DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

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USARE I SALAFITI, UN GIOCO PERICOLOSO

Talal Khrais è un
giornalista italo-libanese. Che racconta il conflitto siriano partendo da una
prospettiva diversa da quella occidentale.

La situazione in Siria è
drammatica ormai da molto tempo. Che prospettive ci sono?

«Lo scenario è cambiato.
Ci sono forti dichiarazioni della Cina contro la guerra alla Siria. E anche
della Russia, che oggi è decisamente più forte di quando cadde il Muro, nel
1989. È un paese ricco il primo produttore di gas a livello internazionale -,
grande e con un popolo che sostiene il risveglio del nazionalismo. Allora,
perché dovrebbe lasciare fare all’Occidente ciò che vuole? Un Occidente in
caduta libera, oltretutto, ed esportatore di terrorismo islamico, in quanto,
dalla Guerra fredda in poi, gli Usa hanno utilizzato il fondamentalismo
islamico jihadista come strumento per indebolire o sconfiggere il nemico – si
ricordino al-Qaida e i taliban nell’Afghanistan occupato dalle truppe
sovietiche; e si pensi ai recenti casi di Libia e Siria, dove hanno operato o
operano attualmente “ribelli” locali, forze occidentali e jihadisti. In Siria
la presenza del terrorismo è nota. Hanno aperto le porte ai jihadisti
provenienti da tutte le parti. L’Occidente può essere accusato di aver alimentato
il terrorismo islamico che ha fatto morti ovunque».

La Siria e Israele, non solo Alture del Golan…

«Il grande problema
d’Israele è che nel 2006 è cambiata la situazione militare: Hezbollah ha
utilizzato sistemi di difesa e dissuasione. Il governo di Tel Aviv aveva due
giornielli: i merkawa (famosi carrarmati di produzione israeliana, ndr) e
l’aviazione. Ma essi servono se si hanno davanti sistemi potenti. Hezbollah ha
usato razzi anti-carro: qui è iniziata la crisi israeliana, di cui ha accusato
la Siria. Erano razzi modificati in Siria. Allora, molti leader di Hamas,
Hezbollah e militari siriani sono stati uccisi negli anni successivi.
L’interesse di Israele è di privare la Siria della sua potenza, ma il suo
arsenale bellico è ancora in piedi. Washington e Tel Aviv vogliono indebolire
il regime siriano, non farlo cadere. La sua caduta creerebbe il caos».

Che relazione vede tra i
fatti di Bengazi dell’11 settembre 2012, in cui è rimasto ucciso l’ambasciatore
Usa e altre persone dello staff consolare, e la situazione in Medio Oriente?

«A mio avviso,
l’attentato di Bengazi è stata una risposta al tentativo americano di ritirarsi
dal fronte siriano, in quanto la guerra s’è trasformata in jihadista e di
scontro con la Cina».

Regime o opposizione, chi
vincerà?

«L’opposizione non ha
testa e non ha un programma. Il regime è ancora molto popolare. L’opposizione
all’estero ha poche relazioni con quella intea. A combattere sul terreno sono
i jihadisti. Ci sono zone rurali arretrate, dove si sono introdotti i salafiti
attraverso la propaganda fondamentalista e l’assistenzialismo. Nelle città,
invece, il sostegno va all’esercito.

Le zone dove si muovono
le bande armate è il confine turco-siriano. Mafie libanesi e turche si occupano
del flusso di armi e uomini. Assicurano le partenze dei jihadisti dallo Yemen,
dalla Libia, dall’Afghanistan, ecc., e li fanno entrare insieme ai profughi».

I ribelli ammazzano e
compiono atti efferati, ma l’esercito regolare bombarda…

«L’esercito usa tattiche
di assedio, per far uscire la popolazione, poi bombarda per liberare le aree
dove ci sono le bande armate dei ribelli (rimane però alto il numero delle
vittime civili, ndr). La cosa più pericolosa è la presenza dei cecchini. La
caduta del regime significherebbe islamizzazione e persecuzioni dei cristiani e
delle minoranze. Tuttavia, per far cadere il regime siriano ci sarebbe voluta
una No-flyzone, che era ciò che avevano chiesto i ribelli, senza ottenerla.

