DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

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Cari Missionari – Aprile 2013

Lettere di p. Giano Benedetti dalla Costa d’Avorio, dove è ritornato da pochi mesi, e di Ivo Lazzaroni dalla RD del Congo, laico missionario della Consolata a Isiro presso il Centro Gajen.

Cari Lettori e Amici,

il mese scorso ho dovuto rubare una pagina in più per far
stare tutte le lettere, comprese le mie risposte, magari troppo lunghe.
Naturalmente, mentre scrivo queste righe verso fine febbraio, non ho ancora i
vostri commenti su quanto pubblicato. Così, visto che non ci sono vostre
lettere, mi permetto di dare spazio alla voce di due missionari. P. Giano
Benedetti, sessantenne quest’anno, che è ritornato in Costa d’Avorio dopo
lunghi anni dedicati prima a servizio dell’istituto come consigliere generale e
poi come direttore della casa per i missionari anziani e malati ad Alpignano.
Ricomincia a sessanta, altro che aspettare la pensione.

La seconda lettera è di un missionario laico in Congo RD,
Ivo Lazzaroni, bergamasco. Il suo scritto mi è arrivato a metà ottobre, troppo
tardi per quel mese e troppo lungo per i mesi a seguire. Ma è una testimonianza
viva, troppo bella per essere dimenticata. Ve la propongo nella sua freschezza.

Il Direttore
PREVIDENZA E PROVVIDENZA

Carissimi,
provo a scuotermi di dosso un po’ di pigrizia per comunicare qualcosa della
nostra vita da Grand Zattry. In Costa d’Avorio sono stato accolto come se fossi
un «vecchio lupo» di questa missione. A dire il vero, qui ho lavorato poco e
conosco pochissimo la realtà. Raccontandovi una piccola iniziativa dei mesi
scorsi, non so se, conoscendo poco, renderò l’idea a chi mi legge lontano da
qui.

Partendo dall’Italia, a fine settembre 2012, mi avevano
promesso in dono i regali di nozze di una coppia di «sposini» a me carissimi.
Cosa fare di quei soldi? Di comune intesa si era deciso di destinarli ai
ragazzi in difficoltà finanziarie che iniziavano il nuovo anno scolastico a
Grand Zattry, grosso villaggio della zona di Soubré, luogo della mia
destinazione.

Appena arrivato sul posto, ho informato del gesto di
solidarietà le comunità ecclesiali di base di Grand Zattry. Dopo avee parlato
al loro interno, hanno segnalato alcuni casi da aiutare perché conosciuti nei
loro rispettivi quartieri: ragazzi in età scolare, figli di cristiani e di
musulmani (qui la maggioranza della popolazione è musulmana). Sono molti gli
alunni che una volta iniziate le lezioni ne rimangono fuori dopo i primi
giorni. Basta molto poco: «I tuoi non hanno ancora pagato l’iscrizione», «non
hai la divisa richiesta», «non hai i libri di testo», «ti manca il kit per la
geometria, ti manca…». E, così, un buon gruppo di scolari viene allontanato
dalla scuola. Da queste parti l’economia familiare sovente è da sopravvivenza e
non arriva a coprire nemmeno le spese – irrisorie diremmo noi – della scuola.
E… per quest’anno «andrai a lavorare nei campi».

In breve, con 1200 euro, trentadue ragazzi delle elementari
e quattro del liceo hanno potuto riprendere i loro studi. Tra di essi anche tre
piccoli di un villaggio lontano dal centro di Grand Zattry i cui genitori da
anni non inviavano i figli alla scuola «di campagna» più vicina, perché, a
causa dell’isolamento, esige un supplemento di spesa.

Mi sembra che i ringraziamenti ricevuti da genitori e
scolari siano stati sinceri e a volte anche calorosi… per così poco. Nel caso
di quel villaggio isolato, il «grazie» forse ha cominciato a ridurre anche le
distanze che lo caratterizzano e a rendere possibile una comunicazione aperta
ad altre cornoperazioni. Vedremo.

