DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

Questo sito, per scelta, NON fa pubblicità, NON richiede registrazioni di sorta, NON è a pagamento.

* Per non fare concorrenza «sleale» alla copia stampata,

la nuova rivista è online dalle prime ore del 16° giorno di ogni mese di uscita.

Una priorità … alla volta

Intervista a mons. Josè Luis Ponce de Leon, vicario apostolico di Ingwavuma

Dall’inizio del 2009 mons. José Luis Ponce de Leon, missionario della Consolata
argentino, è alla guida del vicariato apostolico di Ingwavuma. Tre anni di sede vacante hanno accumulato numerose urgenze, che vengono affrontate una per volta, mentre vecchi e nuovi progetti cercano di
rispondere alle sfide del distretto più povero del Sudafrica, tra le quali l’Aids e le miserie che
ne derivano.

«Quando fu annunciata la mia nomina a vescovo di Ingwavuma, nel novembre 2008, un periodico italiano mi telefonò a Roma, domandandomi quali fossero i piani per il vicariato. Fui preso alla sprovvista: quali piani potevo avere senza conoscere il luogo, la sua gente e la sua storia? Del vicariato conoscevo solo Saint Lucia, dove avevo fatto un ritiro e poi vi avevo portato due o tre confratelli per studiare lo zulu alla scuola di padre Declan Doherty. Non conoscevo niente di questo luogo». Così mons. José Luis comincia a raccontare la sua esperienza missionaria alla guida del vicariato di Ingwavuma.

Come mai sei stato nominato vescovo di Ingwavuma e non di Dundee, dove avevi già lavorato?
Fino a tre o quattro anni fa, quasi metà delle diocesi del Sudafrica erano vacanti. Nel 2006 è arrivato il nuovo nunzio, mons. James Patrick Green: ha visitato le diocesi, ha parlato con la gente e ha fatto gradualmente le nomine. Nominare vescovi scelti fuori dalle diocesi di destinazione penso sia stata la sua policy: lo ha fatto con tutte le sedi vacanti eccetto una. Così a Dundee, dove lavorai per 10 anni svolgendo vari incarichi a livello diocesano, è stato mandato un prete di Durban, mentre io sono a Ingwavuma.
Penso che tale policy porti dei vantaggi, soprattutto perché obbliga a capire la realtà nuova e sconosciuta in cui si è chiamati a lavorare.

Qual è la novità di Ingwavuma?
Anche se il vicariato di Ingwavuma confina con la diocesi di Dundee, si tratta di una realtà diversa. Dundee porta l’impronta dei francescani e dei missionari della Consolata; Ingwavuma quella dei Servi di Maria. Sono arrivati qui nel 1948; in 60 anni hanno evangelizzato questa zona; esistono ancora alcune chiesette che risalgono ai benedettini di Santa Ottilia, primi missionari nello Zululand, ma a fondare e sviluppare la Chiesa sono stati i Servi di Maria della provincia americana.
Per molti anni, come mi hanno raccontato, andavano di famiglia in famiglia chiedendo alla gente di mandare i figli a scuola, facendo dell’insegnamento il principale mezzo di evangelizzazione, finché il governo tagliò i sussidi alle scuole cattoliche e divenne impossibile portarle avanti. Verso gli anni ‘70 passarono a costrure cappelle e seguire le piccole comunità.

Dopo tre vescovi Servi di Maria, come sei stato accolto?
Forse i serviti stessi hanno chiesto un vescovo esterno al loro ordine. Mi hanno accolto tutti con molto calore: Servi di Maria e clero diocesano, religiose e laici, anche se ero un illustre sconosciuto. Fin da subito ho detto alla gente che volevo conoscerla e che avrei visitato tutte le comunità, ma senza preavviso. Ho spiegato pure che quando non capiscono cosa dico, devono dirmelo. E continuo a insistere: «Vi prego, non dite: “Yebo baba, yebo baba” (sì padre), anche se non mi capite».

