DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

(Papa) Francesco: dalla fine del mondo

Abbiamo chiesto a tre argentini (un vescovo dal
Sudafrica, un prete dal Kenya e una giornalista dall’Argentina) di raccontarci
cosa hanno provato alla notizia dell’elezione dell’arcivescovo di Buenos Aires
a vescovo di Roma e papa di tutta la Chiesa cattolica. Ecco le loro
testimonianze, molto concordanti.

PREMESSA

«[Essere nel conclave] non è un
gioco divertente. È [un’esperienza] molto intensa e che davvero ti svuota
emozionalmente perché ci pensi notte e giorno. [Pensi:] “Questa è una delle
cose più importanti che mai farò: votare per il prossimo successore di Pietro”.
Così c’è una grande intensità. Non so come spiegarlo. [A un certo punto] è come
se si percepisse la bellissima sensazione del gentile movimento dello Spirito
Santo. Non ci sono tuoni e lampi. Niente colpi di testa. Nessuno che cade da
cavallo. Ma pian piano cominci a sentire come un movimento [che orienta] verso
un uomo. Si prega duro. Si parla tanto con gli altri. E questa convergenza
cresce gradualmente. È stata una cosa che ha generato tanta gioia e serenità. […]
Quelli sono momenti meravigliosi. E poi c’è il silenzio! Gran parte del
conclave è silenzio. Non è un caucus di partito, non è una convention,
è quasi una liturgia, un’occasione di preghiera. C’è molta pace. È come se tu
stessi facendo un ritiro, dove hai un sacco di spazio per pensare, riflettere e
pregare». [Nostra traduzione della testimonianza di Timothy Dolan, cardinale
e arcivescovo di New York, rilasciata alla Cnn il 15.03.2013].

Tra i fiumi di parole scritti e
detti nei primi venti giorni di marzo, ho scelto questa breve testimonianza del
cardinal Dolan di New York, perché mi sembra esprima meglio di qualunque altra
testimonianza la realtà di quanto è accaduto nel conclave che ci ha dato il
nuovo papa Francesco. Senza negare tutte le possibili passioni umane, i diversi
punti di vista dei cardinali – uomini sono! -, alla fine l’elezione del papa è
stata soprattutto un’esperienza di fede e di Chiesa, nel senso più vero del
termine. A dispetto di tutte le speculazioni, è stato un avvenimento dello
Spirito, che ancora una volta ha saputo sorprenderci e ha dato l’uomo giusto al
momento giusto.

Papa Francesco ha davanti a sé
una lista di desiderata che non finisce più. Tutti si sono sentiti in
dovere di esprimergli i loro desideri, da quello di vendere la Basilica di san
Pietro e liquidare il Vaticano, a quello di aprire il sacerdozio alle donne…
Il cardinal Hummes gli ha detto
di «non dimenticare i poveri».

Sì, papa Franceso, non
dimenticare i poveri e non permetterci di dimenticarli. Tu che vieni «dalla
fine del mondo» aiutaci ad aprirci al mondo, soprattutto al Sud del mondo e
alla sua Chiesa povera e fedele. Dacci dei pastori che abbiano il cuore e la
libertà di Cristo, non funzionari senza amore e senza misericordia. Aiutaci a essere
santi, veri santi, grandi santi. Facci gustare la faccia misericordiosa e viva
di Dio, celebrata nell’amore che si fa prossimo e nella festa, nella gioia,
nella semplicità di una liturgia che tocchi il cuore degli uomini e non sia
inbalsamata nel ritualismo ricco e barocco di chi ama più le pietre inerti che
le «pietre vive» della Chiesa.

Papa
Francesco, nel febbraio 2012 hai detto che «tutta l’attività ordinaria della
Chiesa si è impostata in vista della missione. Questo implica una tensione
molto forte tra centro e periferia, tra la parrocchia e il quartiere. Si deve
uscire da se stessi, andare verso la periferia. Si deve evitare la malattia
spirituale della Chiesa autoreferenziale: quando lo diventa, la Chiesa si
ammala. È vero che uscendo per strada, come accade a ogni uomo e a ogni donna,
possono capitare degli incidenti. Però se la Chiesa rimane chiusa in se stessa
[…], invecchia. E tra una Chiesa accidentata che esce per strada, e una
Chiesa ammalata di autoreferenzialità, non ho dubbi nel preferire la prima» (da
«La Stampa», 14.03.2013, pag. 7).

Guidaci col
tuo esempio sulla strada della nuova evangelizzazione. Incoraggia la nostra
debolezza!

