Rivista Missioni Consolata – 120 anni

DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

Quale Cesare abbiamo scelto come nostro Dio?Rendete a Cesare (2)

«Un servitore non può servire
due padroni»  (Gv 19,15; Es 20,3)
Durante
la passione di Gesù, secondo la versione di Giovanni (cf Gv 18-19), gli stessi
che presentano la moneta con l’effige dell’imperatore si trovano davanti a una
scelta, come i loro antenati al tempo di Samuele: scegliere tra Dio e Cesare.
Consapevolmente e senza esitazione essi rinnegano Dio come re e riconoscono
Cesare come loro signore e padrone. Quando Pilato, in rappresentanza
dell’imperatore, li obbliga a scegliere, essi non hanno esitazione:

 

«13Se liberi costui, non sei amico di Cesare! Chiunque si fa re si
mette contro Cesare… 14Pilato disse ai Giudei: “Ecco il vostro re!”. 15Ma
quelli gridarono: “Via! Via! Crocifiggilo!”. Disse loro Pilato: “Metterò in
croce il vostro re?”. Risposero i capi dei sacerdoti: “Non abbiamo altro re che
Cesare”» (Gv 19,12.14-15).

 


Una questione antica

Nel secolo VI a.C., quando furono redatti i libri di Samuele, gli
antenati degli scribi e dei farisei, agirono allo stesso modo, rinnegarono Dio
come loro re e chiesero a Samuele un imperatore che li giudicasse: «Stabilisci
per noi un re che sia nostro giudice, come avviene per tutti i popoli» (1Sam
8,5). A Dio dispiacque questa richiesta perché «non si può servire due padroni»
(Lc 16,13). Con quella risposta, essi annullarono la specificità d’Israele che
fu scelto tra tutti i popoli, come «popolo di Dio»; essi invece vollero essere «come
avviene per tutti i popoli».

In forza della Scrittura e in nome della loro storia privilegiata,
storia di elezione e di alleanza sponsale, gli Ebrei dovrebbero farsi ammazzare
piuttosto che contaminarsi con l’immagine dell’imperatore, che pretende di
usurpare la regalità di Dio. Essi, al contrario, fanno una professione pubblica
di fede davanti a Cesare: «Non abbiamo altro re che Cesare», che è l’opposto
esatto del primo comandamento: «Non avrai altri dèi di fronte a me» (Es 20,3).
Ci troviamo in piena apostasia, allo stesso modo che nel deserto del Sinai,
quando gli Ebrei sostituirono il Dio di Mosè con un vitello d’oro fuso, che
invocarono come loro liberatore (Es 32,4.8).

Le parole dei suoi correligionari, per di più pronunciate davanti
al rappresentante del potere romano, che era potere di occupazione, devono
essere risuonate amare e scandalose nelle orecchie di Gesù. La questione era
talmente delicata che al tempo di Gesù, lo stesso procuratore romano, Pilato,
per non urtare la sensibilità degli Ebrei, la cui religione vietava le immagini
sacre, aveva fissato la propria residenza a Cesarea Marittima, cioè lontano dal
tempio, centro religioso della vita degli Ebrei. A Cesarea, egli può tenere le
insegne con le effigi dell’imperatore, ma quando andava a Gerusalemme evitava
di portarle con sé, per rispetto degli Ebrei, ma anche per paura di sommosse
popolari.

Il rappresentante dell’imperatore ha, per la religione ebraica,
quel rispetto che gli stessi membri del sinedrio dimostrano di non avere. Essi
sanno bene che portare le monete romane significa macchiarsi di contaminazione
e d’impurità, perché con le monete portano con sé l’effige di Cesare. Essi
usano il denaro di Cesare nei loro traffici e con questo si dichiarano sudditi
e schiavi, abdicando non solo dalla loro condizione di figli, ma anche dal loro
ruolo di guide del popolo. Se l’autorità stessa rinnega il Dio della creazione,
come può pretendere di guidare il popolo verso l’autorità di Dio? Gli stessi
che portano con sé l’immagine di Cesare, proibiscono ai Giudei di entrare nel
tempio con la moneta romana, proprio perché riproduce l’effige dell’imperatore
romano che si considerava e veniva considerato «divino», cioè figlio di Giove e
a lui bisognava prestare culto.

