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Scomparsi due milioni di voti

Elezioni presidenziali e legislative insanguinate

Almeno 18 morti, oltre 100 feriti gravi, guerriglia urbana in capitale. Questo il terribile bilancio delle elezioni
nel paese più ricco di minerali dell’Africa. E Joseph Kabila, dopo 11 anni di regno incontrastato, è confermato presidente. Ma c’è chi parla di «colpo di stato elettorale».

All’alba del 2012 la Repubblica Democratica del Congo si trova con un «nuovo» presidente. Quel Joseph Kabila che aveva preso il potere il 26 gennaio del 2001, alla morte del padre Laurent Desiré, e non lo ha mai mollato.
Ma le elezioni di novembre scorso sono state tutt’altro che trasparenti e regolari. E per di più macchiate di sangue.

Antefatti
I primi segnali scoraggianti appaiono all’inizio del 2011, quando la coalizione di maggioranza modifica la Costituzione da pochi anni in vigore, optando per il tuo unico anziché il doppio tuo nelle presidenziali, con la motivazione del notevole risparmio economico. Evitare il ballottaggio ha di certo favorito il presidente uscente Joseph Kabila (eletto nel 2006 nelle prime elezioni democratiche dopo quarant’anni), forte del suo ruolo, degli appoggi istituzionali, del sostegno dell’esercito e soprattutto degli enormi mezzi finanziari dispiegati in campagna elettorale.
Altra mossa ben studiata, nei mesi prima del voto, è la gestione del cosiddetto enrôlement, la registrazione degli aventi diritto al voto: da più parti piovono denunce di persone a cui è stata negata la tessera elettorale, di altre cui è stato chiesto in cambio del denaro, di altre ammesse al voto pur senza possedee i requisiti. A giugno, la Fondazione Bill Clinton denuncia la registrazione di minori a Kinshasa, chiedendo alla Commissione elettorale nazionale indipendente (Ceni) – che gestisce tutto il processo elettorale – di riportare la legalità e anche di pagare regolarmente gli agenti deputati all’enrôlement. Così non è stato. Chi scrive è testimone diretta di alcuni di questi accadimenti nella provincia del Nord Kivu, in luglio: persone infuriate per non essersi potute registrare, altre perché all’atto dell’iscrizione erano stati chiesti loro dei soldi da funzionari della Ceni che non percepivano stipendio, altre ancora parlano di gente ammessa senza avere la nazionalità.
La tensione va rapidamente aumentando in tutto il paese, in particolare nella capitale.
Il 5 settembre, lo storico oppositore Etienne Tshisekedi annuncia ufficialmente la sua candidatura in rappresentanza di un’ampia coalizione di partiti. Ne seguono incidenti tra accoliti del suo partito, l’Udps (Unione per la democrazia e il progresso sociale), e quelli del partito presidenziale, il Pprd (Partito del popolo per la ricostruzione e la democrazia). Il giorno seguente la polizia disperde i manifestanti del Pprd che protestano, uccidendone uno e ferendone altri. Per una settimana, a Kinshasa, vengono vietate tutte le manifestazioni.
Nei giorni seguenti, arrivano le altre candidature alla presidenza, undici in totale: tra gli altri, Vital Kamerhe, ex presidente dell’Assemblea Nazionale (dimessosi per protesta contro l’operazione militare Umoja Wetu voluta da Kabila nel 2009 che aveva consentito alle truppe ruandesi l’ingresso nel paese); Kengo Wa Dondo, presidente del senato; Nzanga Mobutu, figlio dell’ex despota Mobuto Sese Seko.

