DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

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Nikolla racconta

storie esemplari di albanesi feriali

Nato a Liqenas, al confine con la Macedonia, il primo di sei figli, Nikolla Trojanov  vive con un fratello a Kombinat; una sorella è emigrata in America e un fratello in Grecia; gli altri due, una sorella e un fratello, sono rimasti nel loro villaggio, ma i loro figli sono migrati all’estero.

Dall’infanzia ho imparato che un uomo non si deve arrendere davanti alle difficoltà. Mio padre si è sposato all’età di 17 anni con mia madre Fanie; abitavano in case vicine: il padre di mia madre ha combinato il matrimonio, mentre il nonno paterno era l’unico contrario: lui non voleva quell’unione, ma alla fine accettò, convinto dagli altri, anche a causa della religione ortodossa alla quale appartenevano tutte e due le famiglie.
Da sposato, mio padre visse nella casa di mia madre, che era figlia unica. Mio nonno materno era molto bravo; per sopravvivere faceva di tutto, muratore, falegname, contadino e fabbricava perfino reti da pesca. Non si stancava mai e con il suo lavoro manteneva tutti noi.
Voglio raccontare la storia di quando ci è morto un bue. Fu una tragedia! I buoi a quell’epoca erano la principale ricchezza familiare, una garanzia per il pane quotidiano, ed essendo molto cari non era facile ricomperarli. Tutti ci rattristammo; ma il nonno ci disse di non disperare: «Chiederemo un prestito e ne compreremo un altro».
Avevamo poca terra e in qualche occasione quasi niente da mangiare. Il pasto più comune erano fagioli, zuppa di riso e byrek (una specie di pizza di sfoglia ripiena di verdura). Di carne neppure a parlarne, se non molto raramente. Tale povertà l’avevamo ereditata dal mio bisnonno, che si era sposato per la seconda volta con una donna che pensava solo a se stessa e spendeva tutto in cibo, bevande e vestiti, tanto che il mio bisnonno fu costretto a vendere la casa e le terre.
Il nonno ci raccontava tante storie della Prima guerra mondiale. Diceva che nel suo villaggio si erano stabiliti i bulgari e i francesi, occupando due colline che si fronteggiavano. I bulgari erano molto duri, in varie occasioni entravano in casa nostra e portavano via il nostro pane. Invece, i francesi erano più rispettosi e condividevano ciò che avevano con i contadini. Erano ricchi e bevevano vino al posto dell’acqua.
Ricordo che il nonno ci diceva sempre: «La patria e la lingua non la dobbiamo dimenticare mai e, se è necessario, devi dare anche la tua vita per questo».

Del villaggio dove sono nato e vissuto a lungo, avrei tanto da raccontare. Il paesaggio era molto bello, le persone che ci vivevano erano molto buone, generose, si aiutavano a vicenda e non litigavano tra loro. Erano in maggioranza analfabeti, per motivi economici e politici, eppure restavo impressionato dal fatto che la maggior parte dei contadini erano molto intelligenti per natura.
Una volta andai a comperare il cemento in una fabbrica. L’amministratore era andato a scuola, mentre un suo dipendente che pesava il cemento non aveva alcuna istruzione. Quando si trattò di fare il calcolo, il dipendente fu più svelto dell’amministratore. Come individui noi eravamo intelligenti, era la povertà che ci rendeva sottomessi.
La scuola aveva solo due stanze: una serviva da aula scolastica, nell’altra dormiva l’insegnante. Un solo maestro gestiva contemporaneamente quattro classi, disposte in quattro file di sedie; le lezioni si tenevano dentro l’unica stanza: mentre l’insegnante spiegava a una classe, le altre facevano i compiti loro assegnati.
Di quell’epoca ho un buon ricordo delle feste religiose. Quella preferita era la Pasqua, che durava tre giorni. Tutta la gente si riuniva al centro del villaggio, cantavamo e ballavamo insieme. Ragazzi e ragazze avevano i loro balli preferiti, ma danzavamo separati. Eravamo tutti vestiti bene. E c’era anche tanto cibo, messo da parte durante tutto l’anno proprio in vista di quel giorno.
Un’altra bella festa era quella dell’acqua benedetta: una croce ortodossa veniva buttata nel fiume di fronte alla gente e i ragazzi si tuffavano per recuperarla; chi la trovava, la portava per tutto il villaggio di casa in casa come segno di benedizione, in cambio riceveva in dono qualche soldo. Prima di consegnare la croce alla parrocchia, il giovane la teneva a casa sua per alcuni giorni, simbolo di buon augurio per lui e la sua famiglia, per tutto l’anno. Era una festa davvero speciale.