E com’è andata?
Hanno tentato di farmi cambiare idea: era per loro inconcepibile accogliere il vescovo senza fare festa e dargli così una buona impressione. Spiegai che volevo vedere «una domenica normale», come quelle che vivono settimanalmente i loro preti. E i preti mi hanno aiutato in questo, dicendomi dove e quando andare, dandomi qualcuno per guidarmi, ma mai hanno avvisato la gente del mio arrivo. Ho incontrato comunità vive che preparano liturgie vibranti e partecipate anche in assenza del prete; altre invece si sono mostrate paurose e fragili. In tutti i casi c’è stata una sincera gratitudine. «Siamo felici che ti ricordi di tutti noi e diciamo grazie perché percorri le stesse strade che fanno ogni domenica i nostri preti, senza preoccuparti di distanze e altre difficoltà che incontri per venire a visitarci». A Ingwavuma, alla fine della messa mi hanno detto: «Il tuo predecessore è arrivato giovane ed è invecchiato insieme a noi; anche tu sei arrivato giovane: ti auguriamo di invecchiare tra di noi».

Quanti fedeli conta il vicariato?
Il vicariato di Ingwavuma (nome della prima missione aperta nel suo attuale territorio) si estende da nord a sud per 250 km e per 80 km da est a ovest; conta circa 600 mila abitanti, dei quali 25 mila cattolici (4% circa), sparsi in 5 parrocchie o missioni: a nord Ingwavuma e Ngwanase confinanti con il Mozambico, al centro Ubombo con le omonime montagne, a sud Mtubatuba e Hlabisa, dove c’è la cattedrale. Ogni parrocchia conta da15 a 20 comunità: 75 nell’intero vicariato. Le ho visitate quasi tutte.
Fino a sette anni fa tutti i preti, vescovo compreso, erano Servi di Maria, eccetto un diocesano. Alla fine del 2004 sono stati ordinati i primi preti diocesani. Oggi nel vicariato lavorano 14 preti: 8 diocesani e 6 Serviti. Ci sono anche due comunità di suore.
In sette anni c’è stato un ricambio di personale, con i Servi di Maria dimezzati (ormai tutti sopra i 70 anni) e sostituiti da giovani preti diocesani. Il passaggio generazionale obbliga a un cambiamento di visione pastorale e missionaria, ma soprattutto di prospettive, di aspettative e metodi, di cui ho già parlato ai fedeli: i Serviti, quasi tutti stranieri, avevano aiuti dall’estero e potevano sostenere economicamente il vicariato; i diocesani invece dovranno essere sostenuti dalle proprie comunità.

Quali sono le priorità affrontate in questi tre anni?
Quando arrivai nel vicariato, rimasto senza vescovo per tre anni, tutti si aspettavano che prendessi subito delle decisioni. Invece ho radunato preti e suore per presentarmi, dire la mia storia e domandare cosa si aspettavano da me. Poi ho chiesto quali fossero secondo loro le priorità pastorali da affrontare. Dopo aver messo a fuoco le varie urgenze, dissi loro che, considerando le nostre forze limitate e la vastità del territorio, bisognava scegliere una priorità alla volta: realizzata o avviata la prima, passare alla seconda.
Tutti hanno scelto la catechesi, nel suo senso più ampio, come cammino di fede vissuta quotidianamente, esperienza personale di Cristo e impegno per farlo conoscere a tutti.
Per realizzare tale cammino c’è bisogno di catechisti. Abbiamo mandato dieci persone, due per parrocchia, alla settimana di formazione per catechisti al centro Pax Christi di Newcastle; corso che si tiene ogni anno all’inizio di gennaio, tempo di ferie, dato che molti dei nostri catechisti sono anche maestri. Dopo tale corso essi erano preparati per formare altri catechisti. Si sono costituiti in due équipes e nei finesettimana di marzo e di maggio 2010 hanno tenuto il loro primo corso nei centri di Hlabisa e Ngwanase. La risposta ha superato ogni aspettativa: oltre 150 persone, provenienti da tutte le missioni, hanno partecipato a tutti gli incontri e li hanno animati attivamente. Anch’io sono stato presente a tutti questi raduni: ho compreso ancora una volta che la presenza del vescovo, anche senza dire una parola, è per tutti un segno di quanto io ritenessi importante ciò che stavano facendo.