Popolazione «lievitata»
Concluse a luglio le operazioni di enrôlement, inizia il controllo degli elenchi elettorali, con alcune sorprese, come l’aumento del 25% degli iscritti (superiore alla crescita demografica del Paese), concentrato in particolare nelle regioni favorevoli a Kabila. Negli stessi giorni, circola a Kinshasa un documento riservato della società belga Zetes, incaricata dal governo congolese del rilascio delle tessere elettorali biometriche (controllo dell’impronta digitale): il testo contiene i risultati della verifica effettuata sui doppioni presenti nei database dei votanti e certifica la presenza di un altissimo numero di persone registrate due volte: in particolare, oltre il 13% nella provincia del Bandundu (278.039 elettori), il 12% nell’Equateur. Numeri fortemente discordanti con quelli ufficiali foiti dalla Ceni, che parla di un totale di 119mila doppioni. Tra questi, i peggiori sono i cosiddetti «doppioni binari», ovvero persone con foto e impronte digitali identiche, ma dati anagrafici differenti. Secondo Zetes, ciò «porta a pensare che si tratti di una manipolazione effettuata direttamente nella banca dati del computer usato per l’iscrizione degli elettori»: una vera e propria frode. A seguito della fuga di notizie, la Zetes interviene sul quotidiano congolese Le Potentiel, che diffonde la notizia, asserendo che non è possibile manipolare il database informatico senza lasciare tracce evidenti: secondo loro, i doppioni sarebbero stati generati alla base, da persone che avrebbero chiesto due volte il documento o per errori di trascrizione del nome, o per cambiare una foto non gradita, o per godere dei vantaggi del possesso di due tessere elettorali.
Non da ultimo, con l’avvicinarsi della giornata del voto, emergono sempre più chiari anche i problemi logistici: la difficoltà di avere il materiale in tempo, dalle ue alle schede stampate, fino alla complicata distribuzione del tutto in un paese enorme e senza infrastrutture. Nel 2006, molto di questo lavoro era stato svolto dalla missione Onu in Congo, l’allora Monuc (che ha ora cambiato il nome in Monusco), con il notevole sostegno economico di molte realtà inteazionali, tra cui in primis l’Unione Europea: tutte istituzioni che stavolta si sono tenute un passo indietro, contribuendo il minimo necessario e restando il più possibile sotto tono.
E anche qui si sente puzzo di brogli: alcuni candidati del Bandundu, a inizio novembre, denunciano che nell’elenco delle sedi elettorali appena pubblicato dalla Ceni compaiono località inesistenti; da varie parti si levano proteste per la distribuzione dei seggi, come nei distretti dell’Ituri e dell’Haut Uélé, dove la soppressione di varie postazioni di voto penalizzerebbe in particolare la popolazione pigmea. Secondo la denuncia circostanziata di un candidato alle legislative del Kasai Orientale, altri seggi sarebbero localizzati addirittura dentro le abitazioni private di candidati, in particolare del Pprd di Kabila. Kinshasa non è da meno: qui molte persone non riuscirebbero a trovare il proprio seggio per errori nella cartografia e indirizzi errati o non aggioati; varie scuole disporrebbero di un numero di seggi molto inferiore a quello indicato. La Ceni si giustifica spiegando che nella maggior parte dei casi si tratta di seggi operativi nel 2006 in edifici scolastici che hanno poi cambiato destinazione d’uso e dispone l’invio di tende.
Tante e tali anomalie prestano il fianco a denunce dai toni accesi da parte dell’Udps, che parla di elezioni-farsa, già decise con un «colpo di stato elettorale» della Ceni e del partito al potere.

