Rivista Missioni Consolata – 120 anni

DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

Bartolomé De Las Casas

Bartolomé De Las Casas (1484 – 1566) una delle figure più
rappresentative dell’opera evangelizzatrice e di difesa degli indios del
continente scoperto (o conquistato?) da Cristoforo Colombo, ha accettato di
colloquiare con noi sulla sua vita avventurosa e suggestiva.

Da parte mia c’è un po’ di
soggezione di fronte a una persona così carismatica, ma allo stesso tempo sono
ansioso di porti alcune domande. Innanzitutto presentati ai nostri lettori.

Sono
nato a Siviglia nel 1484. Mio padre e mio zio avevano partecipato alla seconda
spedizione di Cristoforo Colombo nel 1493. Nel 1502, all’età di 18 anni, misi
piede per la prima volta in America, sull’isola di Hispaniola (l’attuale Santo
Domingo) al seguito del governatore Nicolás de Ovando. A partire dal 1505 mi fu
assegnato in encomienda un certo numero di indios che lavoravano per me
nelle miniere e nelle terre, facendo prosperare i miei affari.

Parli di «encomienda»: per noi del
XXI secolo è un termine non facile da capire fino in fondo. Di che cosa si
trattava?

L’encomienda
coloniale, che in italiano si può tradurre con «incarico», consisteva
nell’affidare a degli encomenderos, cioè a noi spagnoli, determinati
territori abitati da un gruppo di indigeni con lo scopo di rendere fruttuosa la
terra con le nuove tecniche agricole. Gli indigeni dovevano quindi lavorare
(gratis) per noi che avevamo l’obbligo di colonizzarli e cristianizzarli. L’encomienda
fu quindi una geniale istituzione che permise alla Corona di Spagna di
consolidare la colonizzazione dei nuovi territori, attraverso l’assoggettamento
fisico, morale e religioso delle popolazioni precolombiane.

Quindi il tuo andare nelle terre
appena scoperte non era legato a motivi prettamente religiosi come portare alla
fede gli indigeni e diffondere il Vangelo?

Niente
affatto. Partii per le Americhe con l’idea di far fortuna e rimpinguare il
patrimonio di famiglia, assottigliatosi per una serie di disavventure
familiari.

Cosa cambiò la tua visione di vita
dopo aver preso conoscienza della nuova realtà?

Durante
una messa celebrata sull’isola di Hispaniola nel dicembre 1511, il frate
domenicano Antonio Montesinos pronunciò un vibrante sermone in difesa della
vita e dei diritti degli indios. La sua omelia era il risultato della
riflessione e dell’impegno di una piccola comunità domenicana, presente da poco
tempo sull’isola; una comunità che si era lasciata interrogare dalla realtà
drammatica in cui viveva e che aveva trovato il coraggio di denunciare il
comportamento dei conquistadores. Ne rimasi affascinato e colpito!

Fu lì che ebbe inizio la tua
conversione?

Direi
proprio di sì! Anzi, dirò di più: il sermone di fra’ Montesinos, in quella
terra appena conquistata dagli spagnoli, ha avviato un processo importante che
ha attraversato i secoli. Da quel giorno nell’Ordine Domenicano è nata una
riflessione in cui la figura dell’indigeno veniva vista in maniera diversa, un
cambio di prospettiva che con il tempo creò addirittura le basi della
Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.

Che effetto fecero su di te quelle
parole?

Presi
coscienza che non potevo sfruttare gli indigeni, gente che fino a pochi anni
prima viveva libera sulla propria terra e che solo alcuni decenni dopo era
assoggettata al volere dei nuovi arrivati. Vedevo sempre più deperire gli
indigeni, ammalarsi e, quello che è peggio, perdere qualsiasi prospettiva per
il futuro con un minimo di speranza per la vita loro e per i loro figli. Toai
in Europa, entrai nell’Ordine dei Domenicani, dove nel 1507 venni ordinato
sacerdote di Cristo.

Però in Europa non sei rimasto a
lungo.

Dopo
alcuni anni ritornai nelle Americhe; in quel periodo viaggiai molto: Guatemala,
Nicaragua, Cuba, Santo Domingo, Puertorico, Messico, mettendomi al servizio dei
nativi e allo stesso tempo cercando di convincere i nuovi arrivati a trattare
questi esseri umani nello stesso modo in cui trattavano i loro simili. Ma il
mio modo di fare e quello dei miei confratelli cozzava contro la sete di
conquista e di potere che avevano gli avventurieri, approdati nel nuovo mondo
al solo scopo di far fortuna e arricchirsi.

Di fronte all’insensibilità dei
tuoi compatrioti quale linea di azione hai seguito?

Nell’ottobre
1515, insieme a fra’ Antonio de Montesinos, decidemmo di ritornare in Spagna
per informare la Corona sulle ingiustizie commesse contro gli indigeni e sulle
sofferenze che essi pativano.

Foste ricevuti dal re?

Certamente.
Lo ponemmo al corrente di quello che succedeva nelle sue colonie nel nuovo
mondo. Impressionato da quanto gli esponevamo, ci fissò una seconda udienza,
purtroppo il re morì qualche mese dopo. Tutto rischiava di finire in una bolla
di sapone.

