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La chiesa cresce nella culla dell’islam

Discepoli di Cristo nella terra di Maometto

Mentre in Medio Oriente si assiste all’esodo dei cristiani, nella Penisola Arabica il numero dei fedeli di Gesù cresce senza sosta, formando una chiesa giovane, vivace, ma «pellegrina», povera di strutture e soprattutto a libertà vigilata.

«Quando nel 2003 fui nominato vicario apostolico d’Arabia, che allora copriva 6 paesi (Emirati Arabi, Oman, Yemen, Arabia Saudita, Bahrein e Qatar), il vescovo di Münster in Germania, mio amico, mi scrisse una lettera di congratulazioni, aggiungendo: “Ma non so cosa vai a fare in Arabia, perché non ci sono cristiani”. Gli risposi subito che avevo forse più cattolici di lui». Inizia così, sorridendo, mons. Paul Hinder, alla richiesta di tracciare un quadro generale della chiesa cattolica nella Penisola arabica. «Non esistono cifre ufficiali, ma dalle stime fatte sulla base delle indicazioni delle ambasciate in loco, si calcola che nei due vicariati ci sono oltre 4 milioni di cristiani, tre quarti dei quali cattolici».

Puramente pellegrina
Facciamo i calcoli, anche se rimangono approssimativi. Con circa 1 milione e 400 mila immigrati filippini, per l’85% cattolici, e altrettanti indiani, è plausibile che in Arabia Saudita il numero dei soli cattolici si avvicini a due milioni. Negli Emirati Arabi, secondo gli ultimi dati, ci sono circa 6 milioni di abitanti, di cui 5 costituiti da lavoratori stranieri. La stragrande maggioranza di tali immigrati professa l’islam (circa 3,2 milioni), ma i cristiani sarebbero oltre un milione e mezzo, di cui 580 mila cattolici. Un buon numero di cristiani è di lingua araba (oltre 100 mila, 12 mila solo ad Abu Dhabi) e proviene da Libano, Siria, Giordania, Palestina e Iraq. Analoga situazione si riscontra in Kuwait, la cui popolazione è formata da un milione di cittadini e due milioni di stranieri; di questi immigrati circa 500 mila sono i cristiani, tra i quali i cattolici sono 350 mila (320 mila di rito latino e 30 mila di rito orientale).
«Prima di tutto la nostra è una chiesa puramente pellegrina – continua mons. Hinder -. Siamo tutti stranieri; non ci sono cittadini cristiani, salvo qualche sparuta eccezione in Yemen e Kuwait. Siamo tutti a tempo: anche noi, vescovi, preti e suore, tutti dobbiamo rinnovare il permesso di soggiorno, che non sarà mai un permesso permanente».
Si può dire che la prosperità dei paesi del Golfo è resa possibile dagli stranieri, gente molto attiva, ma a volte molto povera: moltissime donne e moltissimi uomini vivono con il minimo, spesso trattati come schiavi. Le condizioni per la loro presenza in questi paesi sono molto chiare: devono avere un visto debitamente ottenuto, che sarà sempre temporaneo; nessuno straniero può accedere alla cittadinanza araba, né possedere terre o immobili; nessuno sciopero è permesso né reclamare in pubblico; non esiste alcuna sicurezza sociale né tutte le facilitazioni per salute, studio, abitazione… godute dai cittadini arabi. Ogni infrazione legale causa l’espulsione immediata. Gli immigrati sono utilizzati secondo le necessità del paese. «I nostri fedeli – spiega mons. Camillo Ballin, vescovo del Kuwait e ora vicario apostolico dell’Arabia settentrionale – sanno che nessun paese del Golfo sarà la loro nuova patria; vi possono restare finché́ hanno un visto di lavoro; quando il lavoro verrà a mancare o arriverà l’età della pensione, dovranno tornare al proprio paese o cercarsi un’altra nazione, di solito gli Stati Uniti». 