Campagna disastrosa
A ridosso del voto, ecco le irregolarità nella campagna elettorale, aperta ufficialmente il 28 ottobre: da subito, in varie località del paese si registrano scontri tra le varie fazioni e manifestazioni violente o represse in modo violento; i manifesti elettorali sono affissi un po’ ovunque, anche nei luoghi apertamente vietati.
Il 9 novembre a Vital Kamerhe viene violentemente impedito da un gruppo di giovani del Pprd di raggiungere la città di Kikwit, nel Bandundu. Lo stesso Etienne Tshisekedi è più volte bloccato nei suoi spostamenti, come quando le autorità gli negano l’autorizzazione all’atterraggio al rientro dal Sudafrica. Dal canto suo, Tshisekedi non brilla per correttezza istituzionale: il 6 novembre, durante un’intervista telefonica alla Radio Televisione Lisanga (Rltv) rilasciata proprio dal Sudafrica dov’è bloccato, dichiara senza mezzi termini: «La maggioranza di questo paese è con noi. Potete, quindi, considerarmi Presidente della Repubblica». Dopo aver lanciato al governo un ultimatum di 48 ore per liberare i suoi sostenitori arrestati durante le manifestazioni, aggiunge: «Alla scadenza dell’ultimatum, chiederò alla popolazione di attaccare le carceri e di liberarli e, come presidente, ordino alle guardie delle prigioni di non opporre loro resistenza». Dopo l’intervista, il governo interrompe il segnale di Rltv per otto giorni.
Le irregolarità non riguardano solo i candidati alle presidenziali. Alle legislative vengono ammesse candidature in violazione alle norme vigenti, ad esempio quelle di magistrati, membri del governo, responsabili della pubblica amministrazione senza che abbiano presentato le dimissioni dai precedenti incarichi, come richiesto dalla legge. Come se non bastasse, tanti di loro sarebbero ricorsi ai soldi pubblici per finanziare la propria campagna elettorale. Oltre venti ministri si danno alla propaganda, lasciando vacante il loro posto e giacenti montagne di pratiche: così, il ministro degli affari catastali assume una dozzina di interim, pur essendo lui stesso candidato.
Human Rights Watch intanto denuncia un ricorso massiccio a discorsi incitanti all’odio e alla discriminazione etnica, sia da parte dei candidati che dei loro fans, in particolare nell’Est del paese e nel Katanga. Il 9 novembre, il Comitato congiunto delle Nazioni Unite per i Diritti Umani deplora in un rapporto gli atti di violenza, le violazioni dei diritti umani e delle libertà fondamentali legate al voto. Oltre ai numerosi casi di intimidazioni verso i sostenitori dell’opposizione, si registrano minacce di morte contro i difensori dei diritti umani.
Un’altra denuncia circola da più parti nelle settimane immediatamente precedenti il voto: molta gente starebbe vendendo la propria tessera elettorale in cambio di soldi.

Scontri a Kinshasa
I giorni di fine campagna elettorale sono tesissimi. A Kinshasa, il 26 novembre, ultimo giorno prima del silenzio elettorale, sono previsti i comizi conclusivi dei tre principali candidati, Kabila, Tshisekedi e Kamerhe. I loro sostenitori si sono riuniti nei luoghi assegnati (molto vicini gli uni agli altri), dando il via a scontri tra fazioni, che provocano un morto e moltissimi feriti. Il governatore decide di annullare tutti i raduni previsti, «per preservare l’ordine e la pace sociale». A Tshisekedi, di ritorno dal Bas-Congo, viene negata l’autorizzazione ad atterrare a N’Ddjili, l’aeroporto principale di Kinshasa, dove è atteso dalla folla. Dirottato al piccolo aerodromo di N’Dolo. Di qui, incurante dei divieti, si dirige verso i suoi fans a N’Djili, attraversando la città in piedi su una vettura decapottabile, ma viene fermato dalla polizia e trattenuto fino allo scadere della mezzanotte, ora di chiusura della campagna elettorale. La mattina dopo, giorno di silenzio elettorale, Tshisekedi convoca ugualmente per il pomeriggio i suoi sostenitori per il comizio finale allo stadio. Ma gli unici presenti sono un gran numero di poliziotti in tenuta antisommossa.

