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La mistica del buon samaritano

Centro Hakumana: una risposta alla sfida dell’Aids a Maputo

Il Centro Hakumana («stiamo uniti» in lingua ronga) è il nome del progetto che alcune religiose, ispirandosi alla parabola del Buon Samaritano, hanno lanciato per rispondere come chiesa alla sfida urgente della pandemia dell’Aids nella città di Maputo. Coordinatrice del progetto è suor Janete Vieira, missionaria della Consolata brasiliana.

Maxaquene, parola magica per gli abitanti di Maputo: è il nome di tre quartieri dove si trova lo stadio omonimo e l’omonima squadra di calcio, la più gloriosa del Mozambico, quella da cui uscì il grande calciatore Eusebio. Ma è anche una zona molto povera, in gran parte abitata da immigrati di altre parti del paese, che hanno trovato impiego nella capitale come lavoratori domestici, manovali, venditori ambulanti, operai specializzati che non possono permettersi di abitare nella città di cemento.
Di fatto le abitazioni sono fatiscenti, con muri incompiuti di blocchi e mattoni o con pareti fatte semplicemente di canne e lamiere. Unici complessi dignitosi in muratura, ben circondati da alte mura, sono alcuni centri governativi e istituzioni private; una di queste è l’Istituto superiore Maria Madre dell’Africa (Ismma), scuola a livello universitario fondata (1995) e gestita dalle congregazioni religiose presenti in Mozambico, con lo scopo di preparare religiosi e laici impegnati nel servizio pastorale della Chiesa, professori di educazione morale e civica nelle scuole e centri di formazione sia statali che privati.
Nel recinto del campus universitario e legato all’Ismma è sorto da pochi anni il Centro Hakumana, che si prende cura di mamme e bambini orfani o abbandonati, vittime dell’Aids o di emarginazione di varie forme. Ne è cornordinatrice suor Janete Vieira, missionaria della Consolata brasiliana, che mi accompagna in visita nei diversi reparti del Centro e mi presenta alcune persone dell’équipe: la direttrice suor Evelyn, la segretaria suor Elena, l’amministratrice suor Isabel. Passando nei vari reparti salutiamo alcune donne impegnate in lavori di cucito e artigianato; finché raggiungiamo le aule dell’asilo, accolti dalle grida festose di bambini indiavolati, che scorrazzano per le stanze o giocano con balocchi più grandi di loro. Nel frattempo suor Janete mi racconta la storia del Centro e i suoi scopi.

Un sogno diventato realtà
«Tutto è cominciato un giorno di marzo 2006, per opera della commissione Hiv-Aids della Conferenza dei religiosi e religiose del Mozambico – racconta suor Janete -. Da due anni eravamo impegnate, una trentina di religiose, nell’organizzazione di incontri e seminari per giovani, studenti, parrocchie e altri religiosi, offrendo formazione e informazione, orientamenti e consigli sulla pandemia dell’Aids e relative problematiche. Quel giorno sentimmo che dovevamo fare di più per rispondere come Chiesa alla sfida: ci mancava il contatto diretto con le vittime dell’Aids; parlavamo molto di loro, ma non con loro, e non facevamo qualcosa per aiutarli concretamente».
Per due ore furono lanciate molte idee, ma senza alcuna conclusione. Fu tutto rimandato all’incontro seguente. Ma nella riunione di aprile la Commissione si era ridotta a 5 persone e la discussione non approdò a nulla. «Uscii dall’incontro sconsolata, ma non rassegnata – continua suor Janete -. Se è opera di Dio, nessuno ci fermerà, dissi a suor Evelyn, Mercedaria della Carità, appena nominata direttrice dell’Ismma e alloggiata provvisoriamente nella nostra casa a Maputo».
Seguirono altri incontri di gestazione, finché suor Evelyn presentò un progetto dettagliato per la creazione di un centro di accompagnamento e assistenza a livello di integrazione sociale, psicologica, sanitaria, legale e spirituale delle vittime dell’Aids. Seguirono altri incontri per superare le obiezioni, integrare i vari suggerimenti e crescere in sintonia nell’affrontare una missione sempre più urgente e difficile, ma necessaria e appassionante. Finché fu scelto il nome da dare al progetto: «Centro Hakumana», termine della lingua ronga che significa «stiamo uniti». Fu anche abbozzato lo spirito che doveva animare il progetto: suor Janete suggerì la parabola del buon samaritano soprattutto le sue parole rivolte all’oste: «Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno».
«Bisognava trovare il luogo dove aprire il Centro – continua suor Janete -. Visitammo molti posti, ma nessuno rispondeva alle nostre esigenze, finché decidemmo  di sfruttare un vecchio magazzino abbandonato nel territorio dell’Ismma. Quando presentammo il progetto con un artistico power-point al Consiglio permanente delle Conferenze dei religiosi e religiose, i superiori maggiori si sentirono sconcertati di fronte alla prospettiva di una nuova attività del genere, pur condividendo l’urgenza di una risposta al problema dell’Hiv/Aids in Maputo, come conferenza di religiosi, non in forma isolata; le obiezioni furono molte, finché il presidente della conferenza disse che bisognava aprirsi ai nuovi soffi dello Spirito e autorizzò l’uso del magazzino».
La bozza del progetto fu subito spedita a diversi istituti e organizzazioni per chiedere i finanziamenti. Per qualche mese sembrava che non accadesse niente, finché la congregazione delle Mercedarie della Carità promise 10 mila dollari, le Missionarie della Consolata altri 10 mila euro, le suore della Consolazione 16 mila dollari.
Cominciarono subito i restauri del fabbricato e la costruzione di annessi (cucina e chiosco per le refezioni), si comperarono tavoli, sedie e culle per bambini. Altra mobilia, tra cui cucina elettrica, frigorifero e televisore, arrivarono da una Ong in smobilitazione, il resto fu possibile acquistarlo grazie agli aiuti di alcune associazioni spagnole. Il sogno stava diventando realtà.

