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La bomba libica

Libia: caos post Gheddafi

Il paese è diviso, non c’è stato di diritto. Nella confusione i gruppi estremisti si rafforzano. Inoltre la Libia è patria di diversi leader di Al Qaeda e da tempo sono attive cellule salafite, che ora tornano a colpire. Qualcuno teorizza una (improbabile) alleanza con gli ex gheddafiani per rovesciare il governo.

È molto difficile dire se l’assalto all’ambasciata statunitense del 12 settembre rappresenti il primo passo sull’orlo dell’abisso del paese. L’uccisione a Bengasi di quattro funzionari statunitensi, compreso l’ambasciatore Chris Stevens, è certamente un evento inaspettato nella drammaticità, nelle proporzioni che la minaccia terroristica comporta, e nelle conseguenze politiche.
Nel marzo 2011, un anno e mezzo fa, una piazza traboccante e festante di giovani bengasini accoglieva la troupe della Cnn e la osannava con cori a suo favore. Bengasi e i rivoltosi entravano nel corso della storia dopo 42 anni di oblio. Erano al centro della Primavera araba ed esultavano per l’attenzione che su di loro poneva il network americano.
L’allora inviato statunitense Chris Stevens si era prodigato per stabilire contatti e legami con i ribelli e poi aveva incoraggiato il proprio paese a supportarli. La sua azione diplomatica in Libia gli era valsa la nomina di ambasciatore a Tripoli all’inizio dell’anno: il 22 maggio era stato accreditato.
Polveriera
Pensare alla sua uccisione per mano di libici sembra oggi incomprensibile per una mente razionale. Eppure ciò si può spiegare solamente con un fatto: la Libia è un paese diviso e senza alcuno stato di diritto, un paese in cui gruppi di facinorosi, in circostanze ancora da chiarire, possono comportare una seria minaccia. La sicurezza è in mano a bande che vengono «tollerate» dall’autorità centrale, talvolta blandite, talvolta onorate nel tentativo (fallito) di integrarle all’interno di un esercito nazionale. Alcune di queste bande hanno chiari orientamenti estremisti. E nell’instabilità l’estremismo prolifera. Improbabile che questa azione costituisca una diretta vendetta dell’uccisione di Abu Yahya al-Libi, numero due di Al Qaeda.
Sul fronte dell’islam radicale c’è chi ricorda la lunga tradizione della jihad in Cirenaica. È importante però non invertire il nesso di causa-effetto: l’islamismo radicale in Libia è stato alimentato soprattutto dall’oppressione del regime. Per buona parte dei libici, l’unico modo di dissentire da Gheddafi era quello di aderire o appoggiare Al Qaeda. I libici sono stati per anni il secondo maggior gruppo, dopo i sauditi, a combattere sui fronti iracheno e afghano. Sono in particolare città come Dea, in Cirenaica, ad aver alimentato il fronte qaedista. Per esempio, Abu Yahya al-Libi, era appunto libico ed è stato ucciso da un attacco di droni americani a inizio giugno 2012. Abu Yahya al-Libi, nato nel 1963, era considerato dagli Stati Uniti l’uomo più importante dopo Ayman al-Zawahiri, che dalla morte di Osama bin Laden guida l’organizzazione terroristica. Al-Libi non è stato mai descritto come un grande combattente, ma piuttosto come un ottimo organizzatore e propagandista. Si dice che al-Libi abbia cominciato la sua carriera terroristica negli anni Novanta, quando vive in Afghanistan. Nel 2002 è stato arrestato dalle forze americane a Bagram, ma dopo soli 3 anni è riuscito a fuggire facendo perdere le sue tracce. Alcuni «allievi» di Abu Yahya al-Libi sono attivi in Libia anche oggi. Sufian bin Qumu, per esempio, che ha lavorato anche a contatto con Osama bin Laden, prima di essere catturato dagli americani e detenuto a Guantanamo per sei anni, guida una milizia nella zona di Dea che sfoggia la bandiera nera di Al Qaeda ed è stata accusata di violenze. Qumu ha apertamente dichiarato che non intende deporre le armi finché in Libia non sarà instaurato un governo di tipo islamico-talebano. Sempre a Dea e in Cirenaica sono attive formazioni salafite, come il gruppo Ansar al-Sharia, che si rifiutano di riconoscere la legittimità dell’autorità centrale. Bisognerà indagare le responsabilità dell’attacco all’interno di questi gruppi. I primi arresti sembrano accreditare questa pista.
