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Occidente proibito

Nigeria: tra le braccia di Boko Haram

Nascono come reazione alla miseria e all’oppressione. Combattono la corruzione nell’islam. Subiscono violente repressioni. Diventano un feroce gruppo jihadista che compie attentati suicidi contro i cristiani. È la storia di Boko Haram, legata al Nord povero della Nigeria, collegata con l’integralismo internazionale.

La Nigeria, paese più popoloso dell’Africa con 160 milioni di abitanti (sarà terzo al mondo nel 2050), primo produttore africano di petrolio. Da circa un anno fa di nuovo notizia a causa dei numerosi attentati suicidi contro cristiani e chiese. Tutti gli attacchi hanno la stessa matrice e sono rivendicati dal gruppo Boko Haram. «Boko» ovvero l’insegnamento occidentale, «Haram», proibito, in lingua haussa. Definito setta, movimento islamico o gruppo terrorista, Boko Haram ha origini e cause ben precise. Non è il primo movimento islamico nella storia della Nigeria, né il primo che utilizza la violenza. La sua peculiarità, però è quella degli attentati suicidi.
Il Nord del paese è popolato in prevalenza da haussa e fulani, in maggioranza musulmani. Il Sud da ibo e yoruba, in prevalenza cristiani. Ma è il Sud che detiene le maggiori ricchezze, e gli enormi giacimenti di petrolio.
Boko Haram nasce intorno al 2002 a Maiduguri, capitale dello stato del Boo, nel Nord-Est della Nigeria. Stato tra i più poveri, dove il livello di scolarizzazione è il più basso di tutta la federazione (21% nel 2010). Confina con Niger, Ciad e Camerun.
«I discepoli del Profeta per la propagazione dell’islam e la guerra santa», come preferiscono farsi chiamare, sono un movimento religioso che ha come guida spirituale Mohammed Yusuf. Molti proseliti sono analfabeti, e mendicanti (talibé) delle scuole coraniche.
«Inizialmente gli obiettivi della setta sono essenzialmente due – racconta il ricercatore francese Marc-Antornine Pérouse de Montclos -. Il primo è fare in modo che l’applicazione della sharia sia estesa al livello penale. Questo sarebbe possibile con una Repubblica islamica. Il secondo obiettivo è di giustizia sociale: lottare contro la corruzione imperante tra i governanti dello stato del Boo». Si ricorda che la legge islamica è oggi applicata in 12 stati del Nord, ma solo a livello di codice civile.
Nei target dei Boko Haram non c’erano affatto i cristiani, ma lo stesso sistema musulmano da riformare e rendere più rigoroso e integro. «I testi dottrinali di Yusuf non fanno in alcun caso cenno allo sterminio dei cristiani» continua lo studioso. La jihad (guerra santa) vi compare, ma nella sua accezione spirituale.
Le origini e la repressione
Disagio sociale, emarginazione, élite politiche corrotte e occidentalizzate sono dunque all’origine della setta. Nel 2003 iniziano i primi scontri con le forze di sicurezza del Boo, esercito e polizia. In questa fase Boko Haram è un movimento di insurrezione armata. Sono ben conosciuti e Yusuf è più volte arrestato e rilasciato. Non vengono attaccate strutture cristiane.
«Il punto di non ritorno si ha nel 2009 – continua Pérouse de Montclos -. Il governo del Boo e quello federale organizzano una feroce repressione nei confronti della setta. Yusuf viene catturato e giustiziato senza processo. I quadri di Boko Haram fuggono all’estero: Niger, Ciad, Camerun. Solo ora il movimento diventa clandestino».
Alcuni dirigenti in esilio entrano così in contatto con il movimento della jihad internazionale, con Al Qaeda. Assorbono parte dell’«Al Qaeda pensiero». La guerra santa assume connotazioni simili a quelle wahabite: bisogna cacciare i cristiani dalla terra dell’islam. Nel 2010 iniziano infatti gli attacchi alle chiese cristiane a Jos, città nel centro del paese, e altrove. I militanti si riorganizzano, ma gli obiettivi sono cambiati. Si stima che da allora siano 1.400 i morti nel Nord e Centro del paese causati da Boko Haram.
Anche il metodo di lotta cambia: dalla guerriglia con poche armi si passa al terrorismo degli attentati suicidi, che ormai contraddistinguono la setta.
Il salto di qualità è segnato dall’attentato alla sede Onu di Abuja, la capitale federale, il 26 agosto del 2011, in cui muoiono 25 persone. Gli obiettivi diventano anche inteazionali. Nel contesto in cui nasce questo movimento le pratiche dell’islam sono molto sincretiche con culti africani, ad esempio certi militanti portano amuleti, fatto insolito per l’islam. Inoltre c’è il culto dei santi delle confrateite Sufi. Tutte pratiche estranee ai wahabiti di Al Qaeda.
«Boko Haram e Al Qaeda hanno dunque un’impostazione di fondo diversa. Sono due gruppi salafisti, entrambi rivendicano lo stesso pensiero fondamentalista, l’applicazione integralista dell’islam, ma con sono molte differenze. Per questo non penso che Boko Haram proclamerà un’affiliazione ad Al Qaeda, come hanno fatto gli algerini del Gspc o i tribunali islamici somali (vedi articoli di questo dossier, ndr). La genesi della setta è molto diversa, le ideologie e le pratiche pure» conclude l’esperto.