Questa situazione di
conflitto può durare anni. I cristiani sono i maggiori difensori del governo
Assad. In Siria l’appartenenza alla nazione è molto forte, e i cristiani sono
la più antica comunità. Inoltre, la borghesia cristiana teme l’islamizzazione.
Purtroppo, si sta ripetendo lo stesso scenario dell’Afghanistan: anche lì, come
detto prima, l’Occidente usò i salafiti.

Quella volta fu contro
l’Urss. Ora contro altri. Ma i salafiti sono un giocattolo pericoloso: prendono
il controllo e sfuggono di mano».

Parliamo di un altro
possibile  teatro di guerra occidentale-qatariota-saudita: l’Iran. Quale scenario
intravede nel caso di un attacco?

«Da tempo Israele
minaccia seriamente di attaccare l’Iran. Tali minacce sono accompagnate da una
politica arrogante da parte dell’Occidente. Malgrado non esista alcuna prova
della produzione nucleare iraniana, gli Usa stanno portando avanti una
strategia che si riflette negativamente sulla vita del Paese. L’Iran non ha mai
mosso le proprie truppe fuori, né è andata ad occupare altri territori né
attaccherà Israele, ma nel caso questo colpisse l’Iran si aprirebbero le porte
dell’inferno. Perché oggi la supremazia non è più l’aeronautica, ma la parte
missilistica. L’Iran lancerebbe migliaia di missili come reazione contro
Israele, e contro le basi Usa se questi dovessero collaborare con lo Stato
sionista nel mondo arabo».

Quindi l’Europa, secondo
lei, non verrebbe colpita?

«Perché colpire l’Europa
se ci sono il Qatar, l’Arabia Saudita e la Turchia come basi americane?
L’Europa sarebbe toccata a livello economico: i prezzi della benzina e delle
assicurazioni salirebbero alle stelle.

Poi ci si chiede perché
l’Europa è così aggressiva con l’Iran che non ha le bombe atomiche e non fa
nulla contro Israele che ne ha tante. Nella guerra contro l’Iraq, gli iraniani
ebbero un milione di morti: altri di più verrebbero sacrificati contro Israele
e Usa, in caso di un conflitto. Israele è disposto ad avere tanti morti?». Come
vede l’attuale situazione egiziana, dopo la vittoria della Fratellanza
musulmana?

«C’è una contraddizione
forte nella leadership egiziana. Il presidente Mohammed Mursi deve fare i conti
con i Fratelli musulmani e con la base salafita all’interno della Fratellanza.
Da una parte, deve tenere in considerazione questa realtà, che è anti-Usa, e
dall’altra deve guardare a Russia, Cina e Iran, ma non può farlo senza
scontrarsi con i salafiti, per i quali quei tre paesi sono grandi nemici. Come
riuscirà, allora, a gestire i rapporti con gli Stati Uniti che, tra l’altro,
sono partner di Israele?».

SIRIA – scheda 1

LA GUERRA E LA
REALTÀ VIRTUALE

Haytham Manna, presidente
all’estero del Coordinamento per il cambiamento democratico (Cnccd, meglio noto
come «National Coordination Body», Ncb),

ha dichiarato: «La
rivolta siriana è da considerarsi come parte delle sollevazioni arabe. Con una
differenza rappresentata dal ruolo del paese come bastione delle resistenze
antimperialiste. Le posizioni del Cnccd sono incentrate sul “no” all’intervento
straniero nella crisi. Una posizione diametralmente opposta a quella assunta
invece dal Consiglio nazionale siriano (Cns) favorevole all’intervento».

Per Haytham Manna la
guerra civile è il frutto sia dell’intransigenza del regime sia dell’intervento
dei salafiti nel conflitto. L’8 agosto 2011, ha ricordato, ci fu il passaggio
dalla rivolta pacifica a quella violenta: il primo ingresso dei salafiti sulla
scena politica siriana. E fu un attacco alla posizione del Cnccd (quella dei
«tre no»: all’intervento straniero, alla guerra civile, al settarismo
religioso).

