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Missione una e trina

Mepanhira, Mecanhelas, Entre Lagos: panoramica a volo di uccello

Ero stato nel Niassa un mese dopo l’accordo di pace tra Frelimo e Renamo, firmato a Roma  il 4 ottobre 1992. Avevo trovato missioni in macerie e gente poverissima, affamata, con vestiti a brandelli… Sono ritornato il giugno scorso: dopo 20 anni, ho trovato comunità rifiorite, come quelle che fanno capo a Mecanhelas, una triplice parrocchia fino a pochi anni fa, ora ridotta a due, ma ricca di iniziative e di speranze.

In viaggio da Gurué a Mecanhelas, accompagnato da mons. Lerma, ci fermiamo nella missione di Mepanhira: una sosta molto breve ma sufficiente per confrontare i cumoli di macerie trovati 20 anni fa con la risurrezione delle numerose opere, per rivivere soprattutto le emozioni provate quando sentii raccontare le sue origini (cfr Missioni Consolata, aprile 1993, pag. 48-51).

Un pezzo di storia… che se ne va
Il primo a portare il vangelo in quella zona era stato un certo Namuro Chipenenga, nato nell’estremo sud del Niassa nel 1888 e morto a Mecanhelas nel 1990, alla bell’età di 102 anni.
Avventuriero, analfabeta e prepotente, cercò fortuna prima in Sudafrica, poi nel Nyassaland (oggi Malawi), dove imparò a leggere e scrivere. Un giorno entrò per curiosare in una chiesa cattolica e rimase folgorato dalle parole del missionario monfortano: si iscrisse al catecumenato e a 35 anni si fece battezzare col nome di Giovanni Battista.
Nel 1933 Giovanni Battista toò al suo villaggio natio e cominciò a insegnare la via del vangelo. L’anno seguente toò in Malawi con 250 catecumeni per farli battezzare nella missione dei monfortani. Estese la sua evangelizzazione ad altri villaggi e ogni anno portava centinaia di catecumeni nel Nyassaland per essere battezzati e confermati nella vita cristiana, finché i padri monfortani, consigliarono a Chipenenga di rivolgersi ai missionari della Consolata, da pochi anni presenti a Massangulo.
E così fece. Tre missionari della Consolata seguirono Chipenenga, che presentò loro 600 catecumeni pronti per il battesimo, cercarono un luogo adatto e si stabilirono nella zona: così nacque Mepanhira. Era l’anno 1938. 
Mepanhira divenne presto il centro propulsore dell’evangelizzazione del sud del Niassa, dando origine a nuove parrocchie, come Mitucue (1939) e Maua (1940), che a loro volta, dopo la II guerra mondiale, diedero vita ad altre fondazioni.
Fiore all’occhiello di Mepanhira fu la nascita delle «Suore dell’Immacolata Concezione», la prima congregazione di suore mozambicane, fondate da padre Oberto Abondio.
Con l’indipendenza del Mozambico (1975), tutta la missione fu nazionalizzata e i missionari cacciati. Trasformata in base militare del Frelimo e gli edifici ridotti a caserme, Mepanhira fu più volte bombardata e saccheggiata dai soldati della Renamo.
Solo Chipenenga, ormai cieco, rimase al suo posto e per 12 anni continuò a rincuorare i cristiani, sfidando le minacce del Frelimo e le pallottole della Renamo, finché un nipote lo portò in salvo a Mecanhelas.
Toata la pace, da Mecanhelas i missionari ripresero la cura delle comunità di Mepanhira e ne fondarono di nuove, restaurarono la chiesa e le altre strutture, e nel 2003 consegnarono la parrocchia al clero locale. «Con un certo rammarico – confessa padre Diamantino principale artefice della risurrezione di Mepanhira quando era parroco di Mecanhelas -. Se ne va così un pezzo della nostra storia, la seconda missione fondata dai missionari della Consolata in Mozambico; ma ne siamo anche felici, poiché il seme gettato in tanti anni di lavoro ha portato frutto, fino alla maturità della Chiesa locale.

Mecanhelas: vulcanica missione
«Anche in questa zona troviamo comunità molto antiche, formate dai nostri primi missionari. È la parte più evangelizzata del Niassa, popolata dall’etnia macua, molto aperta al vangelo, a differenza della popolazione del nord del Niassa in prevalenza musulmana» spiega il confratello colombiano padre Rogelio Alarcón, attuale parroco di Mecanhelas, insieme al portoghese padre José Neves. Entrambi hanno in cura 180 comunità cristiane: 140 formano la parrocchia di Mecanhelas, altre 40 quella di Entre Lagos.
«Il nostro è anzitutto e naturalmente un lavoro pastorale – continua padre Rogelio – di evangelizzazione e servizio sacramentale, visite alle comunità e animazione vocazionale e missionaria, formazione di catechisti, animatori di comunità, operatori ecclesiali: è la cosiddetta chiesa ministeriale, caratteristica in tutto il Mozambico, cioè, una chiesa dove i laici sono chiamati ad assumere e svolgere ruoli importanti nella vita della comunità cristiana».
Alla pastorale religiosa si aggiungono una folta serie di iniziative e progetti di carattere sociale: corsi di risorse umane, doposcuola per alunni in difficoltà, servizi sanitari, laboratori di carpenteria e meccanica, attività agricole e zootecniche…
Fiore all’occhiello della missione è il «Centro nutrizionale padre Ariel Granada», missionario della Consolata ucciso in un’imboscata nel 1991, durante la guerra civile mozambicana. Era stato lui a raccogliere i primi orfani in questo luogo, poi l’opera si è sviluppata e continua in sua memoria. Il Centro accoglie e cura bambini da 0 a 3 anni con seri deficit alimentari, causati da malattie (malaria), parassiti, mancanza di cure dei genitori. Nei casi più gravi si ricorre agli ospedali della zona e del Malawi.
Altra opera importante sono i «lares», case di accoglienza per studenti provenienti da comunità dell’interno che frequentano le scuole secondarie di Mecanhelas, Entre Lagos e altri due grossi villaggi. «Chiediamo loro un contributo in natura (prodotti agricoli) e un minimo in denaro; ma naturalmente non riescono a pagare tutte le spese» spiega padre Rogelio.
«L’ultimo progetto lanciato a Mecanhelas sono i corsi di microinformatica – riprende il missionario -. Iniziati da padre Simon Pedro, stiamo studiando la maniera di migliorarli con computer più modei. Per noi è un impegno gravoso, ma vale la pena. Anche in questo sperduto angolo del mondo l’informatica è indispensabile per chi vuole continuare gli studi o semplicemente trovare un lavoro».

