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Vite sfollate

Reportage: la guerra, la povertà, il futuro

I territori secessionisti del Sud Ossezia e dell’Abkhazia, appoggiati dalla Russia, sono costati alla Georgia tre guerre (1991, 1993, 2008). E migliaia di sfollati che continuano a vivere in condizioni miserevoli.
Oggi, con la presidenza Saakashvili e gli aiuti inteazionali, Tbilisi cerca di costruire un futuro migliore per il paese e i georgiani.

Il 26 maggio in Georgia è festa nazionale. È il giorno dell’indipendenza e l’anniversario si celebra con una grande parata militare nella capitale, Tbilisi. La parata sfila lungo il centralissimo viale Rustaveli, dove è situato il palazzo del Parlamento, davanti al quale per l’occasione si allestisce una tribuna che ospita le massime autorità dello Stato.
Lo scorso maggio mi trovavo nuovamente in Georgia e ho deciso di andare a vedere la parata. A causa degli sbarramenti in centro ho tardato ad arrivare a destinazione. Quando sono giunta in prossimità della tribuna due ali di popolo erano già accalcate lungo i marciapiedi: lo spettacolo stava cominciando. Ho allungato il collo e, da dietro il muro umano, ho visto i soldati scorrere a squadre compatte, precedute dai loro comandanti. Risalendo la corrente per trovare un punto d’osservazione migliore, sono arrivata fino all’ampia piazza della Repubblica, dove mi ha accolto un rombare di motori: erano i carri da guerra e la contraerea, pronti a partire per accodarsi alle schiere dei soldati. Come in tutte le parate che si rispettino.
Osservando i soldati che, nonostante i movimenti rigidi e cornordinati, avevano un’aria trasandata e non molto militaresca, intravedendo sotto i berretti le loro facce compassate ma bonarie, mi è tornato in mente che nell’agosto del 2008 quello stesso esercito si era disfatto in quarantottore.
Per i georgiani era stato un duro colpo all’orgoglio nazionale. Da quando il presidente Saakashvili era salito al potere, quattro anni prima, con l’aiuto di esperti americani si era cominciato ad addestrare gli uomini, ad ammodeare e potenziare gli armamenti. Erano apparsi per le strade di Tbilisi grandi cartelloni pubblicitari, che mostravano immagini di soldati sorridenti, rassicuranti. Se ne esaltava la preparazione e s’invitavano i giovani ad arruolarsi per diventare, anch’essi, degli eroi.  Il loro coraggio sarebbe servito per riconquistare i territori secessionisti del Sud Ossezia e dell’Abkhazia, che si facevano forti dell’appoggio della Russia. In tempo di pace i georgiani avevano creduto di potercela fare contro un avversario mille volte più forte. Quella convinzione, però, era svaporata in poche ore sotto i fischi delle bombe e dell’artiglieria russa. L’unica cosa che i soldati avevano potuto fare era stato abbandonare tutto e tornare a casa.
A giudicare dai volti eccitati e lieti, la memoria di quegli avvenimenti non sembrava turbare l’atmosfera di festa che regnava intorno alla parata. Maggio era nel pieno del suo splendore, il sole inondava il viale Rustaveli e faceva brillare i colori delle uniformi, delle bandiere, dei fiori nei vasi delle fioraie. Grandi e piccoli si godevano la giornata primaverile e lo spettacolo offerto. Io, però, pur nella generale allegria, non riuscivo a scacciare dalla mente le immagini delle persone che fuggivano dai bombardamenti in quell’agosto di due anni prima. Allora ero a Tbilisi e mi capitò più volte d’incontrare gli sfollati, di udire le loro tragiche storie. Fortunatamente, la guerra sarebbe durata solo pochi giorni, presto la città e il paese avrebbero ripreso la loro vita normale.

