Rivista Missioni Consolata – 120 anni

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Quando le donne bevono

Viaggio nel mondo dell’alcol (seconda puntata)

 In Italia, ci sono 13mila alcoliste e 24mila donne ricoverate ogni anno a causa dell’alcol.
Tra le consumatrici ci sono ragazze sempre più giovani (l’alcol contro l’inibizione), ma anche donne anziane (l’alcol contro la solitudine).  Occorrerebbe sapere che l’organismo femminile smaltisce l’alcol con maggiore difficoltà rispetto a quello maschile ed è quindi più soggetto a patologie o problematiche alcol-correlate.E per una donna in gravidanza i rischi sono ancora maggiori.

Tra i miei ricordi di bambina c’è quello di una donna del mio stesso quartiere, a Torino, che per la sua dedizione all’alcol veniva soprannominata, senza troppi giri di parole, la ciuca, termine che in dialetto piemontese significa «ubriaca». Si trattava peraltro di una povera donna, che cercava di dimenticare con l’alcol le proprie peripezie familiari. Tuttavia quell’immagine di ebbrezza, che spesso si portava addosso, era servita a stigmatizzarla impietosamente. A quei tempi, le donne che si ubriacavano erano messe all’indice dalla società. A dispetto di questo modo di pensare, nel giro di qualche decennio, l’immagine della donna che beve alcolici è stata non solo accettata dall’opinione pubblica, ma addirittura vista come uno dei segni dell’emancipazione femminile, insieme all’abitudine di fumare.

IN CONTINUO AUMENTO LE DONNE BEVITRICI
Del resto, a rafforzare quest’immagine hanno contribuito sia il cinema, che la televisione. Come non ricordare la fortunatissima serie televisiva Dallas degli anni ‘80, in cui i protagonisti, uomini e donne, non perdevano mai l’occasione di bere un drink? L’abitudine di bere alcolici, nel corso degli ultimi anni, si è talmente diffusa tra le donne, che, secondo l’Oms, l’Europa presenta il più alto numero di bevitrici al mondo. Come già visto nella precedente puntata (MC novembre 2011), il vecchio continente detiene il primato mondiale del consumo di bevande alcoliche. Per quanto riguarda l’Italia, secondo le indagini annuali  multiscopo dell’Istat relative a Stili di vita e condizioni di salute, attualmente il 67% delle donne consuma bevande alcoliche, contro il 43% degli anni ’80 (la percentuale maschile è dell’86,6%). Ovviamente l’incremento del numero di consumatrici di alcolici ha portato ad un aumento delle patologie e delle problematiche alcol-correlate tra le donne. Si stima, infatti, che il 9,4% degli uomini ed il 19,2% delle donne ecceda le quantità di alcol considerate a minore rischio, rappresentando quindi la porzione di individui potenzialmente a rischio. Nel conteggio sono peraltro considerati anche gli alcol-dipendenti, che comunque vi contribuiscono in maniera molto limitata, cioè 0,9% gli uomini e 0,4% le donne. La percentuale dei consumatori a rischio riceve un grosso contributo dal numero delle consumatrici, che presentano una probabilità  di ammalarsi doppia rispetto a quella dei soggetti di sesso maschile. Per quanto riguarda la distribuzione dei consumatori a maggiore rischio di patologie alcol-correlate, per i differenti target di popolazione, si è visto che l’incidenza del rischio aumenta con l’età in entrambi i sessi e presenta i valori più elevati nella fascia tra i 65-74 anni, a cui fanno seguito i valori registrati per l’intervallo tra i 45-64 anni. Per le donne, in Italia, il picco di consumo problematico di alcol si colloca attualmente tra i 35 ed i 44 anni. Del resto è questa la fascia d’età, che può presentarsi come la più critica per il sesso femminile poiché possono esserci timori per la perdita della giovinezza, oppure per la riduzione della fertilità e della capacità procreativa. Può essere presente un senso di frustrazione per la mancata realizzazione di progetti giovanili oppure la vita sentimentale può risultare insoddisfacente, o addirittura distrutta dalla rottura di un legame importante. In questi casi, il ricorso all’alcol rappresenta un modo per sfuggire, sia pure temporaneamente, alla propria realtà. Tutte queste sono forse le motivazioni più classiche, che spingono le donne a bere. Certamente non sono le sole. In particolare, per quanto riguarda le bevitrici adolescenti, che bevono prevalentemente birra e superalcolici fuori dal contesto domestico e che concentrano il consumo o l’abuso soprattutto  nei fine settimana, il ricorso all’alcol ha una funzione disinibente che permette una maggiore disinvoltura nelle relazioni. In questo caso l’alcol viene visto come mezzo per farsi accettare dal gruppo dei coetanei, anch’essi dediti all’alcol. Da qui il sempre più elevato numero di casi di binge drinking tra gli adolescenti. In particolare, per quanto riguarda le ragazze, si è rilevato che, in Italia, il 10% si ubriaca almeno una volta all’anno, consumando più di 5 bevande alcoliche in un’unica occasione (binge drinking), mentre per i ragazzi la percentuale sale al 22,1%.

