Rivista Missioni Consolata – 121 anni

DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

Sempre più divisi

Mentre a Davos si celebra l’incontro dei
potenti, le disuguaglianze nel mondo crescono. E questo fatto indebolisce le
democrazie. Ma c’è chi propone soluzioni.
E i ricchi fanno orecchie da mercante.

All’inizio
del 2013, sulle montagne immacolate della Svizzera, si è celebrato ancora una
volta l’appuntamento di Davos. Lo strano convegno di oltre duemila tra capi di
stato, accademici, manager, giornalisti, invitati da una fondazione
privata, non viene scalfito né dal tempo (siamo alla 26esima edizione), né
dalla protesta dei no global (sempre meno clamorosa), né dalla crisi
finanziaria.

Il World Economic Forum (Wef) si riunisce per
migliorare il mondo: «improving the state of the world». Che non serva a
nulla è evidente, visto che il mondo, con tutti i suoi disastri, non cambia; ma
bisogna riconoscere che è uno dei rari momenti in cui i mezzi di informazione
trattano di temi globali, cosa che non succede, purtroppo, quando si tengono le
conferenze dell’Onu. Certo i partecipanti al Forum sono meno ingessati dal
cerimoniale, l’agenda è meno formale, insomma l’evento ha più colore, ma la
vera spiegazione è che a Davos si ritrovano i veri potenti, quelli che
detengono il controllo della finanza, dei mercati e della politica. E il potere
esercita una grande attrazione sui media.

Chi cerca di intrufolarsi, nel tentativo assai difficile
di far valere le proprie tesi, sono le Ong, da quelle ambientaliste come Greenpeace
a quelle che lottano contro la fame come Oxfam. Proprio a quest’ultima
va dato il merito di aver proposto a Davos un tema fastidioso: l’insostenibilità
della ricchezza smodata che va di pari passo con il crescente divario tra
ricchi e poveri.

In occasione del Wef, Oxfam ha presentato un
documento dal titolo «Il costo dell’ineguaglianza: come la ricchezza estrema ci
fa male».

Negli ultimi trent’anni – sostiene Oxfam –  la disuguaglianza si è drammaticamente
accentuata in quasi tutti i paesi del mondo e il reddito di alcuni ha toccato
vette mai viste prima. In Cina il 10% della popolazione possiede oggi il 60%
del reddito, lo stesso accade in Sudafrica.

La
globalizzazione con il suo mito del trickle down, lo sgocciolamento
della ricchezza fino agli strati più bassi delle società, non ha funzionato. La
crescita economica non ha portato migliori condizioni di vita per tutti, ma
l’abbondanza esagerata per pochi. Il mercato dei beni lussuosi raddoppia ogni
anno e anche dopo la crisi, la domanda di yacht, macchine sportive, champagne,
giornielli non ha subito rallentamenti. Ma l’espansione dei consumi di lusso non è
sufficiente a far ripartire l’economia, la concentrazione del potere di
acquisto in poche mani è, dunque, inefficiente dal punto di vista economico.

Anche il problema della povertà non può essere risolto
da una ricchezza così mal distribuita: in Sudafrica, dove il tasso di crescita annuo
del Pil supera il 3%, un milione di persone verranno spinte sotto la soglia
della povertà nei prossimi 5 anni, a meno che il governo non prenda
provvedimenti.

Le società ineguali sono poco dinamiche perché
impediscono la mobilità sociale: se un bambino nasce povero in una società
ingiusta vivrà e morirà da povero. L’ascensore sociale scende verso il basso,
ma non riesce a salire. Il motivo: la qualità dei servizi pubblici peggiora,
mentre le eccellenze nella scuola, nella sanità, nella previdenza, vengono
riservate a chi le può pagare profumatamente.

Durante la «Grande depressione» il presidente Roosevelt
dichiarò: «L’uguaglianza politica che abbiamo conquistato diventa priva di
significato di fronte alla disuguaglianza economica». 

Nelle
società ineguali la democrazia risulta fortemente indebolita, perché la
politica si piega al volere della grande ricchezza: lobby ben oliate e
con potenti mezzi impediscono interventi a favore della ridistribuzione, come
la tassazione progressiva su redditi e patrimoni.

Dopo la seconda guerra mondiale, lo sviluppo economico
dell’Europa è andato avanti per tre decenni puntando sull’allargamento delle
opportunità e sulla creazione di società più inclusive. La stessa cosa è
avvenuta nelle «tigri asiatiche»: la Corea del Sud ha distribuito i benefici
della crescita ai propri cittadini, incrementandola ulteriormente, anche il
governo brasiliano negli ultimi quindici anni ha basato la propria crescita
inarrestabile sulla lotta alla povertà e sull’aumento del benessere della maggioranza
della popolazione.

Dunque le ricette non mancano, ma il primo passo – dice Oxfam
– per poter risolvere il problema è quello di riconoscerlo e consideralo una
priorità politica. Dovrebbe avvenire così anche in Italia che, tra i paesi
europei, è uno dei più diseguali.

Sabina Siniscalchi

Sabina Siniscalchi