Al tempo del re Zog le persone soffrivano molto. Ricordo che mia madre, invece della pasta, cucinava la petka, fatta di foglie secche impastate con le uova. La crisi economica, a quel tempo, era forte, i salari troppo bassi e i soldi non bastavano a coprire tutte le necessità. Diverse persone povere e senza lavoro persero case e terre perché, dopo aver chiesto soldi in prestito per comperare da mangiare, non riuscirono a restituirli, e i loro beni vennero confiscati.
Arrivati gli italiani, le cose iniziarono ad andare meglio in varie zone dell’Albania. Furono aperti nuovi posti di lavoro e molti uomini andavano a lavorare a Durazzo, come scaricatori di porto e guadagnavano bei soldi. Giravano tanti soldi che Durazzo la chiamavamo l’America dalle nostre parti.
Nel nostro villaggio si era stabilita una guaigione italiana, essendo per la sua posizione geografica in una zona tranquilla e senza rischi di essere attaccata. I soldati erano molto buoni, lavoratori tranquilli, ci raccontavano delle loro famiglie, delle persone che avevano lasciato in Italia. Uno di loro non andava a casa da due anni e ne sentiva una nostalgia enorme. Noi ragazzi ascoltavamo i loro racconti e provavamo dispiacere per loro.
Ricordo la strada davanti a casa nostra: era molto brutta e piena di buche, ma i soldati la sistemarono e piantarono dei fiori. Dove gli italiani mettevano mano si vedeva subito un grande cambiamento. Quando se ne andarono noi bambini, che avevamo fatto amicizia con loro, provammo grande dispiacere: nessuno ci avrebbe più dato del pane.
Con i tedeschi fu tutto molto diverso. Avevo 16 anni quando occuparono la terra albanese e sentimmo subito il cambiamento: erano persone fredde, arroganti, diverse dagli italiani. Non avevamo più il coraggio di andare da loro per cercare pane, come facevamo prima. Erano persone di poche parole e avevamo paura, anche perché uccidevano e bruciavano le case di chi aveva legami con i partigiani. Erano molto decisi e non esitavano a uccidere. Sparavano alla gente come se facessero il tiro al bersaglio.

Sotto il regime di Enver Hoxha non eravamo liberi di parlare apertamente. Nessuno poteva dire quello che pensava, perché i servizi di spionaggio erano pronti a incastrarti e farti del male. Erano uomini molto intriganti e in ogni momento potevano crearti problemi. La mancanza di libertà era sentita come una menomazione perfino dagli stessi membri del Partito.
Ne è un esempio la brutta esperienza capitata a un cugino più giovane di me. Aveva 18 anni e, come ogni giovane, desiderava una vita diversa. I servizi segreti gli tesero una trappola: lo invitarono in un bar e, dopo aver bevuto insieme come «amici», cominciarono a provocarlo, dicendogli che questa vita non era molto buona, che «il futuro era in Macedonia». Gli fecero credere che erano veramente suoi amici perché si sentisse libero di parlare. Mio cugino si fidò delle loro parole e manifestò le sue idee e i suoi sogni. Lo presero e lui si fece 14 anni di prigione.
Era un periodo molto duro e difficile, pieno di pericoli; ma non posso non riconoscere ciò che di buono abbiamo avuto durante tale regime. Prima di tutto è arrivata l’elettricità: è stato un grande evento; tutta l’Albania si è illuminata. Poi abbiamo avuto la scuola dell’obbligo per tutti; anche l’assistenza sanitaria è stata estesa a tutti.
In quel periodo c’erano molte attività. I giovani partecipavano alla ricostruzione del paese e aiutavano a rendere le terre più coltivabili. Non vi erano molte differenze sociali, perché eravamo una nazione molto povera. Eravamo abituati a non avere frigoriferi, lavatrici, televisione… Eravamo abituati al minimo indispensabile, le altre cose sembrano per noi un lusso.

