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C’erano una volta due Mali

Mali: Al Qaeda, i Tuareg e gli altri

Un paese conficcato nel Sahara, dove il territorio è incontrollabile. I tuareg del deserto si ribellano (per la quarta volta in 50 anni) e dichiarano l’indipendenza. Intanto un colpo di stato sconvolge il Sud (dopo 2 decenni di regime democratico). E nel Nord i gruppi integralisti islamici prendono il controllo, a scapito dei tuareg. La confusione regna nei due Mali.

È l’alba del 17 gennaio 2012. Il Movimento nazionale di liberazione dell’Azawad (Mnla) lancia il suo primo attacco nel Nord del Mali. È l’inizio della ribellione armata che toglierà il controllo di una vasta regione (822.000 km quadrati di deserto) al governo centrale di Bamako. Controllo che già molto tempo prima era debole e circoscritto alle tre città capoluogo: Gao, Kidal e Timbuctu (Tombouctou). L’Mnla dichiara l’indipendenza dell’Azawad il 5 aprile. È questo il nome tuareg della regione, sulla quale però, ben presto perderà il potere. Ma la storia non inizia qui, e gli attori sono molteplici.
Un contesto intricato
La regione sahariana in Mali, come in Niger, è stata teatro di periodiche ribellioni tuareg (popolazioni nomadi che si estendono anche in Mauritania, Algeria, Libia, Ciad). In particolare nel 1963, 1990 e infine 2006. Ribellioni che hanno visto l’appoggio e poi la mediazione, delle potenze regionali, l’Algeria e la Libia di Gheddafi, e post coloniali, la Francia. I tuareg rivendicano da sempre il loro diverso modo di vita (rispetto agli stanziali del Sud), e un differente concetto di «nazione». La loro lotta è contro lo stato centrale (gestito da altre etnie) per una propria autodeterminazione, e con il potere sono scesi a patti (nei successivi trattati di pace), ottenendo concessioni sulla carta, spesso disattese. Molti tuareg, inoltre, hanno ingrossato per anni le file delle milizie speciali di Gheddafi, e poi combattuto al suo fianco fino alla disfatta finale, a opera delle forze Nato.
Il Nord del Mali è popolato anche da altre etnie, in particolare: peulh, songhai e arabi e vede da decenni la presenza di molti attori armati. Dall’Algeria degli anni Novanta, martoriata dalla guerra civile, gruppi di combattenti islamici integralisti del Gia (Gruppi islamici armati) si sono costituiti nel Gspc (Gruppo salafista per la predicazione e il combattimento) che ha iniziato a installarsi nell’estremo Nord del Mali nel 2003 (vedi MC dicembre 2010). In questa regione le frontiere tra gli stati non esistono, siamo in pieno deserto del Sahara. In particolare, l’importante gruppo salafita di Mockhtar Belmokhtar (potente emiro dei Gia), si basa nella regione di Timbuctu. Il Gspc inaugura in quello stesso anno la stagione dei rapimenti degli occidentali, a scopo di riscatto. Pratica che diventa ben presto un lucroso giro di affari. Esiste una stima (algerina) che calcola in 50 milioni di euro i proventi dei riscatti pagati da paesi occidentali dal 2003 alla fine del 2010.
È nel 2007 che il Gspc dichiara ufficialmente la sua affiliazione all’universo Al Qaeda, prendendo il nome di Aqmi (Al Qaeda nel Maghreb islamico). Allo stesso tempo Gspc prima (e Aqmi dopo) tesse relazioni sociali con popolazione e capi tradizionali e inizia a prendere parte nei fiorenti traffici transfrontalieri di cocaina, armi, e persone, già esistenti.
Gli algerini di Aqmi portano con sé anche l’ideologia di Al Qaeda: la visione radicale dell’islam wahabita e salafita, la jihad (guerra santa) per l’imposizione della sharia (legge islamica) a tutta la popolazione.
«Già alcuni anni fa – racconta un cornoperante di stanza in Mali – il governatore di Gao aveva richiamato alcuni imam, avendo constatato che nelle loro moschee le persone si fermavano a dormire. Si era verificato l’arrivo di predicatori dall’Afghanistan, i quali tenevano ai fedeli dei veri e propri corsi di islam radicale».
Negli stessi anni, le regioni del Nord sono il territorio di caccia di bande armate e milizie di ogni tipo che si alimentano dei traffici trans sahariani. Gruppi questi tollerati, e talvolta addirittura appoggiati dal governo centrale di Bamako, del presidente Amadou Toumani Touré (detto Att, presidente dal 2002 al 2012), allo scopo di esercitare un certo «controllo a distanza» su zone troppo lontane dalla capitale. Ma questa non è che una parte delle responsabilità del governo centrale sull’attuale situazione maliana.
La svolta
La crisi libica, iniziata nel febbraio 2011, e la sconfitta del Muammar Gheddafi, grande manovratore di vicende sahariane, diventa l’occasione da non perdere.