Vi confesso che sono preso da tanti altri pensieri e
programmi perché mi sono ritrovato parroco di Grand Zattry ancor prima di
arrivarci… e non so se proporremo anche da qui le adozioni a distanza o altri
progetti, ma spero che nei mesi che verranno, in vista del prossimo anno
scolastico, si possa mettere da parte qualcosa di gratuito e di imprevisto,
secondo i formulari e i protocolli della Provvidenza… che non ne ha. Previdenza
e provvidenza le possiamo trovare ben integrate nell’azione divina, ma
difficili da coniugare, almeno per me. In situazioni di grave precarietà
economica, nell’attesa di soluzioni pianificate, lungimiranti o definitive, la
più spicciola e inattesa solidarietà ridà fiato e non emargina. Ho ancora nel
cuore tante situazioni familiari conosciute in Italia e persino nelle nostre
comunità: un po’ di «Fiato e di Vicinanza» non solo non fanno male ma possono
abbassare, purificare ambizioni e pretese, e innalzare, mettere meglio a fuoco
la passione verso gli altri. Che è quella di Dio. E grazie a chi ha donato!

P.
Giano Benedetti,
Grand Zattry,
Costa d’Avorio, 29/01/2013

IL MITO DEL MISSIONARIO

Autunno di circa quaranta anni fa, Cusio, Alta Val Brembana
nel bergamasco, prime giornate d’ottobre, anche primi giorni di scuola
elementare; paesaggio stupendo, boschi dipinti di mille colori, come nessun
pittore può realizzare, a specchio di un cielo azzurro e di cime montagnose
ancora per me, bambino, irraggiungibili, come era irraggiungibile e sconosciuto
il disegno che Dio aveva su di me, e su ognuno di noi.

Ecco entrare in aula la maestra, a spiegarci che il mese di
ottobre è anche il mese missionario, e un missionario verrà a visitarci. Un po’
stupiti, ci chiediamo, ma chi è il missionario? Parola ancora ignota al nostro
vocabolario dei primi anni di scuola elementare. A distanza di anni, l’unica
cosa che ricordo è un volto scottato dal sole con una barba bianca. Alcuni anni
dopo, essendo un po’ più grande, ecco di nuovo la visita di un missionario tra
noi. Stesso volto segnato dal sole e dalla vita, stessa barba, che ci incute un
certo rispetto per un uomo venuto da un mondo a noi sconosciuto e lontanissimo,
che con la sua fede salda e grande come certi baobab che si vedono in Africa, i
sui racconti dal sapore pionieristico e avventuroso, le fotografie in bianco e
nero che danno una sensazione magica, ci fanno sentire il calore e il desiderio
di partire per quei luoghi misteriosi e affascinanti.

E allora al domanda di alcuni anni prima, «ma chi è sto
missionario», per noi ragazzi delle medie trova una risposta: il missionario è
un mito. I vari miti dello sport, non hanno ancora fatto presa
nella nostra vita, ed il missionario resta l’unica persona fuori dal cerchio
famigliare, a cui ci si può avvicinare senza remore, sempre pronto
all’incontro, all’ascolto.

Da quei primissimi incontri con i missionari, di anni ne son
passati, di esperienze e di tratti di strada ne ho fatti, e siccome son
convinto che le situazioni non capitano per caso, eccomi ora in cammino su
questa strada missionaria, cercando di compiere il disegno che Dio aveva
concepito sulla mia culla.

Sono Lazzaroni Ivo, missionario laico della Consolata, da
cinque anni mi trovo a Isiro, nel Nord-Est della Repubblica Democratica del
Congo. Ogni giorno che passa capisco sempre più l’immenso dono che Dio mi ha
fatto di testimoniare il suo Amore in mezzo a questo popolo e soprattutto in
una congregazione missionaria con Maria Consolata come protettrice.

Collaboro con frère Domenico Bugatti (bresciano di
Lumezzane – nella foto grande) nella gestione del nostro centro
nutrizionale, Notre Dame del la Consolata (Gajen), con tutte le molteplici
attività caritative correlate.

Ci sono giornie e difficoltà che la vita e la missione ci
riserva, e così, la fervida immaginazione che avevo da ragazzino, ha lasciato
posto alla pura e dura realtà africana, con le sue magie, le sue paure, le
danze e sensazioni di vita danzata, che solo la missione vissuta con passione
può dare.