La questione è molto grave e lo si deduce anche da un altro fatto:
poiché il denaro romano portava l’effige dell’imperatore, non poteva essere
versato nel tesoro del tempio perché sarebbe stato un sacrilegio. Per ovviare a
ciò nel portico del tempio vi erano i cambiavalute, che scambiavano la moneta
romana con lo shèkel, la moneta ufficiale israeliana. È questo il motivo
per cui Gesù nel tempio scaccia i cambiavalute e i venditori con l’accusa di avere
trasformato la casa di preghiera di Dio in un covo di ladri (cf Gv 2,13-19):
essi per interesse trafficano l’«immagine di Cesare» nel tempio di Gerusalemme,
il trono della Gloria di Dio che aveva posto la sua «immagine» nella carne di
ogni uomo e donna, sacramento della sua presenza nella storia.

La moneta
romana, «sacramento imperiale»

Portando con sé e trafficando negli affari con la moneta
dell’imperatore, i capi dei sacerdoti, gli scribi e i farisei, cioè la
gerarchia religiosa nel suo complesso, dichiarano pubblicamente di avere
sostituito «l’immagine» di Dio (cf Gen 1,27), di cui erano custodi, con quella
mercantile del re pagano che, come un novello faraone, tiene sotto sequestro il
popolo eletto.

Per affermare la propria autorità, Roma aveva tolto al sinedrio il
diritto di comminare la morte (ius gladii) e, contemporaneamente,
custodiva le vesti solenni del sommo sacerdote, che erano consegnate ogni volta
che servivano. I due fatti erano il segno clamoroso e umiliante della
sottomissione totale, giuridica e religiosa. Doveva essere chiaro chi era «il
re d’Israele».

La conseguenza logica che si deduce dai testi e dai fatti è
semplice: i rappresentanti della religione ufficiale, i capi responsabili del
popolo, quelli che hanno in mano i mezzi di governo e anche dell’economia,
rinnegano Dio come loro Re e Signore. Essi si adeguano alle convenienze e
vogliono essere «come tutti gli altri popoli»: cioè schiavi di un dittatore che
li spreme come limoni, perché fa loro pagare le tasse per sé, per il senato e
concede anche, bontà sua, che paghino una tassa supplementare per il tempio.
Gesù aveva messo in guardia: «Coloro i quali sono considerati i governanti
delle nazioni [perché] dominano su di esse e i loro capi le opprimono» (Mc
10,41).

Senza rendersene conto, chi pone la domanda a Gesù se sia lecito
pagare le tasse, mette in evidenza una questione che riguarda la persona di Dio
e il rapporto che ogni Israelita ha con lui. Gesù, con la sua risposta, mette a
nudo il loro dramma e li richiama alla responsabilità della «teshuvàh
conversione».

Le parole
svelano le intenzioni del cuore

Tenendo conto di questo quadro, vediamo il testo. Alla luce di
questa panoramica contestuale che tiene conto di tutta la Scrittura, il
contesto immediato dei tre Sinottici, e particolarmente in Lc, è di complotto e
di tensione:

– Lc 20,19: «Gli scribi e i capi dei sacerdoti cercarono di
mettergli le mani addosso
, ma ebbero paura del popolo». È in atto una
macchinazione per perseguire un fine ingiusto.

– Lc 20,20: «Si misero a spiarlo e mandarono informatori,
che si fingessero persone giuste, per coglierlo in fallo nel parlare e poi
consegnarlo all’autorità e al potere del governatore». È evidente una
collusione/
complicità con il potere pagano e impuro, con l’obiettivo esplicito di servirsi
del potere pagano.

– Lc 20,25: «Egli disse: “Rendete dunque quello che è di
Cesare a Cesare e quello che è di Dio a Dio”». La risposta di Gesù,
tecnicamente, si configura come risposta ad hominem, cioè diretta. Egli
non fa un discorso generale sulle tasse, ma riprende, strettamente parlando, la
risposta da essi data: poiché l’immagine della moneta appartiene a Cesare, come
essi stessi ammettono, è un suo diritto, dice Gesù, averla indietro.