I combattenti tuareg in forza all’esercito privato del rais (e si parla di truppa ma anche di graduati e strateghi), ripiegano sui paesi di origine: Mali, Niger. Un’enorme quantità di armi, governative e della Nato, entrano nel mercato africano, e non solo (vedi riquadro).
Il movimento tuareg fa un salto di qualità. Al Movimento nazionale dell’Azawad (Mna) di tipo politico per rivendicare diritti e cultura, fondato da giovani intellettuali nel 2010, si aggiungono i «ritornati», combattenti esperti di lungo corso. Nei mesi successivi all’uccisione di Gheddafi, diversi gruppi tuareg (legati a clan famigliari) si incontrano a più riprese nella zona di Zakak, in pieno deserto. È qui che si organizza la ribellione armata. Il governo centrale ne è al corrente e si tentano mediazioni. L’Mnla è ufficialmente costituito nell’ottobre 2011, e importanti leader delle passate ribellioni ne fanno parte. Non si tratta di un’organizzazione verticale, ma di una sorta di piattaforma di diverse organizzazioni delle comunità tuareg delle tre regioni del Nord del Mali (Gao, Timbuctu, Kidal). L’Mnla è laico, non si caratterizza per la religione e il suo programma politico si riassume con la secessione dell’Azawad dal Sud corrotto e neo colonialista (su modello del Sud Sudan che si è separato dal Nord).
Il movimento stabilisce il suo ufficio politico a Nouakchott, capitale della Mauritania, uno dei principali alleati regionali della Francia. Alcuni leader, come Mossa Ag Attaher risiedono a Parigi e da lì gestiscono relazioni e due siti Inteet (in arabo e francese) del movimento. La Francia vede l’utilità dei tuareg per la lotta anti terrorista nel Nord del Mali. Da qui le accuse di collusione, soprattutto da parte di Bamako. Secondo l’Inteational Crisis Group (vedi pag. 49), tuttavia, questo interesse non si è mai tradotto in appoggio logistico, perché i transalpini non vedono di buon occhio la secessione del paese.
dai sotterranei di Al Qaeda
Negli stessi mesi anche Aqmi non sta ferma. Grazie alle ingenti quantità di denaro ottenuto con i rapimenti e il traffico di cocaina, fa incetta di armi libiche e arruola nei suoi ranghi giovani fuggiti dalla Libia.
Il leader tuareg Iyad Ag Ghali, figura importante nei trattati di pace del 1991 e del 2008, ha un suo percorso religioso particolare. Originario di Kidal, di uno dei clan più nobili, gli Ifoghas, si avvicina all’ideologia salafita. Negli anni (e nei trattati di pace) ha sempre favorito il suo clan e la sua regione, piuttosto che l’Azawad. Già miliziano nella Legione verde di Gheddafi degli anni ‘80, è anche stato vice console del Mali in Arabia Saudita sotto Att. Fa suo il progetto islamico fondamentalista della jihad internazionale, e si trova in contrasto con l’islam tollerante degli altri tuareg.
In parte estromesso dalle consultazioni di Zakak, si presta comunque come alleato tattico alla ribellione, adoperando la sua milizia, Ansar Dine (i partigiani della religione). Affianca e appoggia i gruppi dell’Mnla nella conquista di Gao e Timbuctu. Ed è proprio in questa regione che inizia a stringere alleanze con l’Aqmi di Belmokhtar. Vi trova affinità ideologica e presenza di risorse.
I progetti di società promossi da Mnla e da Ansar Dine sono dunque nettamente distinti: la secessione e uno stato laico gli uni, l’integrità territoriale e l’applicazione della sharia per tutti, gli altri.
In poche settimane i successi militari dell’Mnla, con Ansar Dine (e altri gruppi) sono rapidi e l’esercito di Bamako, viene cacciato dal Nord del paese. Le milizie pro governative (arabe e tuareg) sconfitte. Importante è la vittoria di Aguelhoc, seguita da esecuzioni extra giudiziali di decine di soldati maliani.
Crisi al Sud
A Bamako, a un mese dalle elezioni a cui Att non si sarebbe più candidato, il 22 marzo scorso il capitano Amadou Haya Sanogo, con un gruppo di militari di Kati (caserma alle porte di Bamako), porta a segno un colpo di stato che mette fine a vent’anni di percorso democratico del paese.
Il pretesto è proprio il lassismo con cui Att aveva gestito il Nord negli ultimi dieci anni. Ma i golpisti sembrano un po’ sprovveduti e la loro azione produce l’effetto di favorire l’avanzata dei ribelli fino alla citata proclamazione dell’indipendenza dell’Azawad.