Gigi Anataloni

Un Pastore da imitare

Nel mese di aprile del 2011 andai
in Argentina per le vacanze. Tra le tante cose che volevo programmare c’era
anche un incontro con l’arcivescovo di Buenos Aires, il cardinale Jorge
Bergoglio, non soltanto perché sono nato nella sua arcidiocesi, ma anche perché
volevo fargli sapere che un bambino di quella arcidiocesi, da grande era
diventato vescovo in Sudafrica.

Mi avevano
detto: «Se chiami alle 7 del mattino, egli stesso risponde al telefono». Poiché
non mi conosceva, decisi di scrivergli una email per presentarmi. Mi
rispose che aveva un calendario pieno di impegni, ma che sicuramente avrebbe
trovato il tempo. Concluse la email con le stesse parole che abbiamo
sentito nel suo primo giorno di pontificato: «Per favore, ti chiedo di pregare
per me». Ci incontrammo un pomeriggio nel suo ufficio per una mezz’ora. Con
semplicità condividemmo molte cose in pochissimo tempo. Poi mi accompagnò fino
in strada e mi disse: «Grazie per essere venuto a trovarmi. Te ne sono
veramente grato». Per quanto mi riguardava, gli dissi di apprezzare il fatto
che offrisse una nuova immagine di arcivescovo (era famoso perché a Buenos
Aires viaggiava in autobus o in metropolitana e perché viveva in modo
semplice), e i segnali che ci aveva regalato nel corso degli anni, soprattutto
il Giovedì Santo quando usciva dalla cattedrale per lavare i piedi delle
persone con Aids, degli anziani e delle donne in gravidanza. Credo che questo
uscire dalla cattedrale sia stato il segno visibile della sua pastorale
missionaria nella diocesi. Era la testimonianza di quello che voleva si vivesse
come Chiesa a Buenos Aires.

L’incontro mi segnò
personalmente. Tanto che, da due anni, nel vicariato affidatomi, il Giovedì
Santo lasciamo la Cattedrale e andiamo a celebrare in altre comunità, in modo
che tutti abbiano la possibilità di partecipare (il Vicariato di Ingwavuma, in
Sudafrica, si estende su una superficie di più di 200 km di lunghezza).

Ci rimane però ancora la sfida
culturale di fare la celebrazione fuori dal tempio e con uomini e donne,
giovani e vecchi…

Un altro aspetto del cardinal
Bergoglio che ho sempre tenuto ben presente è la sua disponibilità di cui avevo
sentito e letto in qualche giornale: quando un sacerdote aveva bisogno di
vederlo, il cardinale faceva l’impossibile per incontrarlo il giorno stesso
senza farlo aspettare. In questi anni, sia nel Vicariato di Ingwavuma che nella
Diocesi di Manzini (Swaziland) ho sempre cercato di mantenere un atteggiamento
similare e ho insistito sul fatto che i sacerdoti non si preoccupassero di
correre da un posto a un altro per incontrarmi, ma che, quando avessero avuto
bisogno di me, sempre sarei stato disponibile.

Qui il mio televisore riceve
soltanto canali sudafricani e per di più il segnale non è buono. Grazie a
Facebook ho appreso che era uscita la fumata bianca e grazie a Inteet sono
riuscito a seguire l’annuncio. È stata una grande sorpresa e una grande
emozione. Forse perché è la prima volta che come vescovo ho incontrato il papa.
Dopo l’elezione del papa il mio telefono non ha mai smesso di suonare e sono
stato inondato di messaggi email, segno della grande gioia del popolo,
sia in Sudafrica che in Swaziland.

Tutti sono stati colpiti dal nome
che il papa ha scelto (chi non conosce san Francisco d’Assisi?) e dai suoi
primi gesti: la semplicità, l’aver mantenuto la croce pettorale e l’anello;
l’essersi inchinato davanti al popolo di Dio affinché questi in silenzio
pregasse per Lui.

Le sue parole, il cammino del
popolo e del pastore compiuto assieme, il desiderio di costruire in comunione
il futuro: parole e gesti che hanno toccato i cuori di molti e che sembrano
ripetere ciò che è stato il suo servizio episcopale a Buenos Aires.

Spero che il Papa possa
continuare a regalarci questi piccoli segnali che sono come il seme di senape,
il quale, una volta piantato, produce molto frutto, perché essi parlano a
tutti. Senza riguardo per l’età, il colore della pelle o la fede di ognuno.

José Luis Ponce de León
Missionario della Consolata argentino, Vicario Apostolico di Ingwavuma,
Sudafrica.

 E’ LUI!

Appena dopo l’elezione del nuovo
papa ho ricevuto l’invito da padre Gigi a scrivere alcune righe sul nostro caro
cardinale Bergoglio, o semplicemente monsignor Bergoglio. Non voglio mancare di
rispetto, ma è così che noi lo chiamavamo. Jorge Mario Bergoglio, sacerdote
gesuita (Sj), ora possiamo chiamarlo papa Francesco! E perché non… papà
Francesco?