Tito, il capomastro
Mi domando come facciano due soli missionari a portare avanti tante attività. Padre Rogelio mi legge nel pensiero: «La risposta è semplice: coinvolgiamo la gente del luogo e accogliamo laici dall’esterno». Il Centro nutrizionale è affidato a due mamme, coadiuvate da due giovani laiche missionarie portoghesi.
«La scuola d’informatica è nata grazie ad alcuni giovani portoghesi, venuti d’estate a Mecanhelas: hanno insegnato a maneggiare il computer ai coetanei locali, uno dei quali si è specializzato nel centro di formazione della parrocchia di Cuamba e, tornato al paese, è responsabile di tale progetto».
Da 4 anni a Mecanhelas c’è anche Tito Abraão, un laico missionario portoghese, che mi racconta sorridendo la sua storia. Già maturo e affermato capomastro, chiese di diventare fratello missionario della Consolata, ma durante il noviziato in Italia maturò la decisione di rispondere alla vocazione missionaria come laico. Tornato in Portogallo, incontrò il vescovo di Lichinga, Luis Ferreira da Silva, che lo portò nella sua diocesi.
«Ho lavorato per 14 anni con il dom Luis, un sant’uomo che riusciva ad avere aiuti con facilità – racconta Tito -. Abbiamo ricostruito le missioni distrutte dalla guerra, ingrandito la chiesetta di Lichinga facendone una degna cattedrale, costruito il monastero delle suore dell’Immacolata e nuove chiese, una delle quali può contenere più di mille persone sedute».
Tito ha lavorato per due anni anche nella diocesi di Inhambane, dove ha costruito scuole e un centro per la promozione delle donne. Da quattro anni è a Mecanhelas, occupandosi inizialmente di falegnameria, officina meccanica, catechesi e altre faccende. «A Mecanhelas erano sorte oltre 60 chiese e cappelle in varie comunità, con un programma di 8 costruzioni ogni anno, ma ben presto sono andate in rovina, perché fatte in fretta e senza l’esperienza. Ora sono state rifatte più solide e non cadranno facilmente».

Entre lagos: scuola di dialogo
Padre José e padre Rogelio si alternano nel servizio alle comunità della parrocchia di Entre Lagos, ai confini con il Malawi, ma non vi abitano, mancando ancora di strutture adatte. Ci sono invece tre suore brasiliane della Divina Provvidenza, che praticamente suppliscono il parroco in molte attività pastorali, come corsi di formazione e accompagnamento di catechisti, animatori e ministri laici, visite alle varie comunità.
Esse curano anche le opere sociali della parrocchia: seguono le due case di accoglienza per gli studenti, organizzano corsi di arti e mestieri per ragazzi e ragazze, promuovono artigianato e altri progetti di sviluppo.
Alle suore è affidata pure la gestione dei lares per ragazzi e ragazze e il funzionamento dell’Esam (Ensino secundario aberto moçambicano), un grande progetto educativo della diocesi di Lichinga, che ha aiutato tanta gente, soprattutto giovani, ad acquisire una formazione secondaria pre-universitaria. Nata in Malawi per opera dei gesuiti a favore dei rifugiati mozambicani, la scuola è stata adottata dalla diocesi di Lichinga ed è diventato un motore di sviluppo per tutta la regione del Niassa.
«La popolazione di quel luogo è in maggioranza musulmana -spiega padre José Neves, mentre mi accompagna in visita ad alcune comunità di Entre Lagos – ma la chiesa cattolica è molto ben accettata e la popolazione è molto cornoperativa, anche la parte islamica. Qui cristiani e musulmani vivono il dialogo interreligioso, che si traduce in frateità interreligiosa, nella gioia e nel dolore; quando muore un musulmano, per esempio, i cristiani preparano la tomba; viceversa, i musulmani la preparano per i cristiani. Un ambiente di frateità che rende facile la nostra attività.
Abbiamo in cantiere incontri con le autorità tradizionali: regoli, capi, imam e pastori di chiese cristiane, per condividere le idee sull’educazione tradizionale, riti di iniziazione, usi e costumi culturali e morali che hanno bisogno di essere purificati; ma vogliamo farlo attraverso il dialogo e il reciproco rispetto».

Benedetto Bellesi

Benedetto Bellesi