LA TRISTE ODISSEA DEGLI SFOLLATI
Il peso del ricordo di quei giorni funesti è rimasto sulle spalle dei circa trentamila sfollati interni che non hanno potuto fare ritorno alle proprie case e che ora trascinano l’esistenza in centri collettivi nelle città, o in villaggi ghetto, sorti precipitosamente nel mezzo del nulla. Li si può vedere percorrendo l’autostrada che collega Tbilisi e Gori, la terza città del paese: lunghe file di casette monofamiliari a un piano, tutte uguali. Non hanno nulla attorno, non terra da coltivare, non attività, non negozi. Chiunque veda questi improbabili villaggi si chiede a chi sia potuta venire l’idea di risolvere in tal modo il problema degli sfollati. Anche prima di costruirli, si sarebbe potuto facilmente immaginare che la gente mandata a viverci si sarebbe trovata senza un lavoro, senza infrastrutture, senza un collegamento naturale con la vita degli altri. Chi li visita racconta di persone sedute sull’uscio di casa, sfaccendate e avvilite. I villaggi sono stati costruiti con i soldi dell’aiuto internazionale e anche i funzionari delle istituzioni erogatrici, a quanto pare, non si sono opposti alla loro realizzazione.
Il problema di dare una sistemazione dignitosa ai vecchi e nuovi sfollati rimane più che mai attuale. Il conflitto del 2008 non ha fatto che aggravare una situazione rimasta irrisolta da quando, tra il 1991 e il 1993, due guerre civili costrinsero centinaia di migliaia di georgiani a lasciare le proprie case in Abkhazia e in Sud Ossezia. Costoro sono stati per anni lasciati in una sorta di limbo, senza che il governo affrontasse seriamente la questione di un loro re- insediamento in altri alloggi. C’è chi ha cercato di arrangiarsi, da solo o con l’aiuto di altri famigliari, chi ha trovato ricovero in strutture, messe “temporaneamente” a disposizione dallo stato. Tenere calda la questione degli sfollati serviva al governo come carta da giocare per dimostrare la necessità di recuperare i territori secessionisti. Va da sé che, quando l’Occidente si è mobilitato per aiutare la Georgia dopo la guerra del 2008, anche i vecchi sfollati hanno chiesto di essere finalmente aiutati a trovare una sistemazione definitiva. In accordo con gli stati donatori, è stato stabilito che sarebbero stati inclusi nel programma di assegnazione di nuovi alloggi. Anche nel loro caso, però, le soluzioni offerte dal governo spesso non sono adeguate. Famiglie che ormai da quasi vent’anni vivono in città ricevono alloggi in centri piccoli, o remoti, dove non c’è possibilità di lavoro, dove a volte mancano i servizi essenziali. Qualcuno opta per un compenso in denaro, ma molti rifiutano di trasferirsi. Dalla scorsa estate a Tbilisi sono cominciati gli sgomberi forzati degli edifici dove vivevano gli sfollati. La brutalità di questi interventi ha provocato un’ondata di denunce e proteste da parte sia dei diretti interessati, sia delle organizzazioni umanitarie. Ora il governo sta agendo con maggior cautela, ma gli sgomberi continuano.

QUALCHE SOFFIO, D’ARIA NUOVA
Mentre gli sfollati continuano la loro triste odissea, il resto del paese, anche se lentamente, va avanti. Gli ingenti aiuti inteazionali arrivati all’indomani dell’ultimo conflitto hanno rimesso in moto i lavori pubblici. Le infrastrutture stanno migliorando. Per il viaggiatore punto di osservazione privilegiato sono le strade. Ebbene, rispetto ai viaggi precedenti ho potuto costatare che sta diventando più facile muoversi nel paese. È migliorata la condizione delle principali strade di comunicazione, procedono i lavori per completare il tracciato della ferrovia che collegherà Kars, in Turchia, con Baku, in Azerbaigian, attraversando la Georgia da un capo all’altro. Tbilisi ha due nuove arterie, che alleggeriscono il traffico del centro città, perennemente congestionato.
L’edilizia privata non si è ancora ripresa dalla crisi postbellica, ma lo Stato ha riaperto i cantieri e ha, tra l’altro, messo in opera un grosso progetto, sostenuto dall’Unesco, di ristrutturazione del centro storico di Tbilisi. Tra qualche tempo il nucleo più antico della capitale georgiana avrà un volto forse anche troppo nuovo. Spariranno le case sbilenche e fatiscenti; altre saranno rifatte, i caratteristici balconi odoreranno di legno nuovo e offriranno ai turisti una perfetta immagine da cartolina, sia di giorno, che di notte, grazie alla nuova potente illuminazione nottua.
Piccoli progressi si stanno facendo anche nella sanità. Le fasce più deboli ricevono ora qualche aiuto in più dallo Stato, che dovrebbe assicurare loro, perlomeno, l’assistenza e i farmaci di base. In realtà, questo diritto non è sempre garantito, per mancanza di strutture adeguate sul territorio. Coloro che non rientrano nelle categorie previste dalla legge continuano ad affrontare da soli il problema della propria salute. Ciò vuol dire che, quando c’è la necessità d’interventi costosi, chi non ha le risorse sufficienti s’indebita, o rinuncia alle cure.
Sebbene i segni della povertà rimangano visibili in molte parti della capitale e del paese, in confronto ai cupi anni Novanta del secolo scorso, si deve ammettere che adesso in Georgia si respira un’aria più leggera.

