carestia in
Algeria (1866-1868) Lavigerie cercò una congregazione religiosa competente per
prendersi cura degli orfani e non essendo riuscito a trovarla cominciò a
pensare di fondae una. Molti dei primi missionari d’Africa ebbero una
esperienza pastorale negli orfanotrofi in Algeria sia durante il loro periodo
di formazione che in seguito.

Il secondo incontro con la miseria umana sotto forma di
schiavitù fu nei posti di missione nel Sahara (Leghouat 1872 e Ouargla 1875).
Lavigerie si domandava come i suoi missionari sarebbero stati coinvolti nella
lotta contro lo schiavismo. Uno dei modi che egli escogitò fu quello di
riscattare gli schiavi, specialmente i ragazzi, educarli e poi rimandarli in
dietro nei loro paesi di origine come agenti di evangelizzazione ed
eventualmente come attivisti dell’antischiavismo. In realtà egli considerava il
lavoro di evangelizzazione in sé, cioè insegnare la fede, la morale e i valori
cristiani, un mezzo efficace a lungo termine di lotta alla schiavitù fin dalle
sue radici.

Così ai missionari della seconda carovana diretta
all’Africa Equatoriale, Lavigerie ebbe a dire questo: «Non siate sorpresi che
io, come vescovo cui è stata affidata dal Santo Padre una parte di queste
immense regioni dove la schiavitù domina ancora, la denunci… Andate, figli
miei, andate e insegnate a queste popolazioni che questo Gesù, la cui croce voi
mostrerete loro, morì su di essa per portare al mondo ogni libertà: libertà
delle anime dal giogo del male, libertà dei popoli dal giogo della tirannia,
libertà delle coscienze dal giogo dei persecutori e libertà del corpo dal giogo
della schiavitù» (Cattedrale di Algeri, 20-6-1878). Inoltre Lavigerie aveva già
considerato la lotta contro la schiavitù come parte del piano generale
dell’evangelizzazione dell’Africa Equatoriale nel suo «Memoriale segreto»
presentato alla Congregazione di Propaganda il 2 gennaio 1878.

Durante la campagna (1888-1892)

Il cardinal Lavigerie non coinvolse direttamente i
membri della sua Società Missionaria nella sua campagna antischiavista. Ciò può
essere spiegato da due ragioni: la prima perché la sua campagna era indirizzata
per lo più ai paesi europei con lo scopo di forzare i loro governi, mediante
l’influenza dell’opinione pubblica, a prendere iniziative per abolire la
schiavitù in Africa. I pochi missionari della sua Società a quel tempo erano
soprattutto nel continente nero e dovevano come priorità iniziare nuove
missioni per l’evangelizzazione degli Africani.

Secondariamente, per motivi di prudenza; egli temeva le
ripercussioni negative che si sarebbero riversate sui missionari, come
persecuzioni, uccisioni, rifiuto del permesso di stare in quei paesi, impedendo
così di portare avanti l’opera di evangelizzazione, obiettivo principale della
loro presenza in quei paesi. Perciò, Lavigerie giunse fino ad ammonire i suoi
missionari di non scontrarsi con i mercanti di schiavi. Tuttavia, nonostante ciò,
alcuni missionari sfidarono gli schiavisti e sfidarono i capi locali perché
abolissero la schiavitù nelle loro aree.

Anche se i missionari non erano direttamente coinvolti
nella campagna antischiavismo del cardinale, essi vi contribuirono
direttamente, inviandogli informazioni di prima mano sulle atrocità di questo
odioso mercato e le sue conseguenze negative sulla vita sociale in generale e
su quella famigliare in particolare. Tali informazioni erano per lui di grande
utilità nelle sue conferenze e comunicati stampa.

Inoltre il cardinale incoraggiava i suoi missionari a
riscattare gli schiavi, a prendersene cura ed educarli. Perciò gli orfanotrofi
che furono costruiti in quasi tutte le stazioni di missione erano per lo più
riempiti con bambini schiavi riscattati. Questi ragazzi furono considerati la
base della futura comunità cristiana locale ed erano anche visti come una
risorsa a lungo termine per combattere la schiavitù, e distruggere col tempo le
strutture (mentali e sociali) che la favorivano.