Primo caso con rodaggio
Il 2 novembre 2007 suor Janete stava recitando il rosario intorno alla chiesa della Polana, in attesa che cominciasse la messa, quando arrivò una ragazza con una scarpa rotta in mano e il viso vergognoso e triste; si avvicinò e, con tono di sfida, le disse chiaro e tondo:
– Suora, aiutami ad abortire.
– Cosa dici, ragazza?
– Sono incinta e l’uomo mi ha abbandonata. Non sono in condizione di avere questo bambino e non voglio che soffra come ho sofferto io.
– Ascoltami bene, ragazza: io ti posso aiutare a tenere il bimbo non a ucciderlo.
– Allora, prenditi cura di me.
«In quel “prenditi cura di me” riconobbi la voce di Dio ricorda suor Janete -. Senza rendermene conto mi ero impegnata con il primo caso di Hakumana».
Carola, così si chiamava la ragazza, 15 anni, era stata abbandonata in un mercato e poi adottata e cresciuta in una famiglia che la usava come serva; scappata da casa, si diede a una vita libertina, finché fuggì con un militare che, quando seppe che era incinta la abbandonò lasciandola senza un soldo.
Suor Janete portò la ragazza nella casa della sua comunità e il giorno seguente le procurò una famiglia cristiana che l’accogliesse e aiutasse nell’evolversi della mateità. Instabile, aggressiva, indipendente, testarda, Carola si rivelò subito un caso complicato: per il suo comportamento cambiò residenza per tre volte; affetta da malattie veneree non voleva farsi curare.
«Accompagnammo la ragazza passo passo nelle sue necessità basilari – continua suor Janete -. Tutti i giorni avevano colloqui per creare familiarità e chiarire la sua storia; una parrocchiana della Polana la orientò in tutto ciò che concee la mateità e a preparare il corredo per il bambino, che venne alla luce il 7 aprile 2008. Dimessa dall’ospedale, accogliemmo Carola e Karol nel nostro centro: era il nostro primogenito».
Carola era senza carta di identità, poiché rifiutava di chiamarsi con il cognome registrato all’anagrafe dai genitori adottivi. Fu registrata nuovamente con il nome di Carola Janete de la Consolata. L’ambiente di Hakumana sembrava l’aiutasse a sognare una vita diversa: partecipò ai corsi di alfabetizzazione nel Centro e, mentre Karol rimaneva ad Hakumana curato dalle «zie», cominciò a frequentare le scuole serali; ma il contatto con altri adolescenti le faceva desiderare una vita di «giovinetta spensierata». Toò a occuparsi del figlio a tempo pieno, provocandogli denutrizione e malattie a causa della sua inesperienza.
«C’era bisogno di un accompagnamento più intenso – racconta suor Janete -. Noi suore ci costituimmo in comunità residente nel Centro e Carola venne col figlio a vivere con noi, imparando a cucinare, ad aver cura del bimbo e di se stessa; imparò soprattutto ad amare e a sentirsi amata».
«Instabile e allergica a ogni regola – continua suor Evelyn -, un giorno Carola ci accusò di volerle rubare il figlio per venderlo fuori del paese. Per fortuna nel nostro gruppo avevamo già una psicologa clinica, suor Herminia, che riuscì a neutralizzare gli impulsi della giovane e farla rientrare nella vita reale. Ma che fatica! Dopo un anno e mezzo di accompagnamento cominciò qualche miglioramento: la vedevamo crescere giorno per giorno nel senso di responsabilità e impegno nella scuola e nell’amore al suo bambino».
«Tutto sommato – conclude suor Janete – il caso di Carola è stato anche per noi un prezioso tirocinio: ci era capitata proprio mentre discutevamo sui alcuni punti del progetto Hakumana da definire, come destinatari, servizi da offrire, metodologia d’azione. Carola fu la prima beneficiata e il primo contesto di applicazione».

