DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

Questo sito, per scelta, NON fa pubblicità, NON richiede registrazioni di sorta, NON è a pagamento.

* Per non fare concorrenza «sleale» alla copia stampata,

la nuova rivista è online dalle prime ore del 16° giorno di ogni mese di uscita.

Ritratti emblematici

MICHELE FU TIESHAN: antipapista

Nato nel dicembre del 1931, nel distretto di Qing Yuan (Hebei), entrato a 10 anni nel seminario minore di Xishiku, completata la formazione teologica nel seminario maggiore dell’arcidiocesi di Pechino (vicino alla tomba di Matteo Ricci, ora requisito dal governo per fae una scuola del Partito), Fu Tieshan fu ordinato prete nel 1956 e svolse il ministero sacerdotale nelle parrocchie di Beitang e Nantang. Dal 1963 al 1966 studiò e si laureò all’università Hong Qi (Bandiera Rossa), mentre doveva anche lavorare per guadagnarsi da vivere.
Ufficialmente insediato dalle autorità comuniste come vescovo di Pechino, fu consacrato senza l’approvazione papale il 21 dicembre 1979. Unico tra i vescovi cinesi della seconda metà del secolo scorso non passò mai in un carcere o in un campo di rieducazione; anzi, la sua vita fu un crescendo di cariche importanti ecclesiastiche e politiche: vicepresidente dell’Assemblea nazionale del popolo (parlamento cinese), vicepresidente e segretario generale del Consiglio del vescovi cinesi (una specie di conferenza episcopale, non riconosciuta da Roma), presidente dell’Associazione patriottica (organismo che controlla la Chiesa ufficiale). Una carriera caratterizzata da umiliante servilismo verso il regime: fu l’unico personaggio religioso a difendere alla televisione di stato il massacro di Piazza Tiananmen (1989); difese a spada tratta le repressioni in Cina; si associò alla campagna internazionale contro il movimento taoista-buddista Falun Gong (1999); durante il Millennium Summit (2000) a New York, vituperò aspramente il Dalai Lama e si scagliò contro i paesi che «col pretesto dei diritti umani» si intromettono nella «sovranità» di altre nazioni.
Non si riconciliò mai con Roma. Anzi, si segnalò come accanito antipapista, intralciando i tentativi di dialogo tra Pechino e Santa Sede: criticò aspramente Giovanni Paolo II per «aver osato» canonizzare 120 martiri cinesi e missionari stranieri, «strumenti del colonialismo» (2000); lo stesso anno imbastì un’ordinazione di vescovi senza il permesso della Santa Sede; alla cerimonia non vollero partecipare né fedeli, né seminaristi.
Colpito gravemente da tumore ai polmoni nel 2005, morì il 20 aprile 2007, dopo aver ricevuto l’unzione degli infermi e la visita del presidente Hu Jintao. Un comunicato ufficiale l’ha esaltato come «leader religioso patriottico, attivista sociale e grande amico del partito comunista cinese».
Gli è succeduto Giuseppe Li Shan, consacrato vescovo il 21 settembre 2007, all’età di 42 anni, con la previa approvazione pontificia.