Difficile voto
A due giorni dal voto, molti seggi non hanno ancora ricevuto il materiale elettorale, essendo molti aerei bloccati dal maltempo. Ciò ne provoca l’apertura tardiva, il 28 novembre.
Alla disorganizzazione e alla confusione si aggiungono, in alcune zone del paese, atti di violenza, il più grave dei quali a Lubumbashi, con tre morti; in alcune zone del Kasai, la popolazione è furiosa perché sulle schede manca il n. 11, proprio Tshisekedi: un «problema di stampa», secondo la Ceni. Da Bukavu, sud Kivu, arriva la denuncia che le frontiere col Rwanda son rimaste aperte fino alle 22 (con un massiccio afflusso di persone), mentre per legge andavano chiuse due giorni prima. In varie parti del paese, ci sono notizie di scatoloni colmi di schede già precompilate.
A causa del caos in alcune zone rimaste senza materiale elettorale, la Ceni decide di prolungare le operazioni di voto di un giorno, ma solo nei seggi dove si sono verificate carenze di materiale.
Tali ritardi sommati a mille altre difficoltà costringono a posticipare l’annuncio dei risultati delle presidenziali, previsto per il 6 dicembre. Nel frattempo avvengono fughe di notizie, risultati parziali non ufficiali e accuse da entrambe le parti. Il 2 dicembre, il ministro dell’interno sospende in tutto il paese e fino a nuovo ordine il servizio di sms «per evitare la diffusione di falsi risultati». Il blocco  verrà revocato solo il 28 dicembre (con la raccomandazione agli operatori telefonici di identificare tutti gli abbonati «per agevolare il governo nel prendere decisioni in materia di ordine pubblico»), costituendo un unicum mondiale denunciato da Reporters sans frontières.

Tre milioni di preferenze
I risultati provvisori completi, pubblicati dalla Ceni il 9 dicembre, non lasciano adito a dubbi: Joseph Kabila 48,95%, Tshisekedi 32,33%. Tre milioni di voti di differenza, 58,81% l’affluenza alle ue.
Tshisekedi reagisce immediatamente: «Abbiamo dei verbali elettorali in cui risulta che ho vinto io e di gran lunga. Ho ottenuto il 54% dei voti contro il 26% di Kabila. Perciò mi considero ormai come un presidente eletto della Repubblica Democratica del Congo. Vi ringrazio per la fiducia che mi avete sempre dimostrato e vi chiedo di mantenere la calma».
Il Congo si ritrova con due presidenti.
Il 16 dicembre, rispondendo al ricorso presentato da Vital Kamerhe, la Corte Suprema di Giustizia accoglie la forma, ma ne rigetta la sostanza, ratificando dunque il risultato del voto.
Il 20 dicembre, Joseph Kabila presta giuramento come presidente eletto: dei capi di stato invitati, è presente solo il discusso presidente Mugabe. Gli altri inviano primi ministri, ministri o ambasciatori.