Ansar Dine, forte dei successi militari e dell’alleanza con Aqmi (che porta ingenti fondi, quindi armi), si impone, anche con scontri armati, sugli altri tuareg, prendendo il controllo delle città ed estromettendo di fatto l’Mnla, troppo lontano dall’approccio jihadistico. Questo si ritira dapprima nelle periferie e infine nelle campagne. Oggi Ansar Dine controlla saldamente Timbuctu e Kidal con l’appoggio di Aqmi.
Gao è in mano al Movimento per l’unità della jihad in Africa dell’Ovest (Mujao). Gruppo dissidente di Aqmi, staccatosi per motivi di spartizioni di riscatti, che compare pubblicamente con il rapimento di Rossella Urru e due colleghe a Tindouf (Algeria), il 22 ottobre 2011. Testimonianze lo danno già costituito fin dal 2008. Pratica, oltre il sequestro, anche attentati suicidi e predilige obiettivi algerini. È il Mujao che rapisce sette diplomatici di Algeri del consolato di Gao, di cui uno è stato giustiziato a inizio settembre.
Nuova Somalia?
Le grandi città del Nord, e gran parte del suo territorio, sono quindi oggi in mano a gruppi fondamentalisti islamici. Questi impongono la loro interpretazione della sharia alla popolazione. Arrestano le donne senza il velo o in giro la sera, applicano l’amputazione ed esecuzioni per lapidazione senza processo, e la flagellazione di bevitori da alcol e fumatori. Si conta che 475.000 persone siano fuggite verso il Sud Mali e in paesi confinanti. In Niger e in Burkina Faso c’è infatti un’emergenza sfollati maliani, che si somma alla crisi alimentare acuta che ha toccato il Sahel negli ultimi mesi.
«Tutti gli uffici statali sono stati attaccati e saccheggiati, così come le sedi delle Ong – racconta un operatore di una Ong internazionale –. Le auto rubate dai miliziani. A Gao sono stati addirittura cacciati i malati dall’ospedale, per prendere loro i letti. Cose mai viste in Africa, dove le strutture mediche sono sempre state rispettate».
Un’altra fonte raggiunta lo scorso agosto racconta: «A Gao per le strade, si vede una forte presenza di uomini in armi di diverse nazionalità: maliani, algerini, egiziani, sudanesi, nigeriani, pachistani. In maggioranza sono con il Mujao, ma anche con altri gruppi terroristi come Aqmi e con i narcotrafficanti. Controllano tutto quello che si muove in città e nella regione. Ricordano alla gente che sono loro i nuovi padroni della zona e proprietari di tutti i beni dello stato maliano rimasti». Anche membri della setta nigeriana Boko Haram (vedi articolo pag. 44) sono stati visti a Gao. E continua: «Ci sono poi molti piccoli gruppi di banditi armati, che non obbediscono a nessuna parte in conflitto, ma che organizzano assalti sulle grandi strade di accesso». «La sicurezza personale rimane precaria. Anche se è tornata la calma dopo che i tuareg dell’Mnla sono stati cacciati dalle città dagli islamici armati. Questi assicurano il servizio di polizia locale e mettono progressivamente in atto la sharia. Le Ong hanno bisogno di un lascia passare per muoversi e può accadere che gli islamisti interferiscano con le loro attività, ad esempio vogliono indicare a chi distribuire il cibo». «Anche la preghiera del venerdì è cambiata – continua la fonte – adesso ha uno stile più asiatico».
A Gao si è passati da una popolazione di 120.000 persone a 25.000. Tutto il commercio è bloccato, i funzionari statali sono fuggiti a Bamako. Il sistema sanitario è collassato per la fuga degli operatori. Non c’è cibo perché non si è fatta la campagna agricola e c’è una mancanza quasi totale di liquidità di denaro. Nelle campagne e nei villaggi, la gente sta tornando al baratto.
Intanto a Bamako la situazione resta molto confusa. Dopo una negoziazione della Cedeao (Comunità economica degli stati dell’Africa dell’Ovest) e del Burkina Faso con la giunta, lo scorso aprile Sanogo si è messo ufficialmente da parte e ha restituito i poteri a organi di transizione. Dioncounda Traoré, presidente dell’Assemblea Nazionale (il parlamento) è diventato presidente di transizione, mentre si sono già succeduti due governi del primo ministro Cheick Modibo Diarra.
«Chi comanda, dietro le quinte, è sempre Sanogo» racconta un analista. «Quando, a inizio settembre, il presidente Traoré ha chiesto l’intervento militare della Cedeao per riconquistare il Nord agli islamici, subito Sanogo, che è un militare, ha dichiarato di non voler soldati stranieri in Mali, ma solo un appoggio logistico». La Cedeao, si appresta a intervenire con una forza di 3.300 uomini (Micema, Missione Cedeao in Mali) è in attesa, nel momento in cui si scrive, della risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che la autorizzi. La Francia, che appoggerebbe logisticamente, ha chiesto rapidità.

Marco Bello

Marco Bello