Giuseppe Zen Ze-kiun: antidiplomatico

Nato a Shanghai il 13 gennaio 1932, da famiglia numerosa (10 figli) e profondamente cattolica, Giuseppe Zen Ze-kiun compì gli studi in una scuola gestita da religiosi durante l’occupazione giapponese. Nel 1948, per scappare dal potere dei maoisti, fuggì a Hong Kong per coltivare la sua vocazione sacerdotale. Entrato nella famiglia salesiana, dopo il noviziato fu mandato in Italia, dove ottenne la licenza in teologia e fu ordinato sacerdote a Torino nel 1961.
Conseguito il dottorato in filosofia all’Università salesiana di Roma (1964), rientrò a Hong Kong e si dedicò all’insegnamento nell’istituto salesiano e, nel 1971, iniziò a insegnare filosofia al seminario diocesano. Dal 1978 al 1983 fu superiore provinciale dei salesiani (provincia che include Cina, Hong Kong, Macau e Taiwan).
Approfittando delle graduali aperture e modeizzazioni in Cina, Zen riuscì a tornare a Shanghai e nel 1989 ottenne il permesso di insegnare nel seminario di Sheshan, dove mancava qualsiasi opera di riferimento fondamentale, perfino la Bibbia. Ovviamente si trattava di un seminario gestito dalla Chiesa patriottica, controllata dagli addetti all’Ufficio affari religiosi del regime. Tale esperienza gli costò non poche critiche e sospetti da chi vedeva in lui una sorta di arrendevole «collaborazionista» del regime, anche se visse sulla propria pelle tensioni, speranze e incognite di una Chiesa che provava a risorgere dalla grande persecuzione maoista. Grazie alla conoscenza diretta di quanto avveniva nella Cina continentale, il card. Zen potè battersi (e continua ancora) contro le manipolazioni politiche messe in atto dal regime, che da oltre dieci anni cerca di controllare la gente di Hong Kong, come fa già con i 12 milioni di cattolici presenti in Cina.
Nel 1996 fu nominato vescovo coadiutore di Hong Kong, con diritto di successione. Resse la diocesi dal 2002 al 2009. Nel concistoro del 24 marzo 2006 Benedetto XVI lo nominò cardinale, inserendolo nella Commissione vaticana sulla Cina.
Durante tutto il suo episcopato il card. Zen si è distinto per il suo coraggio nel denunciare le pretese del regime di Pechino e nel movimentare le masse in difesa dei diritti umani, della libertà politica e religiosa. La sua voce è diventata scomoda anche in seno alla Chiesa cattolica: egli critica la Segreteria di Stato vaticana per i suoi compromessi con le autorità cinesi, nel tentativo di riallacciare le relazioni diplomatiche. Significativo il titolo di un libro-intervista in cui racconta la sua vita: «Senza diplomazia».
Alcune personalità conservatrici all’interno della Chiesa cattolica pensano che le relazioni tra Pechino e Vaticano sarebbero più rilassate senza le prese di posizioni del card. Zen. Dal 2009 è vescovo emerito e gli è succeduto l’ausiliare mons. John Tong Hon.

GIUSEPPE ZhENG CHANG CHENG:
sovversivo

Nato nel 1912 in una povera famiglia di falegnami, entrato in seminario nel 1926 a Fuzhou, poi a Shanghai nel 1930 e infine al seminario Holy Spirit di Hong Kong, Giuseppe Zheng fu ordinato sacerdote il 27 gennaio 1937. Laureato in storia e letteratura cinese all’Università cattolica di Pechino, insegnò nel seminario di Fuzhou e, nel 1951, divenne amministratore della stessa diocesi.
Nello stesso anno si rifiutò di firmare le accuse contro il nunzio Riberi. Nel 1955, interrogato per 25 giorni, rifiutò di rinnegare la fede cristiana e l’obbedienza alla sede di Pietro: accusato di essere un sovversivo e di nascondere in chiesa i fucili per i controrivoluzionari, fu mandato nei campi di rieducazione, dove rimase per 28 anni e ottenne alcune conversioni grazie alla sua testimonianza.
Liberato nel 1983, si dedicò a ridare vita alla Chiesa: fu anche rettore del seminario dal 1988 al 1992. Il 24 gennaio 1991, all’età di 79 anni, fu insediato dalle autorità politiche alla guida della diocesi di Fuzhou. Ma subito, tramite intermediari di Hong Kong, cercò di mettersi in contatto con Roma per regolarizzare la sua posizione. Nei 16 anni di episcopato restaurò più di 30 chiese e costruì il santuario diocesano «Rosa Mistica», situato a 30 chilometri da Fuzhou, diventato meta di frequenti pellegrinaggi. Per le sue numerose opere di carità, fu insignito di un riconoscimento da parte delle autorità.
Ma a Fuzhou c’era anche un altro vescovo, Giovanni Yang, clandestino e in comunione con Roma. Tra le due comunità i rapporti erano pessimi; una buona parte dei preti della diocesi non lo riconobbero come loro vescovo; alcuni lo accusarono addirittura di infedeltà al papa e alla chiesa. Egli provò più volte la via della riconciliazione, disposto anche a farsi da parte se il vescovo clandestino fosse venuto allo scoperto e avesse assunto la guida della diocesi.
Tutta la vita spesa per Cristo, devotissimo della Madonna, negli ultimi anni fu colpito da cancro alla gola: offrì la sua vita per vedere la piena riconciliazione fra le due comunità cattoliche della diocesi. Ma non ebbe tale consolazione. In compenso ebbe da Roma importanti segni di riconoscimento della sua fedeltà: tramite il vescovo di Hong Kong ricevette l’anello vescovile e mediante il cardinale Ivan Dias, prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, la benedizione di Benedetto XVI. Si spense il 18 dicembre 2006, all’età di 94 anni.