PERCHé ALLA DONNA FA PIù MALE
La conseguenza dell’aumento del consumo di bevande alcoliche tra le donne è rappresentata dalla diffusione delle patologie alcol-correlate nel genere femminile. Attualmente sono circa 13.000 le alcoliste in trattamento, presso le strutture pubbliche del Servizio sanitario nazionale, mentre, secondo i dati più recenti, sono circa 24.000 all’anno i ricoveri di donne negli ospedali italiani, per cause attribuibili al consumo di alcolici.
Ma perché le donne sono più vulnerabili all’alcol rispetto agli uomini? Assumendo medesime quantità di alcol, a parità di condizioni, la concentrazione di alcol nel sangue (Bac, Blood alcohol concentration: il termine scientifico dell’alcolemia) è più elevata nelle donne che negli uomini. Il motivo è che l’organismo femminile ha in primo luogo una capacità dimezzata di smaltire l’alcol ingerito, perché la dotazione dell’ADH (alcoldeidrogenasi, un enzima epatico) è la metà di quello maschile ed in secondo luogo la donna ha una minore massa corporea e una quantità inferiore di liquidi totali con una conseguente minore capacità di diluizione dell’alcol. Questo vuole dire che le donne raggiungono l’intossicazione acuta da alcol, cioè lo stato di ebbrezza, assumendone quantità inferiori rispetto a quelle necessarie per raggiungere lo stesso stato nell’uomo.