Africa culla dell’umanità, ma vittima di tante
contraddizioni. Terra dai mille sapori, dalle culture ricche di valori. Ma
spesso per rispettare la loro stessa cultura, nelle difficoltà della loro vita,
tengono le persone in forme di schiavitù, situazioni che per noi, non hanno
senso e logica. Molti sono gli aspetti di una cultura diversa dalla nostra, che
non riesco a comprendere, ad accettare. La stessa società è ancora in cerca di
se stessa, fa fatica aprirsi. Quante altre domande mi girano in testa. Allora
il mito del missionario barbuto di una trentina d’anni fa lascia il posto al
missionario adulto d’oggi, con i suoi perché, forse non tanto diversi dai tanti
perché dei missionari di ogni tempo.

Molte volte viene da chiedersi se servirà a qualche cosa la
nostra presenza , (sicuramente serve più a noi per farci crescere come uomini e
soprattutto come cristiani), dove il «bianco» non è sempre ben accetto se non
per i soldi che pensano possa avere, dove a volte sembra che diamo fastidio. Ho
l’impressione che apparentemente nulla cambi: ingiustizie all’ordine del
giorno, poveri sempre più poveri.

E così con questi perché in testa, mi ritrovo ogni mattino
sulle strade impantanate che portano al nostro centro nutrizionale Gajen.
Strade infangate che ci conducono alla prigione centrale d’Isiro, e rivoli di
fango che ci portano a visitare gli ammalati e a celebrare la messa il sabato o
la domenica nei vari ospedali, a incontrare gente nei vari quartieri.

Per Gesù la strada è sempre stata un luogo d’incontro, e
proprio qui incontriamo tanta gente, storie diverse, strade che si incrociano e
ci riconducono sempre al nostro centro nutrizionale. Qui ci aspettano bimbi
sempre pronti all’incontro col sorriso stampato sul volto, liberi da quei
pregiudizi, da quelle maschere che molte volte gli adulti si mettono, poveri
tra i più poveri, in cerca di un aiuto, di un conforto.

Vediamo molti bambini alla scuola matea, sono giorniosi e
pimpanti, ma vediamo anche i ragazzi di strada, i cosidetti enfant sorcier (bambini
stregoni). La loro infanzia è stata distrutta dalla follia legata alla
superstizione, vengono accusati dai loro familiari di esercitare poteri
occulti. Sono costretti a subire umiliazioni e violenze indicibili e buttati
fuori casa. Hanno dai due ai dodici anni.

Ci sono i disabili fisici e mentali, gli orfani dell’Aids e
soprattutto i bimbi malnutriti: sono un centinaio al giorno. è una pena vederli, sguardi spenti,
senza sorriso, esseri fragili, stretti da braccia ancora più fragili e
tremolanti, mamme malnutrite o giovani mamme vittime dell’Aids. E purtroppo, in
questo momento stiamo vivendo anche una situazione abbastanza critica e
drammatica, il virus dell’ebola è ricomparso, non si sa ancora come, il centro
colpito è proprio la cittadina d’Isiro, ma sicuramente fa paura, non esistono
farmaci o vaccini, e per l’80% è letale.

Ci son già state diverse morti, molti son in isolamento
all’ospedale generale d’Isiro (solo a gennaio 2013 le autorità sanitarie hanno
comunicato che l’emergenza ebola è finita, ndr).

La missione si capisce vivendola con amore. è sicuramente in questa vita vissuta
tra tutte queste miserie, che il mito del missionario si infrange e sorge
l’uomo missionario, con tutte le sue fragilità, le sue limitatezze e
l’impotenza di fronte alle necessità dell’uomo, ed è qui che entra in gioco la
nostra fede, la fede semplice dei forti, dove l’unico «Mito Eteo» da seguire
è Gesù Cristo.

Ed è lì, stringendo queste mani, intrecciando i loro
sguardi, vedendo i loro sorrisi, che le nostre mani si sostituiscono a quelle
della Vergine Consolata che tiene in braccio Gesù bambino.

Ed allora sì, capisco che la nostra è una presenza di
consolazione. Cercando di portar consolazione agli altri, si dimenticano anche
gravi problemi che ci circondano, donando con tutte le nostre fragilità e i
nostri limiti quell’amore che a loro è stato negato o che semplicemente non
hanno mai avuto. Cerchiamo di dare quella dignità negata, quella speranza che è
la tenera ala sostenitrice della nostra fede.

Ivo Lazzaroni,
Lmc,
da Isiro, RD Congo,
ottobre 2012

a cura del Direttore