GIUSEPPE WEI JINGYI: ecumenico

Vescovo clandestino di Qiqihar, (diocesi nell’estremo nord della Cina), Giuseppe Wei Jingyi era fra i quattro vescovi della Cina popolare invitati al Sinodo sull’Eucaristia nell’ottobre 2005. A tutti e quattro fu negato il permesso di lasciare la Cina per giungere a Roma, benché gli altri tre fossero ufficialmente riconosciuti dal governo di Pechino.
Era clandestino anche il suo predecessore, Paolo Guo Wenzhi, morto il 29 giugno 2006 all’età di 84 anni. Mons. Wei ne celebrò i funerali e lo seppellì in un luogo segreto, sfidando le autorità politiche, che gli avevano proibito di officiare le esequie e ordinato la cremazione. Altra sfida al regime fu la lettura in tutte le chiese di una lettera pastorale in cui spiegava come applicare le indicazioni espresse dal papa nella lettera inviata nel 2007 a tutti i cattolici cinesi. In essa mons. Wei espresse la volontà di riconciliarsi con alcuni sacerdoti della diocesi che gli avevano rifiutato obbedienza poiché lo ritenevano troppo cedevole al regime comunista; invitò pure tutti i fedeli a partecipare ai sacramenti amministrati da vescovi e sacerdoti ufficiali, purché in comunione con Roma. Inoltre, avviò un dialogo con la chiesa russo-ortodossa presente nella sua diocesi.
Ordinato a 48 anni, abita in un piccolo villaggio, il solo luogo dove le autorità politiche gli consentono di esercitare il suo ministero, insieme a una ventina di preti entusiasti e quasi tutti più giovani di lui. Tale situazione è specchio del vuoto di preti tra i 45 e i 70 anni di età, causato dalla rivoluzione culturale. L’enorme divario tra la generazione eroica di vescovi anziani che stanno scomparendo e i loro successori, tutti attorno ai 40 anni, costituisce un fenomeno senza eguali nella Chiesa mondiale.

ANTONIO LI DUAN: riconciliatore

Nato nel 1927, per 20 anni in campi di detenzione (1954-57, 1958-60, 1966-79), vescovo di Xian (Shaanxi) dal 1987 per volere delle autorità comuniste e tacitamente riconosciuto dal Vaticano, mons. Li non si sottomise mai all’Associazione patriottica, ma difese strenuamente la libertà della Chiesa: nel gennaio del 2000 si nascose per non prendere parte all’ordinazione di 5 nuovi vescovi non riconosciuti da Roma.
Personalità stimata da intellettuali e politici anche non cristiani, ricostruì e rivitalizzò la Chiesa di Xian dopo i disastri della Rivoluzione culturale e si adoperò per riconciliare la Chiesa ufficiale e quella sotterranea; amato dai cattolici di entrambi gli schieramenti, fu spesso soggetto a controlli e interrogatori.
Membro della Chiesa ufficiale, ma sostenitore e amico dei pontefici, si adoperò per la riconciliazione tra Cina e Vaticano, riallacciandone i rapporti diplomatici. Mons. Li fu verosimilmente il cardinale in pectore creato da Giovanni Paolo II nel 2003 e mai rivelato; fu uno dei quattro vescovi cinesi invitati dal papa al Sinodo sull’Eucaristia dell’ottobre 2005.
Da due anni malato di cancro al fegato, morì il 25 maggio 2006, all’età di 79 anni. La sua tomba è meta di pellegrinaggi, come quella di un santo.