Se Gesù si fosse limitato a questa prima parte, tutto sarebbe
finito con un insegnamento esemplare e coerente: poiché voi vi servite del
denaro di Cesare che vi offre un servizio, è giusto che vi chieda un qualche
corrispettivo. Se volete contestare l’autorità di Cesare, non usate il suo
denaro, cioè siate voi stessi coerenti. La novità di Gesù sta nella seconda
parte della risposta, con la quale riprende quello che i suoi interlocutori
avevano omesso o dimenticato: Dio. Il testo greco dice alla lettera: 

«E pertanto, dunque/di conseguenza, restituite (una volta
per tutte) le cose di Cesare a Cesare e (= nello stesso tempo) le cose [che
sono] di Dio [restituite] a Dio – Ho de eîpen pròs autoús: Toìnuyn apòdote
ta Kàisaros Kàisari kài ta toû theoû t
ōi theōi».

Le parole hanno un senso oltre le apparenze

La parola «toínyn», in greco è una congiunzione
cornordinante consecutiva o conclusiva
(cf Blass-Debrunner §451,9) e per
questo traduciamo in modo da dare alla risposta un tono definitivo e
conclusivo. In questo modo, Gesù afferma che con la loro risposta sono essi
stessi a darsi la risposta. Gesù si limita a trarre la conclusione logica e
coerente di quanto affermato da loro. In altre parole, la risposta di Gesù non è
una sua conclusione, ma quella cui essi stessi obbligano con il loro agire e
con il loro pensare.

Per la restituzione (restituite), l’evangelista usa il tempo
imperativo aoristo
«apòdote» che indica un’azione compiuta in se
stessa, avulsa dal tempo. Non può avvenire a rate o a spizzichi perché non lascia
spazio per un tempo di riflessione. Deve essere un fatto unico,
conseguenza di una decisione e di una conversione radicale: «Restituite una
volta per tutte».

Infine, l’espressione «le cose di Cesare» ha il genitivo
di origine o di appartenenza
(Blass-Debrunner §162,9 e § 266, 5a): le cose
in generale, qui la moneta, che sono «già» proprietà di Cesare. In altre parole
Gesù dice che il possesso della moneta romana da parte dei Giudei è
illegittimo, per cui restituirla al proprietario significa restaurare l’ordine
della legittimità e della verità.

La questione non riguarda le tasse, come volevano gli scribi; Gesù
sposta la discussione sul possesso della moneta, da parte di chi professa una
religione che impone il divieto assoluto delle immagini della divinità. Questo
divieto è così grave che viene codificato addirittura nel comandamento (Es
20,3). Poiché l’imperatore si considera «dio», è grave che la sua moneta, la
sua «insegna», si trovi nelle mani di chi si appella al Dio di Mosè.

Si direbbe che l’autore usi la struttura della lingua greca per
affermare con più forza il senso del pensiero che vuole esprimere. È
straordinario come Gesù non si fermi mai alle apparenze, ma obblighi ad andare
al cuore della questione. I farisei e i capi dei sacerdoti pensavano di
metterlo in imbarazzo; invece, si ritrovano davanti a loro stessi, alla loro
superficialità o, ancora più grave, alla loro religione di finzione, perché
parlano in nome di Dio, ma ne disattendono i comandamenti.

Contesto prossimo: il
complotto

Non è sufficiente, però, tradurre le parole del vangelo, bisogna
anche collocarle nel contesto immediato e prossimo, se vogliamo afferrae il
senso profondo. È quello che facciamo, osservandolo da vicino.