I PERICOLI  DURANTE LA GRAVIDANZA
In Italia, le linee guida nutrizionali raccomandano che una donna adulta ed in buona salute non superi mai la quantità giornaliera di 1 o al massimo 2 bicchieri di una qualsiasi bevanda alcolica. Nel caso che il rischio possa estendersi a terzi, come durante la gravidanza, è da evitare anche il consumo moderato di alcol. Non dimentichiamo che un bicchiere contiene circa 12 g di alcol e che richiede, più o meno, un paio d’ore per essere completamente smaltito.
Qual è il motivo, per cui le linee guida nutrizionali vietano di assumere bevande alcoliche in gravidanza? Il motivo risiede nel potere teratogeno dell’alcol, cioè nella sua capacità di causare malformazioni fetali. Organi vitali come il cuore, il cervello, lo scheletro, per citae alcuni, si formano molto precocemente durante la gestazione, cioè tra i 10-15 giorni dopo il concepimento, quindi è fondamentale smettere di bere già quando si sta programmando la gravidanza, senza attendere che sia iniziata. Le donne che bevono abitualmente (mediamente 3 o più bicchieri al giorno) presentano un’aumentata frequenza di aborti, soprattutto nel terzo trimestre di gravidanza. Questo fatto probabilmente è dovuto all’azione tossica esercitata dall’alcol sul feto, anche nel caso dell’assunzione di dosi modeste (come 2 bicchieri nella gravidanza avanzata). L’alcol è in grado di attraversare la placenta e di raggiungere il feto, che non possiede enzimi capaci di metabolizzarlo, per cui ne subisce gli effetti dannosi a livello cerebrale e dei tessuti in formazione. Dato il suo potere teratogeno, l’alcol interferisce sui normali processi di sviluppo fisico, provocando malformazioni, e sullo sviluppo intellettivo, causando ritardo mentale, in maniera più o meno grave, a seconda delle quantità assunte dalla gestante. Inoltre elevate quantità di alcol assunte durante la gravidanza determinano carenze vitaminiche, con gravi ripercussioni sullo sviluppo del nascituro. Il primo ed il terzo trimestre di gravidanza sono i periodi più rischiosi, per quanto riguarda i danni provocati dall’alcol sul feto. Il bambino, nato spesso prematuro, può presentare condizioni generali variabili: dalla presenza di sintomi o disturbi definiti alcolici, fino ad una conclamata «sindrome feto-alcolica» (Fas) irreversibile e progressiva. Quest’ultima è caratterizzata dalla presenza nel bambino sia di sintomi fisici, che di disturbi neurologici e neuropsicologici. I sintomi fisici si manifestano soprattutto a carico della testa, del volto, dello scheletro e del cuore. La testa può presentare microcefalia; nel volto possono essere presenti pieghe agli angoli degli occhi, fessure oculari strette, strabismo, naso corto e piatto, labbro superiore assottigliato e vermiglio, solco naso-labiale allungato ed appiattito, fronte stretta ed allungata. Può essere presente ipoplasia del nervo ottico. Per quanto riguarda lo scheletro, si manifesta un ritardo marcato nell’età ossea media, che si traduce in una statura inferiore alla media, in un ridotto peso corporeo ed in una ridotta circonferenza cranica. Spesso sono presenti malformazioni cardiache, soprattutto a carico del setto ventricolare. Le disfunzioni neurologiche e neuropsicologiche presenti nella «sindrome feto-alcolica» sono rappresentate da disturbi del sonno, riflesso della suzione ridotto, ritardo dello sviluppo mentale, deficit intellettivo, disturbi dell’attenzione e della memoria, disturbi della motricità fine, iperattività ed impulsività, disturbi dell’eloquio e dell’udito. Non tutte le gestanti con un forte consumo di alcol sono destinate a partorire un neonato affetto da Fas. La percentuale di neonati con Fas varia tra il 30-40% delle gestanti forti bevitrici. I fattori di rischio, che possono influenzare la comparsa o meno della Fas, sono molteplici: la quantità di alcol consumato durante la gravidanza, la tipologia del consumo di alcol (cronico od occasionale), l’intensità dell’esposizione, il periodo dell’esposizione, l’interazione con altre sostanze (tabacco, droghe, medicinali), fattori alimentari, predisposizione genetica, condizioni di vita, ceto sociale, livello d’istruzione e stato civile della madre. Le donne fertili e sessualmente attive, che consumano più di 7 bevande alcoliche alla settimana, in caso di gravidanza rischiano di avere un figlio con deficit cognitivi, intellettivi e psicosociali. E la probabilità di danneggiare il feto aumenta all’aumentare dell’alcol assunto. I bambini, la cui madre ha consumato almeno 80 g di alcol puro al giorno, sono ad alto rischio. Tuttavia, anche il consumo di alcolici abbondante, ma sporadico può rappresentare un serio pericolo per il feto, dato che l’alcol può essere dannoso in ogni momento della gravidanza. Certamente i difetti congeniti più gravi si manifestano a seguito dell’esposizione all’alcol durante il primo trimestre di gravidanza, cioè nel periodo della formazione degli organi vitali. È stato rilevato che più di 12 drinks alla settimana aumentano il rischio di una nascita prematura e sottopeso. I fenomeni appena descritti possono riguardare tanto i figli di donne bevitrici in gravidanza, quanto quelli di donne, che si sono astenute dal bere durante la gestazione, ma che prima bevevano. Inoltre è stato dimostrato che i figli di donne, che hanno continuato a bere alcolici in gravidanza presentano una maggiore frequenza, in età adulta, di problematiche alcol-correlate ed una più frequente predisposizione al deficit cognitivo consistente in una memoria ridotta. Recentemente è stato condotto uno studio, da parte dell’Istituto superiore di sanità, per rilevare la percentuale dei neonati esposti all’azione dell’alcol, durante la gestazione. Per ottenere questo dato, è stata valutata la presenza nel meconio, cioè nelle feci delle prime 48 ore di vita del neonato, di etilglucuronide, un marcatore dell’esposizione all’alcol durante la vita fetale. Lo studio è stato effettuato su 607 neonati ed è emerso che il 7,6% di loro presentava un’esposizione all’alcol. Attualmente sono pochissimi gli studi di questo tipo. Uno di essi, condotto a Barcellona, ha rivelato un’esposizione all’alcol nel 45% dei neonati. È evidente che questo problema è stato finora molto sottovalutato.
Per quanto riguarda la sfera riproduttiva femminile, l’alcol può essere responsabile della minore produzione di ormoni femminili e di insufficienza ovarica, che si manifesta con irregolarità mestruali (fino alla scomparsa del ciclo), presenza di cicli anovulatori ed infertilità.
L’abuso di alcolici tra le donne le rende, tra l’altro, maggiormente a rischio di subire violenze sessuali, poiché in stato di ebbrezza risultano più indifese.