GIUSEPPE XING WENZHI:
successore di Fan e Jin

Originario di Shan Dung, entrato nel seminario di Shanghai nel 1983, prete dal 1990, Giuseppe Xing Wenzhi è stato ordinato ausiliare di Shanghai il 28 giugno 2005, all’età di 42 anni: è il primo vescovo ad essere nominato congiuntamente e pubblicamente dal governo di Pechino e dalla Santa Sede. Sarà successore di due vescovi ultranovantenni e malati: Luigi Jin Luxian, vescovo ufficiale, e Giuseppe Fan Zhongliang, vescovo clandestino.
Entrambi gesuiti, stretti collaboratori di mons. Ignazio Gong Pinmei, furono arrestati assieme al loro vescovo nel 1955, mentre tutti e tre salivano al santuario mariano di Sheshan per giurare che non avrebbero mai tradito la loro fede. Liberati dopo più di 25 anni di prigione e campi di rieducazione, presero strade diverse: Jin optò per la Chiesa patriottica e nel 1985 fu creato vescovo ufficiale della diocesi di Shanghai senza il mandato apostolico; mentre Fan scelse la clandestinità e, lo stesso anno fu ordinato clandestinamente e riconosciuto da Roma come unico successore dell’irriducibile Gong Pinmei, rimasto in libertà vigilata e poi costretto all’esilio negli Stati Uniti.
Mons. Jin è riconosciuto dal governo e, ultimamente anche in comunione con Roma; mons. Fan è riconosciuto da Roma e appena «tollerato» da Pechino; entrambi ultra novantenni e gravemente malati (Fan è malato d’alzheimer): per il successore Xing non ci sono problemi né da Roma, né da Pechino.

GIUSEPPE LIU XINHONG: illegittimo

Nel 2006 in Cina sono stati ordinati tre nuovi vescovi contro la volontà della Santa Sede, delle comunità locali e persino dei vescovi ordinati e ordinanti: uno di essi è Giuseppe Liu Xinhong consacrato il 3 maggio a Wuhu, nella provincia orientale dell’Anhui. Gli altri due sono: Giuseppe Ma Yinglin per la diocesi di Kunming (30 aprile) e Wang Renlei a Xuzhou (30 novembre). Due comunicati diramati dalla sala stampa Vaticana il 4 maggio e il 3 dicembre, hanno espresso «il dolore del Papa per questi atti che stravolgono un momento essenziale della vita ecclesiale», provocano «una grave ferita all’unità della Chiesa» e prevedono «severe sanzioni canoniche».
Mons. Liu ha chiesto l’approvazione di Roma, ma non l’ha ottenuta: era considerato l’uomo forte dell’Associazione patriottica, di cui fu vice presidente. La sanzione evocata è la scomunica latae sententiae, che scatta automaticamente qualora l’ordinazione sia stata data e ricevuta liberamente. Il Vaticano, però, ha implicitamente scusato gli autori dell’atto supponendo che l’abbiano compiuto sotto costrizione. Ma qualora l’Associazione patriottica organizzasse in futuro altre ordinazioni illegittime (Pechino avrebbe già pronti i suoi candidati) si prevede che la reazione di Roma sarà più dura. Esigerà dai nuovi vescovi illegittimamente ordinati di non esercitare il loro ministero.

Benedetto Bellesi

Benedetto Bellesi