Rivista Missioni Consolata – 120 anni

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Mukululu: Ricominciare, Sempre

 


Mukululu. Fratel Mukiri a quota 80: omaggio a un vecchio combattente che non molla mai.

(foto Gigi Anataloni e TWS)

La vecchia Land Rover arranca sui ripidi saliscendi della pista. Lasciato il campo base di Mukululu, ci dirigiamo nel cuore della foresta del Nyambene. L’autista, abbondanti capelli bianchi al vento, guida sicuro. Ogni tanto qualche parola per farmi notare un albero di canfora, una frana recente, un sentirnero che si perde nel verde, le tracce ingoiate dalla vegetazione di lavori iniziati quarant’anni fa. Il piccolo Raimondo, sul sedile posteriore, continua a parlare, sentendosi escluso dal gioco dei grandi.

La diga semivuota a marzo 2011

Arriviamo alla diga numero uno che tracima allegra. Un piccolo bacino quasi invisibile: acqua e foresta hanno lo stesso colore. Diga numero due, il laghetto si fonde col blu del cielo mentre una cascatella di schiuma bianca restituisce al torrente Ura l’acqua in sovrappiù. Ma per poco. Lasciata la strada, l’autista, bastone in mano, Raimondo che gli trotterella davanti e dietro, s’inerpica con passo lento ma sempre deciso su un sentirnero appena tracciato tra gli alberi. Poi la foresta finisce di colpo. Lavoro dell’uomo. Un ampio spazio è stato disboscato. Sullo sfondo, dove la valle si chiude come un imbuto, ci sono uomini al lavoro con picconi, pale e carriole. Una diga sta crescendo, anzi è a buon punto dopo un anno di lavoro. L’acqua si sta già raccogliendo nella parte più bassa del bacino. Grossi tubi la immettono nelle cistee di distribuzione dell’acquedotto di Tuuru. I lavori procedono spediti o quasi, a dispetto della mancanza di fondi e delle continue emergenze. Da una parte si scava, dall’altra s’innalza; qui si recupera l’argilla, là si compatta. Cordicelle, bastoncini e fili vari, tracciano un reticolo preciso per guidare i lavori. L’autista, che è il capomastro, ispeziona, controlla, rimbrotta, corregge, incoraggia. Mi ha portato a vedere il suo sogno, o parte di esso: un nuovo bacino in cui immagazzinare acqua a sufficienza per 250.000 persone, senza contare gli animali, per almeno un mese nel caso – probabilissimo – di una nuova siccità. Una diga a basso costo, essenziale, nell’attesa del grande sogno, la diga definitiva, capace di un milione di metri cubi, non solo 120.000 attuali, che risolverebbero per sempre la sfida di una vita.

La diga piena nel 2012, a gennaio

Era il 3 gennaio 2012. Ero ospite nella casa del «vecchio orso», amico carissimo dai miei primi anni di teologia, inizio anni Settanta. Fratel Giuseppe Argese, che gli amici chiamavano «ursus in silvis» (l’orso nella foresta), nonostante gli acciacchi, aveva voluto accompagnarmi personalmente a vedere il progresso della sua lunga battaglia per l’acqua, iniziata nel 1969 a Tuuru, nel Meru (Kenya), per il bene dei molti bambini poliomielitici. Non ho più scritto di quei giorni, perché il mio viaggio non si concluse come pianificato. Fu fratel Giuseppe stesso che dovette organizzare per me un avventuroso trasporto a un ospedale di Nairobi dopo che il 5 gennaio un infarto mi aveva atterrato sulla collina di Mekinduri. «Non lasciarmi anche tu», aveva detto mentre mi portavano via.

Scrivo ora, queste poche righe perché molte cose sono successe da allora. Mi aiuto con i messaggi flash di fratel Giuseppe.

