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Normalità cercasi

Elezioni legislative nel paese del cacao

Finalmente il rinnovo del parlamento. Scaduto da 5 anni. Ma i militanti di Gbagbo non ci stanno e boicottano lo scrutinio. Il legislativo risulta così monco, e rappresenta solo metà degli ivoriani. Reportage della nostra inviata.

Un anno fa la Costa d’Avorio era nel mezzo di una violenta guerra civile, scoppiata come crisi post elettorale ma con radici antiche di oltre un decennio e risultato di un travagliato percorso politico (vedi MC Febbraio 2011). Si parlava di Republique du Golf perché il presidente Alassane Ouattara, legittimamente eletto al secondo tuo delle elezioni presidenziali svoltesi il 28 novembre 2010, aveva trasformato l’Hotel Golf nel suo quartier generale. L’Hotel, in passato il più lussuoso di Abidjan, era protetto dalle forze militari delle Nazioni Unite e dai soldati francesi contro gli attacchi delle milizie pro Gbagbo, il Presidente uscente che, non accettando il verdetto delle ue, si era autoproclamato vincitore. La crisi è durata cinque mesi, durante i quali il paese è rimasto paralizzato; le vittime ufficiali sono state 3.000 e gli sfollati oltre 100.000; l’economia, già in stallo, ha sofferto danni incalcolabili, e gli ivoriani, non riescono a dimenticare l’incubo vissuto.

Violenza, odio, follia
Abullay, autista e residente di Abobo, uno dei quartieri popolari di Abidjan più coinvolti negli scontri, ci descrive le atrocità e l’orrore di quei mesi. «Mai in vita mia e in questo paese avevo osservato tanta violenza, tanto odio, tanta follia. E per quale motivo? Qualcuno me lo spieghi per favore, perché io non capisco». La voce di Abullay fa eco a quella di tanti altri ivoriani, di ogni classe, etnia, religione e in ogni angolo della Costa d’Avorio. L’orrore della guerra tra le milizie delle Forze Nuove (Fn), in difesa del presidente Ouattara, e l’esercito controllato dell’ex presidente Laurent Gbagbo, ha provocato uno shock che la gente non ha ancora superato, specie a distanza di un periodo così breve.
Oggi il problema sicurezza è tra i più sentiti e costituisce una priorità per il futuro governo del paese. Le armi distribuite durante la crisi non sono ancora state deposte e sono nelle mani dei civili che, non sapendo più a che fazione obbedire, si sono semplicemente trasformati in banditi, e attaccano camion carichi di cacao, rubano e spargono terrore. A livello di forze dell’ordine, quelli che prima erano chiamati ribelli ora costituiscono le Forze Repubblicane della Costa d’Avorio (Frci) e dovrebbero essere i garanti della sicurezza.  Polizia e Gendarmerie sono parzialmente inoperative per i danni subiti nella guerra e perché prive di armi, anche a causa dell’embargo ancora in vigore. Alcuni giovani soldati Frci ci spiegano che non ricevono un salario da mesi, vivono in hotel o edifici che avevano occupato nella loro discesa dal Nord e spesso si rivolgono alla popolazione locale per ricevere cibo, tabacco e denaro; in cambio, dicono, garantiscono la protezione. Il ministro Achi Patrik, deputato Pdci (Partito Democratico della Costa d’Avorio, guidato dall’ex presidente Henri Konan Bedié) eletto nella circoscrizione di Adzopè (Regione dell’Agneby) ammette la gravità del problema: «Ci sono oltre 26.000 militari, un tempo membri delle Forze Nuove e delle Forze di Difesa e Sicurezza (Fds), queste ultime fedeli a Gbagbo, che oggi devono essere reintegrati nella società. Nelle neonate Frci convivono con difficoltà i due gruppi armati (i membri delle ex Fn sono maggioritari), e spesso mancano di formazione, di inquadramento, di disciplina. Inoltre, la quantità di armi ancora in circolazione è elevatissima; la sicurezza resta una bomba pronta ad esplodere in ogni momento».