Evviva… la babele
Quella d’Arabia è una Chiesa molto viva, formata a volte da realtà piccolissime e in situazioni d’insicurezza, come quelle presenti nello Yemen, altre volte da parrocchie mastodontiche, come quella di Saint Mary a Dubai, con 200 mila fedeli, dove ogni settimana si distribuiscono più di 50 mila comunioni. Ad Abu Dabi dal venerdì alla domenica si susseguono decine di migliaia di fedeli in una dozzina di messe.
La pratica per molti cattolici rimane difficile, prima di tutto a causa delle distanze; ma anche dove ci sono luoghi di culto, essa si riduce spesso a Natale e Pasqua, perché in molti casi i padroni musulmani non danno il permesso di recarsi in chiesa in modo regolare, specialmente se si tratta di domestiche.
«Se tutti venissero in chiesa non sapremmo come accoglierli  – spiega mons. Ballin -. Il problema dello spazio è enorme in tutti gli stati del Golfo. In Kuwait abbiamo solo due chiese e due cappelle per oltre 300 mila fedeli. La cattedrale è stata costruita 50 anni fa per 700 persone, ma ad ogni messa ne abbiamo almeno mille. Una situazione che molti parroci europei, le cui chiese sono spesso semi vuote, invidierebbero; ci vorrebbe il miracolo di Loreto: un volo di qualche cattedrale europea dalle parti del Golfo» conclude il vescovo sorridendo.
«Siamo una realtà piccola, ma molto variegata, che, nonostante la sua piccolezza, riflette tutta la ricchezza spirituale della Chiesa cattolica» continua mons. Ballin. I fedeli sono diversi per nazionalità e cultura: indiani, filippini, bengalesi, singalesi, pakistani, coreani, egiziani, etiopi, arabi mediorientali, europei, americani… Alle differenze nazionali si aggiunge la diversità dei riti e delle lingue: rito latino,̀ celebrato in inglese, konkani, tagallog, tamil, singalese, bengali, oltre a francese, italiano, polacco e arabo; riti siro-malabarico e siro-malankara, officiati in lingua malayalam; riti maronita e copto celebrati in arabo, con parti rispettivamente in siriaco e in copto.
Si possono immaginare le difficoltà provocate da una babele del genere, soprattutto quando si tratta di programmare le varie cerimonie e fissare spazi e tempi in cui le differenti comunità possono riunirsi. Ne è un esempio la veglia pasquale in Kuwait: alle 19 comincia la celebrazione in lingua konkani; alle 21 inizia la veglia in inglese presieduta dal vescovo, che deve finire entro le 23, per dare spazio alla veglia in arabo, che a sua volta deve terminare entro le 24.30, quando comincia quella di rito maronita. E sono tutte affollatissime con migliaia di persone.
«Dal punto di vista logistico il problema di far quadrare il cerchio si presenta anche durante l’anno – continua mons. Ballin -. Ma i miei preti sono abilissimi al riguardo». Per accontentare tutti, per quanto è possibile, le celebrazioni domenicali si fanno in contemporanea: cioè,̀ mentre un sacerdote celebra in cattedrale, altri preti celebrano in altre lingue o riti nei grandi saloni al pianterreno, nel sotterraneo e al primo piano. In certi periodi, come Natale, Settimana Santa, Pasqua, primo e ultimo giorno dell’anno e alcune feste della Madonna, è del tutto normale celebrare una ventina di messe al giorno. Un altro esempio è la veglia nottua tenuta ogni terzo giovedì del mese, dalle 10 di sera alle 6 del mattino seguente: vi partecipano sempre oltre mille persone, dall’inizio alla fine.
«Abbiamo fedeli ferventi e molto praticanti, che sono una grande consolazione per noi pastori – conclude il vescovo Ballin -. Non hanno altri appoggi se non nel Signore. Molti di loro sono soli: per portare la famiglia devono avere un salario mensile di almeno mille dollari. Tale solitudine è̀ molto sentita soprattutto nelle grandi feste».