«Da settembre 2010 razioniamo l’acqua. Le piogge (son) fallite. Sono sei mesi che mi angoscia questo problema. Sto preparando un terzo invaso nella foresta dalla capacità di 120.000 m3, anche se non so dove e come avere i soldi, ma la Divina Provvidenza ha sempre provveduto» (28/02/2011). Più di una volta in nostro Mukiri (il silenzioso) ha dovuto mandare il laconico messaggio: «Ho bisogno di soldi per pagare gli operai e il materiale della diga» (04/03/2012). «Ogni volta che andavo in foresta, (a) vedere la diga 2 vuota (a causa della siccità), mi sentivo stringere il cuore» (02/03/2012), aveva appena scritto. Da qui nasceva l’urgenza di catturare più acqua possibile durante le abbondanti piogge e accelerare i lavori. «Grazie a tutti gli amici. Tutto il 2011 (è stato) sotto pressione e angoscia, (costretto) a fermare tutto! (per mancanza di fondi). Abbiamo ancora bisogno del vostro aiuto, stiamo completando la diga» (05/04/2012).

I lavori sono andati avanti, ma non finiti. Mukiri ha dovuto fermarsi, e non solo per mancanza di quid. Non ce la faceva più, le gambe non reggevano, la salute traballava, gli anni si facevano sentire. È rimasto bloccato a Nairobi per oltre un mese, per rimettersi in sesto.

La distruzione della predan n. 3 a ottobre 2013

Il 13 ottobre 2012 ho ricevuto da Mukululu un file zippato, «Dam 3 disaster» (il disastro della diga 3). Poche foto di uno squarcio enorme: il bacino vuoto, l’acqua andata. Fratel Giuseppe era ancora a Nairobi. Mi è venuto un groppo alla gola. Solo due settimane dopo, finalmente una email dal fratello. «Vedi disastro diga 3. (Nella) notte 12/10/2012 dalle ore 7pm alle ore 3am (sono caduti) 178 millimetri di pioggia, volume in m3: 934.500 (nell’intero bacino). Sono tornato a Mukululu domenica 21 ottobre, sto benino anche se ho problemi di gamba destra. Intestino (: l’) operazione (ha) rimosso 7 polipi, (mi si è) riaperta ulcera duodeno, (ho) perso molto sangue, sono molto debole e giallo, pieno di guai. … Uniti nella preghiera, siamo nelle mani della Divina Provvidenza, poteva andare peggio. Non ci sono vittime, solo danni (là) dove il volume d’acqua è passato» (25/10/2012).

Due anni di lavoro spazzati via in una notte. Un terribile colpo basso anche per lui, vecchia guardia che non si arrende mai.

Alla mia risposta che balbettava incoraggiamento, scriveva: «Carissimo Gigi, grazie amicizia, ormai sono quasi solo a combattere. Non preoccuparti» (03/11/2012). Si era già messo in moto per ricominciare. Un milione di metri cubi di pioggia che ti scappano sotto il naso in una notte… ci deve essere il modo di domarli.

Il 10 novembre scorso è stato il suo compleanno: 80 anni. Non so se c’era voglia di far festa quel giorno a Mukululu. Immagino che se han tagliato una torta, la fetta più grossa sia andata al piccolo Raimondo. Ero là quando celebrò i 75, che coincisero anche con i suoi 50 anni di Africa. C’erano molti amici quel giorno. Oggi il vecchio orso della foresta è più solo. Forse quel giorno ha passato diverse ore nella quiete silenziosa della nuova bellissima chiesa costruita con pazienza certosina. L’impresa che lo vede lottare da mezzo secolo lo sta consumando. Ma non demorde. Lo spinge un’indistruttibile fiducia nella Divina Provvidenza. Quella stessa fede che tanti anni fa gli fece dire sì al vescovo che gli chiedeva acqua per i piccoli poliomielitici di Tuuru nonostante non avesse la minima idea di dove trovarla e con essa i soldi necessari. E il grande amore per la gente del Nyambene, la sua gente, con cui ha condiviso giornie e dolori, fatiche e speranze, fallimenti e grandi risultati realizzando insieme, colpo di machete dopo colpo, zappata dopo zappata, badilata dopo badilata, scarriolata dopo scarriolata un’opera titanica di grande impatto umano e ambientale che ha cambiato la vita di un’intera regione.

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Gigi Anataloni

Nota:

Rimando a MC settembre 2010, pp. 17-23 e MC febbraio 2008, pp. 10-15 per una documentazione più ampia su fratel Argese e il progetto dell’acquedotto di Tuuru. Cerca «Argese» in questo stesso sito.

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