Quale sarà la seconda priorità?
Il cammino è ancora lungo. La seconda priorità sarà la preparazione di un’équipe itinerante per la formazione di laici, animatori e leader di comunità. La preparazione di questa squadra, di cui farò parte io stesso, avverrà tramite il corso apposito di tre settimane organizzato a Johannesburg dal Lumko Institute, organismo della Conferenza episcopale Sudafricana. Esso ci darà un linguaggio, una visione comune e insieme potremo anche vedere come tradurre tutto ciò nella nostra realtà rurale.

A livello sociale quali sono gli impegni del vicariato?
Quando andai a chiedere aiuto in Germania, il direttore di una Ong mi accolse con queste parole: «Per noi il Sudafrica è una nazione ricca: devi convincermi che io devo aiutarti». Gli posi sotto gli occhi un dossier con le statistiche ufficiali governative, mostrando come il distretto di Khanyakude (territorio del nostro vicariato) è uno dei due distretti più poveri del Sudafrica, soprattutto a causa dell’Aids, che colpisce il 30-40 per cento della popolazione. La pandemia ha falciato praticamente quelli della mia generazione, tra i 40-50 anni, lasciando tantissimi orfani che vivono per strada o in baracche, presso nonni e parenti in condizioni di miseria.
Nel vicariato non esiste alcun orfanotrofio né struttura specifica per tali bambini, ma abbiamo progetti di aiuto per più di 3 mila orfani, con lo scopo di farli crescere nel proprio ambiente e comunità. Cioè, provvediamo a costruire casette a due stanze per gli orfani e le persone che se ne prendono cura. Tale progetto è spesso complesso: bisogna procurare certificati di nascita e documenti di identità di cui sono sprovvisti molti bambini e chi li accudisce; assicurare il diritto di proprietà del terreno dove si costruisce la casa, ottenendo il riconoscimento da parte dell’autorità tribale; quindi seguire le pratiche per iscrivere i bambini agli uffici di assistenza sociale e alla scuola, fornire loro uniformi e materiale scolastico, visitare i beneficiari del progetto per conoscere i loro bisogni e controllare che tutto proceda bene…
Sono già state costruite una cinquantina di case e altrettante sono già sponsorizzate dalla Germania. Nella zona di Hlabisa il progetto è iniziato da poco; la maggior parte delle realizzazioni sono nel nord del vicariato, dove aiutiamo anche molti orfani mozambicani.
In questa zona direttori o ex direttori di scuola hanno cominciato a prendersi cura di alcuni orfani: ora ne aiutano più di mille. Li ho molto lodati, perché questa volta l’iniziativa non parte da uno straniero, prete o suora, ma da laici cattolici, che si prendono cura della propria gente. E noi ci serviamo di loro per costruire queste case: essi identificano chi ne ha veramente bisogno e continuano a seguirli nella loro situazione scolastica e sanitaria.

Tu hai una lunga esperienza anche nella prevenzione del virus e cura dei malati di Aids.
Come chiesa cattolica abbiamo affrontato il problema molto prima del governo. Anzi, da parte governativa c’è stata una grande confusione: nel 1998 Mbeki aveva fatto un bellissimo discorso sulla gravità della situazione, ma, diventato presidente si è rimangiato tutto, dicendo che l’Aids è una malattia come le altre, che non si trasmette da madre a figlio e che i farmaci antiretrovirali non servono. L’attuale presidente ha aggravato la situazione.
La Conferenza episcopale sudafricana ha avuto un’intuizione geniale: ha istituito uno speciale «Ufficio Aids», con lo scopo di cornordinare la raccolta di fondi delle organizzazioni inteazionali e la loro distribuzione per sostenere i programmi di assistenza ai malati di Aids. Nella mia esperienza a Madadeni e a Daveyton mi bastava pensare un progetto, farlo firmare dal vescovo, presentarlo all’Ufficio Aids a Pretoria e gli aiuti arrivavano regolarmente, rendendo poi conto dell’impiego degli aiuti ricevuti.
Con l’arrivo dei farmaci antiretrovirali, la Conferenza episcopale ha svolto ancora una volta un’azione pionieristica, individuando e organizzando vari centri per la distribuzione dei farmaci e per il controllo dei loro effetti. Uno di essi è il centro San Gabriele a Mtubatuba. Oltre a questo centro, abbiamo una «clinica mobile»: ogni settimana una nostra auto raccoglie i pazienti per strada e li porta in una delle nostre cappelle dove ricevono gli antiretrovirali.
I nostri progetti rimangono ancora all’avanguardia e sono apprezzati per serietà ed efficienza, nonostante la modestia delle strutture: un laboratorio Toga sistemato all’interno di un container, con macchinari che eseguono analisi sul posto, senza attendere i risultati dagli ospedali delle grandi città con un notevole risparmio di tempo. A ciò si deve aggiungere che i nostri operatori arrivano nei luoghi dove nessuno arriva.