Ma anche il problema del riscatto degli schiavi non era
senza difficoltà e opposizione. Alcuni erano contrari al riscatto perché lo
consideravano un incoraggiamento per i trafficanti a continuare in tale odioso
affare. Perfino tra i missionari c’erano delle differenze come nel caso dei
Buganda: il problema fu riferito al cardinale, come testimoniano le lettere
inviate nel 1882 dai padri Livinhac e Lourdel.

Un altro modo in cui i missionari in Africa
contribuirono alla lotta contro la tratta degli schiavi fu il provvedere
sicurezza alla gente nei cosiddetti «villaggi della pace o della libertà», come
quelli fondati nelle località di Karema e Mpala in Tanganika e Kibanga in
Congo.

Donne apostole tra donne

Quando il cardinal Lavigerie fondò la congregazione
delle Missionarie di nostra Signora d’Africa (Msola), nel 1869, voleva donne
apostole che si prendessero cura degli orfani causati dal colera in Algeria,
oltre a partecipare pienamente nell’evangelizzazione del continente africano.
Le «suore bianche», come venivano comunemente chiamate, cominciarono la loro
vita missionaria in Algeria, contribuendo a restituire dignità ai meno
privilegiati. Quando esse partirono per le missioni in differenti parti
dell’Africa, il continente era percorso dalla tratta degli schiavi. Mentre il
loro fondatore era impegnato nella campagna antischiavista, egli esortava le
sue missionarie a impegnarsi totalmente come educatrici e madri di tutte le
donne vittime della schiavitù. E tutte le attività delle suore erano dirette a
rispondere a tale invito.

Fin dall’inizio Lavigerie ricordò alle suore che
dovevano essere «donne apostole tra donne» e madri verso le ragazze vittime
dello schiavismo in Africa Equatoriale. Egli voleva le sue suore totalmente
missionarie, il cui apostolato era complementare a quello dei padri e fratelli,
non solo perché esse potevano entrare in gruppi chiusi ai missionari maschi, ma
anche per la loro abilità di agire da donne tra donne, per trasformare la
società intera.

Faccia a faccia con la schiavitù

Queste donne apostole furono mandate in Africa per
partecipare a modo loro nella lotta contro il commercio di schiavi, mediante il
loro impegno con gli schiavi riscattati (ragazze, donne, ragazzi). Lavigerie
aveva dato anche a loro prudenti linee guida su come comportarsi con bianchi e
neri trafficanti di schiavi. Questi erano troppo potenti e pericolosi per
essere affrontati direttamente da impotenti missionari. Lavigerie raccomandò
loro di mantenere relazioni amichevoli con i proprietari di schiavi, se
volevano continuare i loro impegni apostolici. In compenso, chiese loro di
inviargli relazioni dettagliate sulla tratta… Le suore si conformarono alle
linee guida del loro fondatore.

Esse si dedicarono agli schiavi riscattati e perfino ne
comprarono alcuni, quando potevano permetterselo, come avvenne per esempio in
Baudoinville (Moba) dove arrivarono nel 1895. I diari mostrano che esse non si
occuparono solo di schiavi neri riscattati o liberatisi con le proprie forze,
ma anche di ogni bambino bisognoso, compresi i figli dei mercanti di schiavi,
come si legge nei diari: «Il comandante di Deberghe ci ha mandato due ragazzi.
Il loro padre era un leader arabo della costa del Tanganika, che era stato
ucciso in una incursione. La sua vedova e i figli furono presi dai belgi. La
ragazza si chiama Leonora; è molto intelligente. Il primo giorno del suo arrivo
imparò a fare il segno di croce. L’altro è un bambino di due anni; non sa
ancora parlare ed è il più giovane del Barza» (09-07-1896).