Sono probabili convergenze tattiche tra i vari movimenti in Africa dell’Ovest. Boko Haram con Aqmi o Ansar Dine in Mali, allo scopo di procurarsi armi, formare artificieri e terroristi.
C’è anche il caso di Mamman Nur, nigeriano, che fa parte di una fazione estrema di Boko Haram. È accusato di aver organizzato l’attentato contro l’Onu. Lui ha dichiarato di essere stato formato dagli shabaab in Somalia, ma di averlo fatto a titolo personale.
I contatti tra Aqmi (Al Qaeda nel Maghreb islamico) e Boko Haram quindi ci sono, ma non è dimostrata una strategia comune.
«Boko Haram ha scambi commerciali con Aqmi – rivela un’altra fonte nel vicino Niger, che chiede l’anonimato -. Aqmi manda soldi tramite corrieri che viaggiano con autobus di linea e portano anche 25-30.000 euro per volta. Boko Haram ha pure mandato della gente in formazione. Perché loro per adesso sono abbastanza disorganizzati come struttura». Boko Haram non ha mai fatto attentati in Niger, paese con il quale la Nigeria condivide una frontiera di oltre 1.500 chilometri. «Quando fanno un attacco in Nigeria poi scappano in Niger per nascondersi» continua la fonte.
«Da quanto ne so non esiste nessuna base solida, di addestramento, di Boko Haram nei paesi vicini. Ci sono piccoli gruppi che circolano. Questo è successo fin dai primi anni, grazie alla porosità delle frontiere. Ma i paesi confinanti non hanno interesse ad appoggiare un gruppo islamista. Così Boko Haram deve tenere un profilo basso per non perdere i nascondigli», rincalza Pérouse de Montclos.
Base sociale e fondi
La base sociale di Boko Haram è inizialmente più ristretta di quella attuale, nello stato del Boo. Poi si allarga a causa delle violente repressioni contro la popolazione delle forze di sicurezza. «C’è una sorta di omertà tra la gente, perché la setta è vista come un tentativo di resistenza ai soprusi del governo corrotto» racconta Pérouse de Montclos. Fino al 2009 si finanziano con donazioni di fedeli, in particolare grossi commercianti. Ricevono anche soldi anche dal governo: al momento delle elezioni del 2003 il governo «acquista» voti di Boko Haram. Poi fa business, come acquisto e vendita di auto usate. In questo periodo non ci sono finanziamenti estei.
Dal 2009 tutto cambia. I finanziamenti governativi pre-elettorali non esistono più. Le donazioni dei fedeli, pur continuando, sono limitate. Il filone storico inizia a finanziarsi con attacchi alle banche. Si auto giustificano col fatto che l’usura è «haram» (proibita), ma in realtà è per far cassa.
È una prova che il movimento non è finanziato da Aqmi. Ma attenzione: ci sono dei dissidenti in seno alla setta, che fondano la loro corrente, come nel caso di Mamman Nur. Questi sono finanziati dall’estero, anche da Al Qaeda con i soldi dei riscatti.
Una strategia islamica?
L’Africa dell’Ovest, area storicamente «tranquilla» rispetto ad altre regioni geopolitiche del continente, si vede oggi stretta tra gruppi islamisti provenienti dal Nord (che oggi controllano il Nord del Mali e circolano in tutta la fascia saheliana) e la setta Boko Haram dal Sud. Marc-Antornine Pérouse de Montclos non vede però possibile un’alleanza strategica in nome della jihad: «Non abbiamo prove di strategia di estensione del movimento al di fuori della Nigeria. Ci sono nigeriani pronti a vendersi e a combattere sui diversi fronti, ma che siano militanti di Boko Haram o che ci sia dietro una strategia globale, dovrebbe essere dimostrato. Non ci sono prove».
Secondo il ricercatore ci sono tre scenari per il futuro. Una parte di Boko Haram diventa un gruppo terrorista professionale. Questo si vedrebbe se facessero un salto di qualità, come un attacco nel Sud cristiano della Nigeria.
Un’altra alternativa è che la setta si trasformi in un vero movimento di guerriglia, con basi nei paesi confinanti, che però, ricordiamo, non hanno interessi a finanziarli. È uno scenario assai difficile.
Oppure, cosa che Pérouse de Montclos ritiene più probabile, il movimento si spegne da solo. Questo può succedere con gli anni, sia perché i militanti si disperdono, sia perché si mette in atto un’azione del governo per un processo di assimilazione (membri di Boko Haram accedono a cariche di potere), come è stato fatto con i gruppi guerriglieri del delta del Niger. Il governo ha dichiarato a fine agosto di essere in trattativa in modo «indiretto» con gli islamisti. «Spinto dai cristiani integralisti e dall’opposizione, il presidente Goodluck Jonhatan, anche lui cristiano che non conosce affatto il Nord, ha difficoltà a mandare avanti i negoziati. Sarà un processo lento. Ma tutto potrebbe cambiare dopo le prossime elezioni, nel 2015».

Marco Bello

Marco Bello