Mi sposai a 23 anni. Mia moglie aveva 20 anni. Mi innamorai di lei a prima vista, fu un vero colpo di fulmine. A quel tempo ero responsabile della manutenzione stradale e il lavoro mi portava al paese di mia moglie. Quando la vidi per la prima volta, sentii una forte emozione, mai provata fino allora. Lei mi vide e arrossì. Era scoccata la prima simpatia; poi, ogni volta che mi vedeva, usciva sulla porta. Cominciammo a incontrarci di nascosto: a quei tempi era molto pericoloso farsi vedere insieme apertamente, a causa dei pregiudizi.
Ora che il regime è finito, l’Albania si è aperta al mondo esterno; ma tale apertura presenta aspetti contrastanti. Di positivo c’è il fatto che abbiamo conosciuto un mondo a noi precluso e proibito per quasi mezzo secolo. Il rovescio della medaglia è il fatto che tanti giovani sono andati via dal Paese. Essi hanno scelto strade lontane dalle nostre, per una vita migliore.
Anche i miei figli sono andati via: prima la figlia maggiore, già sposata, decise di andare insieme ai suoi figli in Macedonia; pochi mesi dopo partì anche mio figlio minore. Furono le difficoltà economiche a costringerli a emigrare. La loro partenza fu decisa di colpo, a mia insaputa.
Fu un momento per me molto difficile. Sentivo che i miei figli non erano più miei; come se fossero stati comprati da qualcun altro. Inoltre, avevo paura che succedesse loro qualche disgrazia. Erano gli anni ‘90, quando valicare confini era ancora tabù e si rischiava la vita.
Arrivarono in Macedonia, ma ne rimasero delusi, perché non era quello che sognavano e si aspettavano. Rimasero nella zona di Beogroad per sicurezza; facevano qualche lavoro nei dintorni, ma la paga era appena sufficiente per sopravvivere. Mia figlia toò a casa poco dopo; mio figlio invece andò in Grecia. Non seppi più niente di lui, perché non avevamo il telefono. Ormai lo credevo morto e aspettavo da un momento all’altro di ricevere la brutta notizia. Alla fine, mi arrivò una lettera raccomandata che mi fece rinascere: mi scriveva di non preoccuparmi perché stava bene e lavorava al porto di Selanik. Fu la notizia più bella della mia vita.

Ora vivo a Kombinat presso mio fratello e la sua famiglia. È stato un grande cambiamento, alla mia età. Però essi sono stati gentili ad accogliermi, perché mia figlia non poteva occuparsi di me e mio figlio è ancora in Grecia. Speriamo stia bene e che ritorni un giorno.
Quando sono arrivato mi sono misso a piangere: non volevo fermarmi qui, ma dopo la morte di mia moglie non avevo scelta. Ricevo una pensione; non sono mai stato un peso per nessuno e mio fratello mi ha accolto con piacere; da parte mia lo aiuto economicamente. A me sta bene così. Passo il tempo raccontando ai due nipotini la storia mia e di mia moglie. Si siedono sulle mie ginocchia e ascoltano attenti; ma a volte pesano e devo farli scendere. 
Mio fratello è più giovane di me; anche lui ha lavorato sodo e si è comperato una casa: siamo in sei con lui, sua moglie Blerta, la loro figlia e due bambini. Il genero di mio fratello è andato in Germania a cercare fortuna insieme al cugino qualche anno fa. Sta bene, torna quando può, ma i figli non li porta mai con sé: questo io non lo capisco, dal momento che ora si può uscire tranquillamente dal paese. Secondo me ha un’altra donna; ma quando dico queste cose a mio fratello lui si arrabbia e io smetto.
Mio fratello è un gran lavoratore, ma da quando il lavoro nel suo settore è diminuito è nervoso. Io lo aiuto economicamente e mi prendo cura dei bambini ogni volta che mia nipote lavora nel negozio che vende i byrek. Mi piace e mi sento molto utile: rivedo in loro i miei figli e l’amore di mia moglie per loro.
Ma sono stanco. Sento molto la mancanza di mia moglie e dei figli lontani. Mia moglie è morta da anni, ma la sento sempre vicina. Era meravigliosa. Per quattro anni è rimasta a letto paralizzata. Io le stavo accanto e quando l’ho persa mi è sembrato che la mia vita si fosse spezzata. Mi sentivo come un uomo senza gambe e senza braccia.
Il sentimento di solitudine mi rattrista molto. Non ho paura della morte: oggi o domani, tutti dovremo morire. Ho più paura della solitudine: non vorrei morire solo in casa, a porte chiuse, senza qualcuno accanto, come si sente dalla televisione o si legge sui giornali. Anche se ho questi pensieri, credo che la vita sia da vivere in ogni momento.

Paolo Rossi

Paolo Rossi