Tutti i ragazzi erano raggruppati nello stesso centro.
Grazie alle suore, schiavi, figli di schiavi e figli di padroni ora vivevano
insieme in pace e fiducia, ricevevano crescendo la stessa educazione e
imparavano ad essere fratelli e sorelle, perché figli dello stesso Dio Padre.
C’è forse un modo migliore per combattere contro la schiavitù?

Dal 1909 nel diario di Tabora si notano alcuni
cambiamenti nel modo di riscattare gli schiavi: «Una vecchia schiava, sorella
di un catecumeno del villaggio, è arrivata qui da pochi giorni, ma il suo
padrone la reclama. Il caso va alla boma (Centro del governo locale) e
il reverendo padre superiore ci suggerisce di tentare un altro modo di
riscatto. Ciò significa che la somma richiesta dal padrone non sarà pagata
immediatamente tutta. La schiava lavorerà e ogni mese pagherà al padrone una
somma convenuta e così comprerà la propria libertà. La proposta fu adottata
dalle tre parti. Questa soluzione ci ha rese molto felici, nel fatto che la
nostra povera vittima può lavorare e perché essa può stare con noi per almeno
dieci mesi finché la somma viene pagata. Questa lunghezza di tempo significa
che la riscattata può seguire le istruzioni e conoscere la nostra religione e
così avere il desiderio di perseverare nel suo catecumenato».

La carità non basta

La storia del cardinal Lavigerie, dei suoi missionari e
missionarie contiene una lunga lista di opere di carità verso le vittime, a
cominciare dal riscatto di schiavi fino a ciò che si sta ancora facendo oggi,
per esempio a favore dei ragazzi di strada, vittime di caccia alle streghe,
guerre, ecc…

Tuttavia tale storia ci insegna che le opere di carità
da sole non possono eliminare la schiavitù dalla nostra società: Lavigerie stesso lo aveva notato, dicendo: «Ma io
ripeto, cari fratelli e sorelle, che la carità, per quanto grande possa essere,
non sarà sufficiente a salvare l’Africa. È necessario un rimedio più sollecito,
più efficace e più decisivo» (St. Sulpice, Parigi, 1° luglio 1888).

Il cardinal Lavigerie insegnava quindi che le opere di
carità devono andare di pari passo con le opere di giustizia; affermava che
l’evangelizzazione procede pari pari con l’attivismo sociale, diventando così
uno strumento efficiente contro lo schiavismo. C’è bisogno di leggi e strutture
sociali per prevenire ed eliminare alla radice le cause della schiavitù. Tale
metodo di evangelizzazione, valido oggi e in futuro (cf Nuova
evangelizzazione
), deve essere adattato alla situazione attuale nella lotta
contro le forme modee di schiavitù.

Come missionari, la preghiera è parte essenziale degli
sforzi nel combattere la schiavitù in qualsiasi forma si manifesti. Lavigerie
considerava la preghiera in generale e la preghiera pubblica in particolare
come mezzo indispensabile per raggiungere lo scopo della sua campagna. Con
queste parole si rivolse ai cristiani in Algeri: «Ho appena scongiurato i
governi in Europa, ma oggi non vi chiedo né l’aiuto delle armi né quello della
carità, come feci in precedenza; è un aiuto più importante che io, vescovo,
chiedo ai cattolici: è l’aiuto della preghiera» (Algeri, 19 aprile 1889). E
continuava spiegando che essa è uno strumento alla portata di tutti e non
esclude alcuno: bambini, giovani, anziani, malati o in buona salute. Tuttavia
anche la preghiera deve andare mano nella mano con i gli sforzi concreti nel
combattere la modea schiavitù. Nel diario di Mpala, lo scrittore, dopo aver
narrato una storia molto difficile sul riscatto di sei anziane donne e due
bambini, conclude dicendo: «Abbiamo fatto ciò che potevamo, Dio farà il resto»
(Diary, Mpala, 3 settembre 1890).


Richard Nnyombi