Osservatori sconcertati
Le prime perplessità emergono da subito: la missione mista di osservazione Aeta (Agire per elezioni trasparenti e pacifiche) e Eurac (Rete Europea per l’Africa Centrale), già la sera del 28 novembre diffonde un comunicato stampa in cui, pur elogiando gli sforzi degli agenti elettorali, evidenzia i molti problemi riscontrati.
Ma è nei giorni successivi che si comincia a rendersi conto della misura (enorme) di brogli e irregolarità. Nel Katanga e nel Bandundu, due delle regioni filo-Kabiliste, i dati lasciano quanto meno perplessi: in Katanga risulta aver votato quasi il 70% degli aventi diritto, 11 punti sopra la media nazionale, e Kabila ha un 89% di preferenze, contro un misero 7% di Tshisekedi, 221mila voti. Cifre non credibili, secondo gli osservatori, poiché nella regione vivono almeno 800mila persone originarie del Kasai, notoriamente sostenitori di Tshisekedi.
Per contro, proprio nel feudo di «Tshi-Tshi», risultano aver votato poco più del 50% degli aventi diritto e il 16% dei verbali dei seggi sono introvabili. Lo stesso è avvenuto a Kinshasa, dove fortissima è l’opposizione a Kabila: quasi 2mila seggi (per 350mila voti) hanno «smarrito» i verbali.
Il primo dicembre, è la missione di osservazione dell’Ue a parlare di varie irregolarità, tra cui l’intercettazione di schede già compilate, ue non sigillate, voto di minori, segreto del voto non garantito. Il rapporto sostiene che le elezioni non siano state trasparenti a nessuno stadio del processo: evidenzia che molti dei risultati dei bureaux de vote resi pubblici la sera dello spoglio, affissi alle porte e consultati dagli osservatori europei sul campo – in particolare a Lubumbashi – non corrispondono a quelli in seguito pubblicati dalla Ceni; evidenzia poi come i témoins congolesi e gli osservatori inteazionali non abbiano avuto accesso al Centre National de traitement, dove venivano raccolti i dati che confluivano da tutto il paese. Quanto alla par condicio – si sottolinea nel testo -, la tv nazionale ha dedicato l’86% degli interventi a Kabila, l’8% a Kengo Wa Dondo, il 3% a Kamerhe e solo l’1% a Tshisekedi. Non solo: i risultati delle ue vanno per legge convalidati dalla Corte Suprema. Ma la missione Ue ne mette in discussione l’autorità, dopo che Kabila, in piena campagna elettorale, ne ha nominato 18 nuovi membri.
Il bilancio dei due giorni di voto stilato da Human Rights Watch è preoccupante: 18 morti – di cui 14 nella capitale – e un centinaio di feriti gravi, causati per la maggior parte dalla Guardia Repubblicana (ex guardia presidenziale).
Il 10 dicembre, è la volta del dossier del Centro Carter: la compilazione dei risultati del voto non è credibile. «In varie zone del Katanga si sono registrati tassi di partecipazione che vanno dal 99 al 100%, cosa impossibile, e tutti i voti, o quasi tutti, sono andati a Kabila». L’ente cita, ad esempio, il caso della circoscrizione di Malemba Nkulu in cui, con 493 seggi e un tasso di partecipazione del 99,46%, Kabila ha ottenuto il 100% dei voti.
Il numero più alto di osservatori sul terreno era però quello predisposto dalla Chiesa cattolica nazionale, che in vista del voto aveva formato 30mila persone. Ed è anche in base ai loro rilievi che il 12 dicembre, in una dichiarazione alla stampa, l’arcivescovo di Kinshasa Monsengwo ha affermato che i risultati pubblicati dalla Ceni «non sono conformi né alla verità, né alla giustizia».
A metà gennaio, dopo un’assemblea plenaria straordinaria, la Conferenza episcopale congolese (Cenco) ha diffuso un messaggio dal titolo «Il coraggio della verità», nel quale ribadisce che ciò che è accaduto è «inaccettabile. È un’onta per il nostro paese». E prosegue: «Riteniamo che il processo elettorale sia stato inficiato da gravi irregolarità che rimettono in questione la credibilità dei risultati pubblicati».

Libertà «condizionate»
Poco alla volta, anche le grandi potenze prendono coraggio, pronunciandosi in maniera ufficiale: il 14 dicembre, il Dipartimento di Stato americano parla di «gravi irregolarità»; dopo la convalida del voto da parte della Corte Suprema, l’Unione Europea manifesta preoccupazione, minacciando di rivedere il proprio sostegno alla Rdc, e il segretario di Stato Usa Hillary Clinton esprime «profonda delusione»; rammarico anche dal ministro degli esteri belga.
Il 28 dicembre, l’associazione Joualiste en danger denuncia 160 violazioni della libertà di stampa nel 2011, di cui la metà durante il periodo elettorale, concentrate tra ottobre e dicembre. Nel 2010, i casi erano stati la metà. Jed denuncia anche la «frenesia propagandistica» in cui molti dei media congolesi sono caduti nel periodo elettorale, in particolare quelli pubblici.
Ad alcuni casi clamorosi (sospensione di Radio France Inteational e Radio Veritas), che hanno sollevato proteste inteazionali, si sommano le tante intimidazioni e vessazioni alla stampa locale.
Di fronte alle contestazioni circostanziate e documentate, il presidente della Ceni, Daniel Ngoy Mulunda,  ammette candidamente: «Sì, 1.375.000 voti sono andati persi, è vero, ma siccome Joseph Kabila precede Etienne Tshisekedi di oltre 3 milioni di voti, ciò non cambia il risultato». Riguardo allo scarso tasso di partecipazione al voto nel Kasai, Mulunda spiega che la colpa è da attribuire agli attacchi ai seggi elettorali che si sono verificati il giorno del voto. D’altro canto, l’altissima partecipazione al voto nei territori favorevoli a Kabila si spiegherebbe, secondo lui, con la buona organizzazione dei sostenitori del presidente.

Giusy Baioni

Giusy Baioni