I salafiti dissero che i
«tre no» sostenevano il regime di Assad e dovevano essere sostituiti da tre sì:
all’intervento esterno, alla lotta armata, alla lotta contro le minoranze,
contro i «kuffār» (i miscredenti) e quindi guerra settaria e fitna. Ma la cosa
ancora più significativa è che ai tre sì si aggiungeva la volontà di
«riconciliazione» tra l’Islam e l’Occidente. Per i salafiti lo slogan era: «Il
sangue dei sunniti è uno». Si trattava di un gruppo minoritario, cui è stato
dato molto risalto dai media arabi del Golfo, e ciò ha favorito la loro
espansione nel mondo arabo.

Manna ha anche ricordato
il complesso mosaico siriano, costituito da 26 componenti religiose, nazionali
ed etniche e che oggi lo scontro è più un conflitto internazionale che interno,
visto il peso delle interferenze straniere. Egli ha denunciato il ruolo delle
emittenti del Golfo («al Jazeera» e «al Arabiya») nel presentare la rivolta
come esclusivamente sunnita.

Secondo Manna, nessuno
dei mezzi di informazione del Golfo parla di ciò che il Coordinamento fa per
aiutare il popolo siriano e del fatto che all’interno dell’opposizione ci sono
sunniti, alawiti, sciiti, cristiani, ismailiti. E ha ricordato che lui è il
presidente del Cnccd all’estero e che ha tre vice (uno curdo, uno sciita e un
druso), mentre nella direzione ci

sono tre cristiani.
Invece le emittenti del Golfo vogliono segnalare che la rivolta è soprattutto
sunnita, istigando la guerra settaria, omettendo di spiegare che sono
rappresentate tutte le etnie e le minoranze del paese. Questa propaganda, ha
sottolineato, favorisce la guerra e impedisce ogni tipo di soluzione politica
del conflitto, perché lo pone come settario.

«Abbiamo tre
rappresentazioni della Siria: virtuale (la Rete), formata da 200 persone che
fanno credere di guidare la rivolta; mediatica, media pro-governativi e
anti-governativi (del Golfo) che non danno un’immagine esatta della realtà; e
reale: la realtà vera e propria. Quando abbiamo lanciato una proposta di
cessate il fuoco, tutte le parti hanno rifiutato».

Per Manna la natura
fondamentale della rivolta non è di tipo confessionale: «Se le milizie salafite
fossero davvero così forti, come dicono, perché fanno arrivare combattenti
dall’esterno?». A suo avviso la percezione comune dei siriani è: o si riuscirà a
vivere insieme o si perirà tutti insieme. A questo proposito ha citato il caso
di Aleppo, dove la popolazione della città non ha accolto con favore né le
milizie né l’esercito di Assad.

«Bisogna distinguere tra
lo stato (al cui interno vi sono tante persone oneste) e il regime. Una
distinzione che non fanno i Fratelli musulmani, che rappresentano la
maggioranza del Cns. Un’incapacità di distinguere che deriva anche dal fatto
che i dirigenti della Fratellanza vivono tutti all’estero dopo la forte repressione
che li colpì negli anni ’80. La transizione dovrà implicare necessariamente una
qualche forma di continuità con lo stato, non con il regime. Estremisti ciechi
nell’opposizione stanno cercando di fermare ogni relazione con gli apparati
dello stato, cercano la distruzione. Sono loro che con le loro posizioni
estremiste fanno sprofondare la Siria in una guerra civile».