Padre Gigi mi ha chiesto di fare
parlare il cuore più che la mente. Grazie! Perché se dovessi far parlare la
mente dovrei mettermi a studiare, far delle ricerche, invece il cuore parla «in
diretta».

Nei giorni che hanno preceduto il
conclave leggevo la stampa internazionale per vedere se lo metteva in primo
piano. Ma nei pochi giornali che arrivano qui, non avevo trovato niente.
D’altra parte pensavo che avesse già la sua età, anche se era stato detto che
il card. Bergoglio era stato uno degli eletti quando il cardinal Ratzinger era
diventato Benedetto XVI. Solo su un giornale argentino era apparso come colui
che stava guadagnando il beneplacito di molti dopo alcuni suoi interventi.

È stato con grande gioia che ho
ricevuto un messaggio con la notizia della sua elezione. Son rimasto incredulo.
Ma, accesa la Tv, eccolo lì! Sì! Era lui! Anche se un po’ più grassottello di
come lo ricordavo. E subito ho visto il suo nome: Francesco! Da quel momento il
mio cellulare non ha più smesso di suonare: messaggi, chiamate, chi mi ripeteva
la notizia, chi si complimentava (non sono molti gli argentini in Kenya!), chi
voleva sapere le mie reazioni. E subito la mia risposta: «Ora vedete che c’è un
santo in Argentina!».

A dir la verità, non ho mai avuto
contatto diretto con lui, ma ovviamente so bene chi è. Mentre lo sentivo
parlare e poi salutare la gente radunata in San Pietro, mi son detto: «Sì, è
proprio lui!». Sorridente, piacevole, senza protocollo, umile… invitando a
pensare agli altri (al suo predecessore Benedetto XVI), inchinando il suo capo
di fronte alla gente per chiedere la loro benedizione (nella messa facciamo il
contrario, noi preti chiediamo alla gente di inchinare il capo), e il ripetuto
invito alla fratellanza. Sì, semplice come Francesco, Fratello Francesco!

In Argentina monsignor Bergoglio
era il vescovo missionario che camminava, e invitava i suoi colleghi vescovi a
camminare, verso le periferie, le baraccopoli… parlando con la gente,
ponendosi accanto ai poveri, non rimanendo nel «tempio». Coerentemente
incoraggiava i preti e i laici a organizzare «carpas misioneras», cioè delle
tende in città, negli incroci delle strade e nelle piazze, nella diaspora, dove
si trovano quelli che vanno in chiesa e quelli che non ci vanno proprio. Dove,
soprattutto, si può capire che il nostro Dio non è un Dio che si trova solo nel
tempio, ma è Emmanuele, il Dio con noi, tutti i giorni, in ogni momento, in
ogni luogo. Un Dio che cammina con l’uomo.

Il cardinal Bergoglio dimostrava
la sua semplicità girando in città coi mezzi pubblici: autobus, metropolitana,
treno… e vivendo in un appartamento molto sobrio vicino alla cattedrale.

Era vicino alla gente, in
particolare ai giovani in deversi momenti, come durante il pellegrinaggio
nazionale giovanile al santuario della nostra patrona, Nostra Signora di Luján.
I giovani marciano a piedi quasi 70 km, e lui molte volte li aspettava per
accoglierli e presiedere l’eucaristia, incoraggiandoli nella vita quotidiana.
In diverse occasioni ha presieduto la messa in onore di S. Gaetano, patrono per
noi del pane e del lavoro. Coinvolto in situazioni di Giustizia e Pace, in
situazioni sociali in favore dei poveri, papà Francesco, può aiutare il mondo e
la Chiesa a vivere i rapporti sulla base del rispetto e della corresponsabilità,
con serietà e gioia allo stesso tempo. Gioia che è frutto della speranza,
speranza certa che Cristo è vivo, e la Chiesa è sua!

Forse Francesco ha ravvivato la speranza
nella Chiesa. Preghiamo per lui, perché possa essere semplicemente uno
strumento di Dio nel mondo di oggi.

Daniel Bertea
Missionario della Consolata argentino, parroco del Consolata
Shrine in Nairobi, Kenya.

ORTODOSSO E PROGRESSISTA

Papa Francesco è la persona che il
mondo ha visto nei primi giorni del suo pontificato. E pare proprio che i
protocolli vaticani non riusciranno a impedirgli di mischiarsi alla gente.
D’altra parte, come arcivescovo di Buenos Aires, egli chiedeva ai suoi
sacerdoti di uscire dalle sacrestie e andare per le strade.