Il capitolo 20 di Luca si apre con due polemiche fortissime:

– Lc 20,1-8: Gesù si oppone ai «capi dei sacerdoti e gli scribi
con gli anziani» (v. 1) che pretendono di limitare la sua autorità; Gesù li
mette all’angolo con una domanda trabocchetto: il Battesimo di Giovanni viene
da Dio o dagli uomini? Se rispondono che viene da Giovanni, corrono il
rischio che la folla si ribelli, perché Giovanni aveva la fama di profeta; se
rispondono
da Dio, si autornaccuserebbero perché non gli hanno creduto. Non
hanno più alibi. In questo modo Gesù raggiunge il suo obiettivo: li mette alle
strette e con le spalle al muro. Infatti, essi si rifiutano di rispondere perché
non possono.

– Lc 20,9-19: la parabola dei contadini omicidi obbliga gli
uditori a trarre le conclusioni, o come si dice, la morale. Infatti, gli
interessati capiscono subito: «Avevano capito che aveva detto quella parabola
contro di loro» (Mc 12,12). A questo punto, non si può andare tanto per il
sottile, perché uno che mette in difficoltà il sommo sacerdote, che costringe
all’angolo i membri del sinedrio, che contesta la loro autorità e mette in
dubbio la loro moralità di trafficanti con il denaro immondo, non può restare
libero. È un pericolo per l’istituzione religiosa che si sente screditata.
L’autorità non si può discutere, perché s’indebolisce e si delegittima.

I capi religiosi vogliono però umiliare Gesù a ogni costo; per
loro la questione delle tasse è strumentale, perché il loro vero obiettivo è il
complotto per mettere Gesù fuori gioco, in modo definitivo. Il clima da servizi
segreti con spie e travestimenti è descritto da Luca 20,20, in modo
impressionante e preciso: «Si misero a spiarlo e mandarono informatori,
che si fingessero persone giuste
, per coglierlo in fallo nel parlare e poi
consegnarlo all’autorità e al potere del governatore».

È il metodo del tranello e del fango, dell’inganno, della
manipolazione della verità e realtà. C’è lo spionaggio che significa una scelta
cosciente: pur di raggiungere il fine qualsiasi mezzo è lecito.
L’atteggiamento e la perversione dei capi religiosi ha fatto scuola nella
storia fino ai nostri giorni anche nella Chiesa. Un papa che si dimette, come
Benedetto XVI, perché non è stato in grado di fermare «individualismi e rivalità»
che hanno generato «le divisioni che deturpano la Chiesa», come egli stesso ha
ammesso (Omelia delle ceneri, 13 febbraio 2013, in San Pietro), mettono
in luce che, quando prende il sopravvento la religione d’interesse, gravi sono
le conseguenze sul piano della fede; possono arrivare anche a produrre le
dimissioni come ipotesi di soluzione del conflitto.

La risposta di Gesù: la coerenza nella verità

Gesù sventa il tranello e va alla radice della questione.
Chiedendo retoricamente di chi è l’«immagine», come se lui non lo
sapesse, sposta la riflessione sul problema radicale: quale autorità governa su
Israele? In altre parole, più esplicite: chi è il «Dio» di Israele? È il Dio di
Abramo, di Isacco, di Giacobbe e di Mosè, oppure è il «divino Cesare»,
imperatore di Roma?

Tutti, al tempo di Gesù sapevano che gli imperatori romani, come
qualsiasi altro potente, facevano imprimere la propria effige sulle monete di
metallo per due motivi di ordine pratico. In un tempo senza macchine
fotografiche e senza tv, un modo per farsi riconoscere era la divulgazione dei
lineamenti imperiali su tutto il regno. Il secondo motivo, più politico, era di
affermare la propria autorità sui propri sudditi, perché chiunque avesse usato
la moneta con l’effige, di fatto ne riconosceva la legittimità e quindi si
sottometteva alla sua autorità giuridica e fiscale.

I capi religiosi che avrebbero dovuto guidare il popolo, il cui re
è il Dio d’Israele (cf Sal 144/143,15), invece, riconoscono l’autorità di un
imperatore che non può godere di alcun diritto di governo su Israele. In questo
modo essi conducono il popolo nella schiavitù di un pagano e straniero,
usurpatore della legittimità di Dio. Essi sono responsabili della decadenza
religiosa e della devianza etica del loro popolo perché confondono Dio con
Cesare. 

(continua – 2)

Paolo Farinella