CON LA PRESIDENZA SAAKASHVILI
Nell’appartamento da me preso in affitto sulle colline alla periferia di Tbilisi, al quattordicesimo piano di un casermone degli anni settanta, in salotto faceva mostra di sé un grosso caminetto. La sua presenza ha attirato subito la mia attenzione, giacché nell’edilizia popolare sovietica i caminetti non erano certo un elemento consueto. Non era, infatti, previsto nel piano originario. Lo aveva fatto costruire Irina, la padrona di casa, dopo che, con la fine dell’Urss, aveva cessato di funzionare il sistema di teleriscaldamento. A Tbilisi erano rimasti tutti al freddo e ognuno si era ingegnato come poteva per sopravvivere ai rigori dell’inverno, quando il vento soffia gagliardo dalle colline intorno alla città e penetra attraverso gli infissi. Così erano tornati in auge i caminetti. Il gas mancava, la luce pure. Compariva ogni tanto per un’ora o due; allora era una festa, ricorda Irina. Per cucinare si usavano le stufe a cherosene.
Il primo decennio dopo l’indipendenza dall’Urss fu il più duro. Il paese era stato sconvolto da due guerre civili e la situazione era rimasta molto precaria anche dopo la fine dei combattimenti. Chi avrebbe dovuto governare badava ai propri interessi e il paese era lasciato a se stesso. L’anarchia regnava sovrana. Ne sono una testimonianza sui generis le forme inconsuete che assunsero le case in quegli anni. Chi poteva, si accaparrava un pezzetto di terreno davanti a casa, ci costruiva un balcone, o un prolungamento del proprio appartamento. In alcuni casi gli abitanti si accordavano per agire con più metodicità e costruire un’aggiunta lungo tutta la lunghezza del proprio stabile. Se i soldi mancavano, si lasciavano i lavori a metà. Tali sono rimasti fino a oggi, con le armature di ferro che spuntano dai blocchi di cemento. Ci sono palazzi in cui, una volta eretta una carcassa in cemento armato, gli abitanti dei singoli piani si sono sbizzarriti nel riempirla a proprio piacimento.
Adesso non è più possibile prendere iniziative del genere. Dal 2004, con l’amministrazione Saakashvili (giunto al secondo mandato), lo Stato ha cominciato a rioccupare le posizioni perdute e a riprendere controllo dello spazio pubblico. La politica del nuovo presidente ha avuto risvolti senz’altro positivi. In confronto agli anni della presidenza di Shevardnadze, ora si avverte la presenza regolamentatrice dello Stato. C’è stato uno sforzo di rendere più efficienti i servizi pubblici, pagare gli stipendi, migliorare l’infrastruttura e, soprattutto, mettere un argine alla corruzione dilagante tra i pubblici ufficiali. Durante la vecchia amministrazione la corruzione aveva assunto proporzioni gigantesche e si era diffusa capillarmente a tutti i livelli dell’apparato statale.
Riprendere il controllo del territorio ha voluto, però, anche dire una rinnovata determinazione a riguadagnare le regioni perdute a seguito delle guerre civili degli anni Novanta. Saakashvili stabilì un ambizioso programma di riconquista, che prevedeva la riannessione di Abkhazia e Sud Ossezia entro la fine del suo primo mandato. Ciò inaugurò un periodo di crescenti tensioni tra il governo georgiano e la Russia, che sosteneva i secessionisti. Ogni spazio di dialogo si chiuse, le posizioni diventarono rigide e intransigenti, le reciproche provocazioni sempre più frequenti, fino a che il conflitto, da latente, non sfociò in guerra aperta.

STALIN RESISTE (A DISPETTO DI TUTTO)
Una vittima indiretta della guerra è stato il grande monumento a Stalin che campeggiava nella piazza centrale di Gori. Era sopravvissuto alla destalinizzazione, al crollo dell’Urss e persino al primo mandato della presidenza Saakashvili, durante il quale il periodo sovietico era stato riletto in chiave antirussa, come se i georgiani non avessero dato il proprio consistente contributo alla costruzione dell’Urss e del suo apparato repressivo.
Dopo la guerra, che ha inasprito ulteriormente il sentimento antirusso e il giudizio nei confronti del passato sovietico, il «padre della patria» è stato rimosso dal piedestallo nella piazza della sua città natale; uguale sorte è recentemente toccata ad altri suoi busti, che ancora erano rimasti al proprio posto, a decorare vie e giardini di altre città georgiane.
Tra il popolo, tuttavia, l’origine georgiana ha salvato Stalin da un’incondizionata condanna. Non ho ancora trovato nessuno in Georgia disposto a marchiarlo come uno dei dittatori più sanguinari che la storia conosca. Con chiunque abbia parlato, ho sentito giudizi indulgenti, che spiegavano le repressioni staliniane come il pegno da pagare per costruire un paese grande e potente. Stalin continua a essere considerato un grande uomo di stato, di cui, tutto sommato, c’è da andare fieri. In barba agli ultimi ritrovati della storiografia ufficiale, che vede nella Russia e nell’Urss l’origine di tutti i mali della Georgia, il simbolo di ciò che di peggiore ha prodotto il periodo sovietico è ancora considerato una gloria nazionale.
Un altro dei brutti scherzi che gioca, a volte, l’orgoglio nazionale.

Bianca Maria Balestra

Bianca Maria Balestra