Armi e manipolazione
Il capo villaggio di Akoupè, zona Est del paese, cuore della resistenza di Gbagbo, risponde all’interrogativo di Abullay: «Il popolo della Costa d’Avorio è pacifico, ma quando entra in gioco la politica, tutto si trasforma. Fratelli, cugini che aderiscono a fazioni opposte diventano nemici, l’odio e l’irrazionalità prevalgono su ogni etica di fratellanza e solidarietà. Nella nostra regione la popolazione è principalmente contadina e in maggioranza analfabeta. I leader politici hanno manipolato questa gente per oltre dieci anni con argomenti di propaganda e promesse fasulle, come la possibilità di definire il prezzo del cacao, che in realtà dipende dal mercato internazionale. Le armi sono state distribuite e la miccia della rivalità etnica innescata».
L’11 dicembre 2011 gli ivoriani sono stati chiamati nuovamente alle ue, questa volta per eleggere 255 deputati dell’Assemblea Nazionale (il Parlamento unicamerale). Le ultime elezioni legislative si erano svolte nel 2000 e gli eletti avrebbero dovuto avere un mandato di cinque anni ma, a causa della duratura crisi politica, sono rimasti in carica per oltre dieci anni con una legittimità precaria e un’operatività limitata.
Le elezioni del 2011 sono definite di «uscita dalla crisi» e vengono convocate e organizzate in tutta fretta dal governo Ouattara. Il Fronte Popolare Ivoriano (Fpi), partito di Gbagbo, decide di non partecipare perché le condizioni richieste non vengono accolte: il Fpi richiede la liberazione dell’ex presidente e il rientro di tutti gli altri leader esiliati; lo scongelamento dei conti del partito e una ricomposizione più equilibrata della Commissione Elettorale Indipendente (Cei). Gbagbo è invece estradato e portato all’Aia, il 29 novembre, per comparire davanti alla Corte penale internazionale. Il sabotaggio elettorale del Fpi è tema di discussione costante: alcuni membri del partito decidono di candidarsi comunque sotto il titolo di Indipendenti ma la maggior parte dei fedeli di Gbagbo obbedisce alle istruzioni e si auto esclude dal processo elettorale. In varie zone del paese il partito, a poche ore dal voto, invia sms invitando a non andare a votare, e a elezioni concluse ne chiede l’annullamento, definendo tutto il processo una mascarade (mascherata).

Parlamento monocolore
Il prefetto di Affery è convinto che il Fpi stia commettendo un grave errore, di cui si pentirà. «I militanti dell’ex presidente non hanno capito che dovranno aspettare altri cinque anni per rientrare nell’Assemblea Nazionale; e in questo periodo non avranno voce, non ci sarà vera opposizione né contropotere a quello presidenziale».
Di parere opposto madame Goman, quadro storico Fpi: «Queste elezioni sono una vergogna e faranno indietreggiare il paese di dieci anni. Come è possibile che il nostro presidente, che nel primo tuo delle presidenziali ha ottenuto il 40% dei voti, sia trattato in questo modo, estradato e giudicato da quella comunità internazionale che ha sempre fatto gli interessi della Francia e non degli ivoriani?».
I preparativi delle elezioni legislative da parte della Cei si svolgono in modo abbastanza regolare, malgrado i dubbi sulla composizione altamente politicizzata della Commissione; la campagna elettorale ufficialmente dura una settimana ma ogni candidato aveva avviato una strategia pre-campagna «classica». Il direttore di campagna ministro Bictogo, eletto deputato nella circoscrizione di Agboville per il partito di Ouattara Rdr (Rassemblement des Républicains), ci spiega che la pre-campagna consiste nel porta a porta, ovvero nel visitare tutti i capi villaggio, le associazioni di giovani, di donne, di religiosi, per spiegare il programma del candidato. Inoltre, e questo non ci viene detto ma risulta chiaro dall’osservazione sul terreno, ogni candidato lascia doni tangibili della propria generosità. Sedie, teloni in plastica, kit scolastici, pompe idriche, derrate alimentari, biciclette, ma anche semplicemente soldi sotto forma di micro finanziamenti per i vari gruppi.
A campagna ufficialmente iniziata la corsa elettorale diventa estremamente visibile: i comizi variano di grandezza in base ai fondi del candidato e nella loro sontuosità includono performance di artisti, riti di autorità tradizionali, tanta musica e striscioni. In generale i discorsi ufficiali accennano in modo pacato a temi etnici e religiosi ma non incitano alla violenza, anzi, invitano alla riconciliazione e alla pace. Si distribuiscono t-shirt e si organizzano rumorose carovane di moto e auto cariche di gente che urla eccitata: la regola sembra dire che vince chi fa più rumore e chi fa più «regali». Alcuni candidati hanno pianificato tutto da tempo e con astuzia, come Nando Martin (eletto nella circoscrizione 01), che alcuni anni fa aveva fondato una Ong, e adesso durante la campagna utilizza i risultati dei suoi progetti di sviluppo per mettere in mostra quanto le priorità della popolazione gli stiano a cuore; addirittura, durante il giorno del voto, i suoi collaboratori, distribuiscono cibo agli scrutatori in tutti i seggi. 