ANZIANI: ALCOL, MEDICINE  E SOLITUDINE
Un altro tipo di consumo problematico dell’alcol è quello riguardante le persone anziane e in particolare le donne anziane che in gioventù non hanno ricevuto alcuna educazione al consumo di alcolici. Queste persone spesso bevono in un contesto domestico, mantenendo nascosta l’abitudine per timore di riprovazione da parte dei familiari, per cui le problematiche alcol-correlate sono riscontrate tardivamente. Nelle bevitrici anziane sono spesso frequenti episodi di compromissione della sfera neurologica e psichica, come difficoltà motorie, disturbi della memoria e comportamenti insoliti. Spesso gli anziani assumono farmaci di vario tipo e le donne, mediamente, consumano quantità di farmaci maggiori degli uomini tra prodotti ormonali, antidolorifici, prodotti per ridurre i grassi nel sangue, sedativi, prodotti contro l’insonnia e la depressione. L’associazione tra farmaci ed alcolici dovrebbe essere assolutamente bandita, ma spesso le persone anziane, specialmente se sole, non ne tengono conto o probabilmente non lo sanno, rischiando così l’effetto di pericolose interazioni.
Da quanto appena descritto, appare evidente la necessità di affrontare al più presto a livello educativo il problema dell’alcolismo femminile (e dell’alcolismo in generale, data la sua sempre maggiore diffusione tra i giovani), viste le gravi implicazioni a livello sociale (aumento dei costi sanitari, cause legali, assenze dal lavoro per malattia) e considerato il ruolo occupato dalla donna sia nell’ambito familiare, che sociale.
Si dovrebbe pensare a lezioni mirate sia in ambito scolastico che in ambito sanitario (ad esempio, con pubblicazioni prodotte dal ministero della Salute e rese facilmente reperibili presso il proprio medico curante o presso le farmacie).
Oltretutto non dobbiamo dimenticare che gli effetti dell’alcol, a differenza di quelli del fumo, si manifestano subito, non dopo anni. Quindi, questa estensione dell’abitudine di consumare alcolici rappresenta un serio pericolo sociale, purtroppo già attuale. Una donna bevitrice può generare figli malati, ma quand’anche i figli nascessero sani, che esempio potrebbero ricevere da genitori alcolisti?

Rosanna Novara Topino


Rosanna Novara Topino