Libertà… vigilata
La maggior parte dei fedeli che compongono la chiesa d’Arabia sono giovani, animati quindi di entusiasmo e voglia di impegnarsi tipica della loro età; ma deve fare i conti con una libertà religiosa molto limitata. La libertà di coscienza non esiste affatto o è a senso unico, cioè, un cristiano può farsi musulmano, ma un musulmano non può farsi cristiano.
Sulla libertà di culto bisogna fare notevoli distinzioni, a cominciare dai luoghi di culto. Re e sceicchi dei paesi del Golfo (Arabia Saudita esclusa) si sono dimostrati comprensivi nel permettere edifici per il culto, almeno uno in ogni loro stato; ma non più di una per città, come avviene negli Emirati Arabi. Non esiste alcun contratto stabile sulla proprietà e sull’uso degli edifici, scuole e chiese: tutto funziona finché persiste il benvolere del monarca. Poiché lo straniero non può possedere niente in questi paesi, anche il suolo dove si trovano le chiese è dato in affitto dal governo, che può richiederlo indietro in qualsiasi momento per costruirvi una strada, una piazza o altra struttura di comune vantaggio.
Generalmente non è permesso alcun segno esterno che possa far notare la presenza cristiana, come croci e campanili, suono di campane o altoparlanti; ogni chiesa è spesso affiancata da una o più moschee dalle dimensioni imponenti e con vistosi e altisonanti mezzi di presenza, anche quando i praticanti sono scarsi.
All’interno dei luoghi concessi alla chiesa c’è totale libertà di culto; si possono svolgere tutti i riti e cerimonie che si vogliono; ma tutto deve rimanere dentro le mura di cinta del complesso parrocchiale; nulla deve apparire all’esterno. La polizia vigila; ma lascia fare. Generalmente non si ha l’impressione di essere controllati. «Anche nelle mie prediche sono libero – afferma mons. Hinder -. Sono più libero del mio vicino imam, che il venerdì deve usare il testo ufficiale fornito dal ministero degli affari religiosi o un suo testo sottoposto all’approvazione dello stesso ministero. A me e ai nostri preti ciò non è richiesto. Abbiamo quindi una certa libertà negli Emirati, sultanato di Oman, Qatar e Bahrein».
«Forse il nostro lavoro sembra ristretto al ruolo liturgico – continua mons. Ballin -. Non ci è possibile avere alcun ruolo sociale, tanto meno prendere posizioni o fare dichiarazioni in difesa dei diritti negati a qualsiasi cattolico. Ma non ci accontentiamo delle grandi folle; pensiamo anche a quelli che per vari motivi e condizioni non possono venire a celebrare con gli altri o credono di non avee bisogno e cerchiamo di aiutarli a essere veramente cristiani nel mare magnum musulmano».
E questa è un’altra sfida della Chiesa in terra arabica: molti cattolici confessano di sentirsi più cristiani di quanto non lo fossero in patria; vivere immersi nel mondo islamico li rende autenticamente testimoni di Cristo e responsabili nel dimostrare che il cristianesimo non si identifica con lo stile di vita che va per la maggiore in Occidente.

Nella culla di Maometto
L’Arabia Saudita «in fatto di libertà è molto in ritardo a causa del sistema politico-religioso dello stato – spiega benignamente mons. Hinder -. Il re attuale, il quasi novantenne Abdallah Ibn Abd el Aziz, è impegnato a introdurre lentamente certe riforme, ma non sappiamo se continuerà su questa strada, sia per le enormi resistenze della società saudita, sia per l’incertezza della sua successione. Ma non entro nei dettagli, poiché si tratta di un argomento delicato e non voglio mettere a rischio quel poco che possiamo fare. Spero che passo passo, con discrezione, possiamo migliorare la situazione».
Non è un mistero per alcuno che nel regno saudita i diritti umani sono calpestati, quello della libertà religiosa e di coscienza non esiste affatto. L’unica religione ammessa è l’islam, nella sua versione giuridico-teologica del fondamentalismo wahhabita. In base a una rigorosa prescrizione coranica, la patria di Maometto è suolo sacro e non può esservi tollerato alcun altro culto all’infuori dell’islam. Agli inizi tale sacralità era ristretta alla Mecca e Medina; ma il secondo califfo (634-644) la estese a tutta la penisola.
In base a tale principio è proibito qualsiasi esercizio e segno religioso, chiesa o luogo di culto anche per le cosiddette religioni del libro, ebraismo e cristianesimo, tollerate nel resto del mondo musulmano. È vietato a tutti, anche a visitatori, avere con sé libri religiosi e bibbie, indossare o esporre simboli religiosi, come crocifissi e rosari. Non parliamo di conversione dall’islam al cristianesimo, considerata apostasia, punita con la morte, anche se da tempo non si hanno notizie di esecuzioni per tale reato.
In barba a tale proibizione, nella culla dell’islam, il numero dei cristiani, e quindi dei cattolici, è più alto che in tutto il Medio Oriente. Sono gruppi diversi per riti, lingua e nazione, provenienti dall’Asia, ma anche dall’Africa, Etiopia ed Eritrea soprattutto, che si organizzano anche clandestinamente.
Il governo tollera la loro presenza, finché rimane discreta e occulta. Una tolleranza ufficiosa che permette ai cristiani stranieri di praticare la propria fede «in privato», ma «senza disturbare gli altri». Ma poiché non è ben definito cosa significhi «in privato»,  negli anni più recenti si sono avuti non pochi soprusi da parte della muttawa, la polizia religiosa, che ha potere di perquisire le abitazioni dei cristiani, requisire crocifissi, bibbie, icone, rosari o altri oggetti e simboli religiosi, fino ad arrestare i cristiani sorpresi a pregare.
È pur vero che da quando sul trono saudita siede Abdallah Ibn Abd el Aziz (2005), è diminuito il numero di arresti di cristiani: il sovrano ha limitato i poteri della muttawa. Anzi, il monarca sembra diventato un campione di dialogo interreligioso, promuovendo incontri interconfessionali e interreligiosi. Il 7 novembre 2007 ha fatto visita al papa Benedetto XVI: l’incontro tra il monarca saudita, «custode delle due sante moschee» (Mecca e Medina), e il capo dei cattolici di tutto il mondo è stato definito «storico» dalla stampa araba e ha acceso la speranza di qualche spiraglio di libertà religiosa nel regno saudita, ma per ora ogni speranza rimane nel cassetto. 