Lo stile del samaritano
Scopi e metodi del Centro Hakumana oggi sono tutti ben chiari e definiti. Oltre a promuovere pubblici incontri di informazione e formazione sulle problematiche dell’Hiv/Aids e sul loro impatto sociale, il Centro si occupa soprattutto di persone affette dal virus e dei loro familiari o che si trovano in altre situazioni di vulnerabilità. Per rispondere alle necessità di tali persone, l’équipe del Centro Hakumana è chiamata prima di tutto a un lavoro di discernimento: si analizza caso per caso e si traccia un programma di azione. Generalmente in prima istanza si richiede alloggio, cibo, medicine e appoggio affettivo. Vengono poi avviati processi di orientamento e assistenza sanitaria e psicologica, legale e spirituale, per aiutare le persone a riacquistare autostima e dignità, sviluppare relazioni sociali e reintegrarsi nella comunità. Tutto avviene con molteplici modalità e mezzi: corsi e terapie di gruppo, interviste e colloqui personali, accompagnamento sistematico e visite a domicilio, investigazioni e interscambio di esperienze, attività di terapia occupazionale e mini progetti di autosostentamento, come cucito e artigianato, sostegno con alimenti e medicine.
«Tutti i servizi prestati da Hakumana si ispirano alla mistica della parabola del buon samaritano» spiega suor Janete, mentre indica su una parete del Centro un disegno e una scritta riferiti alla parabola evangelica. E continua: «Il samaritano non perse tempo, ma fece con prontezza quello che doveva fare: curare, rimediare, consolare, proteggere. Utilizza gli elementi alla sua portata per sottrarre il malcapitato dalle grinfie della morte e dall’indifferenza impietosa di chi passò senza fare nulla. L’olio e il vino con cui il samaritano unse le ferite del malcapitato, è per noi il sangue prezioso di Cristo che redime e salva; il lino con cui fu avvolto il corpo è per noi l’amore che ridona forza e rinfranca nelle vicissitudini del cammino della vita».
«L’esperienza di essere “prossimo” spinge il samaritano a “prendersi cura” del malcapitato fino alla completa guarigione – continua suor Evelyn -. Una volta fatta l’esperienza dell’amore tanto inusuale, sollevare il fratello diventa una passione anche per noi; non si può più essere indifferenti. Diventare prossimo dà forza e senso alla nostra vita».
«Nel samaritano è raffigurato Cristo stesso che si avvicina, solleva, cura e conferisce dignità – riprende la meditazione suor Janete -. Nel malcapitato vediamo Gesù che si identifica con tutti i poveri e gli oppressi del mondo: in essi anche noi incontriamo la Sua presenza reale, un sacramento di salvezza».

Locanda e locandiere
«Alcune situazioni complesse e delicate, come quella di Carola – continua suor Evelyn – ci hanno insegnato che Hakumana non poteva contare solo sull’azione di  un “buon samaritano”, ma aveva bisogno anche di un “albergatore”: c’era bisogno di una comunità di riferimento per accogliere e prendersi cura fino in fondo di certi casi estremi».
Nacque così un grande sogno: formare una comunità intercongregazionale: formata, cioè, da religiose di diverse congregazioni, ognuna con la propria specificità, aperta a laici volontari desiderosi di fare esperienza missionaria a servizio dei più emarginati; una comunità con stile di vita in funzione dei destinatari del progetto Hakumana e flessibile alle necessità della persona accolta; una comunità in cui i gesti concreti di amore, servizio, disponibilità, diventano realtà e sfida quotidiana.
Janete, Evelyn e una volontaria affittarono un piccolo appartamento non lontano dall’Ismma, poi si trasferirono nel Centro stesso quando il padrone di casa vendette l’alloggio. «Forse i tempi non erano ancora maturi per tale esperienza – sorride suor Janete -. Diventammo subito oggetto di chiacchiere e calunnie, accusate presso il cardinale di Maputo di dare scandalo, perché non facevamo vita comune con le nostre rispettive comunità. Ritornate nei nostri conventi, abbiamo studiato nuove strategie per continuare i programmi di lavoro del Centro Hakumana, restando fuori del convento per tutto il tempo richiesto per il bene degli utenti del nostro Centro».
Ben presto le critiche si volatilizzarono insieme agli accusatori. La Comunità Hakumana si ricostituì con tutte le approvazioni dei superiori religiosi ed ecclesiali. Grazie agli aiuti arrivati da varie parti, il progetto Hakumana poté essere sviluppato con nuove strutture e nuove iniziative: nel giro di un anno ospiti e servizi furono triplicati.
Attualmente l’équipe di Hakumana è formata da sette persone, cinque religiose e due assistenti sociali laiche. Ogni giorno Hakumana accoglie 60 bambini, una trentina di mamme che accompagnano i loro figli, una decina di uomini, ma non tutti si fermano per la refezione. Durante la settimana passano al Centro un centinaio di persone al giorno per incontri di formazione, colloqui con lo psicologo, assistente sociale e legale, o per cure e assistenza medica.
«La nostra attenzione di “buon samaritano” si estende ai vari quartieri di periferia con visite a domicilio; quando ci arrivano offerte specifiche, comperiamo abitazioni per donne abbandonate e alle prese con miseria e malattie – conclude suor Janete -. Ne abbiamo alcune qui a Maxaqene B, dove vivono 3-4 mamme che cercano di ricostruirsi un futuro per se stesse e per i propri figli».

Benedetto Bellesi

Benedetto Bellesi