La sua semplicità, i suoi
comportamenti umili, il suo rifuggire dai lussi, sempre lo hanno
contraddistinto. Uomo dalla vita semplice, tanto che chi viaggia sui mezzi
pubblici di Buenos Aires lo poteva incontrare. Porteño (termine con cui si
indicano gli abitanti originari di Buenos Aires, ndr), amante del tango,
tifoso di calcio, peronista (come lo definiscono i vecchi militanti). Era
solito cucinarsi quello che mangiava. Ha viaggiato per il Conclave con un paio
di scarpe nuove regalategli da alcuni amici dopo aver notato che quelle che
indossava erano un po’ logore. Ma è certo che lui avrebbe preferito consumarle
del tutto.

Il «Bergoglio padre» è lo stesso
che i giornalisti hanno visto viaggiare in classe economica verso il Conclave,
lasciare da solo l’aeroporto di Fiumicino, trascinare la sua piccola valigia, e
poi, nei giorni precedenti l’elezione, raggiungere a piedi i luoghi delle
riunioni. Semplicità e austerità. Una sensazione strana per il Vaticano che di
solito mostra il contrario.

Se il linguaggio del corpo dice
qualcosa, allora Francesco ha già detto tutto quando, appena eletto papa, di
fronte ai fedeli, si è inchinato davanti a loro chiedendo la benedizione di Dio
su di lui. «Pregate per me» è una sua richiesta abituale.

Francesco è ciò che dice e come
lo dice. Persona affabile ma ferma. Ortodossa nella morale, progressista nel
sociale. Egli ha già dato segnali di ciò che vorrebbe, con parole semplici e
tono sereno: «Oh, come vorrei una Chiesa povera e dei poveri», ha detto. Che
altro ci si poteva aspettare dal primo papa latinoamericano, se non mettere in
cima alle scelte «l’opzione preferenziale per i poveri»?

A Buenos Aires, l’arcivescovo
Bergoglio ha creato il «Vicariato delle baraccopoli» (in Argentina si chiamano villas
miserias
, ndr) dando ai preti che lavorano lì una visibilità
speciale all’interno della Chiesa locale. E ha aperto la Casa San Giovanni
Bosco, nel bel mezzo di Villa 31 (quartiere tra i più emblematici), per
accogliere le vocazioni che sarebbero uscite dai bassifondi. Ha camminato,
lavorato e partecipato in drammi sociali come la tratta di esseri umani e il
lavoro forzato, offrendo rifugio, anche in prima persona, alle vittime di
questi flagelli. A lui, come a tutta la Chiesa argentina, sono arrivate accuse
di collaborazionismo, per azione o omissione, nell’ultima dittatura militare
(dal 1976 al 1983, ndr). Le ombre sulla Chiesa argentina di quel periodo
sono molte e hanno fondamento. Tuttavia, vari esperti in diritti umani sono
intervenuti in difesa di Francesco. Altri si sono limitati a ricordare che egli
è un esponente di una «Chiesa che oscurò il paese», come ha commentato la
presidente (Estela de Carlotto, ndr) delle «Nonne di Piazza di Maggio». È
certo che le ferite di quel tempo non si chiuderanno facilmente, anche se si
tratta di un papa.

La sua elezione ha anche causato
sorpresa tra le fila del governo di Cristina Feandez Kirchner, che ha sempre
considerato l’arcivescovo come «il leader dell’opposizione». È famosa la dura
battaglia dell’arcivescovo contro la legge sui matrimoni omosessuali, battaglia
persa, nonostante la chiamata in piazza dei cattolici argentini. Per tutto
questo, la prima reazione della presidente alla notizia arrivata da Roma
dell’elezione a papa del cardinal Bergoglio è stata fredda e distante (salvo
poi volare a Roma per incontrare il papa e presenziare all’inaugurazione del
papato, il 19 marzo, ndr). Francesco, il papa argentino, non era nei
piani della politica locale. La nomina di Bergoglio, inattesa e non sperata, ha
scosso fortemente sia il governo che l’opposizione, in un anno elettorale.

Per quanto mi riguarda, ho visto
padre Bergoglio ogni 11 febbraio, in occasione della festa di Nostra Signora di
Lourdes, nel «nostro quartiere» di Flores, dove papa Francesco è nato e
cresciuto. Confesso che io vi andavo soltanto per la sua presenza. Proprio
quest’anno non ci sono stata. Tuttavia, quello stesso giorno una vicina di casa
mi ha raccontato che, quando l’arcivescovo ha parlato delle dimissioni di
Benedetto XVI, la gente lo ha acclamato gridando: «Che Dio ti faccia papa». E
così è stato.

Alba Piotto
Gioalista
e scrittrice di Buenos Aires, vive a Flores, il quartiere nativo di papa
Francesco.

A cura di Gigi Anataloni