Una protesta non fa primavera
La cosiddetta «primavera araba», l’ondata di proteste scoppiata nel Nord Africa, ha portato lo Yemen sull’orlo di una guerra civile, sconvolto il Bahrein e lambito altri paesi del Golfo, come Arabia Saudita e Oman, che si sono affrettati a promettere qualche riforma politica, economica e sociale; il resto della penisola è rimasta molto calma. Tuttavia il vento della rivolta araba ha provocato tra i cristiani del Golfo «grande preoccupazione per il loro futuro – afferma mons. Ballin -. Temono di perdere il lavoro e di essere rimpatriati nei paesi di provenienza. L’instabilità politica li spaventa e in nessun modo hanno preso parte alle proteste».
«Non sono profeta – sorride mons. Hinder – ma credo che anche nel mondo arabo-musulmano del Vicino Oriente si stiano facendo passi avanti. Tuttavia dobbiamo sempre tenere presente che in ambito di libertà e diritti umani lo sviluppo non sarà lineare, si possono avere due passi avanti e uno indietro; a volte uno avanti e due indietro».
Nulla di nuovo in vista per quanto riguarda la libertà religiosa. I rapporti tra gerarchia cattolica e governanti, a parte l’Arabia Saudita, sono sempre cordiali. Il problema sorge nel passaggio ai fatti: quando si chiede un nuovo spazio o permessi per costruire, per aprire una nuova scuola o rinnovae una già esistente… ai livelli superiori di governo dicono di sì, ma a quelli più bassi gli ostacoli si moltiplicano e sono insuperabili, sia perché le amministrazioni sono spesso in mano a fondamentalisti, sia perché di fronte a qualsiasi evento, anche piccolo, sorgono subito sospetti di proselitismo, anche se nessuno dei preti cattolici si sogna di convertire un musulmano, col rischio di espulsione o chiusura delle loro opere. Al contrario, quando qualcuno, cristiano o di altra religione, si converte all’islam la notizia viene sbandierata con tutti i mezzi di comunicazione.
E tutto questo in barba alla reciprocità invocata in Occidente, quando, concedendo permessi di costruire moschee si chiede che anche nelle regioni a maggioranza islamica sia possibile costruire chiese o comunque sia garantita la libertà di cambiare religione. «È bene che ne parlino i capi di stato quando vengono in visita nei paesi cristiani – afferma mons. Hinder -; ma più che parlare di reciprocità, è importante insistere sul rispetto della libertà di culto e di religione. Inoltre è importante il modo con cui si dicono le cose, si pongono i problemi, senza umiliare i paesi arabi, i nostri interlocutori. E questo vale per tutti gli ambiti: ci troviamo di fronte a persone che sono orgogliose, che non vogliono essere accusate, che non ammettono di essere umiliate».

Benedetto Bellesi

Benedetto Bellesi