Secondo Manna, il
negoziato e il compromesso sono l’unica soluzione. Dialogo, dunque, con tutte
le forze, ad eccezione di quelle che rispondono a potenze estee alla Siria. •


SIRIA Scheda  2:

I CRISTIANI, MINACCIATI ESPULSI E UCCISI

Fino alla scoppio della
rivolta in Siria, le relazioni tra la storica minoranza cristiana circa il 10%
della popolazione e la comunità musulmana erano ottime, «esemplari» le definì
il Papa nel 2011. I cristiani occupavano posti importanti nella vita politica,
istituzionale, accademica, giuridica, culturale, ecc., del paese. Erano spesso
un «ponte», in molte città e villaggi, tra sunniti, sciiti, alawiti, drusi,
curdi, avendo buoni rapporti con tutti.

Attualmente, invece, i
cristiani sono minacciati, uccisi, espulsi. Da sempre protetti dalla famiglia
Assad, a partire dall’insurrezione violenta dell’opposizione al regime di
Damasco, essi hanno dovuto affrontare persecuzioni e massacri in quanto
ritenuti «sostenitori» di Bashar el-Assad, e per questo da eliminare o da sradicare.
A migliaia sono stati costretti a lasciare le proprie case per fuggire da
violenze e discriminazioni perpetrate da gruppi salafiti e qaedisti, presenti
nella variegata e frammentata opposizione sostenuta da Stati Uniti, Gran
Bretagna, Francia, Qatar e Arabia Saudita. Secondo l’agenzia del Vaticano,
«Fides», i ribelli assaltano e occupano chiese, distruggono case e fanno
pulizia etnica di tutti i cristiani dai territori da loro controllati.

Scrive Thierry Meyssan su
«Voltaire Net» (www.voltairenet.org): «La guerra contro la Siria, pianificata
da Stati Uniti, Francia e Regno Unito per metà novembre 2011, è stata bloc-

cata in extremis dai veti
di Russia e Cina, al Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Secondo Nicolas Sarkozy,
che aveva informato della questione il Patriarca maronita durante un burrascoso
incontro all’Eliseo il 5 settembre 2011, il piano prevede l’esclusione dei
cristiani mediorientali da parte delle potenze occidentali. In questo contesto,
in Europa ha preso il via una campagna mediatica che accusa i cristiani
d’Oriente di collusione con le dittature».

Secondo questa lettura
della crisi, l’Occidente avrebbe creato una contrapposizione politica e
religiosa tra la Cristianità occidentale (inserita in un contesto imperialista,
neo-liberista e anti-arabo) e la Cristianità orientale, vittima dei piani
neo-coloniali degli Stati Uniti, di Israele e delle petromonarchie del Golfo, e
dei loro ascari qaedisti e salafiti.

Il timore che la Siria
divenga un «secondo Iraq» per i cristiani, con chiese, abitazioni attaccate,
cittadini rapiti, ammazzati, violentati, e espulsi, è sempre più reale, grazie,
anche qui, alle gang criminali della galassia salafita-qaedista. Sono tre le
città siriane dove i cristiani hanno subito persecuzioni e pulizia etnica e sono
stati spinti all’esodo.

A QUSAYR  migliaia cristiani sono stati costretti ad
andarsene. L’area è controllata da gruppi sunniti salafiti che considerano
nemici i cristiani e altre minoranze, come sciiti e alawiti.

A HOMS, che ha sempre
ospitato una delle maggiori comunità cristiane siriane, ormai quasi tutti i
cristiani sono fuggiti: secondo diversi report giornalistici, le loro case sono
state assaltate e sequestrate da bande di «al-Qaeda»; molti sono stati uccisi.
Contemporaneamente, il governo ha bombardato la città, per liberarla dagli
insorti, provocando altri morti e altre fughe.

Ad ALEPPO e in altre
città, i cristiani sono stati oggetto di attacchi terroristici.

Scrive Franco Trad su
«al-Hiwar» (Il Dialogo) di maggio-giugno 2012: «La rivoluzione, nata pacifica
ed innocente, con richieste giuste e condivise, è stata in parte usurpata da
chi l’ha trasformata in rivolta armata che distrugge i beni del popolo siriano,
che fa pulizia etnica, che violenta le donne, uccide i bambini e sequestra le
persone per avere un riscatto». •

Angela Lano