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Un mondo di rifugiati

Reportage dal campo profughi più grande del mondo

La carestia nel Coo d’Africa ha reso famoso il piccolo villaggio di Dadaab.
Ma in questa zona, persa nel nulla, i campi profughi ci sono da vent’anni. Nel 2011 si sono ingrossati
a causa dell’ultima crisi. Nei campi la vita è precaria, ma scandita da regole precise. E l’insicurezza
permane elevata.  Anche i keniani si sono mobilitati con gesti di solidarietà verso
i rifugiati. Viaggio «dentro» il campo.

A inizio gennaio 2011 è scoppiata la grave crisi della siccità e della fame nei paesi del Coo d’Africa e in Kenya (vedi MC novembre 2011). Il problema è stato previsto, annunciato e deprecato da molti. Le nazioni si sono mosse, le associazioni e Ong si sono organizzate, sono partiti tanti aiuti di emergenza per la fame e per la salute di 13 milioni di persone in Somalia, Etiopia, Djibuti, Kenya, Sudan.
La gente in Kenya si è mobilitata come non mai con il motto «Kenya for Kenyans» (Kenya per i keniani) offrendo un contributo altissimo grazie a sacrifici e rinunce. Anche noi, nel nostro piccolo, come Missionari della Consolata ci siamo mossi, sostenuti da tanti nostri amici, per portare sollievo e consolazione nelle zone più colpite dalla carestia e dalla fame in Kenya: turkana, samburu, tharaka.
La fame dovuta alla grave siccità che ha colpito questi paesi e al conseguente rialzo dei prezzi del cibo (farina, fagioli, olio, zucchero, riso) non è ancora debellata. La gente continua a soffrire e a sperare lottando per una vita migliore. Il problema dunque persiste e continuerà finché le nuove piogge potranno offrire nuovi raccolti, prezzi accessibili a tutti, progetti di sviluppo per prevenire disastri futuri (ad esempio riserve d’acqua, dighe e pozzi). Anche i mercati globalizzati sono colpevoli, perché favoriscono l’importazione di cibo a scapito dei produttori locali.
In una situazione così grave, rimane nel Coo d’Africa una profonda ferita umana conosciuta ormai da tutto il mondo: i campi dei rifugiati di Dadaab, nel Nord Est de Kenya, a 80 Km dal confine con la Somalia.

Viaggio a Dadaab
Il 12 ottobre scorso, grazie all’appoggio dell’Ong Avsi (Associazione Italiana di Servizio Internazionale) e di Unhcr (Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) ho potuto visitare alcuni campi dei rifugiati di Dadaab. Era un desiderio che avevo nel cuore dopo aver condiviso le realtà della fame nelle diverse zone del Kenya. La zona si trova a un’ora di aereo da Nairobi.
Dadaab è un piccolo villaggio sulla strada che da Garissa (a 130 km) va a Liboi al confine con la Somalia (a 80 Km) in un territorio totalmente sabbioso e impervio pieno di arbusti e poche piante. Gli abitanti sono keniani-somali che da tanto tempo condividono vita e lavoro, commercio e pastorizia. Attoo a questo piccolo villaggio sono piazzati tutti i campi delle Nazioni Unite e delle Ong con una potente difesa di reticolati e cancelli di sicurezza, dove ci sono gli uffici e tende dei volontari per il servizio ai rifugiati.
Nel 1991 quando scoppiò la crisi e la guerra in Somalia, molti somali scapparono dalla loro terra per rifugiarsi in questo angolo del Kenya. Allora il Goveo keniano preparò alcuni campi particolari attorno al villaggio di Dadaab: Ifo 1 nel 1991 per 30mila rifugiati a 5 km,  Dagahaley nel 1992 per altri 30mila rifugiati a 16 km, Hagadera nel 1994 per altri 30mila a 12 km verso Sud. Ora stanno preparando Ifo 2 e 3 per ricevere altre persone e il campo Kambioos al Sud di Hagadera. Ognuno di questi campi ospita oggi circa 120mila rifugiati costituendo il complesso di rifugiati più grande del mondo con 450 mila abitanti.
Qui ogni giorno entrano decine di famiglie (specie donne e bambini): dalle 1.200 alle 1.500 persone che camminano per 24 giorni in condizioni disastrose, o vengono portate su carretti di fortuna o in qualche camion dove sono stipati come animali da macello. Quando arrivano sono in condizioni di fame, degrado, sofferenza, insicurezza, malattie e disperazione silenziosa. Il vero povero non protesta mai, ma guarda e spera.