Come vi siete comportati allora?

Decidemmo
di andare nelle Fiandre per parlare col principe Carlo, diventato l’imperatore
Carlo V. Prima però incontrammo a Madrid i cardinali Francisco Jiménez de
Cisneros e Adriaan Florenszoon Boeyens, il futuro papa Adriano VI, e li
mettemmo al corrente sulla realtà creatasi nelle colonie. L’imperatore emanò
uno scritto in cui ordinava di applicare agli indigeni gli stessi atteggiamenti
riservati agli spagnoli. Il cardinal Cisneros mi nominò addirittura «protettore
degli indios» e inviò una delegazione per verificare la situazione. Dopo tali
delibere tornai in America.

E che trovasti al tuo ritorno?

Purtroppo
la delegazione, venuta a controllare le condizioni degli indigeni, si lasciò
abbindolare dai conquistadores e ne assunsero le posizioni: giudicarono
gli indigeni persone di poco conto, da trattare poco meglio degli animali.
Indignato, tornai in Spagna per informare l’imperatore di come gli spagnoli
trattavano i nativi. Purtroppo anche in Spagna stava attecchendo l’idea assurda
che gli indigeni fossero esseri inferiori agli uomini bianchi.

Non ci posso credere!

Figurati,
che un intellettuale del tempo, tale Juan Gines de Sepúlveda, sosteneva
l’inferiorità degli indios e la necessità di sottometterli per evangelizzarli.
Egli definiva i nativi americani non come uomini ma come «humuncoli»,
cioè esseri di razza inferiore. Tuttavia, i pensatori domenicani in Europa e
nelle Americhe, l’Università di Salamanca non erano d’accordo e sostenevano che
i nativi americani fossero uomini come noi, con tutti i nostri stessi diritti.

Di fronte a tali idee, che
rischiavano di compromettere tutto il lavoro che portavate avanti, non
rimanesti con le mani in mano.

Carlo
V volle che la controversia fosse discussa a livello accademico tra Sepúlveda e
il sottoscritto. Io sostenevo che gli indios americani fossero uguali a noi,
mentre Sepúlveda sosteneva che essi non avevano la stessa dignità degli
europei. La disputa si tenne a Valladolid e durò diversi mesi senza esclusione
di colpi da una parte e dall’altra, ma alla fine la spuntai e quella che era la
dottrina tradizionale della Chiesa, del pieno rispetto e piena dignità di ogni
uomo, schiavo, pagano o cristiano che fosse, alla fine trionfò. Le idee di Sepúlveda
vennero condannate e gli scritti proibiti; ma il confronto ebbe il merito di
sollevare il problema dell’evangelizzazione dei nuovi popoli.

Qual era il punto più spinoso con
cui bisognava fare i conti?

Il
punto più controverso era quello di stabilire se era giusto usare la forza per
evangelizzare i nativi oppure – come sostenevo io – se bisognava rispettare la
loro coscienza e procedere nell’annuncio del Vangelo nel pieno rispetto della
dignità della persona.

Il tuo compito era concluso in
terra di Spagna?

Direi
di sì. La Corona promulgò degli editti in cui era fatto divieto ai conquistadores
di maltrattare e obbligare gli indios ai loro voleri. Purtroppo tali leggi
furono largamente disattese! E il prezzo di questa miopia la pagate ancora
oggi.

Le tue mosse successive quali
furono?

Con
questa vittoria, teologica per un verso e morale per un altro, feci ritorno nel
Nuovo Mondo, dopo essere stato consacrato vescovo, con ben quaranta missionari,
anche loro decisi a procedere con l’evangelizzazione nel rispetto più totale
delle persone.

Come ti accolsero al tuo ritorno?

Gli
spagnoli, in virtù dell’opera di convincimento a favore degli indigeni che
avevo fatto presso la Corona, mi ricevettero con freddezza e ostilità. Il
governatore non fu molto tenero nei miei confronti: fedele al principio «promoveatur
ut amoveatur
», mi assegnò una diocesi nel territorio di Ciudad Real, in una
zona del sud-est messicano, denominata Chiapas (oggi San Cristóbal de Las
Casas).

E come operasti nella nuova sede
in Chiapas?

Come
vescovo mi adoperai subito per visitare tutti i villaggi e feci in modo che i
nativi della zona fossero trattati con umanità e rispetto. Nei sinodi che si
tenevano in quel tempo cercai di portare avanti ciò che mi stava più a cuore:
il rispetto verso quelle creature il cui destino era stato particolarmente
ingrato.

Sei rimasto in America fino alla
fine dei tuoi giorni?

Dopo
alcuni decenni di apostolato in terra messicana, ammalato, vecchio e stanco, ma
con l’indomabile ardore di sempre, feci ritorno in Spagna dove completai la
scrittura di diverse opere, sempre in difesa degli indios, la più famosa delle
quali è: Brevissimo rapporto sulla distruzione delle Indie. E in Spagna
conclusi la mia vita terrena, conservando fino all’ultimo nel cuore l’affetto e
il rispetto sconfinato per i miei indios americani.

Don Mario Bandera
Direttore Missio Novara

Mario bandera