Quanti sono i pazienti curati con antiretrovirali?
Al momento nel vicariato sono 1.300 i malati di Aids che prendono regolarmente antiretrovirali. I soldi provengono dagli Stati Uniti, tramite il Pepfar (Presidencial emergency plan for Aids releif). A partire dal 2013 tali aiuti non verranno più versati a chiese o organismi particolari, ma ai singoli governi. Abbiamo aperto un dialogo con gli amministratori locali, dicendoci disposti a continuare il nostro lavoro, purché ci vengano foite le medicine, che sono la parte più costosa del progetto; altrimenti dovremo chiudere. Il governo ha risposto che vuole prendersi la totale responsabilità dei pazienti in questione: al nord 600 di essi sono stati trasferiti in 10 giorni all’ospedale di Manguzi, vicino al Mozambico; quelli in cura nel centro di Mtubatuba passeranno gradualmente agli ospedali locali entro il mese di maggio 2012.

E come l’avete presa?
È giusto che il governo si assuma le sue responsabilità, dopo che la Chiesa ha svolto un ruolo di supplenza in assenza dello Stato. Ma rimangono delle perplessità. La gente non si fida del servizio statale: teme che la distribuzione dei farmaci non avvenga in modo regolare, specialmente in caso di scioperi, che possono durare a lungo come è capitato l’anno scorso. Inoltre, molte persone, a causa dello stigma ancora legato all’Aids, rifiutano di recarsi all’ospedale locale, per paura che amici e colleghi di lavoro vengano a scoprire la loro malattia. E senza la regolare assunzione di antiretrovirali il paziente muore, anche per un semplice raffreddore.

Quale futuro?
È chiaro che a livello di vicariato dovremo rivedere il nostro lavoro con i malati di Aids. In un incontro con i responsabili del progetto Aids abbiamo fatto due scelte: continuare i progetti a favore degli orfani, pensando alle generazioni di domani; intensificare il programma di formazione Education for life, (educazione per la vita), destinato soprattutto ai giovani, poiché il problema della prevenzione rimane una grande sfida. Non manca l’informazione da parte di mass media e governo, per prevenire Aids, ma non bastano i preservativi; occorre formare alla responsabilità e offrire motivazioni per sfidare preconcetti mentali, culturali e di situazioni concrete.
Ma c’è dell’altro. Sono entrato da poco in contatto con la dottoressa Barbara Ensoli, cornordinatrice del centro nazionale Aids dell’Istituto superiore di sanità, dove si sta studiando un vaccino per prevenire l’HIV e neutralizzare l’Aids. La fase preventiva richiede ancora tempo, le sperimentazioni terapeutiche invece stanno dando buoni risultati. Tali esperimenti, grazie a un programma di cooperazione a livello di governi, sono in corso anche in Sudafrica. In un incontro con Barbara e il suo team, abbiamo presentato il nostro lavoro nel vicariato e sono rimasti impressionati dalla competenza tecnica dimostrata dai nostri operatori nel rispondere alle loro domande. La conclusione è stata: «Dobbiamo lavorare insieme». Chiusa una fase, se ne sta aprendo un’altra. Lo speriamo.

Benedetto Bellesi

Benedetto Bellesi