Rifugiati e rifugiati
Ci sono due tipi di rifugiati: quelli che veramente scappano dalla guerra dei clan e dalla fame che imperversa nel paese, e quelli che sono membri di qualche gruppo armato (come Al Shabaab o altre milizie) e che continuano a seminare terrore e guerra dovunque siano. Nei campi ci sono tante armi che alimentano anche il commercio clandestino in altre aree del paese.
Chi arriva al campo deve passare all’ufficio di registrazione per avere il proprio posto nel clan al quale appartiene, la carta d’identità, una tenda, il bonus per mangiare, per l’ospedale ecc. Ogni famiglia registrata riceve un pacco di cibo per 3 settimane (mais, riso, fagioli, pasta, soia).
Tutti hanno accesso ad acqua gratis, assistenza medica e medicine, educazione libera nel sistema scolastico del Kenya. Tutto questo organizzato da World Food Program (Wfp, agenzia delle Nazioni Unite per la lotta contro la fame) con diverse associazioni e Ong fra cui Care, sotto il patrocinio di Unhcr. In ogni campo ci sono un ospedalino e due dispensari per il pronto soccorso. Le malattie più correnti sono: denutrizione, malaria e infezioni di vario tipo.

Vita nei campi
Gli abitanti dei campi sono al 99% somali provenienti dalla vicina Somalia, poi ci sono piccoli gruppi di etiopi, sudanesi, ruandesi, ugandesi, congolesi scappati da situazioni di tensione, lotte tribali e altre cause di conflitti permanenti. La lingua parlata è il somalo, poco inglese e pochissimo kiswahili (lingua ufficiale del Kenya). Per lavorare con i rifiugiati, ad esempio per rimuovere ansia, diffidenza e ostilità occorre conoscere il somalo, altrimenti ci sono barriere insormontabili. La quasi totalità sono musulmani intransigenti. Con loro il dialogo è difficile. Solamente le donne e i bambini hanno come sempre la dolcezza del rapporto umano, del sorriso e delle porte aperte per il futuro. Il resto è integralismo puro.
Ogni gruppo di 10 casette o tende è circondato da una siepe o «steccato» di arbusti secchi, non per le bestie nottue, mi dicono, ma per una certa privacy a cui loro tengono molto. Ogni gruppo di 10 famiglie ha un capo che cerca di tenere ordine e condivisione. Non è quindi una situazione come quella degli slum di Nairobi, ma una condizione più decente e umanamente accettabile. Da notare che, al di fuori di questi compound, c’è un grande degrado: sporcizia, sacchi di plastica svolazzanti, le famose «mobile tornilets», mucchi di rifuti di ogni tipo dove le capre si danno da fare per trovare qualcosa da mangiare. Il problema più grande dopo il cibo è l’educazione. Molti ospiti sono illetterati. Solamente il 41% dei ragazzi e il 37% delle ragazze vanno a scuola. In tutti i quattro campi ci sono 19 scuole, asilo e primarie insieme, mentre le secondarie sono in tutto sei (due per ogni campo di 120mila rifugiati). Si formano così classi con 90 – 100 alunni, dove la maggioranza siede per terra per mancanza di banchi. Un libro di testo ogni dieci alunni, e pochissimi materiali. Ho visto quadei offerti dall’Unicef (Agenzia Onu per l’infanzia) e altri libri di contabilità ammucchiati a pile negli uffici dei presidi delle scuole. Si stanno costruendo tre biblioteche per favorire la lettura tra gli alunni. Le tre scuole che ho visitato (Amani, Upendo e Iftin – luce) sono frequentate da 1.500 a 2.300 alunni, con molti maestri impreparati e senza materiale didattico.

Tensione e insicurezza
C’è continua tensione in tutti i campi anche nella base delle Nazioni Unite. Il giorno 13 ottobre in piena mattinata sono state rapite due giovani dottoresse spagnole mentre prestavano servizio al campo Ifo. Noi in quel momento eravamo nel campo di Hagadera. Ci è stato dato l’ordine di non muoverci finché non fossero arrivate le forze militari ad accompagnarci al nostro campo. Trenta o quaranta macchine in servizio umanitario costrette al convoglio forzato. E per un giorno non siamo potuti uscire. Al Shabaab e altre milizie hanno un grande potere che il Kenya sta cercando di controllare. Forse è un po’ tardi intervenire adesso, dopo averli lasciati liberi nel commercio delle armi e nelle scorribande nel paese.
Ci sono due stazioni di Polizia per ogni campo ma i problemi sono tanti e delicati. Resta un mistero il traffico delle armi nei campi. Difficile entrare nella cultura familiare e sociale dei clan che dominano la società somala.

Futuro per i Rifugiati
Nel mondo si contano 50 milioni di profughi (in inglese: displaced people). La maggior parte dei conflitti avvengono nei paesi in via di sviluppo e la popolazione civile diventa un bersaglio militare o si trova nel mezzo del fuoco incrociato di gruppi armati. Spostarsi su altre terre vuol dire cercare sicurezza e protezione, cibo e stabilità.
La maggior parte dei rifugiati nei campi di Dadaab vivono in tende, ma anche in cassette fatte con fango e arbusti della savana. Non è facile per loro prevedere il giorno del ritorno: non si sa quando finirà il conflitto dei clan in Somalia. Ognuno vorrebbe ritornare alla propria terra. Ma se un giorno dovessero ritornare, dovrebbero essere sicuri di trovare un sistema legale, giuridico, educativo, e la possibilità di un lavoro. In un termine la sopravvivenza, soprattutto per le  vedove e gli orfani. Il processo di riconciliazione e pace può durare decenni come in altri paesi,

Franco Cellana   

Franco Cellana