Elezioni pacifiche
Le dichiarazioni delle varie missioni di osservazione elettorale, tra cui l’Unione Africana e il Carter Center, sono tutte dello stesso tono. Un voto pacifico e senza incidenti vistosi, ma con un’affluenza alle ue debole, un’educazione elettorale inesistente e alcuni vistosi casi di uso di risorse pubbliche da parte di candidati che ricoprono funzioni governative. Il tasso di partecipazione, a conteggi ultimati, è del 36% e non sembra così disastroso se si pensa che è di tre punti percentuali più elevato di quello delle elezioni del 2000. In Costa d’Avorio, così come in generale nella regione dell’Africa dell’Ovest, l’interesse della popolazione verso le elezioni legislative è ridotto rispetto a quelle presidenziali. Se si aggiunge al boicottaggio del Fpi il clima di terrore che ha regnato nel paese fino a pochi mesi fa, non stupisce che la gente non sia andata a votare in massa. I risultati finali, piuttosto prevedibili, assegnano la maggioranza di deputati al partito Rdr, seguito dal Pdci.
L’alto numero di ministri eletti, tra cui il primo ministro Guillaume Soro, leader delle Forze Nuove, fa riflettere; i deputati, infatti, possono godere dell’immunità parlamentare e rimanere «intoccabili» dai giudici ivoriani, malgrado siano stati responsabili di crimini durante la guerra. Inoltre, una volta eletti, sceglieranno comunque la carica ministeriale, lasciando la poltrona della deputazione ai loro supplenti, ma l’immunità resterà in vigore. Il tema della giustizia è un altro argomento delicato nell’attuale contesto ivoriano. Antornine, anziano leader di opinione, oggi membro di un comitato di saggi per la riconciliazione nel comune di Agboville, spiega: «Le atrocità sono state commesse da entrambe le parti rivali del conflitto. Uccisioni, stupri, violazioni dei diritti umani: tutti hanno le mani sporche di sangue. Perché solo i responsabili Fpi e Gbagbo devono essere giudicati e imprigionati? La giustizia dovrebbe essere universale, e invece, in Costa d’Avorio è la giustizia del vincitore che prevale. Il rischio è di produrre nuovi antagonismi, di andare avanti su ferite non chiuse, che bruciano, e che prima o poi, porteranno a nuova violenza». 
Il frettoloso trasferimento di Gbagbo alla Corte Penale Internazionale dell’Aia, dove sarà processato per crimini contro l’umanità, non è arrivato al momento giusto: è avvenuto, infatti, a due settimane dalle elezioni e pochi giorni dopo un incontro informale tra il procuratore capo Ocampo e Ouattara nella residenza privata dello stesso Ouattara a Parigi. Tale evento ha suscitato perplessità legittime e incrementato il senso di sfiducia di molti ivoriani verso la comunità internazionale.
Malgrado un processo elettorale pacifico e piuttosto trasparente, la strada per la riconciliazione e la pace in Costa d’Avorio è ancora in salita. Riprendendo le parole del saggio Antornine: «Bisogna perdonare. Bisogna sedersi insieme e parlare. Non bisogna condannare, non ora. La ripresa economica sarà il principale mezzo per ristabilire la normalità: la gente affamata e diseducata è il bersaglio più facile delle manipolazioni politiche. Ora è tempo di costruire scuole, di creare posti di lavoro, riavviare il commercio del cacao e di cercare di dimenticare la paura».

Ermina Martini

Ermina Martini