Segnali
Le avvisaglie di un atto simile c’erano tutte, anche se non di tale tragicità e rilevanza.
Le elezioni di luglio, che hanno avuto un buon esito, hanno fatto probabilmente abbassare la guardia. I problemi, tuttavia, rimanevano tutti. Il mese di agosto lo aveva chiaramente dimostrato: attacchi di gruppi salafiti agli «eretici» sufi, con la distruzione di diversi santuari; altri attentati a istituzioni libiche addebitati, forse troppo frettolosamente, a ex gheddafiani.
Questi, foraggiati probabilmente dall’estero tramite membri della famiglia del Rais, rappresentano una minaccia alla stabilità del paese e un ostacolo verso una piena pacificazione. Le loro rappresaglie hanno già avuto conseguenze politiche. Proprio a causa della recrudescenza delle violenze nel paese, il ministro dell’Inteo libico, Fawzi Abdelali, aveva presentato a fine agosto le sue dimissioni, per protestare contro le critiche all’inefficacia delle misure di sicurezza, ma poi si era detto impossibilitato nel risolvere la questione.
Seppur teoricamente improbabile, fonti di intelligence accreditano uno scenario alquanto preoccupante che vedrebbe una convergenza tattica dei salafiti con gruppi di ex gheddafiani nel nome della lotta all’attuale transizione politica. Le risorse e le amicizie inteazionali della famiglia Gheddafi non vanno sottovalutate, in particolare i legami che ancora può vantare Saadi Gheddafi, il figlio ex calciatore di Muammar, ora in Niger.
Se il paese rimanesse così instabile, anche l’influenza islamica radicale, guidata dagli elementi più pericolosi, si potrebbe rafforzare ancora. Gli attentati di maggio e giugno 2012 ai danni della Croce Rossa e dei consolati britannico e statunitense a Bengasi costituivano un chiaro avvertimento che è stato sottovalutato. L’uso di azioni terroristiche da parte dei gruppi radicali sta decisamente aumentando sia per quantità che per qualità. In un mix sempre più pericoloso di terrorismo, immigrazione illegale e traffico di droga e armi (20.000 missili portatili antiaerei sarebbero ancora nelle mani delle milizie), derivante dal fallimento del controllo delle frontiere, potrebbero trovare terreno fertile le organizzazioni criminali e terroristiche. Difficile pensare che l’azione di assalto al consolato Usa non sia stata premeditata e che la motivazione non sia pretestuosa.
Occidente mordi e fuggi
Una vasta coalizione internazionale ha abbattuto il regime di Gheddafi e poi ha fatto finta che i libici potessero farcela da soli. Gli Stati Uniti si sono mantenuti defilati. Sembrava una strategia vincente, ma ora per Obama il «leading from behind» (dirigere dalle retrovie, ndr) potrebbe diventare molto difficile da difendere dagli attacchi dei repubblicani.
Senza rievocare la crisi degli ostaggi all’ambasciata americana di Teheran che mise in ginocchio l’amministrazione Carter, questa vicenda sarà certamente rilevante per la campagna elettorale. Obama ha prontamente reagito con la decisione di rimpatriare il personale americano e di inviare un primo contingente di 50 marines specializzati nell’antiterrorismo ai quali, secondo una fonte del Pentagono, potrebbero seguire fino a 200 militari in tutto, e di un probabile utilizzo non dichiarato di droni contro i gruppi legati al terrorismo internazionale.
Se vi erano dubbi sulla capacità della Libia di risolvere da sé i propri problemi e incamminarsi da sola sulla strada della democrazia e della riappacificazione, questi eventi li alimentano. Lo stesso giorno dell’assalto all’ambasciata, in questa cupa atmosfera, il parlamento libico ha nominato Mustafa A.G. Abushagur, ex vice primo ministro del governo provvisorio, nuovo primo ministro. Il parlamento lo ha preferito di misura a Mahmud Jibril, che ha guidato l’alleanza di partiti con maggiori consensi alle elezioni di luglio. Abushagur, storico oppositore di Gheddafi, a lungo in esilio negli Usa, ha raccolto consensi trasversali. Toccherà a lui prendere in mano il paese, ma senza un forte aiuto della comunità internazionale si prospettano tempi difficili.

Arturo Varvelli

Arturo Varvelli